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Sartorio , ed un copioso indice generale ; adorna del ritratto
dell' autore e di coperte incise Voi. 6.
STORIA DELLA GUERRA DELL' INDEPENDENZA DEGLI STATI
UNITI D'AMERICA di Carlo Botta , con ritratti , vignette sto-
riche e due carte geografiche^ con l'aggiunta di una prefazione del
signor Sevelinges, che serve d'introduzione all'opera, di alcune
lettere del Botta intorno allo stile con cui devono gì' Italiani
scrivere la Storia^ della Costituzione degli Stati-Uniti d^America
e di un copioso indice generale Voi. 2.
STORIA FIORENTINA di Benedetto Varchi, con prefazione, vita
e note scritte appositamente per questa edizione dal prof. Michele
Sartorio , con vignette disegnate da Focosi ed incise da Cau-
dini Voi. 2.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NÀPOLI di Pietro Giannone ^
con la vita delP autore scritta appositamente per questa edi-
zione da Felice Turotti, adorna del ritratto e di vignette sto-
riche disegnale dal pittore R. Focosi Voi. 5
STORIA DEL REAME DI NAPOLI DAL 47^4 SINO AL 4825
di Pietro Colletta, opera che forma stretto seguito a quella
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pittore R. Focosi Voi. i.
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COMPILATE
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VoL. 4.
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1848,
li^l i'j^ 4.2.3
CROIVIGA
DI
• lOTAHHI TI li « ASI
•, »•
LIBRO DUODECIMO
Qw comincia il duodecimo libro ; tome il duca ^ Atene e tonte
di Brenna di Fmncim oetupò la signoria di Firenze^ e fuMo
che ne ieguL
CAPITOLO PRIMO
e
«mvlene tomincìare il duodecinio libro, che richiede lo sti-
le del nostro trattato; perch' è nuoTa materia, e grandi muta-
menti e diverse rivolurionì avvennero in questi tempi alla no-
stra città di Firenze per le nostre discordie tra'cittadini, e per
lo male ref giniento de' venti della balla, come addietro avemo
fatta menzione; e fieno si diverse, che lo autore , che fui pre-
sente^ mi fa dubitare che per gli nostri successori fieno appe-
na credute di vero; e furono pure cosi, come diremo appresso.
Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da
Lucca, « fendutasi Lucca a' Pisani , i Fiorentini parendo loro
male stare , « veggendo che messer Malatesta nostro capitano
non s'era ben portato nella detta guerra, e per tema del trat-
tato tenuto col Bavaro, come addietro toccammo, e per stare
più sicuri, elessono per capitano e per conservadore del popo-
lo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna di Francia,
alP entrante di Giugno 1342, con salaro e cavalieri e pedoni
eh* av€a messer Malatesta , per termine d' uno anno. E volle il
detto duca, « per suo agiamento, o per sua sagacité, o per quel-
le che ne segui appresso, tornare a santa Croce al luogo de'Xira-
6 GIOVANNI VILLANI
ti minori , e la gente sua allogfgid d* intorno. E poi in caleti
d'Agosto appresso^ finito il tempo di messer Malatesta, gli fu
aggiunta la capitaneria generale della guerra, e che potesse fa-
re giustizia personale in città e di fuori della città. Il genti-
luomo veggendo la città in divisione, ed essendo cupido di mo-
neta, che n'avea bisogno come viandante e pellegrino , e ben-
ch'egli avesse il titolo del ducato d'Atene non lo possedeva, av-
venne che per sodduzione di certi grandi di Firenze , che al
continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo , con
certi grandi popolani per essere signori e per non rendere il
debito loro a cui doveano dare , e sentendo le loro compagnie
essere in male stato (de'qiiali per innanzi al luogo e tempo ci
converrà fare menzione) al continovo a santa Croce l'andavano
a consigliare, e di di e di notte il confortavano che si recasse
al tutto la signoria libera della città in mano. Il quale duca
per le cagioni dette, e vago di signoria , cominciò a seguire il
malvagio consiglio, e a diventar crudele e tiranno, per lo mo-
do che nel seguente capitolo faremo menzione , sotto titolo di
fare giustizia, e per essere temuto , e al tutto farsi signore di
Firenze.
CAPITOLO li.
Di eerte giustizie che 'l duca fece in Firenze per esserne signore^
Avvenne che il di di san Jacopo di Lngllo^ negli anni 1342^
essendo molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer
Tegghiaio de'Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ri-
bello, con forza degi lUbaldini e del conte Niccolò da Cerbaia ,
e con certi suoi fedeli, nimici de' GuazzalotU , e con certi no-
stri contadini sbanditi in quantità di quaranta a cavallo e da
trecento fanti a piedi, perocché gli doveva essere data l'entra-
ta della terra, e per sua disavventura non gli venne fatto ^ ma
III preso con venti nostri sbanditi andandosene per Mugello agli
Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri insieme: il
duca lasciò i nostri sbanditi sopra i quali avea la giuridizione,
e al detto Ridolfo, che non gli era suddito né sbandito del co-
mune di Firenze, a torto fece tagliare la testa ; e questa fu la
prima giustizia ch'egli fece in Firenze , onde molto ne fu bia-
limato da'savi uomini di Firenze di crudeltà» e dissesi ciie ii'eb*
LIBRO DUODECIMO 7
l>e moneta da'Guazzalotti di Prato, ch'erano suoi nimici^ ovve-
ro il fece come dice il proverbio deHiìranni, che dice, chi uno
offende molti minaccia. Appresso all' entrare d* Agosto il duca
fece pigliare messer Giovanni di Bernardino de'Medici stato per
Io nostro comune capitano di Lucca, e fecegli tagliare la testa,
apponendogli (e fecegli confessare) che per danari avea lascia-
to fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani messer Tarlato
d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia; e i più dissono ch'egli
non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso del detto
mese d'Agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti stato per
lo nostro comune capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa,
trovando per sua confessione per lui fatte molte baratterie , e
alcuno disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i
quali egli avea mandati presi a Firenze, come detto avemo ad*
dietro; e a ciò diamo in parte fede; e condannò uno nipote di
questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi stati ufìciali in A-
rezzo e in Castiglione Aretino , ciascuno in cinquecento fiorini
d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare Nad*
do di Cenni degli Oricellai grande popolano, il qua^e era stato
in Lucca uficiale sopra le masnade de'soldati, e fecegli rimet-
tere nella camera del comune quattromila fiorini d'oro, i quali
si disse ch'egli avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto
con loro, e giurato sopra Corpus Domini di fare loro compiere
r accordo di Lucca , quando Cenni di Naddo suo padre era
de'priori di Firenze, come toccammo nel quinto capitolo addie-
tro. E oltre a ciò gli fece rimettere fiorini duemilacinquecento
d'oro, i quali confessò avere guadagnati in Lucca nelle paghe
de'soldati e della vittuaglia; e per grazia e per prieghi di mol-
ti popolani gli perdonò la vita, e prese da lui mallevadoria di
fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini a Perugia. £ per simi-
le modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo de' Ricci, compa-
gno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini tremilaotto-
cento d'oro confessati che avea avuti in sua parte, e guadagna-
ti in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia ; e per simile
modo a grandi prieghi gli perdonò la vita, e miselo in prigio-
n^ per l'avere e per la persona.
«lOYjlIflfl TILLAlfl
CAPITOLO III.
Come il itua i^ Atene inganno e frese e tradì % priori,
o feeesi signore di Firenze ovvero tiranno.
Per le óeUe giustizie fatte in avere e In persona di qfnattr»
popolani i maggiori di Firenze e delle maggiori case , Medici^
AIto«?iti^ Ricci e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato
da tutti i cittadini, e i grandi ne presono grande baldanza , e
il popolo minuto ne fece grande allegrezza» perchè avea messo
mano nel reggimento; e quando il duca cavalcata per la città»
andavano gridando viva il signore, e quasi in ogni canto e pa-
lagio di Firenze era dipinta Tarme sua per gli cittadini, per
avere la sua benivolenza, e chi per paura. In questo tempo spi-
rò r ttficio de* venti della balia stati rettori ovvero guastatori
della repid)bìica di Firenze, tra per le cagioni dette nelli loro
processi addietro^ e lasciando il comune in debito di più di qua-
rantamila fiorini d' oro co* cittadini , sanza il debito promesso
a messer Mastino* Per le dette cagioni il duca ne montò in
grande pompa , e crebbegll la speranza del suo proponimento
d'essere al tutto signore di Firenze col favore de* grandi e del
popolo minato^ e cosi gli venne fatto , e per consiglio di certi
grandi ne richiese i priori, eh* allora erano neir uficio. I detti
priori con gli altri ordini cioè, i dodici buoni uomini e i gon-
fòlonieri dette compagnie, e con altri consigtiert^ in nulla gui-
sa Visiono acconsentire di sottomettere la libertà della repub-
blica di Firenze sotto giogo di signoria a vita di neuno, il qua-
le non fu mai acconsentito né sofferto per gli nostri padri an-
tichi, né all*imperadore, né al re Carlo, né a neuno *suo discen-
dente , che tanto fossero amici o confidenti in parte guelfa o
parte glHbellina , né per isconfitte o male stato eh' avesse mal
Il nostro comune. Il detto duca per sodducimento e conforto
quasi di tutti i grandi di Firenze^ spezialmente cK quegli della
possente casa de^ Bardi, e Ros»i» e Frescobaldi» e Cavalcanti»
BondelmontI, Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi^ Torna-
quinci e Pazzia per rompere gli ordini della giustizia ch'erano
fopra i grandi» e cosi promise il duca di fare: de' popolani fu-
rono questi ; Peruzzi , Acciainoli » Bonaccorsi » Antellesi e loro
«eguaci^ per cagione e male stato delle loro compagnie^ j^rcliiè
LIBRO DUODECIMO 9
il duca gli sostenesse in istato , non lasciandogli rompere , né
stringere a pagare i loro creditori. E gli artefici minuti^ a cui
era spiaciuto il reggimento de'venti popolani grassi della balia,
tutti se gli proflersono in aiuto e in arme. Il duca^ il qual era
sagace e nutrito in Grecia e in Puglia più che in Francia^ veg-
gendosi tanto favore e seguito^ la vigilia di nostra Donna di Set-
tembre fece ire uno bando per la città , che volea fare parla-
mento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per
bene del comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la tra*
ma del duca e del suo mal consiglio^ non sentendosi forti nò
provveduti, e temendo che faccendosi il detto parlamento non
fosse discordia o remore, o commutazione di città, si v'andaro-
no parte de' priori e de' loro collegbi la sera a santa Croce a
trattare accordo col duca; e dopo molto , tirata e dibattuta la
querela, essendo molto di notte rimasono in questa concordia
col duca, cioè: che il comune di Firenze gli darebbe la signo-
ria della città e del contado per uno anno, oltre al tempo ch'egli
Taveva, con quella giuridizione e patti e gaggi ch'ebbe messer
Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli anni di
Cristo 1326 ; e questo accordo si fermò per vallati e pubblici
istrumenti e carte per più notai dairuna parte e dall' altra, e
saramentò in sul messale che conserverebbe in sua libertà il
popolo e r uficio de* priori e gli ordini della giustizia , rida-
cendosi il detto ordinato parlamento la mattina in sulla piaz^
za de'priori per osservare i patti sopraddetti. La mattina di no-
stra Donna, a di 8 di Settembre 1342, il duca fece armare la
sua gente intorno di centoventi uomini a cavallo, e avea in ¥{<*
renze da trecento de'suoi fanti, e quasi tutti i grandi di Firen-
ze erano dal suo lato: messer Giovanni della Tosa e i suoi con-
sorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi e pò*
polani suoi amici con l'armi coperte, e accompagnaronlo da san-
ta Croce alla piazza de' priori presso all' ora di terza. I priori
insieme con gli altri ordini del comune scesono del palagio , e
assettati a sedere col duca in su la ringhiera , fatta la propo-
sta, messer Francesco Rustichelli giudice eh' era allora priore ,
si levò suso ad aringare sopra ciò^ ma com* era ordinato , non
fu lasciato troppo dire , ma a grida di popolo per certi scar-
dassieri e popolazzo minuto, e certi masnadieri di certi grandi
uomini, cominciarono a gridare dicendo: Sia la signoria del du-
Gio. Villani T. IV. 2
\
v^
10 GIOVANNI VILLANI
ca a vita^ sia il duca nostro signore (a). E preso per gli gi^aii-
di, il portarono in sul palagio^ e perchè il palagio era serrato
gridarono alle scure; sicché convenne che s'aprisse tra per for-^
za e per inganno il palagio, e misonlo in palagio e in signoria;
e i priori furono messi nella camera dell'arme del detto pala--
gio vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro
degli ordini della giustizia sopra 1 grandi^ e poste le bandiere
del duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E
fece la mattina all'entrare del palagio in su la porta due cava-
lieri) messer Gerrettieri de'Visdomini ch'era suo scudiere e fa-
migliare , e Rinieri di Giotto da san Gimignano stato capitano
dei fanti de'priori, il quale acconsenti al tradimento d'aprire e
di dargli il palagio del popolo, che agevole gli era a difender-
lo, com' egli era tenuto e dovea fare per suo onore. Assenti
al detto tradimento messer Guiglielmo d'Asciesi allora capitano
del popolo^ il quale rimase poi con lui per suo bargello e car-
nefice^ dilettandosi di fare crude giustizie d'uomini. Messer Me-
liaduso d'Ascoli allora podestà di Firenze non volle assentire al
detto tradimento, anzi volle rinunziare Tuficio della podesteria;
benché si disse per alcuno che tutto il fece a frodo e inganno^
perocché poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi fé-
dono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e
falò: e ivi a due di appresso si fece il duca confermare signo-
re a vita per gli opportuni consigli , e mise i priori nel pala-
gio de' Figliuoli Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti
fanti solamente , che ne solevano prima avere cento , levando
loro ógni uficio e signoria; e levò l'arme a tutti i cittadini pri-
vilegiati , e di che stato si fossono , e poi all' ottava di nostra
Donna fece il duca grande festa e solennità a santa Croce per
la sua signoria, e fece offerire più di centocinquanta prigioni;
e il nostro vescovo sermonando molto il lodò di magnificenza
al popolo. In questo modo con tradimento il dura d' Atene u-
surpò la libertà della città di Firenze ch'era durala cinquantan-
ni, in grande libertà, stato e signoria. E noti chi questo leg-
gerà^ come Iddio per gli nostri peccati in poco tempo diede e
permise alla nostra città tanti flagelli, come fu diluvio, carestia,
fame, mortalità , sconfitte , vergogne d' imprese, perdimento di
sustanze e di moneta, fallimenti di mercatanti, e danni di ere-
(a) Vedi Appendice u. i.
tTBBO DUODECIMO 11
^enza^ e ultimamente di libertà ha recati a tirannesca signoria
e servaggio. E però, per Dio, carissimi cittadini presenti e fu-
turi y correggiamo i nostri difetti , e abbiamo tra noi amore e
carità, acciocché noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci re-
chiamo all'ultimo del giudìcio della sua ira, come assai ci mo-
stra chiaro per le sue visibili minacce: e questo basti a' buoni
intenditori, tornando a nostra materia de'processi del duca. Poi
appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a di 24 di Settem-
l>re ehbe la signoria d' Arezzo , e quella di Pistoia , dove avea
già suoi vicari il duca per lo comune di Firenze, gli si dierono
ai vita ; e poco appresso per simile modo si dierono Colle di
Valdelsa e san Gimignano e poi la città di Volterra, onde mol-
to si crebbe lo stato suo e signoria, e ricolse a se tutti i Fran-
ceschi e Borgognoni ch'erano al soldo in Italia, di che tosto ne
ebbe più di ottocento , sanza gì' Italiani , e molti suoi parenti
vennero a lui infino di Francia per le novelle ite di là di lui,
e della sua signoria e gloria. E quando ciò fu rapportato al re
Filippo di Francia suo sovrano, subitamente disse a'suol baroni
che gli erano d'intorno in sua lingua: Àlbergè il est le pelerin^
^nai8 il y a mauvais ostel , il quale fu uno proverbio molto di
vera sentenzia e profezia, come poco tempo appresso gli avven-
ne. Ancora non è da dimenticare di mettere in nota una breve
lettera d' ammonizione e di grande sentenza , che si trovò in
-uno suo forziere quando e* fu cacciato di Firenze, la quale gH
avea mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la
signoria di Firenze sanza sua saputa o consiglio , la quale di
latino facemmo recare in volgare per seguire il nostro stile, la
quale dicea cosh
CAPITOLO IV-
La copia della lettera che il re Ruberto mandò al duca d*Atene^
quando seppe ch'egli avea presa la signoria della citte di
Firenze,
• Non senno, non virtù, non lunga amistà, non servigi a me-
• ritare, non vendicatogli delle loro onte , t' ha fatto signore
• de' Fiorentini , ma la loro grande discordia e il loro grave
• slato, di che se'loro più tenuto, considerando V amore eh' e-
« gUno t'hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue brac«
12 OIOVANWI VlttANI
• eia. Il modo e' hai a tenere volendoli bene governare si è
« questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva , e
• reggiti per lo loro e nel loro consiglio per la tua fortifica-^
« zione 9 e osserva giustizia e i loro ordini ; e com' eglino si
• governavano per sette, fa'che tu ti governi per dieci , eh' è
• numero comune^ che lega in se tutti i singulari numeri^ ciò
« vuol dire non gli reggere per sette né divisi^ ma a comune.
« Abbiamo inteso che traesti queUi rettori della casa della lo-
« ro abitazione^ ciò vuol dire de'priori^ del palagio del popolo
« fatto per loro, rimettivigli a contentamento del popolo, e tu
• abita nel palagio ove stava nostro figliuolo, cioè nel palagio
« ove stava il loro podestà , ove abitava il duca di Galavra ,
« quando fu signore di Firenze. E se questo non fai , non ci
« pare che tuo stato si possa sostenere innanzi per ispazio di
« molto tempo. Rohertus rex Jerusalem et Siciliae. Dai, Nea-
« poli die xxii» Septembris mcccxlu. octava inditione ». E non
è da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito^
che ci recarono di nuovo i Franceschi , quando venne il duca
in Firenze, che anticamente il loro vestire e abito era il più
bello e nobile e onesto che di ninna altra nazione, a modo di
togati Romani; si sì vestivano i giovani una cotta ovvero gon-
nella corta e stretta, che non si poteano vestire sanza l'aiuto
altrui , e una correggia come cigna di cavallo con isfoggiata
fibbia e puntale , con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il
pettignone , e il cappuccio vestito a modo di scoccobrino col
batolo infmo alla cintola e più, ch'era cappuccio e mantello,
con molti fregi e intagli ; e il becchetto del cappuccio lungo
infìno in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo , e colle
barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. E i cavalieri ve-
stiti d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le
punte de' manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e
ermellini. Questa stranianza d'abito non bello né onesto, fu di
presente preso per gli giovani di Firenze^ e per le donne gio-
vani con disordinati manicottoli^ come per natura siamo dispo-
sti noi vani cittadini delle mutazioni de'nuovi abiti ^ e i strani
contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione, sempre traendo
al disonesto e a vanitade; ciò fu segno di futura mutazione di
stato. Lasceremo di cìò^ e diremo d'altre novità di fuori di poi
che furono ne'detti tenipi.
I.IBRO PUODKCIMO 13
CAPITOLO V.
Come % ghibellini d* Arezzo entrarono per furto nella terra ^
e furono cacciati poi*
Nel detto anno 1342, a di 7 di Giugno, non essendo ancora
il duca al tutto signore di Firenze, ma era capitano della guar*
dia della terra e come generale della guerra , i Tarlati rimasi
fuori d'Arezzo coH'aiuto del capitano di Furli , e di quello di
Cortona, e di quegli da Faggiuola^ e Pazzi di Yaldarno e liber-
tini, in quantità di trecento cavalieri e tremila pedoni^ la mat-
tina per tempo , per trattato di certi ghibellini eh' erano dén^
tro, furono intorno ad Arezzo, e fu data loro porta Buia, e
quella tagliata e aperta , buona parte n' entrarono dentro per
correre la terra. La masnada del duca e del comune di Firen-
ze ch'era in Arezzo a cavallo e a piedi con gli altri cittadini
guelfi che v'erano francamente combattendo difesono la terra,
e cacciarono fuori per forza i nimici con grande danno di mor-
ti e di presi. £ poi cacciarono d' Arezzo molli ghibellini chi
per ribelli e chi per confini , i quali poi con molte castella
de' Tarlati , eh' eglino rubellarono , feciono grande guerra ad
Arezzo. Poi a di 29 di I^uglio messer Tarlato d' Arezzo con
quattrocento cavalieri e pedoni assai valicò 1' Ambra , e venne
di qua da Montevarchi, guastando quello che vi trovò di fuori^
sanza ninno contasto. In quegli tempi Francesco di Guido Mol-
le degli libertini, fratello del vescovo d'Arezzo, rubellò al co-
mune dì Firenze Castiglione per tradimento di certi terrazzani,
salvo la torre ch'era in su la porta, che v'era il castellano per
lo duca ; il quale Francesco di Guido malprovveduto , per Io
soccorso tostano delle nostre masnade a cavallo e a piedi che
erano in Montevarchi, con gli altri Vadarnesi , si ricoverarono
il castello, e fu preso il detto Francesco di Guido e menato a
Firenze al duca, ed egli gli fece tagliare la testa; e poi il det-
to Castiglione degli Ubertini prima fu tutto rubato , e poi arso
e diroccato e disfatto.
14 eiOVANNI VILLANI
CAPITOLO VI.
Quando morì Carlo Umberto re d* Ungheria.
Nel detto anno 1342, del mese d'Agosto, mori Carlo Umberto
re d' Ungheria e nipote del re Ruberto e figliuolo cbe fu di
Carlo Martello; del quale fu grande danno, perchè era signore
di grande valore e prodezza. Rimasono di lui tre figliuoli, Lo-
dovico, Stefano, e Andreasso; il quale Lodovico primogenito fa
coronato re del reame d'Ungheria, il secondo, ovvero il terzo,
fu coronato del reame d'Appollonia, e poco tempo appresso la
reina d' Ungheria, moglie che fu del detto Carlo Umberto e fi-
gliuola del re d' Appollonia, valente e savia donna , saputa la
morte del re Ruberto, che mori il Gennaio vegnente, come ap-
presso si farà menzione, si passò in Puglia e a Napoli con Tal*
tro suo figliuolo Andreasso, a cui succedeva il reame di Cicilia
e di Puglia , con molti grandi baroni ungari per dare favore
e consiglio al detto Andreasso, ch'era molto giovane; e all'altro
figliuolo rimase il reame d' Appollonia per retaggio della
madre,
CAPITOLO VII.
Come papa Gemente sesto fece più cardinali , infra* quali fé*
ce cardinale messer Andrea Ghini di Firenze vescovo di
Tornai.
Nel detto anno, per le digiune di Settembre papa Clemente
sesto appo Yignone, ov'era la corte, fece dieci cardinali, i no-
ve oltramontani, e l'altro messer Andrea Ghini Malpigli antico
cittadino di Firenze d'Orto san Michele , il quale era vescovo
di Tornai, e molto amico del re di Francia, e a sua preghiera
fu fatto cardinale. Ma , come piacque a Dio , mori fira V anno
andando in Ispagna per legato, onde ne fu grande danno, ch'e-
ra savio e valente, e se fosse vivuto avrebbe fatto onore e prò
alla nostra città. Avémne fatta memoria, perchè pochi cardina-
li o papi sono stati di tanta città com'è Firenze, per lo poco
studio che i Fiorentini fanno fare a' loro figliuoli per essere
cherici, che di più non sì ricorda che venisse a tanta dignità^
LIBRO BUODBCIHO 15
se non il cardinale Ottaviano de^li Ubaldini ; e dicesi, ma non
l'affermo, che fu uno papa fiorentino di casa i Papeschi, e uno
cardinale de'Bellag^i di porta san Piero al tempo d'Arrigo terzo
imperadore. Lasceremo alquanto delle novità d' intorno , e se*
guiremo i processi del duca d' Alene , che assai ne cresce
materia.
CAPITOLO Vili»
Quello che il duca d'Atene fece in Firenze mentre che ne fu signore^
ovvero tiranno.
Come il duca d'Atene fu fatto signore^ e avuta la signoria di
Firenze per lo modo detto , per avere meno a contendere di
fuori, credendosi fortificare dentro il suo stato e signoria, fece
di presente pace e accordo co'Pisani e con tutti i loro seguaci,
non guardando a onte o vergogne del comune di Firenze , ove
ì Fiorentini speravano eh' egli facesse ogni loro vendetta ; e a
di 14 d'Ottobre si pubblicò e bandi in questo modo , cioè: che
la città di Lucca rimanesse a' Pisani per quindici anni , e poi
rimanesse in istato comune, rimettendovi al presente gli usciti
guelfi di Lucca che tornare vi volessono , rendendo loro i loro
beni , e mettendo i Lucchesi in Lucca per podestà cui eglino
volessono, il detto tempo rimanendo a'Pisani la guardia del ca-
stello dell'Agosta ch'é in Lucca , e tutta la guardia e domina-
zione della terra. Il podestà di Lucca non aveva altro che il
salario e '1 nome, che altra signoria poco pelea fare più che
piacesse a'Pisani, ma pure era una possessione per lo nostro
tomune, e freno a'Pisani mentre che il duca dominava Firen-
ze, dando i Pisani al duca ogni anno ottomila fiorini d' oro; e
i detti danari davan per censo il di di san Giovanni in una
coppa d' argento dorata : faccende franchi i Fiorentini in Pisa
per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre per gli
patti antichi, rimanendo d'accordo a 'Fiorentini tutte le castella
<li Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga
e Pie trasanta; e che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze
e trarre di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al ser-
vijfio e lega co'Pisani, e perdonare agli Ubaldini e a'Pazzi di
Valdarno e agli libertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arez-
zo rendendo loro pace , e trarre di pregione messer Giovanni
16 GIOYA^iNI VILLANI
Visconti di Milano; e cosi fu fatto di presente; il quale messer
(ìiovanni Visconti il duca vesti nobilemente^ e forni di cavalli
e di danari, e fecelo accompagnare infino a Pisa. 11 detto messer
Giovanni domandò a'Pisani l'ammenda de'suoi danni e interessi
avuti per loro; gl'ingrati Pisani noi voUono udire , ma appuo-
songli che egli era venuto in Pisa per trattare cospirazione per lo
duca e comune di Firenze nella terra, e cosi si parti villanamen-
te; della quale cosa messer Luchino signore di Milano prese
molto sdegno centra' Pisani y come si potrà trovare leggendo*
Per lo detto accordo dal duca a'Pisani tornare i Bardi e i Fre-
scobaldi e i loro seguaci in Firenze, com'era di patto, e i Pi-
sani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i loro collegati ch'e-
rano presi in Pisa e in Lucca.
A di 15 d' Ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, J
più artefici minuti , e mischiati di quegli che i loro antichi
erano stati ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia
cosi fatto di tre insegne , ciò fu di costa all' asta 1' arme del
comune^ il campo bianco e il giglio vermiglio ; e appresso in
mezzo la sua^ il campo azzurro e bilottato un leone ad oro^
e al collo del leone uno scudo coir arme del popolo ; appresso
l'arme del popolo il campo bianco e la croce vermìglia y e di
sopra il rastrello dell' arme del re ; e mise i priori dove pri-
ma stava r esecutore in sulla piazza con poco uficio e minore
balia y con poco onore , sanza sonare campana o congregare il
popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone,
i grandi che aveano fatto signore il duca , credendosi che al
tutto egli annullasse il popolo in detto e in fatto , come avea
promesso loro, si ^ turbarono forte, e massimamente perchè in
que'di fece condannare uno della casa de'Bardi in cinquecento
fiorini d'oro a condizione della mano , perchè avea stretta la
gola a uno suo vicino popolano perchè gli diceva villania. E
cosi puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini, togliendo
ogni baldanza a'grandi che l'aveano fatto signore, togliendo la
libertà e ogni balia e uficio, e altro che il nome de' priori e
popolo non rimase loro ; e cassò 1' uficio de' gonfalonieri delle
compagnie del popolo , e tolse loro i gonfaloni , e ogni altro
uficio e ordine del popolo che fosse levò via, se non a suo he-
neplacito reggendosi co'beccai, vinattieri , e scardassieri e ar-
tefici minuti , dando loro consoli e rettori al loro volere , di-
membrando loro gli ord'uii dell'arti a chi erano sottoposti per
LIBRO DUODECintO i7
volere mag^giore salario di loro lavorìi. Per le sopraddette ca«
gìoni e altre fatte per lui, come si troverà leggendo assai po-
co appresso, si formò cospirazione contro il duca per i grandi
e popolani medesimi che Taveano fatto signore, come tosto si
potrà trovare. £ fece torre tutte le balestre grosse a'cittadini ,
e fece fare Tantiporte dinanzi al palagio del popolo, e ferrare
le finestre della sala di sotto ove si facea il consiglio per gelo*
sia e sospetto de'cittadini, e fece comprendere tutto il circuito
dal detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli Petri , e le
torri e case de'Manieri^ e de'Mancini^ e del Bello Alberti, com-
prendendo tutto r antico gardingo e entrando in sulla piazza.
Il detto compreso fece cominciare e fondare di grosse mura e
torri e barbacani per fare col palagio insieme uno grande e
forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte vecchio^
eh' era di tanta necessità al comune di Firenze , togliendo di
quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo
Romolo per fare piazza fino alle case del Garbo. E mandò a
corte al papa per licenza di potere disfare san Piero Scherag"
gio, santa Cicilia, e santo Romolo, ma non gli fu assentito per
la Chiesa di Roma. Fece torre a'cittadini certi palagi e fortez-
ze e belle case ch'erano nella circumstanza del palagio , e mi-
sevi dentro suoi baroni e sua gente sanza pagare alcuna pi-
gione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a'vecchi per
più fortezza, e rimùrare le porte. Di donne e di donzelle de'cit-
tadini per se e per sue genti si cominciarono a fare di forze
e di violenze e di laide cose ; e infra V altre per cagione di
donne tolse san Sebbio a' poveri dì Cristo , ch'era alla guardia
dell'arte di Calimala^ e dìello altrui illicitamente. E per amore
di donna rendè gli ornamenti alle donne di Firenze, e fece fa-
re il loco comune delle femmine mondane , onde il suo mali-
scalco traeva molti danari. Fece fare le paci tra'cittadini e'con-
tadini^ e questo fu il meglio che facesse^ ma bene ne guadagnò
egli e' suoi uficiali grossamente da coloro che le chiedevano.
Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le gabelle , de' danari
convenuti prestare loro per forza al comune di Firenze per la
guerra di Lombardia e quella di Lucca , còme addietro facem-
mo menzione , eh' erano più di trecentocinquanta migliaia di
fiorini d'oro, assegnati in più anni con alcuno guiderdone. E
questo fu grande male, onde i cittadini più si gravarono^ e fu
rompimento di fede al comune per molti cittadini che doveano
Gio. Villani T. IV. 3
ié «10TA5XI TILLA5I
aiere ^rosBamente dal coanme, e ne forono diserti; e recò a
se hiiie le gabelle ^ che moDlavano più di dugentomila fiorini
d^oro TaRDo sanza T altre entrate e gravezze. Fece fare V esli-
WÈ» in città e in contado e fecelo pagare , che montò più di
ollanlamìla fiorini d*oro^ onde i grandi e'popolani e' contadini^
che Tiveano di loro rendite , se ne teneano forte gravati. E
quando fece fare reslimo^ promise e giorò di non fare dinno-
vo altre gravezze o imposte o prestanze, ma non l'osservò, ma
al continuo gravò i cittadini di prestanze^ e fece criare e cre-
scere nuove e isformate gahelle per uno ser Arrigo Fei^ a cui
egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere danari, ondo
che si venissero. Sicché in dieci mesi e diciotto di eh' egli re-
gnò signore, gli vennono alle mani di gabella, e d'estimo, e di
prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate presso che
fuattrocentomila fiorini d'oro solo di Firenze, sanza quelli che
traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de'quali Ti-
gnando tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugentomila d*
oro, perocché non teneva fra tutte le terre ch'egli signoreggiava
ottocento cavalieri, e quegli pagava male , e al bisogno della
sua ruina se n'avvide con suo danno e vergogna, (ili ordini
de'suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I priori, co-
me noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto , ch'era-
no sanza alcuna balla. Era il podestà messer Baglione de'Baglio-
ni da Perugia , che guadagnava volentieri ; e messer Guigliel-
roo d'Asciesi chiamato conservadore , ovvero assassino di lui ,
e bargello, e stava ne'palagi de'Cerchi Bianchi nel Garbo. Ave-
va il duca tre giudici ordinari, che si chiamavano delle som-
male , che teneano corte nelle nostre case e cortili e logge
de'figliuoli Villani da san Brocolo: e questi giudici rendeano ra-
gione di fatto con molte baratterie. Eravi uno messer Simone
da Norcia giudice sopra di rivedere le ragioni del comune ,
ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria,
e abitava ne'palagi che furon de'Cerchi da san Brocolo. Di suo
consiglio era il giudice della Leccia di sua terra di Puglia ; e
suo cancelliere era Francesco il vescovo d' Asciesi fratello del
conservadore: il vescovo d'Arezzo degli libertini, e messer Tar*
lato da Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra,
e messer Ottaviano de'Belforti di Volterra: questi tenea per si-
curtà di loro terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co'cit-
tadini aveva di rado consiglio, e poco gli prezzava e meno gli
LIBIÌO DUODECIIHO 19
serviva, ristrigDendosi solo al consiglio di messer Baglione. e del
conservadore, e di messer Gerrettteri de'VisdoiniDi, uomini cor-
xotti in ogni vizio a sua maniera. Faceva i suoi decreti di fatto
e sotto suo suggello^ il quale il suo cancelliere si faceva bene
calere. Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose
che promettesse, cupido e avaro e male grazioso; piccoletto di
persona^ e bruito e barbucino, e parea meglio Greco che Fran-
cesco , sagace e malizioso molto. Il suo conservadore fece im-
piccare, messer Piero da Piacenza uficiale della mercatanzia op-
ponendogli baratteria^ e che mandava lettere a messer Luchi-
no da Milano. Fece costrignere i mallevadori di Naddo di Cen-
ni degli Oricellai, ch'era a' conflni a Perugia , e fecelo tornare
con sua sicurtà^ ed egli tornò a di 11 di Gennaio, e non osser-
vandogli fede 9 il fece impiccare con una catena in collo , ac-
ciocché non potesse essere ispiccato, e tolse a' suoi mallevado-
ri cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'e-
gli gli avea frodati al comune in Lucca, oltre agli altri ch'egli
avea tolti prima, levandogli prima tutti i suoi beni e confiscatt
a se , opponendogli eh* egli avea trattato col comune di Siena
e di Perugia centra lui , i quali non amavano la vicinanza e
signoria del duca; e forse in parte fu vero. Questo Naddo fu
sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo iu
comune, e bene guadagnava volentieri. Il padre Cenni di Nad-
do, stato molto grande in comune, per dolore del figliuolo e
per temenza del duca si fece frate di santa Maria Novella , e
fece bene dell'anima sua, se '1 fece con buona intenzione, per
fare penitenzia delle colpe commesse in comune , spezialmente
in sturbare V accordo co' Pisani , il quale si potea avere assai
onorevolemente per lo nostro comune, come toccammo addietro.
In questi tempi , del mese di Marzo, fece il duca lega e com-
pagnia co'Pisani, e taglia di duemila cavalieri centra ogni loro
avversario. I Pisani teneano ottocento cavalieri e il duca mil-
ledugento cavalieri; la quale compagnia molto dispiacque a'Fio-
rentini e a tutti i Toscani guelfi, e poco s' osservò, perchè non
era piacevole mischiato , ne buona compagnia. Del mese di
Marzo detto il duca fece nel contado di Firenze sei podestà^
uno per sesto , con grande balia di potere f^re giustizia reale
e personale e con grandi salarli , e i più furono delle case
de' grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli , e ri-
messi in Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispia*
18 GIOVANNI VILLANI
avere grossamente i]nì comune, o ne furono
se (u((e le gabelle , che montavano più di
<Voro l'anno sanza T altre entrate e grave
mo in città e in contado e fecelo paga
ottantamila fiorini d^oro^ onde i grandi <
che viveano di loro rendite , se ne tei;
quando fece fare l'estimo, promise e ir»
vo altre gravezze o imposte o prestai!
ni continuo gravò i cittadini di presi.
scerc nuove e isformate gabelle per
egli era amico, che sapeva trovare
che si venissero. Sicché in dieci u
gnò signore, gli vennono alle m .i.
prestanze, e di condannagìonì.
qualtrocenlomila fiorini d'oro si;
traeva deiraltre terre vicine ci.
^nandò tra in Francia e in Pu;:.
oro, perocché non teneva fra !i.
ottt>cenlo cavalieri, e quegli ,.
sua mina se n^avvide con s-
de*suoi uficiali e consigliiM'l
me noi avemo detto, eranr
no sanza alcuna balia. Er<^
ni da Perugia , che guai'
mo dWsciesi chiamato e ■
o bargello, e stava ne"p..
va il duca tre giudici
maio , che teneano ce»;
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^t.'.>liiio, perchè
•li Firenze tenca-
'.'iriiano capitano
A contrario, ch'e-
^^li la signoria. La
ho il detto Lamber-
\iveva io grande so-
trattato o da befle o
i. ..'wi morire di crudeli
• Per la Pasqua della
tio grande festa aVittadi-
ut con grandi corredi, ma
eiiero giostra nella piaz-
.1 iKH'hi cittadini vi giostra-
..fc «.ousinciavano a dispiacere
. Jei dotto anno ordinò e co-
^.a Lasciano per rlducervi den-
^ chiamasse Castelducale « ma
v»uc sol brigate per fare festa,
...a iuMOiuo ciascuna brigata per
« uaist^ioiv fu nella Città rossa, e
ift^^uaùoiv. L'altra a san Giorgio,
^ :a.iN;o, o obNMìo niflfa queste due
via Kviauo. nna nel borffo d*0-
.^ •• !. ulUM uoUa \ia Larga degli spa-
. .iuicuto U%*1 ducA por rtvarsi l'amo-
. ^v*c%ì*i ixC\M*i;U,t >anil^: ma p^vo gli
cx.v4 U» vm i;io\anni Li foco fart» al-
., ^vuiUiKmi » o Li manina della fe-
V vv.xU'IU Ool oomniìo . ch'orano da
. Uia4>|M o\\oi\i p.Ui» ad oro» o brac-
LIBRO DUODJblClJlIO 2i
ner omaggio d'Arezzo, Pistoia , Vol-
Colle, e da tutti i conti Guidi
^fo Garelli, e da Pontor-
S e da ogni baron-*
iiiii ^ che coli' offerta
Miiiaronsi tutti ì ceri e
. di santa Croce , e poi
;;io dov'era il duca, e poi
aggiugnere al palio dello
:li vaio isgrigiato quant' era
■ a vedere. E fece mollo ricca
la sozzala ch'egli dovea fare in
./ioni. All'uscita di Giugno fece fa-
' uno Bettone Cini da Campi, de'me-
I) carroccio, il quale di poco il duca
,)i'r la dignità del carroccio, e vestitolo
i usci deir uficio, si dolse e disse alcuna
ili imposta che gli era stata fatta, il duca
lingua infìno alla strozza, e con quella innan-
>i-ia per dilegione il mandò per tutta la terra ,
a' confini a Pesaro, e per quella tagliatura del-
. i. Di questa giustizia si turbarono molto i citta-
mio la riputava in se di non potere parlare, o do-
li e oltraggi che gli fossero fatti; ma la persona di
ra degna di quello e di peggio, ch'egli era pubblica-
iilano gabelliere , e colla peggiore lingua che uomo di
. i% sicché mori nel peccato suo. A di 2 di Luglio il duca
• ' lega e taglia con messer Mastino della Scala, e co' mar-
si da Esli, e col signore di Bologna, e con lui contrasse pa-
ioli lado, ma più gli era utile la compagnia e benivolenza de'cit-
tadini di Firenze , la quale al tutto s' aveva levata e tolta , e
quella che fece con quelli signori poco o niente gli valse al suo
bisogno , e poco durò. Assai avemo detto sopra i processi e o-
pere del duca d'Atene fatte in Firenze mentre ne fu signore, e
non si potea fare di meno, acciocché sieno manifeste le cagio-
ni perché i Fiorentini si rubellarono dalla sua signoria, e per-
chè prendano esempio per lo innanzi quelli che sono a venire
di non irolere signore perpetuo né a vita. Lasceremo alquanto
di questa materia, faccendo incidenza, per raccontare altre no-
vitadi che furono altrove in questi tempi, tornando tosto a con-
2*2 eiOVANNl VILLANI
tare la flne ch'ebbe in Firenze la saa signoria. Ma di tanto vo-
lemmo fare prima memoria, e questo sentimmo e sapemmo di
vero. Il di e Torà che prese la signoria» per gli savi astrolaghi
fu preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno della Li-
bra, segno mobile e opposito del segno d'Ariete signiOcatore di
Firenze, e in termine di Marte nostro sìgnificatore era nel det-
to segno della Libra contrario alla sua casa , e il suo signore
Venus nel Leone gradi otto faccia di Saturno e contrario alla
sua triplicità. Per la quale costellazione dissono d' accordo i
detti astrolaghi, che la sua signoria non dovea compire l'anno,
e come l'uscita sua doveva essere vituperevole e con molti tra-
dimenti e remore , ma con pochi omicidii. Ma più credo che
fosse la cagione il suo male reggimento e le sue ree opere per
lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male (a).
CAPITOLO IX.
D'una compagna di gente d' arme che feciono i soldati
de' Pisani.
Come fu fatta la pace tra il duca e i Pisani, come dicemmo
addietro, quasi tutti i soldati ch'erano co'Pisani intorno di mil-
lecinquecento tedeschi a cavallo , e più di duemila pedoni di
masnade ghibellini^ si partirono da Pisa e feciono una compagna
con alcuno piccolo soldo per levarglisi d' addosso , e far fare
danno a decloro vicini. Yennono per quello di Samminiato^ e di
Sangimignano, e di Colle sanza fare danno alcuno, e non toc-
carono di nostro contado, perchè era alla signoria del duca; toc-
carono il borgo di Staggia e poi stettono più di a fonte Beccia,
tanto che i Sanesi si ricomperarono quattromila fiorini d'oro; e
però non lasciarono di rubare e ardere più loro ville in Val-
dambra, e simile feciono in Valdichiana sopra quello di Peru-
gia e d'Asciesi, e ciò fu ordine del duca d'Atene co' Pisani; e
anche vi mise danari per fare danno a'Sanesi e a'Perugini, pe-
rocch' aveano rifiutata sua signoria e compagnia , che voleano
vivere liberi e franchi. E poi cresciuta la detta compagna va-
licarono in Romagna sopra Armino per fare vergogna a messer
Malatesta stato nostro capitano di guerra , e feciono danno as^
(fl) Vedi AppeBtiicc b.*^ a.
LIBRO DUODfiCItfO 23
sai: e poi si distribui a parte de* signori e de* comuni al soldo
tra in Romagna e in Lombardia, e venne meno la detta com-
pagna.
CAPITOLO X.
Quando morì il re Ruberto re di Cicilia e di Gernsalem^
Nell'anno 1342, a di 19 di Gennaio, passò di questa vita il
re Ruberto re di Gerusalem e di Cicilia e di Puglia di sua
malattia nella città di Napoli. E innanzi che morisse, come sa-
vio signore^ dispuose i suoi fatti dell'anima molto cattolicamen-
te, siccome si convenia a tanto signore e dìvoto di santa Chie-
sa. Vivette il detto re anni ottanta, e regnò re in Puglia anni
trentatrè e mesi. E perch'egli non avea figliuolo maschio altro
che due nipoti femmine , figliuole del suo figliuolo che fu duca
di Calavra , innanzi che morisse , la maggiore fece sposare ad
Andreasso duca di Calavra e figliuolo che fu del re d'Ungheria
suo nipote^ come gli avea promesso, e fecelo cavaliere^ e fece-
gli fare omaggio a lui e alla moglie e a tutti i baroni del re-
gno, siccome a successori di reame, e lasciogli grande tesoro;
e perch'egli era di piccola età, ordinò i suoi principali baroni
governatori e guardatori di lui e del regno a beneplacito di
santa Chiesa; e solterrossi al monislero di santa Chiara in Na-
poli, il quale egli avea fatto fare riccamente, e dotatolo a gran-
de onore. E in Firenze se ne fece V esequio e cordoglio molto
solenne e di grande luminaria, e di molta buona gente e signo-
ri cherici e laici a di 21 di gennaio. L'aprile seguente il duca
di Durazzo nipote del re Ruberto e figliuolo di messer Gianni
suo fratello, con dispensaglone del papa e procaccio del cardi-
nale di Pelagorgo zio del detto duca^ sposò l'altra figliuola che
fu del detto duca di Calavra^ per retare il reame ^ se la siroc-
chia si morisse sanza reda , onde nacque grande isdegno tra
loro. La reina sua zia e figliuola che fu del re di Maiolica, e
moglie che fu del re Ruberto , non avendo figliuoli , compiuto
che fu l'anno, si commise nel monistero di san Piero a Castel-
io, che ella avea fatto fare. Questo re Ruberto fu il più savio re
che fosse tra'cristiani già sono cinquecento anni, e di senno na-
turale e di scienzia, grandissimo maestro in teologia, e sommo
filosofo, e fu dolce signore e amorevole, e amichisslmo del no-
24 GIOVANNI VILLANI
Siro comune di Firenze , e fu di tutte le virtù dotato , se non
che poi che comincia a invecchiare l'avarizia il guastava, e in
più guise si stremava per la guerra ch'avea per racquistare la
Cicilia, ma non bastava a tanto signore e cosi savio com'era
in altre cose (a).
CAPITOLO XL
Come papa Clemente sesto ordinò il giuhìnUo a Roma
nel 1350.
Nel detto anno , del mese di Gennaio , papa Clemente sesto
appo Vignone in Proenza, dov'era la corte co' suoi cardinali e
molti vescovi e arcivescovi, ricordandosi che papa Bonifazio ot-
tavo avea ritrovato il gìubbileo di cento in cento anni, che chi
andasse a Roma confesso e pentuto de' suoi peccati, e visitasse
quindici di contìnui la chiesa di san Piero e di san Paolo e di
san Giovanni Laterano, gli era perdonato colpa e pena, durando
per uno anno il detto perdono, e quello confermò Tanno 1330,*
come addietro facemmo menzione» parendo al detto papa e car«
dinali, ch'aspettando Taltro centesimo anno, molti fedeli Cristian
ni che sono vivi per la corta vita degli uomini sarebbono mor-
ti a quello tempo , onde perderebbono la grazia e '1 beneficio,
si ordinò e confermò, che '1 detto gìubbileo e perdono fosse di
cinquanta in cinquant'anni, cominciando Tanno dal 1350 per la
natività di Cristo, ritraendo per l'autorità della santa Scrittura,
che negli anni cinquanta si celebrava il gìubbileo de' figliuoli
d'Israele a comandamento di Dio , tutto che fosse in altra for-
ma. Della quale cosa il detto papa e i suoi cardinali molto ne
furono commendati da'cristiani, e maggiormente da'Romani, che
n'aspettavano la grascia. /
CAPITOLO XII.
D'uno grande fuoco che fu in Pietrasanta.
Nel detto anno, del mese di Febbraio, per fuoco appreso, e
chi disse fatto mettere per gli Pisani, arse grande parte di Pie-
(a) Vedi Appendice n." 3.
LIBRO DUODECIMO 25
trasanta, salvo la rocca, e gli abitanti la voleano abbandonare^
se non che '1 duca d'Atene a cui guardia elFera per lo nostro
comune^ mandò loro danari e cento moggia di grano per sov-*
venire la loro necessità, e fu ben fatto.
CAPITOLO xiir.
D* alcuna novità stata in Firenze in gucsio a-iìna.
Nel detto anno e mese di Febbraio^ per impetuoso vento cad-
dero le mura del nuovo dormitorio de* frati di san Marco , e
morirvi sotto due frati e uno laico ; bene erano le mura per
povertà assai sottili e male fondate. £ nel detto anno e mese
si fece la nuova via dal Pozzo Toscanelli su per la Costa sopra
a santa Felicila e sopra la chiesa a san Giorgio infino alla por-
ta che va in Arcetri, acciocché i popolani d'oltrarno potessono
soccorrere al bisogno la detta porta , e andare spediti intorno
alle mura d* oltrarno sanza convenire d' andare sotto la forza
de'Rossi e de'Bardi, e fu ben fatto per lo popolo. Ancora si re-
cò la misura dello staio^ ove si facea al colmo» perchè vi si
commettea frodo si recò a raso^ mettendo quello più del colmo
nel raso^ e più da libbra una e mezza in due lo staio del gra-
no. E questo anno valse lo staio del grano soldi venti, e il se •
guente anno del 1343 valse lo staio del grano soldi ventìcinque.
£ il vino comunale di vendemmia, che fu tenuto carissimo, val-
se fiorini cinque in sei il cogno, di spldì sesisantacinque e mez-
zo il fiorino dell'oro.
CAPITOLO XIV.
Come Messina si rubeliò a quelli di Raona che la signoreggiavand^
e come la r acquistarono.
Nel detto anno 1342, innanzi che il re Ruberto morisse, per
Buo trattato con certi rubellt di qujello don Petro che teneva
Cicilia^ ciò erano quelli della casa de^Pallizzi i più possenti di
Messina, per loro amici e di loro setta si corse la città di Mes-
sina con armata mano , e uccisone il vicario ^ ovvero capitano
che v'era per lo re don Petro , e più di sua gente, e presono
il forte castello di santo Salvadore sopra il porto di Messina; e
Gio. Villani T. IV. 4
26 GIOVANNI VILLANI
ciò fatto^ mandarono trenta di loro stadichi a Melazzo per dare
loro fidanza al conte Scalore della casa degli liberti di Firen-»
ze, che v'era per capitano del re Ruberto e fatto rubello di don
Petro, al quale fu scritto che mandasse sua gente per la terra
e per lo castello, il quale vi mandò quegli che potè, non isfor-r
nendo Melazzo; e ancora mandò al re Ruberto per soccorso, il
quale se di presente v'avesse mandato, come poteva e doveva^
sanza fallo e' poteva avere racquistata Messina, e poi tutta Hf
sola; ma la mala tardanza del re Ruberto e la sua avarizia, la
quale guasta ogni nobile impresa^ o forse volle Dio, o permise-
lo per non dargli tanta gloria mondana anzi che morisse, tar-
dò tanto il soccorso, che in quella stanza don Gilio figliuolo che
fu di don Federigo, guardiano e vicario dell'isola per lo figliuo-
lo del re don Petro suo fratello , eh' era di poca età , venne a
Messina con quattrocento cavalieri e popolo assai^ e per gli cit-
tadini e per la setta contraria a'Palizzi gli fu data l'entrata del-
la terra di Messina, e uccisono e cacciarono tutti i loro ribelli
e gente che v'era per lo re Ruberto; e per forza di navi ch'ara-
no nel porto, faccendo combattere san Salvadore, il racquistò,
uccidendo quanti dentro ve n' erano. £ nota , che si confà al-
quanto alla detta nìateria, eh' è delle maraviglie del secolo, il
figliuolo di messer Scalore degli Uberti nostro antico cittadino
di Firenze ghibellino e rubello, e quelli d'Antioccia della casa
di Soave , e quelli da Lentino , e '1 conte di Ventimiglia , e
que' di messer Palmieri Abati principali che rubellarono i loro
antichi V ìsola di Cicilia al re Carlo vecchio , i detti Palizzi di
Messina, e gli altri loro seguaci per lo soperchio e ingratitudine
de'Catalani s'erano rubellati da quegli che tenea Cicilia , e tor-
nati al re Ruberto, egli gli ricevette benignamente dando loro
nel Regno di grandi baronie. E bene disse vero il proverbio di
messer Farinata, l'antico della casa degli liberti^ domandato che
era parte, cavallerescamente e in brievi parole rispuose.- volere
e disvolere per oltraggi e per grazie ricevute; e fu vera sentenzia^
CAPITOLO XV.
Come il re d* Arpiona tolse Maiolica al re di quella suo cugino.
Nel detto anno 1342 , il re d' Araona con trattato de' grandi
|)Qrgesi di Maiolica tolse Maiolica al re di quella^ ch'era suo cu^
IIBRO DUODECIMO ^7
ìq cosa fu molto biasimato , e messa per grande
tutto che quegli che n'era re, era uomo di cat-
t>oco valore. Egli teneva per sua amica la nipote^
moglie, e non era amato da sua gente. Lasceremo
' fatti degli strani, e torneremo a nostra materia^
de' fatti di Firenze; e come il duca d' Atene , che
signore per lo modo detto addietro, ne fu caccia-
rivoluzioni e novità che alla nostra città ne seguiro-
li a noi autore^ che le vedemmo, ci paiono quasi im»
credere^ tanto furono diverse e maravigliose.
CAPITOLO XVI.
te congiurazioni che furono fatte in Firenze contro al ducd
d'Atene che n'era signore, ovvero tiranno.
* E' si dice tra noi Fiorentini uno antico proverbio e materia^
le, cioè: Firenze non si muove, se tutta non si dole : e benché
il proverbiò sia di grosse parole e rima> per isperienza si tro-
va di vera sentenzia* e viene a caso della nostra presente ma-
teria^ che al certo il duca non ebbe regnato tre mesi, che qua*
si a'più dé'cittadini non dispiacesse la sua signoria per i suoi
iniqui e malvagi processi , come detto avetno addietro , e più
ancora che scritto non s'è per noi; perocché ogni singolare casa
gli era nemica , e le sue operazioni non ho potuto sapere né
ricogliere , ma quelle [generali e aperte assai si possono com-
prendere. Prima i grandi l'avevan fatto signore, e aspettavano
da Ini avere stato e grandezza, cotne aveva loro promesso; si si
trovarono ingannati e traditi^ e eziandio quegli grandi eh' egli
avea rimessi in Firenze, noti parea loro essere bene trattati; e
i grandi e'possenti popolani che prima aveano retta la terra ,
ch'ai tutto gli avea annullati e tolto loro ogni stato^ onde il ni-
micavano a morte. E a* mediani artefici spiacea la sua signo- y^
ria per non guadagnare , e per lo male stato della città ,
e per le 'lìcomportabili gravezze si d' estimi , si di prestane
za, e d'intollerabili gabelle^ e per levare à'cittadini gli assegna^
menti sopra le gabelle de'danari prestati al comune. E dove i
cittadini aveano speranza che per lo suo reggimento si scemasse
le spese, e desse loro buono àtato, egli fece il contrario; e per
le male ricolte valse Io staio del grano più di soldi venti^ onde
'2>^ G10VA>'!fI VILLANI
il popolo minuto male se ne contenlaTa. £ per gli oltraggi fatti
per lai e le sue genti alle donne, e per altre forze e rigidezze
e crude giustizie, per le quali cagioni quasi tutti i cittadini era-
no commossi a mala volontà contro a lui^ onde più congiurazio-
ni s'ordinarono per togliergli la signoria e la vita, e chi per
una forma, e chi per un'altra trattavano, non sappiendo al co-
minciamento Tona setta deir altra , che non s' ardivano a sco-
prire per le sue crudeli giustizie ; che eziandio chi gli rivela-
va il trattato il facea morire, cornee detto addietro. I principali
furono tre sette e congiurazioni; (a) della prima fu capo il no-
stro ves<*ovo degli Acciainoli frate predicatore, che al comincia*
mento delle sue prediche tanto il magniOcava e gloriava, e con
lui tenenno i Bardi; ciò furono i principali: messer Piero e mes-
ser Gierozzo e messer Jacopo di messer Guido, e Andrea di Fi-
lippozzo e Simone di Gerì, tutti della casa de'Bardi, e rimessi
in Firenze per lo duca, e de* Rossi, Salvestrino e messer Pino,
e più loro consorti. E de' Frescobaldi il priore di san Jacopo
messer Agnolo e Giramonte anche rimessi in Firenze per lo
duca, e Ugo di Vieri degli Scali, e più altri grandi e popolani
Altoviti , Magalotti , Strozzi e Mancini. Della seconda congiura
(;ra capo messer Manno Donati e Corso di messer Amerigo Do-
nati, e Bindo e Beltramo e Mari de' Pazzi, e Niccolò di messe*
re Alamanno, e Tile di Guido Benzi degli Adimari e certi de-
{r\i Albizi. Deiraltva terza setta e congiura era capo Antonio di
Baldinaccio degli Adimari, e Medici, e Bordoni, e Oricellai , e
Luigi di Lippo Aldobrandini, e più altri popolani e mediani. E
troviamo che in più modi cercavano di toglierli la signoria e
chi là vita, chi trattava co'Pisani, e chi co'Sanesi e Perugini e
co'conti Guidi, e alcuno d'assalirlo in palagio andando al con-
siglio; ma per sua gelosia , di ciò si provvide , che due volte
mutò i sergenti e famigliari che guardavano il palagio , e per
sospetto fece ferrare le finestre del palagio ; e alcuno disse di
saettarlo quando andava per la terra. L'altra setta ordinò d'as-
salirlo in casa gli Albizi il di di san Giovanni , che vi dovea
andare a vedere correre il palio, e anche per sospetto non v'an*
dò. La terza setta aveva ordinato, imperocch'egli cavalcava so-
vente per amore di donna , da casa i Bordoni alla Croce al
Trebbio. Questi v'allogarono due case una da ciascuno capo dcl-
(a) Vcili Ajipeurlicc u/' 4'
LIBRO DUODECIMO 29
la via, e quelle guernirono d'arme e di balestra e di sbarre per
asserragliare la via dall'uno capo e dall' altro per rinchiuderlo
in mezzo , e ordinato aveano da cinquanta masnadieri arditi e
franchi y che '1 doveano assalire con certi caporali giovani e
grandi e popolani a cui ne caleva , e aveanne voglia di fàrlo^
e assalito il duca, levare la terra a romore. I caporali di fuo-
ri doveano essere in arme a cavallo e a pie al soccorso per
atterrare lui e la sua compagnia, perocché al principio egli ca-
valcava con venticinque in trenta compagni di sua gente disar-
mati, con alquanti cittadini grandi e popolani, di coloro mede-
simi ch'erano congiurati contro a lui. Ma tanto gli fu messo so-
spetto^ che poi menava a sua guardia due masnade di cinquan-
ta suoi cavalieri e da cento fanti armati^ e ismontato da ca-
vallo restavano armati in sulla piazza del palagio a sua guar-
dia: ma poco gli valevano al suo riparo per l'ordine preso per
le dette congiure alla sua mina ; perocché quasi tutti i citta-
dini erano commossi centra lui per le sue ree opere. Ma come
piacque a Dio, per lo meno male , la terza setta e congiura la
qual era più pronta a ciò fare, fu iscoperta per uno masnadiere
sanese^ che dovea essere a ciò fare, e rivelolla a messer Fran-
cesco BrunellescM ^ non per tradimento , ma per consiglio co-
me a suo signore , credendo eh' egli il sapesse e tenesse mano
alla congiura; il quale cavaliere per paura di non n' essere in-
colpato, ovvero per male de'suoi nimici, che di tali erano ca-
porali alla detta congiura , il manifestò al duca , e menogli il
detto fante sotto fidanza, il quale ritenne segreto e disaminollo^
e seppe d'alcuno ch'era de' detti congiurati e caporale de' ma-
snadieri. Di presente fece pigliare Pagolo di Francesco del Man-
zeca orrevole popolano di porta san Piero^ tutto che fosse bri-
gante, e uno Simone da Monterappoli a di 18 di Luglio, e que-
sti confessarono e manifestarono , come Antonio di Baldiuaccio
degli Adimari era loro capo con più altri; il quale Antonio ri«
chesto^ per sicurtà di sua grandezza compari. Il duca il fece ri-
tener nel palagio; e lui preso , tutti gli altri principali d' ogni
setta chi si parti della città, e chi si nascose per tema di loro,
onde tutta la città fu in gelosia e in grande sospetto e in tre-
more. Il duca trovando la congiura contro a lui si grande^ e
che tanti grandi e popolani cittadini vi teneano mano, non
ardi di fare giustizia de'detti presi; che se subito l'avesse fatta,
6 corsa la terra colla sua gente e col popolazzo minuto che '1
30 GIOVANNI VILLANI
•eguivano, rimaneva signore; ma il suo peccato l'acciécò, e gli
mise tanta viltd e paura nell'animo, che non sapea clie si fare;
e mandò d'intorno alle terre e castella per la sua gente , e al
signore di Bologna per aiuto, il quale gli mandò trecento- cava<-
lìeri. E si pensò di fare una grande vendetta e crudele di mol-
ti cittadini con grande tradimento, che perchè sabato mattina^
a di 26 di Luglio^ era il di di sant'Anna, il di dinanzi fece ri-
chiedere molti Cittadini che furono più di trecento de'maggiori
di Firenze, grandi e popolani d'ogni famìglia e casato, ch'egli-
no venissono dinanzi a lui in palagio per consigliare quello
ch'avesse a fare de'presi, con intenzione che come fossono fau'-
nati nella sala del palagio, che aveva le finestre ferrate, come
detto avemo^ di fare serrare la sala, e quanti dentro ve n'aves-
se di fargli uccidere e tagliare, e correre la terra a modo che
fece l'empissimo Totila flagellum Dei quando distrusse Firenze.
Ma Iddio , che sempre guarda il meno male e il bisogno della
nostra città , per le lemosine e per gli meriti delle sante per-
sone religiosi e laici che vi sono innocenti, la guardò di tanto
male e pericolo ; che prima messe sospetto in cuore a tutti i
richiesti di non andare in palagio al detto consiglio, intra'qua-
li ve n'aveano molti de' congiurati, e poi il di medesimo quasi
luttM cittadini di grande accordo insieme, diponendo tra loro
ogni ingiuria e malavoglienza, scoprendosi l'una setta all'altra,
di loro ordine e trattati tutti s'armarono per rubellarsi da lui,
come diremo appresso nel seguente capitolo. Di questo macello
che il duca dovea fare fu manifestato a noi^ poiché il duca fu
uscito fuori della città.
CAPITOLO XVIL
Come la città di Firenze si levò a romore, e cacciò il duca d' Atene
che n' era signore.
Essendo la città di Firenze in tanto bollore, e sospetto e ge-
losia, si per lo duca avendo scoperte le congiurazioni fatte per
tanti cittadini centra lui, e fallitogli il suo proponimento di non
potere raccogliere i nobili e possenti cittadini al falso e dislea-
le consiglio, e da altra parte i cittadini e i più possenti senten-
dosi in colpa delle congiure fatte contra lui, e sentendo il mal
volere del duca, e che già nella terra avca più di seicento ca-
LIBRO DUODECIMO 31'
"vàlieri di sue masnade , e ogni di ne giug^nevano ; e la gente
del signore di Bologna e certi altri Romagnuoli che veniano in
sno aiuto, e aveano già valicate TAlpi, dubitarono che lo indu-
gio non fosse a loro pericolo, ricordandosi del verso di Lucano
che dice:
Tolle moras; semper nocuit differYe paraiis.
€ili Adimari, Medici, e Donati principali^ sabato , sonata nona,
usciti i lavoranti delle botteghe a di 26 di Luglio, il di di ma^
donna sant-Anna, 1 343^ ordinarono che in Mercato vecchio e in
porta san Piero , certi ribaldi e fanti iittiziamente si azzuffas-*
sono insieme, e gridassono: all'arme, aWarme, e cosi feciono. La
terra era insoluta e in paura^ incontanente tutt' i cittadini cor-
sono a sgomberare i cari luoghi; e di presente^ com'era ordina-
to, tutti i cittadini furono armati ciascuno a cavallo e' a piedi,
H ciascuno alla sua contrada e vicinanza traeva, traendo fuori
bandiere dell'armi del popolo e del comune , com' era ordinato
gridando: Muoia il duca e i suoi seguaci, e viva il popolo e 'l C0'>
mune e libertà. E di presente fu sbarrata la città a ogni capo
di via e di contrade. Quegli del sesto d* oltrarno grandi e po-
polani si giurarono insieme e si baciarono in bocca, e sbarra-
rono i capì de' ponti, con intenzione che se tutta V altra terra
di qua dall'acqua si perdesse, di tenersi francamente di là. E
mandarono il di dinanzi da parte del comune segretamente per
soccorso e aiuto a'Sanesi; e certi de'Bardi e de'Frescobaldi sta-
ti in Pisa e tornati di nuovo in Firenze mandarono per loro i-
spezialità per aiuto a'Pisani. La qual cosa quando si seppe per
lo comune e per gli altri cittadini forte se ne turbarono. La
gente del duca sentendo il remore si s'armò e montò a cavallo,
e chi potè di loro al cominciamento corsone alla piazza del pò-
polo in quantità di trecento a cavallo; gli altri, chi tn preso, e
chi rubato per gli alberghi, e per le vie fediti, morti e scaval-
lati, e per gli serragli erano impacciati, e rubati i cavalli e
l'arme. E al cominciamento del rumore trassono al soccorso del
duca in sulla piazza de' priori certi cittadini amici del duca ,
eui egli avea servito , che non sapevano il segreto delle con-
giure; ciò furono dei principali: messer Uguccione Bondelmonti
con alquanti suoi consorti e con gli Acciaiuoli, e messer Gian-
nozzo Cavalcanti e de'suoi consorti, Peruzzi, Antellesi , e certi
scardassieri e alcuno beccaio, gridando: viva il signore lo duca.
Come eglino s'avviddono che quasi tutti i cittadini erano som^
32 GIOVANNI VILLANI
mossi a furore con tra lui, si tornarono a casa , e seguirono il
popolo, salvo messer Uguccione^ cui il duca ritenne seco in pa^
lagio, e i priori dell'arti, i quali erano rifuggiti in palagio. Ed
essendo levato il remore e tutta gente ad arme, quelli dei cin-
que sesti, ond' erano capo gli Adi mari , per iscampare Antonio
di Baldinaccio loro consorto e gli altri presi per lo duca, i Me-*
dici^ Altoviti^ Ricci, Oricellai, e gli altri offesi da lui , come è
detto addietro, presono le bocche delle vie che vanno in sulla
piazza. de'priori, ch'erano più di dodici vie^ e quelle sbarraro-<
no e afforzarono si , che nullo vi potea venire né entrare né
uscire dal palagio alla piazza , e di di e di notte si combatte-^
reno colla gente del duca, ch'erano in palagio e 'n su la piaz-*
za, ov'ebbe alquanti morti, ma molti fediti de' cittadini per lo
molto saettamento e pietre che venivano del palagio. La gente
del duca ch'era in su la piazza, la sera medesima, non possen*
do durare, lasciarono i loro cavalli^ e i più di loro si fuggiro-
no nel compreso del palagio dov'era il duca e'suoi baroni^ e al-
quanti si guarentirono tra* nostri, lasciando T armi e' cavalli^ e
chi preso e chi fedito. Come si cominciò il detto remore, Cor-
so di messere Amerigo Donati co'suoi fratelli e consorti e altri
seguaci ch'aveano loro amici e parenti in pregione, assalirono
e combatterono le carceri delle Stinche mettendo fuoco nello
sportello e bertesche ch'erano di legname^ e coli' aiuto de' pre-
gioni d'entro ruppono le dette carceri^ e uscirono tutti i detti
pregioni, e con quello impeto, crescendo loro seguito di messer
Manno Donati , e di Niccolò di messer Alamanno e di Tile di
Guido Benzi, e degli altri consorti e fratelli d'Antonio di Baldi*
naccio degli Adimari , e di Beltramo de' Pazzi e di più altri ^
ch'avevano loro amici in bando e presi in palazzo, assalirono e
combatterono il palagio del podestà, ov'era messer Baglione da
Perugia podestà per lo duca^ il quale né egli né sua famiglia
si misono a resistenza^ ma con grande paura e pericolo si fug^
gi e guarenti in casa gli Albizi che'l ricolsono; e chi di sua fa-
miglia fuggi a santa Croce; e rubato il palagio d'ogni loro ar-
nese in fino alle finestre e panche del comune ; e ogni atto e
scritture vi furono prese e arse, e rotta la carcere della Volo-*
gnana, e scapolati i pregioni; e poi ruppero la camera del k^o-
mune, e di quella tratti tutti i libri ov' erano scritti tutti gli
sbanditi e rubelli del comune, e arsi tutti; e simile rubati tutti
gli atti dell'uficiale della mercatanzia sanza contaste niuno. AK
LIBRO DUODECIMO 33
trd ruberia ed offensione corporale non fu fatta in tapto scio^
glimento di città y se non contro alla gente del duca y che fa
grande cosa^ e tutto avvenne per Funità in che si trovarono i
cittadini a ricoverare la loro libertà e quella della repubblica*^
£ ciò fatto, il detto sabato quelli d'oltrarno apersono X entrata
dei ponti, e valicarono di qua a cavallo e a pie in arme^ e con
gli altri cittadini de'cinque sesti feciono levare le sbarre e ser-
rarseli delle rughe maestre, e colle insegne del comune e del po-
polo cavalcarono per la città, gridando: Fiva il popolo e il co'^
mune e sua libertà, e muoia il duca e suoii e trovarsi i cittadi-
ni più di mille a cavallo bene armati in arme tra di loro ca-
valli e di quelli tolti alla gente del duca , e più di diecimila
cittadini armati a corazze e a barbute come cavalieri , sanza
1' altro popolo minuto tutto in arme^ sanza alcuno forestiere o
contadino; il quale popolo fu molto nobile a vedere, e possen-
te^ e unito. Il duca e sua gente veggendosi cosi fieramente as-
saliti dal popolo nel palagio (ed era con più di quattrocento
uomini, e non v'era quasi altro che biscotto e aceto e acqua )
ma credendosi guarentire dal furioso popolo, la domenica mat-
tina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli Adimari, il qua-
le non si volea fare di sua mano ; ma i priori , eh* erano rin-
chiusi in palagio, voUono ch'egli si facesse a onore del popolo
di Firenze, e così fece; e poi lasciò lui e gli altri ch'egli avea
presi in palagio^ e puose in sul palagio bandiere del popolo ,
ma però non cessò l'assedio e furia del popolo. La domenica di
notte giunse il soccorso de'Sanesi, trecento cavalieri e quattro-
mila balestrieri molto bella gente^ e con loto sei grandi popo-
lani citladini di Siena ambasciadori. E i Samminiatesi manda-
rono al servigio del nostro comune dugento pedoni bene armati,
e'Pratesi cinquecento fanti. E vennevi di presente il conte Simone
da Battifolle, e Guido suo nipote con quattrocento fanti. E di
nostri contadini armati il seguente di vennono in grandissima
quantità al comune e a'singulari cittadini, onde la città fu pie-
na d'innumerabili cittadini e contadini in arme. I Pisani man-
darono alla richesta di loro amici , come toccammo addietro ,
sanza assento del comune, cinquecento cavalieri, i quali ven-
nono infine al borgo della Lastra di là da Settimo. Sentendosi
in Firenze , se n' ebbe grande gelosia e mormorio contro a
que' grandi a cui richesta venivano; e per lo comune a loro fa
mandato che non venissono, e cosi feciono ; ma tornandosi ad-
Gio. Villani T. IV. 5
34 GIOVANNI VILLANI
dietro > da quegli da Montelupo e di Capraia e d' Empoli e di
Pontormo furono assaliti » e morti e presi più di cento pure
de'tnigliorì; e perderono più di cento cavalli tra morti e presi.
Arezzo sentendo come il duca era al di sotto assediato da'cit-
tadini di Firenze nel palagio , incontanente si rubellarono alla
gente e uficiali del duca per gli guelfi. E il castello d' entro
fatto per gli Fiorentini fu assediato, che v'era Guelfo di messer
Binde Bondelmonti per castellano, il quale di subito rendè agli
Aretini, sanza alcuna difensione. E in Gastiglionaretino era An-
drea di Tingo de'Bardi, e Iacopo di Laino de' Pulci per castel-
lani^ e sanza alcuno contasto renderono a' Tarlati d' Arezzo. E
ciò veduto i Pistoiesi, si rubellarono, e ridussonsi a loro liber-
tà e popolo guelfo, e disfeciono il castello fatto per gli Fioren*
tini e ripresond Serravalle. E rubellossi santa Maria a Monte e
Montetopoli tenendosi per loro ; rubellossi Volterra , e tornossi
alla signoria di messere Ottaviano de'Belforti, che prima la si-
gnoreggiava; e Colle e san Gimignano si rubellarono dalla si-
gnoria del duca, e disfeciono le castella^ e rimasono in loro li-
bertà: e tale fu la ruina della signoria del duca in Firenze e
in intorno. E in pochi giorni venuti in Firenze i Sanesi e l'al-
tra amistà, il vescovo con certi altri buoni cittadini e popolani
feciono a bocca, tutta buona gente rannata, sonare la campana
del palagio del podestà^ e bandire parlamento per riformare lo
stato e signoria di Firenze. E congregati tutti in santa Repara-
ta in arme il lunedi appresso, di grande accordo eie ssono gl'in-
frascritti cittadini^ ciò furono quattordici^ sette grandi e sette
popolani; con grande balia di riformare la città e fare uficiali,
e leggi e statuti , per tempo e termine insìno a calen d' Otto-
bre vegnente ^ ciò furono del sesto d' Oltrarno messer Ridolfo
de'Bardi, messer Pino de'Rossi^ e Sandro di Cenni de' Biliotti;
e di san Piero Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer
Simone Peruzzi , e Filippo Magalotti ; e per lo sesto di Borgo
messer Giovanni Gianfigliazzi, e Binde Altoviti; per lo sesto di
san Brancazio messer Testa Tornaquinci, e Marco degli Strozzi,
per lo sesto di porta del Duomo messer Binde della Tosa , e
messer Francesco de' Medici ; per lo sesto di porta san Piero
messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo de'Ricci. I detti
quattordici elessono per podestà il conte Simone, e raunaronsi
nel vescovado. Ma il detto conte , come savio , rinunziò e non
volle essere giustiziere de'Fiorentini; e però chiamarono messer
LIBRO DUOBECIHO ^5
GiovaDDi marchese da Yaliano , e infino che penasse a venire
elessono luogotenente del podestà gì' infrascritti sei cittadini ,
uno per sesto, tre grandi e tre popolani; Oltrarno, messer Ber-
to di messere Stoldo Frescobaldi; san Piero Scheraggio, Taddeo
di Donato dell' Antella; in Borgo, Nepo degli Spini; san Branca-
zio, Pagolo Bordoni; porta del Duomo ^ messer Francesco Brn-
nelleschi; porta san Piero, Antonio degli Albizzi , e stettono in
Palagio del podestà con dugento fanti pratesi, e teneano ragio-
ne sommaria di ruberie e forze e simili, sanza altro uficio. In
questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di di e di notte
combattendo il palagio, e di cercare di suoi uGciali. Fu preso
uno notaio del conservadore per gli Altoviti stato micidiale e
reo, e fu tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer
Simone da Norcia stato uficiale sopra le ragioni del comune, il
quale molti cittadini cui a diritto e cui a torto avea tormenta-
ti crudelmente e condannati, per simile modo a pezzi fu tutto
tagliato. In porta santa Maria in su la fogna uno notaio napo-
letano, ch'era stato capitano de' sergenti a piedi del duca, reo
e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu abbocconato dal
popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle, fuggen-
dosi da'Servi vestito come frate^ fu conosciuto da san Gallo, e
fu morto , e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la città,
e poi in sulla piazza de' priori impeso per li piedi , e sparato
come porco e sbarrato: tale fine ebbe della sua sforzata indu^
strìa di trovare nuove gabelle , e gli altri suddetti della loro
crudeltà. I signori quattordici col vescovo,e col conte Simone e
con gli ambasciadori di Siena al continuo erano in trattato col
duca per trarlo di palagio, e sovente a vicenda a parte a parte
di loro entravano in palagio e uscivano , benché poco piacesse
al xK)polo. Alla fine nulla concordia assentio il popolo , se non
avessono dal duca il conservadore^ e il figliuolo, e messer Ger-r
rettieri Visdomfni per farne giustizia. 11 duca in nulla guisa l'as-
sentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati in palagio s'allega*'
rono insieme, e dissero al duca, che innanzi che volessono mo-
rire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo^ non
che i detti tre, e ordinato Taveano, e aveanne il podere di far-
lo, tanti ve n'erano, e si v'erano forti. Il duca veggendosi a ta-
le partito acconsenti; e il venerdì, il primo di d'Agosto, in su
l'ora della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'A-
soiesi, detto conservadore della tirannia del duca d'Alene, e un
/
36 GIOVANNI VILLANI
0UO figliuolo detto messer Gabbriello d' età di diciotto anni , e
di poco fatto cavaliere per lo duca^ ma bene era reo e fellone
a tormentare i cittadini^ e pinsonlo fuori deirantiporto del pala-
gio in mano dell'arrabbiato popolo, e de'parenti e amici di cui
il padre avea giustiziati, Altoviti, Medici, Oricellai, e quegli di
Dettone Cini principali, e più altri , in presenza del padre pec
più suo dolore^ il suo figliuolo pinto fuori innanzi il tagliarono
e smembrarono a minuti pezzi; e ciò fatto pinsero fuori il con-
servadore e feciono il simiglìante^ e chi ne portava un pezzo in
su la lancia e chi in su la spada per tutta la citte; ed ebbonvi
de' si crudeli, e con furia si bestiale e tanto animosa^ che man-*
giarono delle loro carni crude. E cotale fu la fine del traditore
e perseguitatore del popolo di Firenze. £ nota , chi è crudele
crudelmente more, dixit Dominus. E fatta la detta furiosa ven<r
detta molto s'acquietò e contentò la rabbia del popolo; e fa pe-
rò scampo di messer Gerreltieri , che dovea essere il terzo 9 e
bene lo meritava; ma saziati i loro avversari non lo addoman-
darono; e fuggendosi poi la sera ili nascosto e portato da certi
di casa de'Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di pa«
lagio e menaronlo via. E per la detta furiosa vendetta fatta so-
pra il conservadore e il suo figliuolo, che avea giudicato a morte
P^addo di Cenni e Guiglielrao AUoviti e gli altri, poco appresso si
feciono cavalieri due degli Oricellai e poi due degli Alleviti; la
qual cosa fu poco lodata da'cittadini. Ma torniamo a nostra mate-
ria de'fatti del duca^ che la domenica appresso^ di 3 d'Agosto, il
duca s'arrendè (a) e diede il palagio al vescovo e a'quattordici,
e a'Sanesi e al conte Simone , salve le persone di lui e di sua
gente. La qual sua gente uscirono con grande paura accompa->
guati da'Sanesi e da più altri buoni cittadini. Il duca rinunziò con
saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione cb' aves-
se acquistata sopra la città e contado e distretto di Firenze ,
dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela prometten^
do di ratificare ciò , quando fòsse fuori del contado e distretto
di Firenze. £ per paura della furia del popolo^ con sua priva-
ta famiglia rimase in palagio alla guardia de*detti signori in8no
al mercoledì notte di 6 d'Agosto; racquetato il popolo^ in su 'I
mattutino usci fuori del palagio accompagnato dalla gente de'Sa^
nesi e del conte Simone , e da più nobili e possenti grandi
((?) Vedi ÀpprQdice d.^ S«
LIBRO DUODECIMO 37
popolani e possenti cittadini, ordinati per lo comune. E usci per
la porta a san Niccolò, e passò l'Arno al ponte a Rignano salen-
do a Yallombrosa e a Poppi; e là fatta la ratificazione promes-
sa , passò per Romagna e a Rologoa , e dal signore di Rologna
fa bene veduto e ricevuto, e donogli danari e cavalli; e poi se
n' andò a Ferrara e a Yinegia. E là fatte armare due galee ,
saoza prendere congio di più di sua gente che gli erano iti die-
tro, lasciandogli malcontenti di loro gaggi, privatamente di not-
te si parti di Yinegia^ e andonne in Puglia. E cotale fu la fine
della signoria del duca d'Atene^ che avea con inganno e tradi-
mento usurpata la libertà sopra il comune e popolo di Firenze^
per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggiò, e
come egli tradì il comune, cosi da^cittadini fu tradito. Il quale
n' andò con molta sua onta e vergogna , ma con molli danari
tratti da noi Fiorentini/ detti orbi per antico volgare e prover-
bio per gli nostri difetti e discordie, lasciandoci di male se-
quele. E partito il duca di Firenze, la città s' acquetò e disar-
maronsi i cittadini, e disfecesi i serragli, e partironsi i foresUe- ^
ri e contadini, e apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo
mestiere e arte. E i detti quattordici cassarono ogni ordine e
decreto che '1 duca avea fatto, salvò confermarono le paci trapeli*
tadini fatte per lui. E nota, che come il detto duca occupò con
frode e tradimento la libertà della repubblica di Firenze il di
di nostra Dònna di Settembre , non guardando sua reverenza ,
quasi per vendetta divina cosi permise Iddio, che i franchi cit-
tadini con armata mano la racquistassono il di della sua madre
madonna santa Anna, a di 26 di Luglio 1343; per la qual gra-
zia s'ordinò per lo comune^ che la festa di santa Anna si guar-
dasse come Pasqua sempre in Firenze , e si celebrasse solenne
uficio e grande offerta per lo comune e per tutte l'arti di Fi-
renze,
CAPITOLO XVIII.
Come la dita di Firenze si recò a quartieri , $ $i raecomunarono
gli ufici, ma poco durò^
Riposata alquanto la città di Firenze del furore della caccia*'
ta del duca, i signori quattordici col vescovo tennono più con-
cigli co' cittadini di riformare la terra coli' uficio de' priori e
y
/
38 GIOTARlff TfLLAin
de' dodici e* gfonlalonieri delle compagnie e degli altri oftci.
A^graodi pareva loro ragionevole, siccome erano stati principa-
li a ricoverare la lil)erté del comime, d' avere parte delPoficio
del priorato e di tutti gli altri; e certi popolani grassi ch'era-
no usi di reggere si vi si accordarono per tornare In istato eoa
loro appoggio de' grandi, co' quali aveano molti parentadi. Gli
altri artefici e popolo minuto erano contenti di dare parte lo-
ro d'ogni uficio, salvo del priorato e de'do^i e' gonCrionieri
delle compagnie del popolo, e a questo s'accordarono per pace
del popolo pili al convenevole. Ma pure si vinse per lo vescovo
e per consiglio degli ambaseiadori de'Sanesi, che i grandi aves^
sono parte de' loro ufici per più uniti di comune. E con eie
sia cosa che quegli del sesto d'Oltrarno e di san Piero Scherag-
gio parea loro che non fosse giusto d'avere uno priore per se-
sto, e dicevano ch'erano più grandi sesti che gli altri^ e porta-
vano delle gravezze del comune più che la metà y cioè il sesto
d'Oltrarno della prestanza di centomila fiorini d' oro ne porta-
vano più di ventotto migliaia di fiorini d'oro, e san Piero Sche-
raggio ne portava più di ventitremiki, e Borgo dodici migliaia,
e san Brancazio tredici migliaia; e porta del Duomo undici mi-
gliala, e porta san Piero tredici migliaia ; si s' accordarono di
recare la terra a quart'eri in questo modo; che Oltrarno il pri-
mo, e chiamassesi il quartiere di santo Spirito colla insegna in
arme, il campo azzurro, e una colomba bianca co^ raggi d'oro
e in bocca uno ramo d' ulivo. 11 secondo quartiere fu il sesto
^ di san Piero Scherag^^io, togliendo più che '1 terzo di porta san
Piero, cominciandosi a Galimala fiorentina al chiasso de'Rimal-
delli con tutto Orto san Michele, e giù per la via di san Mar-
tino, e giù dalla Badia e da san Brocolo, rimanendo le dette
chiese e più che mezzi i popoli loro nel detto quartiere ; e fu
al diritto la via di san Brocolo per la città rossa infino di co-
sta alla porta guelfa e mura nuove , ricogliendo del popolo di
san Piero Maggiore e di santo Ambrogio in fino a mezzo alla
via Ghibellina , e più quella eh' era di le dalla via del detto
popolo; e questo si chiamò il quartiere di santa Croce, coll'ar-
me il campo azzurro e la croce ad oro- Il terzo quartiere fu il
sesto di Borgo e quello di san Brancazio, e chiamasi quartiere
di santa Maria Novella, coli' arme il campo azzurro e uno sole
con raggi d'oro. Il quarto quartiere fu porta del Duomo col ri-
manente di porta san Piero, e chiamasi il quartiere di san Gi(v-
LIBEO BUODECmO 39
Tanai, coli' arme il campo azzurro e colla cappella di s. Gio-
yaiiDi ad oro , con due chiavi allato ai Duomo per contentare
in parte quelli di porta san Piero, che solo di cinque sesti era
partito quello per lo modo che ho detto ; che in prima i gon-
fàkmì di porta san Piero cominciavano alla casa dell'arte del*
la lana e tutto Orto san Michele^ dividendo la via che viene da
casa i Cerchi bianchi , volgendo nel Garbo al chiasso che par-
te le case de'Sacchetti e le case della Badia e mezzo il palagio
del podestà^ e tutta quasi quella via dall'uno lato infino alla via
delle Taverne , e poi mezza la via Ghibellina , e poi passava
quella al Crocicchio di sopra in fino al Tempio , e quasi Y isola
dentro alle mura del popolo di santo Ambrogio, ed era del se-
sto di porta san Piero. Partita la terra in quattro, s'ordinò per
lo vescovo e per gli quattordici lo squittino per fare i priori,
ed elessono diciassette popolani e otto grandi per quartiere^ e
con loro i detti quattordici e '1 vescovo, sicché a numero furo-
no centoquindici; e per lo consiglio de' Sanesi e del conte Si-
mone, per recare la città più a comune^ si ordinarono d' eleg-
gere dodici priori per uficio , tre per quartiere , uno grande
e due popolani, e otto consiglieri a diliberare le gravi cose
co' priori, in luogo di dodici come soleva essere , cioè quat-
tro grandi e quattro popolani , due per quartiere , e tutti
gli altri ufìci fessone a mezzo co' grandi. Compiuto lo squittino
di grande accordo, fu messa una voce per la terra, che de'prio-
ri dovea essere messer Manno Donati e simili caporali di case
troppo possenti, onde il popolo si turbò forte, e fu quasi in ar-
me per contradiare infino a tanto che non furono tratti e pa-
lesati i nuovi priori; ciò fu a di 2 all'uscita d'Agosto , doven-
do stare infino a Ognissanti. I nomi di quegli furono questi:
per lo quartiere di santo Spirito Zanobi di messer Lapo Man-
nelli de' grandi, Sandro di Simone da Quarata e Niccolò di Clo-
ne Ridolfi popolani ; nel quartiere di santa Croce messer Raz-
zante Foraboschi de'grandi, Borghino Taddei e Nastagio di Bo-
naguida Tolosini popolani ; per lo quartiere di santa Maria No-
vella Ugo di Lapo degli Spini de' grandi^ messer Marco Marchi
giudice e Antonio d' Orso Yalentini popolani ; nel quartiere di
san Giovanni messer Francesco della Trita degli Adìmari de*gran-
di , e Bellincione degli Albizi e Neri di Lippe popolani. E gli
otto che furono loro consiglieri, furono questi: Bartolo di mes-
ser Ridolfo de'Bardi) Adoardo Belfredelli , Domenico di messer
40 GIOVANNI VILLANI
Ciampolo Gayalcanti^ messer Francesco di messer Lotto SalviatI
giudice, Nepo di Dotto degli Spini , Piero di ser Feo da Signa,
Beltramo de' Pazzi , e Piero Regalelti. Veggendo il popolo che
erano convenevoli e pacifichi grandi, e non di tiranni gli elet-*
ti, s'acquetarono^ ma non però mai contenti di si fatto mischia-
to, come appresso si mostrerà. E messi i detti priori in palagio,
i quattordici si tornarono a casa loro, riserbandosi la loro ba-
lia y e ragunandosi alcuno di della settimana in vescovado per
ordinare l'altre bisogne del comune.
CAPITOLO XIX.
Come il popolo di Firenze trasse i grandi del palagio
e riformarono la terra a popolare stato.
lì nimico dell'umana generazione e d'ogni concordia seminò
la sua superbia e invidia nell'animo di certi malvagi grandi e
popolani. Prima veggendosi certi rei de' grandi il favore della
signoria^ e non essendo rifermi gli ordini della giustizia; e be-
ne aveano ordinato i quattordici, che si facesse uno libro de*ma-
labbiati, ove si scrivessono i malfattori de'grandì, e quegli Tos-
sono puniti^ ma però non si raffrenarono i malvagi grandi, ma
cominciarono a fare delle forze e de' micidii in città e in con-
tado, e di false accuse contro a'popolani, onde i popolani si te-
neano mal conlenti della loro consorteria degli ufici, e comin-
ciarono forte a dubitare di maggiore pericolo , sentendo che
nelle borse dello squittino avea de'maggiori caporali grandi di
Firenze. Onde il popolo si commosse contro a'grandi coir aiuto
e favore di messer Giovanni della Tosa e di messer Antonio di
Baldinaccio degli Adimari^ e di messer Geri de'Pazzi, cavalieri
del popolo, a'quali molto dispiaceva i modi di tali loro consor-
ti e degli altri grandi contro al popolo, e non parea loro stato
fermo. Bene e' ebbe ancora colpa la invidia di certi popolani ,
che non voleano negli ufici volentieri compagnia di loro mag-
giori, e per essere più signori^ e per fare del comune a loro
guisa ; onde segretamente trattarono co' detti cavalieri , e con
certi caporali del popolo, e col vescovo degli Acciainoli, e con
certi de'priori medesimi, ch'erano all'uficio del numero de'po-
polani , di recare il secondo uficio che uscisse de' priori pure
agli otto popolani^ due per quartiere^ e uno gonfaloniere di giù-
ilBBO DUODECIHO H
Wtìzia, e nullo de' grandi per lo meglio del comune e del popò
lo, rimanendo a comune co' grandi gli altri ufici ; ed era beri
fatto per acquetare il popolo. Il vescovo credendo ben fare^ se
ile scoperse a'compagni suoi quattordici, ch^erano^ com' è detto,
sette de'grandi de'maggiori^ dicendo^ ch'era pure il meglio di
farlo d'amore è d*accordo, onde ne tennero i detti suoi compa-
gni insieme é cori altri grandi più consigli in santa Felicita Ol-
trarno, ov'erano capo ì Bardi e'Rossi e'Frescobaldì è di più al-
tre case di grandi di Firenze > pregandoli cìie ci assentissono;
i quali nulla ne vollono udire ^ parlando di grosso e cori mi-
nacce, dicendo: Noi vedremo che ci torrà td parte nostra della
signoria^ e chi ci vorrà cacciare di Firenzci che là campammo
dalle mani del duca. E di ciò erano i più principali i Bardi ^
chiamando il vescovo traditore^ ch^aveà tradito prima il comu-
ne e il popolo^ e data la signoria al duca, é poi tradito é cac-
ciato ìui^ e ora vuoi tradire noi; è cominciaronsi a fornire d'ar-
me e di gente ^ e a mandare per amici di fuori. Sentendosi que-
sto per la città^ tutta fu in gelosia e sotto l'arme^ col consiglio
é ordine de' detti tré cavalieri , ciò furono messer Antonio , e
messer Gerì, e messer Giovanni che n' erano capi del popolo.
Si vennero molti popolani armati in sii la piazza de'priori gri-
dando: Viva ti popolo, e muoiano % grandi traditori^ e gridando
a'priori popolani ch'erano in palagio: Gittate dalle finestre, git-
tate d4^le finestre i priori de* grandi vostri compagni , o noi vi
arderemo in palagio con loro insieme; e recata la stipa, e'mise-
ro fuoco nelÌ*antiporto del palagio. I priori popolani scusavano
i loro compagni de'grandi^ dicendo ch'elli erano diritti e leali
e bene in concordia con loro ^ cori tutto che i più di loro lo
dìcessono all'infìnta^ ed era stato loro operazione. Alla fine cre-
scendo loro là forza e là potenza è furore del popolo, conven-
ne che tutti i priori rinunciassero all'uficio, e per grazia uscis-
sono di presente di palagio sotto scorta del popolo, e con gran-
de paura accompagnati a casa loro; e ciò fu il lunedi, a di 22
di Settembre 1343. E nota, che in cosi piccolo tempo la città
nostra ebbci tante novità e varie rivoluzioni, come avemo fatto
menzione, e faremo nel seguente capitolò e nel terzo. E bene
difinl il grande filosofo maestro Michele Scotto quando fu do-
inandato anticamente della disposizione di Firenze, che si con
ti alla presente materia; disse in brieve motto in latino:
Érta. Villani T. lY. 6
42 6I0VA55I Vlttlill
Non din stabit stolida Floreniia ftorum;
Decidet in faetidum, dissimulata vivet.
Cioè in volgare: noo lungo t^mpo la sciocca Firenze fiorirà; cd-^
drà in luogo brutto ^ e dissimulando rivrà. Bene disse questar
profezia alquanto dinanzi la sconfitta di Montaperti, ma poi pu-
re assegni to ciò si vede manifesto per gli nostri processi. E T
nostro poeta Dante Alighieri sclamando centra il vizio della in-
costanza de' Fiorentini nella sua Commedia capitolo sesto del
Purgatorio, disse infra l'altre parole:
Atene e Laeedemona^ che fenno
Vantiche leggi e furon sì citili ,
Feciono al viver bene un piecol cenno
Verso di te che fai tanto sottili
Provvedimenti 9 eh'a mezzo Novembre
Non giugne quel che tu d'Ottobre fili.
E bene fu profezia e vera sentenzia in questo nostro fortuita
caso, e in quelli che seguiranno appresso , per le nostre dissi-
mulazioni. Partiti i quattro priori di palagio, e disfatto Fufido
degli otto loro consiglieri mischiato co'grandi, col consiglio del-
le capitudini delle ventuna arti, i priori popolani Ch'erano ri-
masi airuficio elessono dodici consiglieri de'priori tutti popola-
ni, tre per quartiere^ ed elessono i gonfalonieri delle compagnie
del popolo; e di diciannove gonfaloni ch'erano prima che 1 du-
ca regnasse gli recarono a sedici, gonfaloni quattro per quar-
tiere ; e feciono gonfaloniere di giustizia Sandro da Quarata ,
ch*era de'priori; e feciono il consiglio del popolo settantacinque
per quartiere. Cosi fortune, e dissimulando si riformò la città
alla signoria del popolo.
CAPITOLO XX.
Di quello trattato medesimo, e d'altre noviiadi che ne seguirono
in questi tempi alla città di Firenze,
Tegnendosi i grandi forte gravati della villania ed espulsione
de'loro priori, e volentieri a loro podere n'avrebbono fatta ven-
detta, e minacciavano al continuo, e d'altra parte temeano del-
la forza e furia dell'arrabbiato e commosso popolo, si si guer-
nirono d' arme e di cavalli , e mandarono per gente di loro
amistà. Il popolo non racquetalo , rifeciono i serragli per la
LIBUO DUODECIMO 43
città più grandi e più forti che quando fu caccfato il duca, fac-
ceodo grande guardia di di e di notte^ e stando sotto V armi ,
'' jìiendo che i grandi non facessono novità , e rimandarono
.' Sancsi e per altra amistà. In questo bollore di città, si leyó
uno folle e n>atto cavaliere popolano, messer Andrea degli Stroz-
zi, centra il volere de'suoi consorti, e montò a cavallo coverto
armato, raunando ribaldi e scardassieri e simile gente volente-
rosi di rubare, in grande nùmero di parecchie migliaia, p]:o-
mettendo loro di fargli tutti ricchi , e di dare loro dovizia di
grano , e fargli signori , menandoglisi tutti dietro per la città
il martedì appresso a di 23 di Settembre, gridando: Viva il po-
polo minuto, e muoiano le gabelle e H popolo grasso ; e così ne
vennero sanza contasto sulla piazza de'priori per assalire il pa-
lagio , dicendo di volervi mettere e farne signore messere An-
drea. E fattigli ammonire da' priori e da' consorti di messere
Andrea ed altri buoni popolani, e coniandare al detto commos-
so popolo e a messere Andrea che si parlissono, non ebbe luo-
go insino che dal palagio si cominciò a gittare pietre e a saet-
tare verrettoni, onde alcuno ne fu morto e molti fediti. Allora
Io scomunato e isfrenato popolo col loro pazzo caporale si par-
tirono , e vennero al palagio della podestà per prenderlo , ma
per simile modo saettandosi del palagio dalla gente del mar-
chese da Yaliano che n'era podestà, e coli' aiuto de' buoni po-
polani vicini, gli mandarono via, e cominciaronsi a sciarrare ,
e chi andare in una parte e chi in un' altra lo scomunato po-
polo; e messer Andrea bestia, tornato a casa, fu preso da' con-
sorti suoi e vicini, e mandato a suo contradio fuori della città,
e fu poi condannato nell'avere e nella persona siccome ribello,
9 sommovitore di remore e di congiura. contro aUa repubblica
e pacifico stato di Firenze E di questa commozione del popo-
lo minuto, i grandi, che aveano mal volere centra il popolo ,
furono molti allegri, credendo si dividessono insieme il popo-
lo; e presono speranza d'accostarsi insieme col popolo minuto,
gridando a'ioro ridotti a'serragli: Viva il popolo minuto, e muo-
ia il popolo grasso e le gabelle, afforzandosi al continuo e aspet-
tando gente in loro aiuto. E sentendo i grandi , che i Sauesi
venivano a richesta e al soccorso del comune e popolo, man-
darono alcuno di loro, t;iò fu messer Giovanni Gianfìgliazzi, e
altri grandi, per ambasciadori infino a san Gasciano, pregando-
gli che non dovessono venire a Firenze , che là loro venuta
44 GIOTAUSl TILLAHl
poteva fenenure scandalo tra' cittadini. E credendolo i Sanasi ,
s'arrestarono più d'ano di. Questo, si disse, ciie i grandi fecion
no per paura di |pro, ma i più dissono che il facevano , acv
ciocché il Unto soccorso giognesse prima che i Sanesi venissot
no a Firenze, per assalire il popolo; ma a boona opinione noi
crediamo , che il gnemimento che tacevano i grandi era più
per paura di loro che per assalire il popolo; con tatto ci fosse
la loro mala voglia, non ci era il podere, se già fi popolo mi-
nuto pon gli avesse segniti , onde pure n' aveano speranza. Ma
i priori, ciò sentendo de'Sanesi;^ vi mandarono per lo comune
ambasciadori popolani con lettere, pure che venissooo, che n*a-
ve^ipo bisogno pef sicurtà e aiuto del comune e del popolo ,
per la commozione della città , e per i malvagi cittadini che
la Toleano guastare. I quali Sanesi vennero incontanente molto
bella gente a cavallo e a piedi, altrettanti o più quanto quegli
che vennono quando il duca fu cacciato; e i Perugini ci mant
darono centocinquanta cavalieri , e d' ogni parte venia gente
d'arme, chi in servigio del popolo e chi de' grandi, onde la
città era tutta in arme , e co^ molti forestieri e contadini , e
tutta iscommossa in gelosia e paura , il popqlo de' grandi, e i
grandi del popolo. Ma il comune e il popolo si trovò più^ pos-
sente , che aveano il palagio e la campana e la dominazione
delle porte della città, salvo di quella di san Giorgio, che te?
neano i Bardi ^ E avea il comune da trecento soldati a cavallo
sanza lo amistà, sicché la forza de*grandi non era a compara-
zione di quella del popolo, se nuovo soccorso non fosse venuto
da Pisa e di Lombardia a' grandi , onde per lo popolo s' avea
grande gelosia ; e chi avea cose care o niercatanzie le fuggia
in chiese e in luoghi religiosi. E tale era la disposizione dell^
nostra infortunata città.
CAPITOLO XXI.
Come il popolo di Firenze assalirono e combatterono i grandi^
e rubarono i Bardi e misono fuoco in casa loro.
Stando tutti in arme e in gelosia, i grandi del popolo , e '1
popolo de'grandi, com' è detto addietro , dicevansi molte e va->
rie novelle per la terra, come i grandi avrebbono molto gran-
de aiuto da'Gonti e dagli Ubaldini e da'Pisani e d'altri tiranni
tTBRO DUODECIMO 4$
4i Lombardia e di Romagna^ e che doveano afforzarsi oltrarnoi
e cbe aveano la signorìa di tutti i ponti, e di qua fare comin*
dare l'assalto il giovedì^ di 25 di Settembre; il popolo del quarr
tiere di san Giovanni, onde si faceano capo i Medici e'Rondinel-
li e messer Ugo della Stufa giudice , e' popolani di borgo san
Lorenzo co'beccai e altri artefici, sanza ordine di comune , iq
quantità di mille uomini sanza altra compagnia o forza di gen-
te al cominciamento, mercoledì dopo desinare^ a di 24 di SetT
tembre, per npp aspettare il giovedì vegnente , che si diceva
che i grandi doveanp fare l'assalto <e correre la terra, con tre di
loro gonfaloni delle compagnie del loro quartiere, tutti armati
e a .barbute e a corazze, tutti a pie^i^ e molte balestra, assali-
rono da più parti quegli del iato degli Adimari chiamati i Ca^
vicciuli, i quali cqq grandi serragli e guernimento di torri e di
palagi alle loro case dal crocicchip del Corso dalla loggia loro
alla piazza di san Giovanni s' erano afforzati con molta gente
d^arme. E cominciato per lo popolo V assalto e battaglia ma-
nesca a'serragli, saettendo e gittando pietre l'uno all'altro, cre-
scendo al continuo la forza del popolo ; i Gavicciuli veggendo
che non poteano resistere , e non aveano aiuto di fuori d' altri
grandi, incontanente s'accordarono, e patteggiati s'arrenderono
al popolo, salve le loro persone e le loro case , e disfecionsi i
serragli , e puosonsi in su' loro palagi le bandiere dell' arme
del popolo. E chi di loro andò in uno luogo e chi in un altro
a casa di loro parenti e amici popolani, ^anza danno ninno per
ampre di IprQ consorti che teneano poi popolo. Ed esssendo vin-
ta da ogni parte la prima detta pugna e assalto sopra i Gavic-
ciuli (ch'erano i più virili e arditi e possenti grandi di Firenze
di qua de' cinque sesti) e disfatti i loro serragli e forze per lo
detto popolo, ripresone i popolani molto ardire e vigore , e al
continuo crescea loro la massa del popolo e aiuto d' alquanti
soldati del comune eh' erano in Firenze , corsono a casa i Do-
nati e poi a casa i Gavalcanti. E eglino sentendo come i Ga-
vicciuli s'erano arrenduti al popolo^ non fecìono nulla resisten-
za^ ma per simile modo s'arrenderono al popolo. In somma, in
poco d'ora tutte le case de'grandi di qua dall' acqua feciono il
somigliante^ e disarmaronsi e disfeciono loro guernigioni e ser-
ragli. Le case de'grandi d'oltrarno^ Bardi, e Rossi^ e Frescobal-
di, e Mannelli e Nerli s'erano afforzati molto, e prese le boc-
che de'ponti. 11 dello commosso popolo volendo passare oltrar^
46 GIOVANNI VILLANI
no per lo Ponte vecchio^ eh'ancora era di legname^ non v' eb-
be luogo , perocché la forza de' Bardi e de'Rossi era si grande
e di si forti serragli, e armata la torre della parte e '1 palagio
de'figliuoli di messer Vieri de' Bardi, e le case de* Mannelli di
capo del Ponte vecchio , che '1 popolo non potea accedere né
passare. Ma combattendo però francamente il serraglio , molti
ve n* ebbe fediti e di sassi e di verrettoni e di balestra. Veg-
gendo il popolo che da quella parte non poteano passare , e
dal ponte Rubaconte peggio^ per la forza de'palagi de' Bardi di
san Gregorio , si presono partito di lasciare alla guardia del
Ponte vecchio parte de' gonfaloni del quartiere di santa Croce
e di quelli di borgo di sant^Apostolo , e parte ne rimasono al-
la guardia del ponte Rubaconte di qua in verso casa gli Al-
berti. L'altro popolo molto cresciuto co'soldail a cavallo si mi-
sono ad andare dal ponte alla Carraia , il quale guardavano i
Nerli; ma la forza de*popolani di borgo san Friano e della Cu-
culia e del Fondaccio fu si grande , che innanzi che passasse
il popolo di qua dall'Amo presono il capo del ponte e le case
de' Nerli, e loro ne cacciarono ; e preso per gli popolani d' ol-
trarno il ponte alla Carraia, il vittorioso popolo di qua passa-
rono il detto ponte incontanente , e accozzaronsi co' popolani
d'oltrarno, e furiosamente assalirono i Frescobaldi, i quali pri-
ma erano stati assaliti e combattuti a' loro serragli da quegli
di via Maggio e circostanti popolani , ma però non vìnti : ma
veggendosi venire addosso la furia del detto popolo di qua d'Ar-
no, ebbono grande paura, e abbandonarono la piazza loro, la-
sciando ogni fortezza e guernigione , e balestra , e pavesi , e
saettamento^ e fuggendosi in casa^ e faccendo croce delle brac-
cia, e chieggendo mercè al popolo^ il quale gli ricevette sanza
fare loro alcuno male. E ciò fatto, corsono alla piazza a ponte
a casa i Rossi, i quali saputo come i Frescobaldi s'erano arrena
duti al popolo, e tutte le case de'grandi di qua dall'acqua, san-
za alcuna resistenza s' arrenderono al popolo. Quegli di casa i
Bardi veggendosi abbandonati da*Rossi e da'Frescobaldi ebbono
grande paura, ma pure francamente si misono alla difesa de'lo-
ro serragli combattendo, gittando e saettando, dov'ebbe di mor-r
ti alcuni, e di fediti assai dall'una parte e dall'altra, perocché
i Bardi erano molto forniti e guerniti a cavallo e a piedi , e
con molti masnadieri, sicch'era invano al popolo di vincere i
serragli per forza ; ma ordinarono quegli del popolo con tre
LIBRO DUODECIMO 47
gonfaloni d'oltrarno si assalissono al poggio di san Giorgio per
la ifia nuova dal pozzo Toscanelli, e cosi feciono, e cominciaro-
no con loro la battaglia al di dietro. I Bardi veggendosi si
aspramente combattere, e assaliti da tante parti ^ isbigottirono
forte , e cominciarono ad abbandonare parte di loro serragli
dalla piazza a ponte^ ch'era sotto la guardia della torre di par-
te guelfa e del palagio de' figliuoli di messer Vieri de' Bardi ,
per difendersi di dietro dal canneto di san Giorgio. Allora uno
Strozza tedesco conestabile con sua brigata si mise dentro al
serraglio della piazza a ponte con grande pericolo^ ricevendo
di molti sassi e quadrella , e corse infino a santa Maria so-
pr' Arno^ e il popolo francamente dietro ; a quelli corsone gli
altri del popolo ch'erano di qua dal ponte , e valicarono di là
al tutto, e con gli altri popolani ch'erano di là ruppono la re-
sistenza e la forza de' Bardi, i quali tutti u fuggirono nel bor-
go di san Niccolò, raccomandandosi alla vicinanza, onde le lo-
ro persone furono guarentite e salve da quelli da Quarata e
da quelli da Panzano e dall' altra vicinanza , e dal gonfalone
della Scala ^ i quali per lo popolo aveano prima alquanto , per
non essere presi e rubati^ presi i palagi de' Bardi di san Gre-
gorio alla guardia del capo del ponte di là , e incontanente i
popolani che erano di là alla guardia del capo del ponte da
casa gli Alberti del quartiere di santa Croce; e quello iscampò i
Bardi da morte^ i quali per la loro buona vicinanza di san Nicco-
lò ritennono il furioso popolo con quella forza per guarentire la
loro contrada. Ma tutti i palagi e case de' Bardi da santa Lucia
alla piazza del Ponte vecchio furono rubate dal minuto popo-
lo d'ogni sustanza; e masserizie e arnesi quello di e l'altro,
eziandio le case de'loro vicini, non possendosi difendere; dalla
rabbia del popolo rubate le case^ misono fuoco in casa loro^ e
arsonvi ventidue tra palagi e case grandi e ricche , e stimossi
il loro danno tra di ruberie e arsioni il valore di più di sessan-
tamila fiorini d' oro. E tale fu la fine della resistenza de' Bar*
di centra il popolo per la loro grande superbia e maggioran-
za per lo sfrenato popolo. Ma fu grande maraviglia e grazia
di Dio , che di tanta furia di popolo e di tanti assalti e batta^
glie fatte in quella giornata, come avemo raccontato, non mo-
ri in Firenze nullo uomo di rinomea, e degli altri pochi ^ ma
fediti assai. Per la ghiottornia della ruberia da casa i Bardi y
che infino alle lastre del tetto e ogni vile cosa, non che le ca-
48 GIOVANNI VILLANI
te, tale fu il gìudicio contro a*Bardi^ che infino le femminella
e'fanciulli^ non che gli uomini, non si poteano saziare né raf'
frenare di rubare. 11 giovedì medesimo si levò una quantità di
malandrini di più di mille , e si raunàrono per combattere i
Visdomini é rubarli , sotto titolo de'difetti di mésser Gerrettie-
ri loro consortd fatti intorno al duca > ma non di era intorna
al ciò però giusta cagione; che de*difetti é falli di niesser Cer-
rettlerì i Visdomini erano siati crucciosi ; mai noi Tollonò fare
se non per rubare solamente , e nod sarebbono rimasi a tale ,
ma tutta lai città corsa e rubata i e grandi e po{Jolani ; ma la
vicinanza cori molta altra buona gènte armata ^ e le signorie
e'soldali del comune a cavallo é a pie corsonò al soccorso e
riparo, é cessarono tarila rovinai é pestilenza alla nostra città,
andando per la terra le signorie iti più parti coli' aiuto della
gente de^ Sanesl, e de' Perugini^ é dell' altre amistadi , e degli
altri buoni cittadini a cavallo é a pie , con céppi è mannaie ,
per tagliare di fatto piedi e mani a' malfattóri ; e in questo
modo s' attutò V arrabbiato e furioso popolo disposti a rubare
é a malfare, e comiriciarsi ad aprire i fondachi, e le botteghe,
id ciascuno a fare i fatti suoi.
CiAPITOLO XXli.
Come SI fece nuovo s^uiitino de' priori e de' dodici^ e' gonfalonieri
tutti popolani per piti tempo.
Riposata la citta di Firenze di tanta furia é pericolo, e il po-
polo fatta tutta la sua pruova contro a'grandi, e vinte tutte le
loro forze e resistenze in ogni parte, il popolo montò in gran-
de stato e baldanza e signoria ^ spezialmente i mediani e arte-
i'ci minuti, che allotta il reggimento della città rimase alle ven-
tuna capitudini dell' arti. E per riformare la( terra di nuovo
de'priori, de'dodici, e'consiglieri e'gonfalonieri delle compagnie,
i priori e'dodici col bonsiglio degli ambasciadori di Siena e di
Perugia e del conte Simone , acciocché T elezione andasse più
comune , diedono arbitrio noli' infrascritto' modo , e di grande
concordia segui, e celebrarono in casa i priori nuovo squittino;
che fossono nove de'priori, dodici consiglieri, sedici gonfalonie-
ri delle compagnie, cinque della mercatanzia^ cinquantadue uo-
mini della ventuna capitudini dell' arti , e ventotto arroti per
LIBRO DUODECIMO 49
qaartiere, popolani tutti arteOci, sicché in somma furon dugento-
selyinettendo allo squittino ogni buono uomo popolano degno d'es-
sere all'uficio, e vincendosi^che rimanesse priore e gonfaloniere di
giustizia^ e gonfaloniere delle compagnie e de' dodici consiglieri
per centodieci fave il menoj e andarono allo squittino tremilatre-
centoquarantasei uomini, ma non rimasono il decimo, e ordinaro-
no che fossono otto priori, due per quartiere, e uno gonfaloniere
di giustizia^ accoppiandosi in questo modo, che dovessono essere
per prioratico due popolani grassi^ e tre dei mediani e tre artefici
minuti , è il gonfaloniere della giustizia in simile modo , uno
d'ogni sorta, traéhdosi a vicenda a quartiere a quartiere come
venisse, cominciandosi a santo Spirito, e fosse gonfaloniere del
numero de'popolani grassi. E il detto squittino fu compiuto a
di 20 d'Ottobre 1343. L'ordine fu assai comune e buono, quan-
do non fosse poi corrotto. Ma trovossi poi per li tempi, quan-
do si traevano i priori, che degli artefici minuti v'avea più per
rata, che non fu l'ordine dato; e ciò addivenne, che quando si
fece lo squittino, furono più forti nelle boci le ventuna capitu-
dini e gli altri popolani minuti, che le boci de'popolani grassi e
mediani; e però si ruppe il buono ordine dato per gli ambascia-
dori di Siena e di Perugia, e per lo conte Simone.
CAPITOLO xxm.
Come si rifermarono gli ordini della giustizia sopra i grandi , e
si rieorressono in alcuna parte; e piit schiatte de' grandi t ulte
e in parte furono recate a essere del popolo.
Riferma la eittà di Firenze a signoria del popolo, come detto
avemo, volendo il popolo rifare gli ordini della giustizia centra
i grandi, i quali aveva annullati il duca, e poi l'uficio de'quat-
tordici, com'è detto addietro, gli ambasciadori di Siena e que-
gli di Perugia e '1 conte Simone , che a ogni nostra fortuna e
pericolo ci aveano soccorsi e difesi, e col loro buono consiglio
riformata la città a signoria del popolo , per amore e grazia
de' loro comuni e di loro medesimi , e per bene e pacifico sta-
to del popolo e comune, e contentamento in alcuna parte de'gran-
di che voleano bene vivere, addomandarono al popolo due peti-
zioni: l'una, che i capitoli degli ordini della giustizia, dov'era
la rigida crudeltà, che i buoni uomini grandi consorti de' mal-
Gio. nilani T. IV. 7
60 GIOVANNI TiLLATfl
^^ fattori portassoQO la pena decloro malificii, si correggesse: Tal-
( tra, che certe schiatte di grandi menò possenti e non maleflchi
si recassono ad essere del popolo. Le quali petizioni furono e-
saudìte in parte, come diremo appresso, e fermate per li con-
sigli, di 25 d* Ottobre 1343. Prima dove diceva V ordine della
giustizia, che dove il malfattore de'grandi facesse malificio con-
tro la persona d'uno popolano, oltre alla sua pena, tutta la ca-
sa e schiatta pagasse al comune lire tremila , si corresse, che
non toccasse se non a^suoi prossimani propinqui , se non infine
nei terzo grado per diritta lìnea; e dove mancasse il terzo gra«>
do, toccasse al quarto, con patto che dove e quando reudesso*
no preso il malfattore, o Tuccidessono, rìavessono dal comune
le lire tremila, ch'avessono pagate. Tutti gli altri ordini della
giustizia rimasono nel loro primo stato. Le schiatte de'nobili di
città e di contado che furono recate ad essere del numero de'po-
polani, furono queste^ i figliuoli di messer Bernardo de' Rossi,
quattro de'Mannelli, tutti i Nerli di borgo san Iacopo, e due di
quelli dal ponte alla Carraia , tutti i Manieri , tutti gli Spini ,
tutti gli Scali, tutti i Bninelleschi, parte degli Agli^ tutti i Pi-
gli, tutti gli Aliotti, tutti i Gompiobbesi, tutti gli Amieri, mes-
ser Giovanni della Tosa e fratelli e nipoti , e Nepo di messer
Pagolo, messere Antonio di Baldinaccio degli Adimari e fratelli
e nipoti, e alcuno altro loro consorto, tutti i Giandonati e'Guidi,
e altre schiatte quasi spente. De'nobili del contado, il conte da
€ertaldo i figliuoli e nipoti, il conte da Pontormo e figliuoli e
nipoti; e con tutto eh' avessono nome di conti erano annullati
si , eh' erano al pari degli altri meno possenti gentili uomini ;
quelli da Lucardo, e quelli da Quona , (a) e quelli da Monte
Rinaldi, e quelli dalla Torricella , e quelli da Sezzata, e quelli
da Mugnano, e i Benzi da Fegghine , e quegli da Lìicolena, e
quelli da Colle di Yaldarno, e quelli da Montelungo della Berar-
dinga, e più altre schiatte di contado annullate e venuti lavorato-
ri di terra. In somma furono da cinquecento tratti di grandi e
recati a essere popolani, per fortificare il popolo e alfiebolire e
a partire la potenzia de'grandi con gl'infrascritti patti e ordini.
Ma certi altri grandi, onde ne faremo menzione, che sperano
messi nella detta petizione, che s'erano messi a morte per fran-
care il popolo, e francaronlo , per invidia non furono accettati
(a) Vedi Appendice n.^ 6.
LIBRO DUODECIMO 51
per Io ingrato popolo; e tali sono le più volte i meriti de 'ser-
vigi clie si fanno a'popoli^ e ispeàdalmente a quello di Firenze.
I patti e salvi furono questi. Che i detti grandi e nobili recati
a beneficio d'essere popolani non potessono essere de'priori, né
de' dodici, né gonfalonieri di compagnie, né capitani di leghe
del contado infra cinque anni; ogni altro uficio potessono ave-
re; e se alcuno de'detti infra dieci anni appensatamente faces-
se omicidio o tagliasse membro , o desse fedita enorma ad al-
cuno popolano, o facesse fare , o ingiuriasse possessione di po-
polano^ dichiarandosi per consiglio del popolo, dee essere a per-
petuo rimaso de'grandi. Ma nota, che parecchie schiatte e case
di popolani erano più degni d'essere messi tra' grandi , che la
maggior parte di quelli che per grandi rimasono, se andassono
di pari le bilance della giustizia, per le loro ree opere e tiran-
nie; e tutto questo è per difetto del nostro male reggimento.
Fermati i detti ordini , e tratti del nuovo squittino i priori / i
dodici e'gonfàlonieri^ che entrarono in calen di Novembre ap-
presso, si trovarono i più artefici minuti, onde il popolo fu con-
tento, e acquetossi la città d'ognf sospetto e gelosia. E nota an-
cora e ricogli^ lettore, che quasi in poco più d'uno anno la no-
stra città ha avute tante rivolture^ e mutati quattro stati di reg-
gimento , ciò sono : innanzi che fbsse signore il duca d'Atene
signoreggiava il popolo grasso, e guidandosi male^ come addie-
tro arete inteso^ che per loro difetto vennono alla tirannesca si«
gnoria del duca, e cacciato il duca ressono i grandi e'popolani
insieme^ tutto che fosse piccolo tempo, e con riuscita di gran-
de fortuna. Ora siamo al reggimento degli artefici e del popolo
minuto. Piaccia a Dio che sia esaltamento e salute della nostra
repubblica, onde mi fa temere per gli nostri peccali e difetti^
e perché i cittadini sono vuoti d'ogni amore e carità tra loro^
ma pieni d'inganni e di tradimenti Vxmò cittadino contro all'al-
tro; ed é rima sa questa maladetta arte in Firenze in quelli che
ne sono rettori, di promettere bene^ e f^re il contrario se non
sono provveduti o di grandi prieghi o di grande utile ; onde
non sanza cagione permette Iddio il suo giudicio a'popoli;; e que-
sto basti a chi se ne intende.
52 GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO XXIV.
Alquante cose fatte di nuovo in Firenze in questi tempi.
Neretti tempi e mese di Settembre^ per servigi ricevuti dai
conte Simone da Battifolle e da Guido suo nipote figliuolo del
conte Ugo, il comune gli restituì le terre d'Ampinana, Bfoncio-
ne, e Barbiscliio. E diliberossi il comune d'Arezzo dalla signo-
ria del comune di Firenze , dando al servigio e al bisogno del
nostro comune cento cavalieri di qui a quattro anni, rendendo
al comune gli Aretini pet anno fiorini d'oro^ che ve n'a-
vea messi il nostro comune dugentomìla fiorini d' oro. E diessi
il castello di Pietrasanta al vescovo di Luni^ acciocché guerreg-
giasse i Pisani coir aiuto di messer Luchino signore di Milano
suo cognato , come assai tosto faremo più stesa menzione. Per
la rivoltura del duca si perde la signoria d'Arezzo e di Pistoia,
e Serravano^ e Volterra , e san Gimìgnano , e Colle , e Pietra-
santa, e santa Maria a Monte, e Montetopoli^ e Gastiglìoneare-
tino^ e più altre castella e terre, per colpa dei più de'nostri rei
e barattieri cittadini e castellani di quelle. E cosi riescono i no-
stri mali acquisti, quando il comune è in divisione e male gui-
dato. Ancora del detto mese s' apprese il fuoco in Firenze in
più luoghi da santo Apostolo , e arsonvi dodici case , e una a
san Giorgio, e una a san Piero Gattolino, e una nel Corso de'tin-
tori, e una a san Piero Celerò con grande danno; e tutto que-
sto è del giudicio di Dio per i nostri peccati.
CAPITOLO XXV.
Come i Fiorentini feciono di nuovo pace co' Pisani.
Riformato il nuovo stato del popolo in Firenze per lo modo
ch'avemo detto, per non avere guerra di fuori per lo nostro va-
riato stato, si fece accordo co'Pisani per lo nostro comune con
poco onore, e guardando più secondo il tempo con questi patti;
che Lucca rimanesse libera a' Pisani e a loro signoria , rimet-
tendo in Lucca i loro usciti , chi vi volesse tornare , e i loro
beni rendere alle loro famiglie, e di dare al comune di Firen-
ze di censo di Lucca, per lo debito obbligato a'Fiorentini e per
LIBRO DUODECIMO 53
quello di messer Mastino, fiorini centomila d'oro in quattordici
anni, ogn'anno come tocca per rata per la festa di san Giovan-
ni di Giugno; rimanendo al comune di Firenze tutte le castella
e terre di Lucca che si teneano^ e franchi i Fiorentini in Pisa
di quello venisse per mare per la valuta di dugentomila fiorini
d'oro allo stimo della mercatanzia, che sono la valuta del quar-
to più, e dà indi in su pagare danari due per libbra; che sem-
pre ab antiquo erano i Fiorentini al tutto liberi e franchi in
Pisa , e i Pisani in Firenze. Ma per questi nuovi patti sono i
Pisani franchi in Firenze l'anno la valuta di fiorini trentamila
d'oro di loro mercatanzia che venisse da Yinegia^ e se soprap-
più ve ne venisse, pagasse danari due per libbra. Tale fu la in-
finta pace co'Pisani rimanendo la mala volontà; e fu piuvicata
e bandita a di 16 di Novembre 1343. E con tutto che il duca la
facesse co'Pisani al suo reggimento, come detto è addietro , fu
in più casi più onorevole per lo nostro comune , che non fu
quella.
CAPITOLO XXVI.
Come messer Luchino Visconti di Milano si fece nimico di nuovo
de* Pisani, e quello ne seguì.
I Fiorentini , come toccammo addietro , lasciarono a' Pisani
una mala azione, quando diedono Pietrasanta al vescovo di Lu-
ni de'marchesi Malespini, il quale era cognato per la scrocchia
ch'era moglie di messer Luchino Visconti signore di Milano, il
quale era indegnato contro a'Pisani, perchè teneano Serrezza-
no, e Lavenza , e Massa de' marchesi , e altre loro castella in
Lunigiana, né per suoi prieghi non gli aveano voluto rendere,
né a lui né alla promessa data di molti danari che gli resta-
vano a dare del gran servigio fatto per lui della forza di sua
gente contro al nostro comune , quando ci sconfisse a Lucca ,
e poi a sostenere l'assedio, ond'ebbe la città di Lucca; per la
quale ingratitudine de'Pisani, e per la vergogna che feciono a
messer Giovanni Visconti stato^'loro capitano, quando usci della
nostra pregione^ come toccammo addietro, e perchè aveano cac-
ciati di Lucca i figliuoli di Gastruccio suoi amici e raccoman-
dati con coperto conforto de' Fiorentini e col vescovo di Luni e
colla scrocchia , messer Luchino si fece nimico de' Pisani , e
54 6I0VANNI VILLANI
messe in pregione dodici stadichi figliuoli de' maggiori cittadi-
ni di Pisa, e mandò in aiuto al vescovo di Luni milledugen —
to de' suoi cavalieri , e capitano il detto messer Giovanni Vi —
sconti , i quali con altri clie mandò appresso feciono moltaK
guerra a'Pisani, faccendo capo a Pietrasanta^ come tosto faremo»
menzione. Lasceremo alquanto de'fatti di Firenze e di Pisa , ^
diremo d* altre novità degli strani state in questi tempi per se*
guire il nostro stile.
CAPITOLO XXVII.
Di grandi tempeste che furono in mare , e della rotta
della Tana.
Nel detto anno 1343, del mese di Novembre , il di di santa
Caterina , fu in mare grandissima tempesta per lo vento di
scirocco in ogni porto dov'ebbe potere^ e spezialmente in quel-
lo di Napoli; che quante galee e legni avea in quello porto
tutti li ruppe e gìitò a terra , e quasi tutte le case della ma-
rina ov'erano i magazzini del vino greco e delle nocelle , per
lo crescimento del mare tutte allagò^ e molte ne rovinò e gua-
stò, e menò via tutte le botti del greco e nocelle, e ogni mer-
catanzia e masserizie, onde si stimò il danno più di quaranta-
mila once d' oro, di fiorini cinque V oncia. Questo fu segno di
grande novità e mutazione , che doveva avvenire assai tosto
in questo paese. E per simile modo avvenne in porto di Pera
in Romania incontro a Costantinopoli, con grande danno de'Ge-
novesi e di chi v*era alla terra. E in questi tempi essendo co-
minciata una grande zuffa uno giorno alla città della Tana nel
mare maggiore tra'Veneziani e' saracini della terra , avendo i
Veneziani nella detta zuffa soprastati i saracini , e mortine al-
cuni, e fediti molti , onde quegli della terra si commossone a
furia e rubarono e uccisono quanti Veneziani e Genovesi e Fio-
rentini trovarono , e alquanti altri cristiani che nella terra si
trovarono alla zuffa e chi non potè fuggire alle loro galee ; e
presono più di sessanta mercatanti latini^ che al romore non fu-
rono morti, e tennergli in prigione da due anni^ e poi per danari
e per ingegno si fuggirono, e con grande pericolo scamparono.
E stimossi il danno delle mercatanzie e spezierie rubate per li
saracini a' Genovesi più di trecentocinquantamila fiorini d' oro^
LIBRO DUODECIMO 55
« a^Veneziani da Irecentomila fiorini d' oro^ sanza il danno de-
gli altri mercatanti ch'erano nel paese. E tali sono gli stimoli
de'mercatanti per le loro peccata e follie; e per questa cagio-
De rincarò in questo nostro paese ogni spezieria, e seta, e ogni
avere sottile di Levante^ cinquanta e più per centinaio subita-
inente, e tale il doppio.
CAPITOLO XXVIU.
. Della nvviià fatta in Firenze per quegli che reggevano
la città.
Nel detto anno , del mese di Dicembre , per alcuna gelosia
mossa in Firenze per li grandi e non vera^ furono dati i con«
fìni a cinque de' Bardi , e a quattro de' Frescobaldi , e a due
de'Rossi^ e a tre de'Donati, e a due de* Pazzi, e a uno de' Ca-
vicciuli , eoo tutto che la maggior parte de' detti e di loro ed
altri, per levare sospetto al popolo e fuggire la furia, se n' an-
darono io contado agli loro luoghi ad abitare , e lasciarono la
citte. A di 2 di Marzo del detto anno fu ferma e piuvicata le-
ga e compagnia tra '1 comune di Firenze e quello di Perugia e
di Siena e d'Arezzo per fortiOcare il loro statole per abbattere
i Tarlati d'Arezzo e ogni altra tirannia d' intorno. E in questi
tempi i Fiorentini s'accordarono di nuovo, e feciono ragione
con mésser Mastino della Scala, che gli restavano a dare per
la matta compera di Lucca fiorini centottomila d'oro^ e cosi
glieli assegnarono sopra la gabella del macello e de' contratti,
ogni mese duemila fiorini d' oro , tornando i nostri ventisette
stadUchi cari cittadini stali a Verona più di due anni: bontà del
duca d\4tene^ che non ne curava niente, ma gli lasciava stare
per abbandonati, e per la sua avarizia non gli dava danaio, né
le paghe promesse , che fu intra gli altri suoi difetti questo
uno di quelli che molto gravò e dispiacque a' cittadini. Man-
dovvisi poi dodici cittadini a vicenda di quattro mesi in quat-
tro mesi a soldi cinquanta il di per uno per loro spese , e a
fiorìoo uno al cavaliere.
56 GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO XXIX.
Ancora della guerra dalla genie di messer Luchino Viàconii
co' Pisani.
Neir anno 1344^ a di 5 d' Aprile, avendo la gente de'Pisani
ch'era in Versilia in Lunigiana fatti grandi fossi con isteccati
e bertesche dalla marina al castello di Rotaia^ e poi insino al-
la montagna al castello di Montegioli eh' eglino teneano , ac-
ciocché la gente di messer Luchino che erano in Lunigiana,
non gli potessono correre né danneggiare sopra il contado di
Pisa, e quelle fortezze si guardavano di di e di notte con loro
gente assai grossa a cavallo e a pie ; quella notte la gente di
messer Luchino ruppono la fortezza tra Rotaia e Montegioli , e
passarono, e vigorosamente assalirono la gente de'Pisani: e do-
po la grande battaglia , la gente de' Pisani furono sconfitti , e
molti presi e morti , onde i Pisani molto i sbigottirono. E poi
a di 2 di Maggio menando messer Benedetto Maccaione de'Gua-
landi , rubello di Pisa , trecento cavalieri di quegli di messer
Luchino^ eh' erano venuti in Maremma con lui a guerreggiare
i Pisani e loro terre per accozzarsi colla gente grossa di mes-
ser Luchino, che per la vittoria avuta a Rotaia volieno passa-
re il Serchio , e venire di qua in su quello di Pisa , essendo
il detto Benedetto e sua gente albergati a santa Gonda, prov-
vedutamente e a posta fatta furono presi da cinquecento cava-
lieri de' Pisani e molti baleslieri , eh' erano stati al Pontadera
per attendergli ; e rimasonvi tra presi e morti più di cento
uomini a cavallo^ e tutti erano tra presi e morti , se non che
si fuggirono alla spiaggia di san Miniato , e quivi coli' aiuto
de' Samminiatesi quegli che scamparono si ridussono a salva-
mento. Sentendo questa novella messer Giovanni da Oleggio
de'Yisconti capitano della gente di messer Luchino, si parti da
Versilia con settanta bandiere , che furono millecinquecento a
cavallo, e passarono il Serchio al ponte a Moriano , e vennono
per la Gerbaia e passarono la Guisciana a Rosaiuolo , e poi
guadarono r Arno e ricolsero la loro gente a santa Gonda , e
accamparonsi a Gasteldelbosco in sulla Cecina , guerreggiando
il contado di Pisa per più tempo , e prendendo più loro terre
e castella* La gente de'Pisani, ch'erano mille cavalieri, s'affor-
LIBRO DtJODECllltO 57
zarono al fosso Arnonico e al Pontadera per guardare la fron*
tiera , sanza avvisarsi co' nimici. E partiti dal Gasteldelbosco ,
osteggiarono per più campi la Valdera e la Maremma infino
all'Agosto, e più vi sarebbooo dimorati, se dod fosse che per
lo soperchio caldo e disagio vi si cominciò una corruzione ,
onde assai ve n'ammalarono e morirono; e fra gli altri caporali
vi mori messer Benedetto Maccaioni grande nimico de'Pisani, e
Arrigo di Gastruccio che fu signore di Lucca. Per la morta^
lità e pestilenzia si parti la detta oste con quegli eh' erano
iscampati, e tornaronsi in Versilia con grande loro dannaggio
di gente. Lasceremo alquanto di questa guerra» e diremo d'al-
tre novità occorse in questi tempi.
CAPITOLO XXX.
Come quelli di Castelfranco di Valdarno presono Campogiallo^
e uecisono certi de'Pazù di Valdarno.
Nel detto anno, a di 29 d' Aprile , quegli di Castelfranco di
Valdarno di sopra con altri Valdarnesi e masnade d'Arezzo ca«*
valcarono sopra' Pazzi di Valdarno , e per tradimento ebbono
una porta del castello di Campogiallo , eh' era de' Pazzi , e in
quello entrati, corsone il castello e uecisono uomini e femmine
sanza nulla misericordia, e uccisonvi dieci della casa de' Pazzi
de 'migliori di loro^ e rubarono la terra e mìsonvi fuoco ^ onde
caro costò a' Pazzi la guerra e oltraggi fatti a quelli di Ca-
stelfranco e agli altri Valdarnesi del contado di Firenze per
lo tempo passato.
CAPITOLO XXXI*
Come il re di Spagna ebbe per forza la forte terra di Àzizera
in Granata.
Nel detto anno, a di 25 di Marzo, smarrendo al re di Spagna
la forte e grande città d'Azizera in Granata, ch'era de'saracini,
alla quale era stato ad assedio più di quattro anni per mare e
per terra con grande affanno e spendio e mortalità di cristiani^
perocché sovente erano assalili i re di Granata e sua gente, e
guerreggiati e per mare e per terra da'saracini di Morocco e da
Gio. Villani T. IV. 8
68 GIOVANNI VILLANI
quegli di Barberia , che ogni anno vi veniano al soccorso più
volte con grande navilio e gente ìnnumerabile di saracinl^ ov'eb-
be più battaglie, e per mare e per terra ^ quando a danno de'cri-
stiani e quando de' saracini^ che sarebbe lunga materia a rac-
contare; perocché i saracinì aveano porto in mare sotto il for-
te castello di Giubeltaro, il quale i saracini aveano racquistato
sopra i cristiani per tradimento, come addietro facemmo in al-
cuna parte menzione. Ma tutto era invano l'impresa e assediò
del re di Spagna , perocché la città era fortissima di mora e
torri e fossi con buono porto, e fornita di vittuaglia per grande
tempo, e di buona gente d'arme e d'arcieri, e di balestrieri^ e
saracini all' aiuto di fuori , come detto' avemo , e se non fosse
l'aiuto del papa e della Chiesa , che coir aiuto di moneta e di
decime e d'altri sussidii atava e forniva il re di Spagna, onde
al soldo della Chiesa egli mantenea al continuo in mare venti
galee armate de'Genovesi, sanza quelle de'Catalani é SpagnuoH,
e diede il papa indulgenza di colpa e di pena a chi v* andasse
o mandasse aiuto. Per la qual cosa molti conti e baroni e ca-
valieri di Francia, e d'Alamagna, e d'Inghilterra^ e di tingna-
doca v'andarono alle loro spese al servigio , standovi ad oste
chi quattro e chi sei mesi ; e andovvi il conte d' Analdo con
cento cavalieri^ e cosi più altri baroni, per la qual co^a si con-
tinuò la guerra e l'assedio e fu sì stretta la terra per maire e
per terra, che nullo ne potea entrare né uscire; e dentro v'avea
più di trentamila uomini d' arme saracini sanza le femmine e
i fanciulli; sicché falli loro la vittuaglia per lo lungo assedio ,
e per fame s'arrenderono salve le persone, {a) che se n' anda-
rono tutti in Granata fra terra ; onde fu nobile acquisto al re
di Spagna e a tutta la cristianità ; e trovossi dentro molto te-
soro e arnesi. Ora ha il re di Spagna e i cristiani buono por-
to e entrata del reame di Granata da potere guerreggiare e
acquistare il paese. Lasceremo de'fatti de'saracini, e torneremo
alle novità di Firenze occorse in questi tempi.
(a) Vedi Appendice n.® 7.
LIBRO DUODISCIHO 5^
CAPITOLO XXXIL
Di certe novità etate in Firenze in questi tempi.
Nel detto anno 1344, signoreggiandosi il reggimento di Fi-
renze per lo popolo minuto , come più tempo dinanzi fu detto
che dovea avvenire, cioè per le capitudini delle ventuna arti ,
come dicemmo addietro nella riforinagione della terra, cacciato
il duca d'Atene, si si cercò per certi uficiali, e fecesi inquisi-
zione di tutti i rettori e castellani stati per lo duca nella città
d'Arezzo e nel castello fatto per gli Fiorentini, e di Castiglione
aretino, e della città di Pistoia e del Castello che v'era dentro,
e di Serravano, e di più altre castella di Valdamo e di Yaldi-
nievole, e della città di Volterra , e di Colle di Yaldelsa e di
più altre alla rivoluzione della cacciata del duca e di sua si-*
gnoria, e certi de'detti che v' erano, e rettori e castellani , gli
abbandonerò, guali per paura e chi per la forza de'terrazzani,
e tali per baratteria, avendone danari; e molti ne furono con-
dannati per lo eseguitore degli ordinamenti della giustizia, com-
messogli per lo reggimento del comune, e chi a dritto e chi a
torto ne fu condannato; onde assai danari ne vennono in comu^
ne; e molti ne furono condannati nella persona, che non com-
parirono dinanzi, e più toccò a^ grandi che a' popolani; peroc-
ché il duca gli avea messi in quelle signorie. E ancora nel
detto tempo e mese furono per Io detto popolo fatti uficiali a
rimettere tra'ribelli certi ghibellini caporali, e altri possenti sta-
ti mbelli prima; perocché per la cacciata del duca tutti i libri
de'rubelli e sbanditi ch'erano in camera furono arsi, sicché di
quelli si fece nuovo registro. Ancora nel detto tempo fu con-
dannato Corso di messere Amerigo di messer Corso Donati in
avere e in persona per contumace, per certe lettere che furo-
no trovate, che mandava e erano mandate a lui da certi tiran-
ni di Lombardia, con cui teneva certi brattati contro il popolo
di Firenze, o vero o non vero che fosse,- che nontl'approviamo,
perocch' a lui era impossibile a fornire si grande» impresa san-v
za maggiore seguito; ma non compari dinanzi a scusarsi, o per
temOQza del popolo e de'suoi nimici, o per non discoprire cM
60 GIOVANNI VILLANI
a ciò teneva con lui al detto trattato. Il quale Corso (a) coli»
moglie ^ eh' erano in Forlì , morirono in pochi di a di 10 di
Maggio nel 1347, di cui fu grande danno^ perocché era valente
donzello, e per venire in grande affare, se fosse vivuto. E a di
3 di Luglio furono nel detto anno in Firenze disordinate tem-
peste di venti, tuoni e baleni molto spaventevoli^ e dentro alla
città caddono sei folgori, ma poco feciono danno^ ma maggiore
paura alle genti. E poi la notte di san Jacopo di Luglio s'ap-
prese fuoco nel popolo di San Brocoto , e arse quasi una gran
casa. E pochi di appresso arse un'altra casa in Torcicoda a'con-
fini del detto popolo. E poi appresso poco arse un* altra gran
casa nel detto popolo di san Brocolo, non però con troppo dan-
no. E poi a di 8 d'Agosto la notte s'apprese il fìioco nel pepo-
lo di san Martino presso ad Orto san Michele in botteghe di
lanaiuoli, accendendosi in alcuno panno riscaldato per l'untume
e soperchio caldo , onde arsono diciotto tra case e botteghe e
fondachi di lanaiuoli con grandissimo danno d'arsione di panni
e lane e altri arnesi e masserizie, sanza il danno delle case; e
ciò dimostrò la 'nfluenza de'pianeti di Marte e del Sole e di Mer-
curio stati nel segno del Lione, attribuiti significatori in parte
alla nostra città di Firenze , o più tosto la mala guardia del
fuoco per chi l'avea a guardare.
CAPITOLO XXXIIL
Come il conte da BaitifoUe racquistò F^onzole eolla fàrxa
del comune di Firenze.
Nel detto anno 1344, essendo il conte Simone da Battifolle
con suo isforzo stato più mesi all' assedio del castello di Fron-
zole, ch'è sopra Poppi, il quale senlia che non era bene forni-
to di vìttuaglìa, il quale manteneano i Tarlati d'Arezzo e ru-
bellato l'aveano al conte, e tenutolo più tempo contro a* detti,
e afforzato di ricche e forti mura e rocca per lo vescovo stato
d'Arezzo de' Tarlali, si che impossibile era a poterlo mai avere,
se non per diffalta di vittuaglia; sentendo i detti Tarlati come
mancava a quelli d'entro la vittuaglia, feciono e raunarono tut-
to loro isforzo a Bibbiena per soccorrerlo coll'aiuto de'PUuiiii •
(n) Vedi Appendice n.® 8.
LIBRO DUODECIMO 61
de'ghibellioi della Marca e del Ducato e di Roma^a^ e furono
più di seicento cavalieri e popolo grande a pie. Sentendolo i
Fiorentini, mandarono al soccorso del conte cinquecento de'loro
cavalieri e le vicarie de' pedoni e masnadieri di Valdisieve e
di Yaldamo in grande numero ; e gli Sanesi gli mandarono in
aiuto dngento cavalieri^ e i Perugini centocinquanta, onde i Tar-*
lati e loro amici non s'ardirono a venire al soccorso per la po-
tenza maggiore de'loro nimici, e per lo disavvantaggio del pog«
gio; e cosi s'arrendè Fronzole al conte, salve le persone, a di
24 d'Agosto del detto anno , che fu uno bello acquisto al con-
te, perocch'è de'più forti castelli e rocche di Toscana , e cova
e soprasta Poppi, che è disopra poco più d'uno miglio. Il con-
te avendone avuta la vittoria^ ne fece grandi grazie al comune
di Firenze e a'Sanesi e a'Perugini per suoi ambasciadori; e poi
egli in persona vegnendo in Firenze , e riconoscendo d' averlo
acquistato per l'aiuto e forza del nostro comune^ e'mandocci la
campana del detto castello per segno e ricordanza*
CAPITOLO XXXIV.
Ancora di novità fatta in Firenze per gli rettori governatori
di quella città.
Nel detto anno, a di 31 d'Ottobre, si fece per lo popolo mi-
nuto reggente il comune una nuova riformagione e legge cen-
tra i grandi, che si guardasse in dietro^ e misesi in ordine di
giustizia^ cioè che fosse tenuto l'uno consorto per 1' altro non
ostante che tra loro avesse nimistà, o dissimulassono d'averla^
per levare ogni vizio de'grandi contro al popolo. Ancora fedo-
ne , che ogni grande che fosse di fuori in signoria o al soldo
d'alcuno signore^ dovesse ritornare in Firenze in fra certo tem-
po, o sarebbe messo per ribello; e questo feciono per sospetto
e gelosia presa di loro , perocché dopo la cacciata del duca
d'Atene^ state le novità e assalti dal popolo a' grandi , come
detto avemo addietro, molti grandi e gentili uomini per fuggi-
re la furia del popolo e per prendere loro vantaggio , chi era
ito al servigio di messer Mastino della Scala , e chi di messer
Luchino Visconti, e chi del marchese da Ferrara^ e chi del si-
gnore di Bologna, e chi n'era ito nel regno di Puglia ; e tutti
convennono che tornassono con loro danno e sconcio. E poi a
62 GIOVANNI VILLANI
di il di Dicembre feciono i magistrati del popoto un'aspri^ ri*
formagione e crudele centra il duca d'Atene, cioè; che qualun-
que r uccidesse avesse dal comune di Firenze diecimila fiorini
d'oro, cittadino o forestiere, o che fosse tratto d'ogni haDdo> se
l'avesse, con assegnamento e ordine (a). £ fecionlo per suo di-
spetto e onta dipignere nel palagio del podestà a lato alla tor-
re con messer Gerrettieri Yisdomini y e con messer Meliadufr
d'Ascoli, e col suo conservadore messer Guiglielmo d'Asciesi e
il figliuolo^ e messer Rinieri di Giotto da Sangimignano col suc^
fratello stati traditori, e sue aguzzette e consiglieri a malfare»
a memoria e esemplo de'cittadini e de'forestieri che gli vedes-
sono. A cui piacque, ma i più de*savi la Marmarono; perocché
fu memoria di difetto e vergogna del nostro comune, che '1 fa-
cemmo nostro signore. E la detta legge feciono^ perchè il duca
d'Atene adoperò in Francia col re e con altri baroni quanto po^
tè. di male centra i Fiorentini^ ed erano in grande dubbio d^e»-
sere soppresi di rappresaglia per inOnta moneta che il duca,
domandava per menda al comune di Firenze, se non che si ri-
parò con lettera e con ambasciadori del nostro comune , che
andarono in Francia al re con lettere del papa y faccendogii
manifesto i difetti del duca e il suo male reggimento. E oltre
a ciò non finava il duca di mettere sospetto e gelosia in Firen-
ze, mandando sovente sue lettere in Firenze a certi suoi accon-
tati amlci^ dando loro speranza di suo ritorno per male reggi-
mento di città e di quegli che reggeano la terra^ onde poco di-
nanzi ne furono impiccati due legnaiuoli eh' erano molto suoi
credenzieri quando egli era signore di Firenze, e ricevevano e
mandavano le dette lettere. Lasceremo alquanto de'fatti del du-
ca d'Atene e di Firenze, e diremo d'altre uovità clie furono ia
quegli tempi.
CAPITOLO XXXV.
Comt il marchese da Ferrara ebbe la città di Parma^
Nel detto anno 1344, all'uscita d'Ottobre, messer Azze da Cor-
reggio che tenea Parma, e come l'avea rubellata a messer Ma^*
itine della Scala suo nipote per tradimento jf come contatnma
(«) Vedi Appendice n.** 9.
LIBRO DUODECIMO 63
addietro^ non potendola tenere , perocché s' avea fatto nemico
mener Mastino, per la continua guerra eh' egli n' avea dal sì*-
gnore di Milano e da'suoi seguaci, da cui anche s' era ruhella-
to, e ancora ne l'avea tradito, e da altri non potea avere aiu-
to nò soccorso; per trattato di messer Mastino della Scala la fé*
ce dare a* Marchesi per danari in quantità di fiorini ventimila
d* oro , e diede la signoria e la terra ad Obizio marchese da
Ferrara, che teneva Modena : e andovvi a prendere la signoria
messer Ghiberto da Fogliano che teneva Reggio con trecento
cavalieri^ intra^quali furono sei bandiere di cavalieri di quegli
del comune di Firenze, ch'erano al servigio del marchese. Per
la qual cosa quegli da Gonzaga, ch'erano signori di Mantova e
teneano Reggio, spiacendo loro la detta impresa^ e parendo loro
rimanere assediati in Reggio , con tutto loro sforzo e aiuto di
messer Luchino si ragunarono in Reggio. E pei pochi di appres-
so il marchese da Ferrara in persona , con sicurtà e licenza
de'signori di Reggio, andò a Parma con mille cavalieri tra di
sua gente e di quegli del signore di Bologna e di messer Ma-
stino: e riformata la terra di sua signoria , e di sua gente la-
sciandola fornita, si parti a di 8 di Dicembre per tornarsi a
Modena e a Ferrara ; e mandò innanzi per Iscuoprire aguato
messer Ghiberto da Fogliano con trecento cavalieri armati^ e '1
marchese si venia da uno miglio appresso con sua gente quasi
disarmata, per la sicurtà che n'avea di quegli di Reggio. Que-
gli da Gonzaga non tennono fede , ma fuori di Reggio misono
due aguati di loro gente, e come messer Ghiberto da Fogliano
co'detU trecento cavalieri fu nell'aguato, furono assaliti dinan-
zi e di dietro, e rinchiusi e presi , e chi si volle difendere fu
morto , lacchè tutti vi rimasene. Il detto messer Ghiberto con
due suol figliuoli e con uno suo nipote vi rimasene presi , con
più altri caporali conestabili e caporali di buona gente. Come
Il marchese eh' era addietro senti questo tradimento , con tutta
sua gente si tornò a Parma molto corrucciato, e riprese que*sl-
gnorl da Gonzaga del detto tradimento , avendo data la sicurtà
a lui e alla sua condotta; eglino si scusavano che glieraveano
data all'andata ma non alla tornata; ma sempre a chi osa tra-
dimento , il vizio dell' inganno è apparecchiato incontanente. I
detti da Gonzaga , coir aiuto di messer Luchino , del mese di
Febbraio, vegnente sentendo il marchese da Ferrara In Parma,
cavalcarono lo sul Ferrarese Insino presso a Ferrara a tre mi-
64 GIOVANNI VILtANl
glia , levando grande preda , e faccendo grande danilaggio
a*marchesi. Per la qual cagione l'altra lega de'Lombardi, mes-
ser Mastino della Scala , e il signore di Bologna , e quello di
Padova , e i marchesi da Ferrara alla primavera seguente fé*
ciono oste alla città di Reggio con più di tremila cavalieri e
popolo grandissimo, e chiusono i passi d'intorno a Reggio, che
non vi potesse entrare gente né viltuaglia; e per gli più si ere*
dette che non si potessono tenere. Né già però messer tiichi-
no e que'da Gonzaga con tutta loro potenza non si vollono af-
frontare a battaglia co'nimici^ ma stavano alle frontiere al bor-
-go a san Donnino e ad altre loro castella del Reggiana per
fare loro guerra guerriata in su quello di Parma e all'onte ch'e-
ra a Reggio. Ma per lo stare vi venne corruzione, e si comin-
ciò infermità nella delta oste di Reggio , e intra gli attri di
nomea vi mori messer Francesco de' marchesi da Fisti, e ■inei'-
ser Maffeo da ponte Garradi capitani delFoste e più altri; e si-
mile dall' altra parte , onde per necessità si levarono e parti-
rono le dette osti all'entrare d'Ottobre 1345.
CAPITOLO XXXVI.
Di certe novità etate nella città di Firenze ne* detti tempi»
Nel detto anno 1344, del mese di Dicembre^ la campana del
popolo, che suona per lo consiglio , là ove ella fu posta era
stata sopra i merli del palagio de' priori ^ si si tirò ancora ad
alto in sulla torre , acciocché s' udisse meglio oltrarno , e per
tutta la città : e era di nobile suono della sua grandezza. E
nel luogo dov' era quella , fu posta la campana che venne dal
castello di Yernia , e ordinato fu che sonasse solamente quan-
do s'apprendesse il fuoco di notte nella città^ acciocché al suo-
no di quella traessono i maestri e gli altri che sono ordinati a
spegnere il fuoco. E del mese di Gennaio seguente si fece per
lo comune di Firenze accordo e lega e compagnia col vescovo
d' Arezzo, eh' era degli libertini , e con suoi consorti^ e tratti-
gli d' ogni bando ; ed egli diede in gaggio le castella del ve-
scovado e le fortezze al conte Simone da BattifoUe e a' suoi
fedeli per dieci anni, ricevente per Io comune di Firenze, per
fare guerra a'Tarlati e a'rubelli d' Arezzo , e avere amici per
amici e nimici per nimici. Le castella principali furono: Givi-
tIttBO.IItJOl>KClltO 65
teliti, QQnntaa, e il palagio di Gastigliooe degli libertini e piA
altre, fortezza. E air uscita del detto mese g' apprese il fuoco
D^l monastero dalle donne. djel Prato d'Ognissanti^ e fece loro
daniKo.assai.. E appresesi il prìqno di Febbraio nella Gitt^rossa,
e arsovi una casa e una femmUia dentro^ E a di 15 41 Feb*^
tnrafo.: furono condannati per processo fatto tutti quelli della
cas^T^egli Ubaldini neU* avere. e nella persona siccome rubeUi
(salvo}: il lato di quegli da Senno, che non si tro'vai^onQ colpe-
voli): pan' la cagione della cacciata e della battaglia e. aguato
cbe feciono alla nostra gente a Rifredi, quando andarono a soc-
correre-. Firenzuola ed il castello di Tirli ^ « peir.la presa della
detta. Firenzuola e dei castello di Tirli alla .cacciata del duca
d'^Àtene^.conie in alcuna parte addietro facemmo menzione; e
tuit' ilofo beni eh' erano nel contado di Firenze furono messi
in comune. Nel detto mese di Febbraio vennono in Firenze
ambasciadori. del re di Francia a petizione del duca d'Atene; e
ciò furono uno cavaliere e uno cherico 9 e in pieno consiglio
domandarono V ammenda del detto duca^ E nel detto consiglio
in loro presenza furono piuvicate le sue operazioni e difetti, e
mostrate le sue quetanze ; e ordinati e mandati al re di Fraii«
eia ambasciadori colla risposta per lo nostro comune , come
dicemmo addietro; e quegli ambasciadori del re furono onora-
ti e presentati per lo comune,- e fatto loro le spese e compa-
gnia e onore assai, mentre che dimorarono in Firenze e per lo
nostro contado; onde n' andarono molto contenti ; ma però non
lasciò il re di Francia di non procedere centra i Fiorentini
per lo duca, come innanzi si farà menzione. £ nel detto mese
di Febbraio per lo comune si fece ordine , che qualunque cit-
tadiiio dovesse avere dal comune per le prestanze fatte al
tempo de'venti della balia, come addietro facemmo menzione ,
che si trovarono fiorini cinquecentosettantamila d' oro , sanza
il debito di messcr Mastino della Scala, ch'erano presso a een-*
temila fiorini d'oro, che si mettessono in uno registro ordina-*
tamente; e dare il comune ogni anno di provvisione e usufrut-
to cinque per centinaio, dando ogni mese la paga per rata; e
diputossi a fornire il detto guiderdone parte alla gabella delle
porti, e parte ad altre gabelle , che montava V anno da fiorini
venticinquemila d'oro, dov'erano assegnate le paghe di messer
Mastino; e pagato lui, fossono assignati alla detta satisfazione ;
il quale messer Mastino fu pagato del mese di Dicembre per
Gio. Villani T. IV. 9
66 GIOVANNI VILLANI
Io modo che diremo innanzi. E cominciossi la pa^a della detta
provvisione del riiese d' Ottobre 1345. Nel detto anno y a dt 14
di Marzo, passò di questa vita e santificò uno Jacopo fi|^liuo1o
che fu di messer Giambene giudice » che stava nel popolo di
san Broct^o, il qual era stato di santa vita y e vergine di suo
corpo, secondo che si disse, standosi in casa rinchiuso più di
venticinque anni, che non usci mai se non alcuna volta fnnan*
zi giorno andandosi a confessare o a prendere il corpo di Cri-
sto; e avea dato per Dio tutta sua sustanzia e patrimofiio, e po-
veramente in digiuni e orazioni vivea , e scrivea libri a prez-
zo, dittando da se di sante e buone cose ; e chi gli mandava
lemosina non la ricevea, se non da'divoti suoi amici; Il soper*
chio del suo guadagno a giornata dava per Dio a' poveri. B fi-
nito poveramente, fece Iddio visibili e aperti miracoli alia siui
morte ; e poi fu seppellito a santa Croce a guisa di santo» E
a sua vita predisse a certi suoi amici più cose future per la
virtù dello Spirito santo, che awennono nella nostra città ^ e
della signorìa e cacciata del duca d'Atene. Lasceremo alquan-
to de'fatti di Firenze, che assai n'avémo detto a questa volta ,
e diremo degli strani.
CAPITOLO XXXVII.
Di nonità state nella città di Cftnova in questi tempi*
Nel detto anno 1344^ il dogio del popolo di Genova^ che avea
nome Simone di quegli di Boccanegra^ il quale era regnato si-
gnore da quattro anni , come addietro è fatta menzione , per
sua motiva^ e sentendo che quegli d'Oria, e gli Spinoli^ e' Gri-
maldi e altri nobili con loro sforzo veniano alla terra , sì ri-
nunziò la signoria dinanzi al parlamento del popolo y e andos-
sene a Pisa con tutta sua famiglia e parenti , con più di cen-
tomila fiorini d'oro, che si disse che gli avea guadagnati , ov-
vero trabaldati , e se gli portò seco. E il popolo di Genova ,
acciocché i grandi non prendessono la signoria , di presente
elessono dogio del popolo e misero in signoria uno Giovanni
da Monterena y il quale cominciò a reggere la signoria franca-
mente per lo popolo, e contradire addetti grandi e potenti, che
veniano contra al popolo. E poi per ordine e trattato del detto
dogio quegli della città dì Saona levarono la città a romore a
LIBAO DUODECIMO 67
di 8 di Gennaio seguente, e fóciono popolo, e cacciarono della
terra i loro grandi , e a quanti grandi e nobili v' a?ea di Ge-
nova tolsono loro le castella e ogni fortezza ch*aveano in Sao-
na. E poi il di seguente il popolo di Genova fece il simiglian-
te ; e perchè gli SquarciaOchi e i Salvatichi , grandi di Geno-
va, feciono alcuna resistenza, furono assaliti e combattuti dal
popolo , e morti di loro , e cacciati della terra. Yegnendo in
que' di Ottone Doria e suoi seguaci e amici con settecento ca-
valieri e popolo assai dentro de' borghi di Porca , il popolo di
Genova usci della terra , e con armata mano gli assalirono e
combatterono e mìsongli in isconfitta^ e rìmasono assai de'mor-
ti e de' presi. E il Febbraio seguente il dogìo e il popolo di
Genova feciono lega e compagnia con messer Luchino Visconti
signore di Milano, ed egli promise loro d'avere amici per ami-
ci e nimici per nimici , e servirgli al loro bisogno di cinque-
cento cavalieri. E poi del detto mese , gente d' arme di Geno*^
va , ch'erano iti a cavallo e a pie a porto Morìci , furono rot-
ti e sconfitti da' loro nimici usciti. Ma pm l' Aprile vegnente
quegli di Genova coli' aiuto di messer Luchino v' andarono ad
oste per mare e per terra, e presono il detto porto Morici e
la terra. Ma poi all' entrare di Luglio 1345 messer Luchino
Visconti fece fare la pace dal popolo di Genova a'^Ioro usciti (ày
CAPITOLO XXX Vili.
Ancora dtUa guerra di meèser Luchino Visconti co* Pisani.
Nel detto anno e mese di Febbraio i Pisani feciono lega e
compagnia con certo ordine con messer Mastino della Scala ,
e col signore di Bologna , e col marchese da Ferrara , e con
certi Romagnuoli per dispetto e contrario di messer Luchino
Visconti, e richiesono i Fiorentini; ma non vi si vollono accor-
dare. Per la qual cosa la gente di messer Luchino , eh' era a
Versilia , passarono il Serchio in quantità di cinquecento ca«
Talieri e popolo assai , e corsone presso alla città di Pisa per
la via di Valdiserchio faccende grande danno d' arsione , e le-
Tando grandi prede d'uomini e di bestie e d'arnesi, e torna-
ronsi in Versilia sani e salvi , che di Pisa non usci uomo a
(«} Vedi Appendice uu^ lo^
68 GlOVAIfNl VSLI.AMI
contradiargli. E poi del mese di Maggio 1345 morto li mar-
chese Malispina cognato di messer Lochino, a cui petizióne man-
teneva la guerra; e poi a prego del dogio e del popolo di Ge-
nova messer Luchino fece pace co' Pisani , ed ebbe di: menda
centomila fiorini d' oro, rimanendo a' Pisani le terre di Lucca ,
che allora si teneano per messer Luchino^ ed egli rendè gli sta-
dichi a' Pisani. E questo è il fine de'tiranni di Lombardia, per
trarre il loro utile delle guerre e dissensioni di noi cièchi
Toscani. Lasceremo alquanto de' nostri fatti di Firenze e d'IUh
Ila, e diremo di certe novità d' oltremare.
CAPITOLO XXXIX.
Come i cristiani presono la città delle Smirne sopra a^ Turchi,
Nel detto anno 1344, essendo per lo re di Cipri e per lo ma-
stro dello spedale e della magione, che teneva V isola di Rodi,
e per lo patriarca di Costantinopoli con gli ammiragli delle
galee de'Genovesi, de' Catalani e de' Veneziani, ch'erano al soldo
della Chiesa, ordinarono sopra i Turchi una grande armata di
navi e cocche e galee con molta buona gente d' arme, per an-
dare sopra i Turchi, e raunaronsi sopra l' isola di Negroponte
in Romania, ovvero in Grecia; e di là si parti la detta armata
del mese di Maggio, e puosonsi alla città delle Smirne nel pae-
se che oggi si chiama Turchia , assai presso dove anticamente
fu la grande città di Troia ^ e in quello golfo di mare. La qual
città si tenea per gli turchi, ed era molto forte fornita di Tur-
chi e saracini. E la detta armata di cristiani entraron nel por-
to delle Smirne , e quello combatterono con aspra battaglia ^ e
con difìcii e torri di legname fatte in sulle cocche e navi , e
per forza presono le torri del porto, e tagliarono e gittarono in
mare i Turchi che v'erano alla difesa. E vinto il porto, assali-
rono la terra da più parti, e combattendo per forza d'arme Teb-
bono con grande tagliata e uccisione di saracini e Turchi, che
non vi lasciarono né uomo, né femmina, né fanciullo, e che
non fosse messo al taglio delle spade chi non si fuggi, i quali
furono innumerabile gente ; e trovaronla fornita di molte ric-
chezze e cose e masserizie e vittua^lia. Sentendo ciò il soldano
de'Turchi, ch'avea nome Marbasciano, ch'era in fra terra a'suol
castelli , di presente vi venne con trentamila Turchi a cavallo
LIBRO DUOD£GlltIO 69
e con gente a piò innumerabile , e puosesi di fuori ad assedio
alla detta terra delle Smirne con più campi. I cristiani ch'avea-
no presa la terra, la guernirono e afforzarono di loro genti, e
la terra era fortissima di mura e toi^, e sovente venivano fuo-
ri alle scaramucce e a' badalucchi co' Turchi^ quando a danno
dèir una parte e quando dell' altra; e il detto assedio durò pa-
recchi mesi, combattendosi al continuo di di e di notte. In
questa stanza Marbasciano soldano de*Turchi, veggendo che se-
guendo l'assedio perdea al continuo di sua gente, e poco potea
fare alla terra^ si era forte , e' provvidde maestrevolmente per
tirare i cristiani fuori al campo ^ e si ritrasse colla maggiore
parte della sua gente addietro alquante miglia alle montagne ,
e lasciò addietro certa parte di sua oste a campo fuori della
terra. I cristiani ch'erano nelle Smirne, veggendo ch'era assot-
tigliato il campo de'nimici di gente, stimandosi che fossono per
assedio stracchi^ il di di santo Antonio^ a di 17 di Gennaio, po-
polo e cavalieri uscirono della città^ e assalirono il campo de'Tur-
chi vigorosamente^ e quello con poco contasto di battaglia fran-
camente misono in isconfitta e fuga con grande mortalità de 'Tur-
chi ; e preso e rubato il campo , intendendo certi alla caccia
de'Turchi che fuggivano, e certi a spogliare il campo ^ e i ca-
pitani dell'oste con buona parte della migliore gente intendendo
a fare grande festa^ e celebrare messa, e sacrificare nel campo>
credendo» avere tutto vinto , e non prendendosi guardia del-
Taguato , Marbasciano co' suoi Turchi , com' avea ordinato per
certi segni^ discese della montagna; e gli cristiani ch'erano spar-
ii, e male in ordine e peggio a guardia , chi armato e chi di-
sarmato, di presente assali, e con poco affanno gli ebbe rotti e
sconfitti e messi in volta. E chi si fuggi nella terra ; e de' mi-
gliori rimasono nel campo della battaglia , la quale durò poco^
perocché i cristiani erano pochi alla comparazione de' Turchi;
e quegli che ressono al campo rimasono tutti morti. Infra gli
altri vi fu morto il patriarca di Costantinopoli^ uomo di gran-
de valore e autorità , e messer Martino Zaccheria ammiraglio
de'Genovesi, e messer Piero Zeno ammiraglio de'Veneziani, e '1
maliscalco del re di Gipri^ e più frieri della magione dello spe-
dale, con più di cinquecento buoni uomini de'cristiani che v'e-
rano combattendo al campo , onde fu grande dannaggio ; tutti
gli altri cristiani fuggirono nella terra delle Smirne. E avven*
ne loro bene, che per la detta rotta e sconfitta non isbigòttiro*
70 QIOVANKI VILLANI
no, ma vigorosameDte salvarono e difesono la terra di^ Turchi,
sicché per battaglie che vi dessono non la poterono avere né
racquistare, ma fuvvi morta molta di loro gente per gli molli
balestrieri che dentro v'erano alla guardia. Venuta la detta no*
velia in ponente e al papa , lieti ne furono molto per to^ ac-
quisto delle Smirne, e crucciosi della rotta e perdita di queHa
buona gente che vi rimasono morti. Per la qual cosa ineonta»
nente fece il papa indulgenzia di colpa e di pena a chi v* an-«
dasse o mandasse al soccorso, e aodaronvi di Firenze di Icnto
volontà, e che ci furono mandati alle spese di chi \(A\e il per-
dono, da quattrocento uomini segnati di croce ccm tutte armi
con soprasberghe bianche con giglio e croce vermiglia , e per
loro medesimi ordinatisi con conestabili e bandiere. E di Sie-
na ve n' andarono bene trecentocinquanta , e cosi di nMte
altre terre di Toscana e di Lombardia ^ e di quali pcHii ,
e di quali assai per loro medesimi , sanxa ordine di conni-
ne , faccendo la via di Yinegia , perocché là era ordinata il
passo e i navilii alle spese della Chiesa^ e del papa. E feoicmo
capitano de'crociati il DalOno di Vienna, e con sua compagnia
di gente d'arme al soldo della Chiesa passò per Firenze all'en-
trare del mese d'Ottobre 1345, e andonne a Yinegia per segui*
re il detto viaggio e impresa, e più altri cavalieri oltramontani
v'andarono per avere il perdono ; e chi al fiato della Chiesa^.
Lasceremo al presente della detta impreca, e diremo d'altre ao^
vita slate nel detto tempo.
CAPITOLO XL.
Come fu morto il re d'Erminia^
Nel detto a|uìo 1344, il re d'Erminia, il quale avea per mo>
glie la figliala del prenze di Taranto e della Morea, e nipote
del re Ruberto, per amore della moglie, si dilettava co' baroni
e cavalieri latini, che più gli piaceva i loro costumi ch^ qoe^
gli degli Ermini, e quanta buona gente di ponente capitava in
sua corte gli riteneva a suo soldo, chi a cavallo, chi a Iftedi,
per la qual cosa i baroni ermini per invidia ordinarono tradii
mento, e uccisono il detto loro re. E ancora ci ebbe^ e fu gran-
de cagione della sua morte , che il papa per suoi collegati gii
ave9 promesso sussidio e aiuto alla difensione de' saraoédi^ te 't
LlBMO DVODECIKO 7f
re Hi Francia più tempo dinanzi prese la croce e promise di
passare oltremare al conquisto della terra santa , e ciascuno
de' detti signori tennono ai continuo in vana speranza il detto
re d'Erminia e i suoi baroni, e ciascuno gli falli, cioè il papa
e fi re di Francia^ e'saracini corsono tre volte l'Erminia con
grande danno del paese ; e però i baroni del paese si sdegna-*
reno contro al detto re, e l'uccisono. Lasceremo de'fistti d'oltre-
mare e d'altre novità d'intorno, faccende digressione, raccontan*
do d* una grande congiunzione di certi gravi pianeti che fu in
questi tempiy che sono di grandi significazioni al secolo.
CAPITOLO XLI.
iMfai cemgiunzii^ne di Saturno e di Giove e di Marte mei segno
d'Aquario,
Nell'anno 1345, di 28 di Marzo, poco dopo l'ora di nona, ie*
condo Tadequazione di mastro Pagolo figliuolo di ser Piero, gran-
de maestro in questa scienza d'astrologia, fu la congiunzione di
Saturno e di Giove a gradi venti del segno dell'Aquario coll'in-
irascritto aspetto degli altri pianeti. Ma secondo 1' almanacco
di Profazio Giudeo e delle Tavole Toletane, dovea essere la det-
ta congiunzione a di 20 del detto mese di Marzo ; e '1 pianeto
di Marti era con loro nel detto segno d'Aquario a gradi venti-
sette; e la Luna oscurata tutta a di 18 di Marzo detto nel se-
gno della Libra gradi sette, all'entrare che fece il Sole nel se-
gno dell'Ariete. A di 11 di Marzo fu Saturno in sull'ascendente
nel segno d'Aquario gradi diciotto e signore dell'anno, e Giove
nel detto Aquario gradi ventìdue; ma seguendo l'equazione del
detto mastro Pagolo, ch'è de'maestri moderni, e'disse che co'suoi
istromenti visibilemente vidde la congiunzione a di 28 di Mar-
zo^ essendo la delta congiunzione nell'articolo angolo di ponen-
te; il Sole era quasi a mezzo il cielo un poco declinante all'ar-
ticolo, a gradi sedici dell'Ariete in sua esaltazione; e il Leone,
sua casa, era in sull'ascendente gradi tredici, e Marte era già
nel Pesce gradi sette ; Venns nel Tauro gradi quattordici, sua
casa, in mezzo il cielo; Mercurio in Tauro in primo grado , e
la Luna in Aquario gradi quattro. Questa congiunzione co'suoi
aspetti e degli altri pianeti e segni , secondo il detto e scritto
degli altri ne'libri degli antichi e grandi maestri di stro1<^ia ,
72 GIOVANNI VILLANI
Significa^ Iddio consenziente, grandi cose al mondo^ ctoé batt»«
glie, omicidi, e grandi commutazioni de' regni e de* pepoU, e
morte di re^ e traslazione di signorie e di sette, e appàrimen»
to d'alcuno profeta e di nuovi errori di fede , e nuova venuta
di signori e passamente di gente^ e carestia e mortalità apprès-
so in quelli climati, regni, e paesi e cittadini, la coi Influenzai
a'detti segni e pianeti è attribuita; e talora fa nascere in aere
alcuna stella cornata, o altri segni di diluvi e di soperchìe pio-*
ve y peroech' eli' é grande congiunzione per la propisquità di
Marte^ e si per l'eclissi procedente dalla Luna, e si per la »fign^
ra annuale a ciò concordevole, e si ancora perchè poco tempo
appresso retrogradando Saturno e Giove s'appressarono a gradi
uno , minuti trentacinque, tanto che si possono uq' altra volta
congiunti riputare; bene darà più tardezza alli effetti per la tI-
trogradagione. Questo non diciamo che sia di necessità^ ma fia
il più e il meno al piacere di Dio di provvedere a' detti corpi
celestiali mediante la sua giustizia e misericordia, e secondo i
meriti e peccati delle genti e de' regni e de' popoli per punire
e remunerare; e diecci la libertà del libero arbitrio deU^aomo,
quando il voglia adoperare, la qual cosa è in pochi per lo di-
fette del vizio lascibile , e la poca costanza delle virtù y onde
per gli più si vive al corso di fortuna- E nota ancora e trore"
rai, che il pianeto di Marte entrò nel segno del Cancro a di 13
del mese di Settembre nell'anno 1345, e stette nel detto segno
tra diretto e retrogrado infino a di 10 di Gennaio , che retro-
gradando ritornò in Gemini, e stettevi infino a di 16 di Feb-
braio, e ritornò poi in Cancro , e stette poi in quello infino a
di 2 di Maggio 1346^ sicché mostra sia stato in Cancro da me-
fei sei e mezzo tra due volte , che secondo il suo usato corso
non sta noi segno più che cinquanta di. Onde per molti mae-
stri si disse, che il reame di Francia avrebbe molte avversità
e mutazioni, perchè il segno del Cancro è esaltazione del pia-
neta di Giove dolce e pacifico, e dà ricchezze e nobiltà. Il qua*
le segno del Cancro è attribuito al reame di Francia. Ancora il
pianeto di Giove fu soprastato da Saturno e da Marte^ il quale
pianeto di Giove s'attribuisce alla Chiesa e al re di Francitii;
r
Ancora nota , che partito Giove dalla congiunzione di Saturno
e di Marte^ ed entrato nel segno del Pesce sua casa , al conti-
nuo fu congiunto in quello colla cauda draconis^ ch'ancora egli
fa detrazione nel paese ov'è attribuita la sua influenza. Ora pò-
LIBRO DtODECtMO 73
tri dire chi questo capitolo leggerà, cbe utile porta di sapere
questa strolomia al presente trattato? Rispondiamo a chi fia di-*
screto e provveduto, e vorrà investigare delle mutazioni che
SODO state per gli tempi addietro in questo nostro paese e aU
trove, leggendo le croniche assai potrà comprendere delle cose
che sono passate a pronosticare delle future, acconsentìendo che
questa congiunzione in questa triplicità de*segni dell* aere fu e
cominciò a questi nostri presenti tempi gli anni 1305 nel segno
della Libra; e poi gli anni 1325 nel segno di Gemini. A ciascu-
no fa ed è assai manifesto le novità state nella nogtra città e
altrove, che assai sono fresche dall'una congiunzioàe all' altra ,
che sono state quasi di venti anni in venti annf poco meno ;
che la più leggiera, e in sessanta anni intorno, 'W è più grave
e muta triplicità. £ ancora si possono leggiermente ritrovare le
novità e discordie che furono dalla Chiesa allo 'mperio, e Tal-
tré novità dell' antico popolo di Firenze, e della traslazione del-
la signoria del re Manfredi al re Carlo, in dugentoquàfanta ov-
vero in dngentotrentotto 1' avrà fatta dodici volte in dodici se*
gni, le novità che furono in quegli tempi addietro, il passaggio
d'oltremare e altre grandi cose, la mutazione del regno di Ci-
cilia al re Ruberto Guiscardo. E in novecentosessanta , ovvero
in novecento cinquantatrè anni fornite le quarantotto congiun-
zioni, e tornando alla prima, ch*è la più poderosa di tutte, chi
cercherà indietro troverà il cominciamento dal calo della poten-
zia del romano imperio alla venuta de'Goti e de'Yandali in Ita-
lia, e molte turbazioni a santa chiesa, et eaetera. E questo ba-
sti alla presente materia, e diremo d'altro.
CAPITOLO XLII*
Quando morì messer Ubertino da Carrara signore di Padova ,
e quello che seguì della sua morte.
Nel detto anno 1345, all'uscita del mese di Marzo, mori mes-
ser Ubertino da Carrara signore di Padova, (a) il quale i Fio-
rentini e'VeneÉÉiii al conquisto della città di Padova da messer
Mastino, come dicemmo addietro, ne feciono signore; e male ne
fu conoscente^ come fanno gli altri tiranni. Egli mori, e lasciò
(li) Vedi Appendice n,** ii.
Érto. Villani T. IV. 10
Tr4 GIOVANNI VILLANI
in SUO luogo messer Marsilio suo consorio ch'era assai yalento
e dabbene; ma Tinvidia^ che sempre ditrae ogai beneficio, com-
mosse Jacopo da Carrara suo conserto^ e con suo seguito, poco
appresso, per tradimento di notte tempo uccisono il detto mes^
ser Marsilio, e corse la terra , e come tiranno se ne fece A"
gnore.
CAPITOLO XLin.
l)*una asppd legge che fece il comune di Firenze contro a'cheriet.
Nel detto anno 1345, a di 4 d' Aprile , i reggenti e maestri
del popolo di Firenze uomini e collegi della qualità che detto
avemo addietro, fecìono una aspra e crudele legge sopra i che-
rici contra ogni ordine di santa Chiesa, con molti capitoli con-
tro a libertà di santa Chiesa. Intra l'altre cose, che qualunque
cherico offendesse alcuno laico d'alcuno maleficio criminale, fos-
se fuori della guardia del comune, e potesse essere punito per-
sonalmente dalle signorie secolari in avere e in persona , non
rlserbandogli dignità; e quello cherico o laico che impetrasse in
corte di papa , o per altra lettera o giudice delegato in sua
causa o questione, che da ninna signoria di comune non fosse
udito né ammesso; ma che i propinqui parenti di quegli che a-
vessono fatta la impetrazione , fossono costretti in avere e in
persona, tanto che facessono rinunziare la sua impetragione. Di
questa legge» e altri membri che si contengono nella detta ri*
formagione, fu la motiva, che certi cherici rei di grandi e di
possenti popolani pure feciono sotto titolo della franchigia di
loro chericato di sconcie cose a* secolari impotenti. E per ces-
sare Topposizioni de' contratti usurari , e per cagione di molte
compagnie, che in questi tempi e dinanzi erano fallite, levaro-
no, che non si potessono impetrare privilegi di giudice delega-
to. Tutto che queste fossono le cagioni, e abbiano alcuno colo-
re di giustizia, da'savi uomini fu molto biasimata la detta legge
e riformagione , e benché il comune la potesse fare , non era
lecito di farla contro la libertà di santa Chiesa, né mai più fu
fatta in Firenze; e chi vi diede aiuto o consiglio o favore isso-
fatto fu iscomunicato. E se in Firenze fosse stato in quello tempo
uno valente vescovo non cittadino, come fu il vescovo Francesco
da Cingoli antecessore del presente, non sarebbe stato sofferto;
LIBRO DUODECIMO 75
ma il presente vescoYo, nostro cittadino e della casa degli Accia-
inoli, invilito per lo cessare e fsilliniento de'suoi consorti, non
ebbe ardire a fame riparo della iniqua legge e ingiustizia. La
quale saputa in corte , ne fu fatta grande querimonia al papa
e a* cardinali ; e poi tra per quegli e per altri processi fatti
per lo comune di Firenze centra a'cherici, nacque scandalo dal-
la Chiesa a'Fiorentini, come innanzi faremo menzione. E nota,
che fsk il reggimento delle città , essendone signori artefici e
gente manovali e idioti, perocché i più delle Yenluna capitudi-
ni dell' arti , per le quali allora si reggeva il comune , erano
artefici minuti venuti di contado o forestieri , a cui poco dee
calere della repubblica^ e peggio saperla guidare; perocché vo*
lenterosamente fanno le leggi alla straboccata sanza fondamen-
to di ragione^ e male si ricordano quegli che danno le signorie
delle città a così fatta gente, quello che n'ammaestra Aristotile
Bella sua Politica , cioè che i rettori delle cittadi sieno i più
savi e i più discreti che si possono trovare. E il savio Salomone
disse: Beato è quello regno eKè retto per gli savi signori, E que-
1^ basti aver detto sopra la presente materia , con tutto che
per i grandi falli de'nostri cittadini e per gli nostri peccati ma-
le fossimo retti per gli grandi^ e peggio per gli popolani, co-
me poco addietro avemo fatta menzione: è ora abbondante dt
questi artefici minuti e idioti e ignoranti e sanza discrezione^
i quali si reggono a volontà. Piaccia a Dio, che sia con buona
riuscita la loro signoria, che me ne fa dubitare.
CAPITOLO XLIV.
Come U popolo di Firenze tolse certe possessioni e beni a certi
grandi gentili uomini donati loro per lo comune di Ft-
renze,
E poi del mese di Maggio del detto anno, per gli detti reg«
genti e maestrati del popolo di Firenze fur tolti di subito , e
contra ogni debito di ragione, a più nobili de' beni donati per
lo comune per antico e per loro meriti e de' loro anticessori,
o per ragioni fatte per lo comune^ come diremo appresso ; in--
tra gli altri alla casa de'Pazzi le possessioni e beni che il po«
polo e comune di Firenze avea dati e donati aMoro antecesso^
vi con ogni solennità che fare si potesse;, dagli anni 1311 quan*^
76 GIOVANNI VILLANI
do il popolo di Firenze fece cavalieri e difenditori del popolo
quattro di loro , cioè due figliuoli di messer Pazzino , e due
cugini , per la morte di messer Pazzino detto , stato morto in
servigio del popolo ; e lui vivendo , era capo e difenditore del
popolo co' suoi consorti contra ogni grande, cbe contra al pò-»
polo facessono o operassono, come addietro in questi tempi fa*
cemmo menzione; e il suo padre messer Iacopo del Nera mor*
to a Montaperti, caporale e gonfaloniere del popolo; e gli al-
tri suoi consorti le grandi operazioni fatte per lo comune e
popolo di Firenze a Colle di Valdelsa , come addietro è fatta
menzione ; e per tanti beneficii fatti per lo comune e popolo
di Firenze, antichi e moderni, non vollono essere uditi in nia«
na loro ragione, né commetterla in qualunque giudice che fos*
se in Firenze o in Bologna, che al comune piacesse. Ma il me^
glie era non dare il dono^ che la cosa donata villanamente ri*
torre contra ragione. E per simile modo tolsono i beni a'figliuo*
li di messer Pino e di messer Simpqe della Tosa , donati per
lo comune e popolo di Firenze , quando gli feciono cavalieri
del popolo, che tanto per lo popolo adoperarono, come in que-
sta è fatta menzione. E per simile modo tolsono a' figliuoli di
messer Giovanni Pino de' Rossi , il quale mori a Yignone in
Proenza , essendo ambasciadore del comune al papa Giovanni
per grandi cose. E montarono le dette possessioni piò di fiori«»
ni quindicimila d'oro, e convertironsi a rifacimento de' ponti ,
ma non tornarono al comune in danari la metà di quello che
Taleano. Dì questo torto fatto per gli reggenti del popolo a'so"
praddetti gentili uomini, con lo inzigamento degli altri grandi
per invidia, avemo fatta menzione per dare assemplo a quegli
che verranno, come riescono i servigi fatti allo ingrato popolo
di Firenze; e non è pure avvenuto a' detti, ma se noi ricoglìa-
mo le ricordanze antiche di questa nostra cronica^ intra gli al-
tri notabili uomini che feciono per lo comune si fu messer Fa-
rinata degli liberti, che guarenti Firenze che non fosse disfa t*»
ta; e messer Giovanni Soldanìeri , che fu capo alla difensione
del popolo contra al conte Guido Novello e agli altri ghibelli<»
ni ; e Giano della Bella , che fu cominciatore e fattore del se-*
condo popolo; e messer Vieri de' Cerchi , e Dante Alighieri*»
e altri cari cittadini e guelfi , caporali e sostenitori di questo
popolo. I meriti e guiderdoni ricevuti i detti e loro discenden-t
U dal popolo , assai sono manifesti , cbe pieni di grandissimo
fd
LIBRO DUODECIMO 77
vìzio e ingratitudine, e con grande offensione a loro e ai loro
descendenti, si d'esilio e disfazione de'loro beni^ e d'altri dan*"
ni fatti loro per lo ingrato popolo maligno, che discése de'Ro-
mani e de' Fiesolani ab antiquo , ancora^ se leggiamo l'antiche
storie de' nostri padri romani , non veggiamo tralignare. Intra
l'altre notevoli ingratitudini fatte per lo detto popolo romano ,
assai sono manifeste ; come il merito che ricevette il buono
Cammino che difese Roma e deliberolla da' Gallici : per certo
fu sanza colpa cacciato e isbandito in esilio. Che diremo del
buono Scipione Affricano , che deliberò la città di Roma e '1
suo imperio d'Annibale, e vinse e sottomise Cartagine e tutta
la provincia d'Affrica al comune di Roma^ e per simile modo
fu mandato in esilio per invidia a grande torto? Che diremo
ancora del valente e nobile Giulio Cesare? Quante nobili cose
e grandi fece per lo comune di Roma in Italia e poi in Fran-
cia, in Inghilterra, e nella Magna , e sottomisele con tanto af-
fanno al popolo di Roma , e per invidia del senato e rettori
del popolo fu rifiutato da' cittadini , e poi , lui imperadore ,
da Vettori del senato e suoi propinqui, esso , loro benefattore ,
fu ìnorto! Certo questi antichi e moderni assempli danno ma-
teria che Bullo virtuoso cittadino s'intrametta ne'beneficil della
repubblica e de'popoli; ch'è grande male appo Dio e al mon-
do, che col vizio della 'nvidia^ e della superbia , e ingratitudi-
ne s'abbatta le nobili virtudi della magnanimità e della grata
liberalità, fontana di beneficii. Ma non sanza giusto giudicio di
Dio sono le punizioni de'popoli e de'regni soventi per li detti
falli e difetti: pognamo che Iddio non punisca di presente com-
messo il fallo , ma quando il dispone la sua potenzia. Se nella
presente materia avessimo detto di soperchio , il soperchio del
maledetto vizio e dì^rdinato dell'ingratitudine ce jie scusi, per
le opere degli straboccati vizi de' nostri rettori,
CAPITOLO XLV.
Ck>me volle essere tolto il castello di Fucecchio al comune
di Firenze^
Nel detto anno 1 345 , a di 27 d' Aprile, quelli della Volta
di Fucecchio nobili e de' più possenti della terra , coli' aiuto
de'loro amici di Samminiato e di gente del contado di Iucca ,
78 GIOVANNI VILLANI
corsoDo la terra di Fucecchio per rubellarla e lorla al comoB^
di Firenze sotto titolo di cacciarne quegli di messer Simoiiet*
to, un'altra casa de'maggiori di Fucecchio , loro nimiei (a). E
sarebbe loro venuto fatto, se non fosse il subito soccorso delle
masnade de'Fiorentini ch'erano nelle castella di Yaldarno e di
Valdinievole, che vi trassono di presente; e combattendo , per
forza d'arme quegli della Volta e i loro seguaci furono sconfitti
e rotti e cacciati della terra^ ov' ebbe assai di morti e fediti y
e presi , e impiccati per la gola. E poi la state appresso , da
cinquecento fanti de'Pisani ch'erano alla guardia del Cermglio
e di Vivinaia e di Monlechiaro^ di notte tempo seesono in Ger^
baia , e parte ne passarono la Guisciana per trattato d' aver
Fucecchio; per la buona guardia si guarenti; onde i Fiorentini
si dolsono forte a' Pisani per loro ambasciadori y onde eglino
si scusarono molto, che non era loro fattura; ma come sempna
hanno usato, il vizio pisano d' inganni e tradimenti fìi questo ,
perocché non ne fecero ammenda né punizione ; e se Tavesso*
no preso, se lo averebbono tenuto a onta e dispetto de*Fioren-<
tini. E per la detta novità di Fucecchio, onde i Malpigli e Man-
giadori di Samminiato furono adoperatori e cagione, il Luglio
appresso ebbe zuffa e battaglia tra loro in Samminiato , cioè
tra'Mangiadori e Malpigli e i loro seguaci ; ma i Fiorentini vi
mandarono e messonvi accordo, perchè non si guastasse quella
terra. Ancora poi all'entrare di Marzo del detto anno volle es-
sere tradito Fucecchio, e più terrazzani ne furono morti e
giustiziati. E nel detto anno, all'entrare di Giugno, fu fatta pa-
ce e accordo dal comune d' Arezzo e i Tarlati e gli altri loro
usciti ghibellini per mano deTerugini e de' Fiorentini.
CAPITOLO XLTI.
J>% certi latori e eitre cose fatte per lo comune di Firenze
in questi tempi.
Nel detto anno 1345^ a di 18 di Luglio, si compiè di xnìge^
re e di serrare il nuovo ponte rifatto sopra 1' Arno ove antica-^
mente era stato il Ponte vecchio, con due pile e tre archi mol-
to bello e ricco^ e costò bene fiorinL . . d' oro ; e fu bene ioiK
(«) Vedi Appendice a* \2^
LIBRO DUODECIMO ?&
dato> 6 largo braccia trentaduie, colla via che vi rimase larga
braccia sedici , che fu troppo larga al nostro parere ^ e basse
r arcofa braccia due ; e le botteghe dall'uno lato e dall' altro
larghe braccia otto , e lunghe braccia otto , e furono fatte ID
sul sodo deir atcora con volte di sopra e di sotto , e furono
quarantatre botteghe^ onde il connine n'ebbe Tanno di rendita
di pigione da ottanta fiorini d'oro o più, ch'anticamente erano
di legname sportate sopra TAruo, e '1 ponte stretto braccia do-
dici In tutto. £ bel detto anno si cominciò a rifondare con nuo-
ve pile il poDte a santa Trinità^ e compiessi l'anno 1346 a di
4 d^ttobfe^ e fu molto bello e forte, e costò ventimila fiorini
d'oro: E 11 palagio antico, ove sta il podestà dietro alla badia
e a san Pulinari, si tnerlò con beccatelli , e misesi in Vòlta il
tetto di sopra perchè non potesse ardere, come fece altre volte.
E nel detto anno si cominciò a rivolgere e rinnovare la coper-
ta del marmo del duomo di san Giovanni , e la cornice d* in«-
tomo troppo più bella che non era prima, perocché per lungo
tempo la coperta de'marml in prima in alcuna parte era rotta
e guasta , e faceva acqua e guastava le dipinture d' entro e le
i^rle del musaico. Lasceremo alquanto delle novità di Firenze
e d'intorno, e diremo di novità fatte per lo re d' Inghilterra e
sua gente nel reame di Francia, e In Fiandra e Brabante e in
Guascogna , eh* assai furono maravlgliose cose.
CAPITOLO XLVII.
€ome il re Adoardo terzo tCInghilterra venne in Fiandra, e man-
dò sua oste in Guascogna e in Br^Aante tontm U re di
Francia.
Nel detto anno, Adoardo terzo re d^ Inghilterra fece uno
grande apparecchiamento di naviglio e di gente d' arme , per
passare di qua dal mare nel reame di Francia , ch'erano fallite
le triegue del mese di Giugno ; « mandò il conte d' Orbi suo
zio cugino della casa reale in Guascogna con dugento navi ca-
riche di cavalieri e d'arcieri. E mandò il conte di Monforte in
Brettagna, a cui la duchea di quella a ragione succedea , come
dicemmo addietro , con altre dugento navi con gente d' arme
assai a cavallo e a pie ; e quello che i detti due signori colle
lAetie armate adoperarono in Brettagna e in Guascogna diremii
80 GIOVANNI VlLLAia
ordinatamente nel presente capitolo. Lo re Adoardo in
col figliuolo e con altre dugento navi , ovvero cocche , con
gente d' arme assai y arrivò alle Schiuse in Fiandra a di 6 di
Luglio^ c^n intenzione e con ardire e con trattato di fare, con
ordini delle comuni di Fiandra , conte di Fiandra il figliuolo
duca di Brabante: dall'altra parte avea trattato con Luigi con-
io di Fiandra di lega e compagnia , e fatto matrimonio e pa-
rentado con lui , e dava al suo figliuolo la figliuola del duca
per moglie^ e dovealo rimettere colle sue forze e de'Braban-
zoni nella signoria e contea di Fiandra. E stando i) re Adoar-
do alle Schiuse sopra i detti trattati » ed essendo andati al re
d' Inghilterra Giacomo Artivello di Ganfo , caporale e maestro
di tutta la comune di Fiandra^ con altri ambasciadori di Gan-
te e deir altre ville di Fiandra ^ e dopo molti parlamenti , i
detti ambasciadori si partirono in accordo col re y e Giacomo
d'Artivello rimase col re alquanti di a trattare^ secondo si di8«
se^ sue ispezialitd , onde grande sospetto generò nelle comuni
di Fiandra ; e lui poi tornato a Gante ^ facea conie signore
sgombrare certi palagi e case de'borghesi di Gante, e fare Tap-
parecchiamento per lo re d'Inghilterra, che vi dovea venire; e
per quello sospetto preso^ o per l'arroganza del detto Giacomo,
o per operazione del duca di Brabante, certi della comune di
Gante levarono la terra a remore , e corsone e combatterono e
assalirono alle case il detto Giacomo d' Artivello, appellandolo
per traditore ; ed egli co' suoi seguaci si difendea , e uccise
due della comune, e molti fediti. Alla fine non potendo durare
all' esercito del popolo , fu morto egli e il fratello e il nipote
con bene settanta amici e famigliari y e disfatte le sue posses-
sioni. E ciò fu a di 19 di Luglio. E fecesi capo della comune
di Gante uno eh' avea nome (a) E come addietro dicemmo
in altro capitolo de'fatti di Firenze, tali sono le fini degli uo-
mini troppo presuntuosi^ e che si fanno caporali de'Ioro comuni;
e questo basti a tanto. Lo re Adoardo sentendo la detta novel-
la, e non veggendo eh' e'si fornisse in Fiandra il suo trattato^ si
si parti col suo navilio dalle Schiuse^ e temessi in Inghilterra; e
fece divieto, che lane^ né vittuaglia, né suo navilio, né altro che
partisse di suo paese , non arrivasse in Fiandra o in Braban-
te, onde i Fiamminghi rimasono molto confusi. Bene si raccon-
(a) Vedi Appendice n.® i5.
tTBRO DUODECIMO 81
ciarono poi , comò si dirà in altro capitolo innanzi. Il conte
d'Orbi arrivò in Guascogna, e si puose ad assedio alla città di
Belchirag^o che teneano i Franceschi, ch'era del siri di Lebret-
te; e del niese d'Agosto del detto anno, il siniscalco di Guasco-*
gna per lo re di Francia, e il conte di Pelagorga con cinque-
cento cavalieri e di( cimila pedoni vennono in una notte per
soccorrere la detta terra, credendosi improvviso avere preso il
conte d'Orbi e sua oste; il quale stando di di e di notte in buo-
na guardia, si difese francamente dal detto assalto , e mise In
isconfitta la gente del re di Francia, ove ne rimasono morti e
presi. E poi il conte d' Orbi con sua gente combattè la terra ^
e per forza ebbela , ove fu grande uccisione e ruberia. £ sog-
giornando il detto conte alla detta città di Belchirago co' suoi
Tnghilesi e Guasconi di sua parte, Toste del re di Francia , in
quantità di tremila cavalieri con innumerabile gente a piedi ,
la maggior parte Guasconi e di Linguadoca, essendo all'assedio
d' Albaroccia in Guascogna , che teneano gì' Inghilesi , messcr
Gianni figliuolo del re di Francia con più di cinquemila cava-
lieri, e con gran baronia di Francia , era presso a dieci leghe ad
Albaroccia ; perchè egli prese isdegno degl' Inghilesi , avendoli
per niente, non volle essere al detto assedio. Gli assediati sen-
tendosi essere molto stretti, mandarono al conte d'Orbi per soc-
corso, o a loro convenia rendere la terra. Il quale conte d'Orbi,
come valente signore , non temendo dì tanta cavalleria e pò-
tenzia del re di Francia, ch'avea al detto assedio e nel paese
con messer Gianni di Francia , si si parti ài Belchirago con
quanta gente potè con seco menare; e quando s'appressarono a'ni-
mici, quelli ch'erano a cavallo, iscesono tutti a piedi, lasciando
i cavalli addietro agli loro paggi, ch'erano da milledugento ca-'
valieri e arcieri e gente a pie innumerabile, e cosi a piedi as«
salirono la detta oste una mattina alla punta del giorno , a di
21 d'Ottobre del detto anno , ove fu aspra e dura battaglia, e
grande uccisione dall' una parte e dall' altra , e durò infino al
mezzogiorno, che non si sapea chi avesse il migliore. Alla fine
essendo malmenati la gente del re di Francia d' uccisione di
gente e di loro eavalli, gl'Inghilesi e'Guasconi di loro parte i
cavalieri rimontarono freschi in su i loro cavalli , e per forza
misono in volta tutta la gente del re di Francia, ov'obbe mol-
ti morti e presi. Infra gli altri signori presi furono messer Lui-
gi di Pittieri, e il conte di Valentino^ e il conte della Illa, e il
Gio. Villani T. IV. il
82 GIOVANNI VILLAm
visconte di Nerbona, e il visconte di Vìlatrico, e il visconte di
Caramagna, e messer Rinaldo d'Osi nipote cbe fu di papa Cle-
mente sesto, e messere Ugotto del Balzo, e il siniscalco di To-
losa , e più altri signori e baroni quasi tutti di Linguadoca ; i
quali si ricomperarono per loro redenzione più di libbre cin-
quemila di sterlini. Messer Gianni di Francia , cbe era presso
colla sua baronia come detto avemo, non venne al soccorso, né
tenne campo, ma si tornò addietro; onde gli fu messo in gran-
de viltà, e preso grande sospetto per quelli di Linguadoca che
teneano col re di Francia. E per le dette due vittorie, al conte
d'Orbi e sua gente s'arrenderono tra in Guascogna e in Tolo-
sana più di cento tra cittd , terre e castella murate. In questi
tempi i Normandì, ch'erano sotto al re di Francia, feciono tra
loro comuna al modo de'Fiamminghi non ubbidendo gli uficiali
del re di Francia^ e trattando costoro caporali cospirazione col
re d'Inghilterra^ la quale poco tempo appresso^ partorì grandi
cose. Sentendo le dette novelle il papa e' cardinali di tanta
commovizione del reame di Francia per la detta guerra, vi man-
dò di presente due legati cardinali per mettere pace o triegoa
tra'detti signori , ma niente ne poterono fare ; perocché il pa-
pa tenea troppo la parte in sostenere le ragioni del re di Fran-
cia^ più che quelle del re d' Inghilterra , onde poi ne crebbe
molto male^ rome innanzi ne faremo menzione. E volle il pa-
pa procedere centra al re di Inghilterra^ ma di ciò non ebbe
concordia^ che grande parte de'suoi cardinali non consentirono,
e però rimase. Essendo state in Guascogna le sopraddette bat-
taglie a danno de'Franceschi, messer Gianni di Francia con tut-
ta sua gente^ ch'era grandissima, a cavallo e a pie, puose as-
sedio al fbrte castello d* Aguglione , e giurò di non partirsene
mai che 1' avrebbe ; e dentro v' era buona brigata di gente
d' arme Guasconi e Inghilesi , e spesso messer Giovanni facea
combattere il castello , e que* dentro sovente ventano fuori a
scaramucciare e assalire il campo. Avvenne, che a di 16 di
Giugno vegnendo da Tolosa per le fiumane all'oste de'France-
schi due grosse navi carche di vettuaglia e d' arnesi da com-
battere^ quegli d' Aguglione uscirono fuori per terra e per a-
cqua, e per forza combattendo prcsono le dette navi con gran-
de danno de'nimici, e andando con grande audacia infra To-
ste de^ Franceschi predandogli e uccidendogli , onde tutto il
campo de' Franceschi fu a remore, eh' era innumerabile gente
LIBRO DUODECIMO 83
e per la molli tudine soprappresono alquanti di loro nimicl
ch'erano usciti d'Aguglione all'assalto dell' oste , e innanzi che
tutti si potessono ricogliere al castello , ve ne rimasono assai
morti e presi. Gl'infrascritti caporali presi , messer Alessandro
di Gamonte , Giuliano di Pomieri y il siniscalco di Bordello , il
signore di Landros, Ugo il fratello del siniscalco di Saverago,
Gianni Colombo di Bordello , i quali si cambiarono con parte
de'presi detti addietro^ ed erano tutti Guasconi. Il conte d' Or-
bi con sua oste venne verso Aguglione ^ e rifornì il castello di
gente e di vittuaglia. Lasceremo alquanto di questa materia
e diremo d'altre novità, ma assai tosto ci torneremo , peroc-
che la detta guerrii dal re di Francia al re d'Inghilterra
crebbe diversamente, come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO XLVin.
Ontkt il re d'Ungheria venne in Ischiavonia, e come fu morto
il re di Pòllonia.
Nel detto anno 1345, del mese di Luglio^ il re Lodovico d'Un-
g^heria con grande esercito a cavallo e a pie venne in Ischia-
venia per racquistarla^ eh' era di risorto del suo reame , on-
de si rubellò a' Veneziani la città di Giara^ ch'eglino aveano te-
nuta lungo tempo^ e arrendessi al detto re dUngheria, la qua-
le ì Veneziani tenieno, per forza e potenzia ch'aveano per ma-
re, tirannescamente con soperchio gravezze ; onde a' Giaratiui
parea loro male stare, ch'era una grassa terra e buono comu-
ne, usi di stare in loro libertà, salvo(l) di piccolo risorto rispon-
deano per antico al re d'Ungheria^ e questa fu la cagione della
loro nibellazione. Per simile modo si rubellarono a' Veneziani
più altre terre; e tutta la Schiavonia era per racquistare il re
d' Ungheria, se non che per soperchio di sua gente gli falli la
vittuaglia, sicché per necessità gli convenne addietro ritornare.
(i) di piccolo riiorto : v. a. di pìccolo tributo Molle volte il n. a.
ha usata questa voce nel significato detto, e qualche volta pure per giu-
risdizione e tovraDÌlày e alto domiDio; come nel cap. 69 di questo lib.:
la qual domanda il re d^ Ungheria non accettò, ma sarebbe condisceso
a lasciarli Pisola, rispondendogli cerio censo, e rituanendo a quello d'Un-
gheria il risorto e l' appello.
84 aiOVA?iNI VILLANI
Ancora in questa stanza ebbe novella, che '1 re di Pollopia fra-,
tello della madre, avendo combattuto in campo con Carlo figliuo-
lo del re Giovanni di Boemia^ era stato sconfitto e morto, san-
?a lasciare alcuno figliuolo. Per la qual cosa si tornò in Unghe-
ria, e poi andò in PoUonia, e incoronò del detto reame Stefano
suo secondo fratello, a cui succedea per retaggio della madre (fi).
Lasceremo di dire alquanto de'fatti degli strani, e torneremo a;
dire de' fatti di Firenze.
CAPITOLO XLIX.
Come i Fiorentini s'accordarono con messer Mastino de' danari
gli restavano a dare per la compra di Lucca.
Nel detto anno 1345, del mese d'Agosto, essendo messer Ma-
stino della Scala in discordia co* Fiorentini per gli danari che
restava ad avere dal comune di Firenze per la matta e folle im-
presa di comprare da lui la città di Lucca assediata, come ad-
dietro è fatta menzione, domandando messer Mastino tra di re-
sto e d'ammenda più di centotrentamiia fiorini d'oro, i Fioren-
tini saviamente feciono ordine e decreto, che più stadìchi non
gli si mandassono, sicché allo scambiare, dov'erano dodici, n'a-,
vesso ventiquattro tra vecchi e nuovi, abbandonando quegli che
v'erano, e che nullo Fiorentino stesse in sue terre, se non a lo-
ro rischio; onde messer Mastino crucciato, rinchiuse in cortese
pregione i dodici stadichi che avea , e fece prendere quanti
Fiorentini avea in Verona e in Vicenza. E nota lettore , a che
fine riescono le compagnie e imprese da'comuni a'tiranni, e se
messer Mastino si seppe vendicare con danno e vergogna del
nostro comune delle ingiurie e guerra fatta centra lui co'Vene-
ziani insieme , come lungamente addietro facemmo menzione.
Avvenne poi, che per bisogno che messer Mastino ebbe di mo-
neta per la 'mpresa fatta fare al marchese da Ferrara dell'oste
di Reggio centra quelli da Gonzaga signori di Mantova , e per
procaccio del marchese da Ferrara ch'era stato mezzano del so-
praddetto mercato della comperà di Lucca da'Fiorentini a mes-
ser Mastino, mandò al comune di Firenze che volea acconciare
la qui^tione, i quali vi mandarono discreti ambasciadorj, E ven-
(a^Vedi Appendice u.® i4'
LIBRO DUODECIMO 85
ne messer Mastino in persona a Ferrara^ e là si diflinl il detto
accordo per sessanlncìnquemila iiorini d'oro^ quitando tutto al-
l'uscita del mese di Settembre^ promettendo di pagare infra due
mesi. La quale civanza del detto pagamento si trovò in Firenze
di presente per uno ordine ch'allora si fece per lo comune; che
qualunque cittadino doveva aver dal comune danari per gl'im**
presti vecchi, prestando altrettanti contanti, e'fossero loro asse-
gnati sopra le gabelle ordinate a messer Mastino , e che infra
due anni dovesse riavere i vecchi e nuovi prestati^ e trovossi
la civanza di presente^ che fu bella cosa*, e messer Mastino fu
pagato, e fini il comune, e tornarono gli stadichi.
CAPITOLO L.
Di più novità fatte e occorse in Firenze in questo anno.
Nel detto anno, a di 26 d'Agosto , si diede al comune di Fi-
renze il castello delle Foci in sull'Ambra di là dal fiume^ ch'era
delle terre del viscontado, e avienvi su ragione i conti da Por-
ciano. Ma '1 comune compensò per quello dovea dare al comu*
ne di condannagioni Guido Alberti conte di quelli, e per offese
fatte al comune, che fu uno bello acquisto coir altre terre del
viscontado detto ch'avea il comune, tutto siano di giuridizione
d'imperio; ma dal fiume d'Ambra in qua tutto è oggi del co-
mune di Firenze. In questi tempi certi da san Gimignano cor-
sero la villa di Gampourbiano con grande ruberia e arsioni e
micidii, opponendo riteneano loro sbanditi; per la qual cosa si
turbò forte il comune e popolo di Firenze , perch' altra volta,
come addietro facemmo menzione, hanno fatto il simigliante, e
però ne fu condannato il comune di san Gimignano in diecimi-
la fiorini d' oro , e i terrazzani nell' avere e nella persona. Ma
poi del mese di Novembre per richesta de'Sanesi, e Volterrani
e CoUegiani per cessare scandalo^ e per grazia^ fu fatta compo-
sizione con loro, e pagarono per menda fiorini cinquemila d'o-
ro, e rimasene in bando solamente quelli quattro de' caporali
della detta cavalcata , e non più. In questo anno , a di 12 di
Settembre, e poi a di 22 di Dicembre, di notte, furono grandi
tremuoti, ma durarono poco. In questo anno furon molle piog*
gè in Firenze e in questi paesi d' intorno » che dall' uscita del
mese di Luglio fino a di 6 di Novembre non fini di piovere
86 GIOVANNI VILLANI
quasi al continuo ; onde fu molto sconcio di ricoUe , e guastò
molto grano e biade ne' campi e uve nelle vigne , e non fu il
detto anno il vino né digesto né naturale, e le terre si poterò*
no male lavorare e seminare. Per le soperchio piogge l'Arno
per due volte sformatamente di Ottobre e di Novembre crebbe
per modo^ che coperse tutta la piazza di santa Croce, e allagò
gran t>arte del detto quartiere, e venne Tacqua infino al pala-
gio del podestà. E la Tersolla crebbe si sformatamente, che va-
licò il ponte a Rifredi e quello dal Borghetto , e minò case e
mura con gran danno e perdimento di cose e guastamente di
terreni. E simile diluviò il Mugnone e '1 Rimaggio e tutti i fos-
sati d'intorno con grande danno delle contrade, ed ebbesi gran-
de paura in Firenze di generale diluvio. E la congiunzione pas-
sata cominciò a mostrare le sue influenze , e fu segno e cagio*
ne che avvenne il seguente anno di male ricolte e carestia di
vittuaglla, come innanzi faremo menzione. Lasceremo alquante
de'nòstri fatti di Firenze^ e racconteremo d' uno (1) screpio , e
scellerato peccato e tradimento commesso per le redo e con-
giunti del re Ruberto tra loro, come diremo nel seguente capi-
tolo.
CAPITOLO LI.
Come e perchè modo fu morto Àndreasso, che dovea essere re
di Gerusalemme, di Cicilia e di Puglia.
In questi tempi e anno 1345, regnando nel regno di Puglia
Andreasso figliuolo di Carlo Umberto re d' Ungheria , il quale
avea per moglie Giovanna figliuola prima e reda di Carlo
duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto, a cui dovea sncce-
(i) screpio: ▼• a. strepito, sussurro, discordia. Questa voee non ènei vo-
cobolario, né altro esempio abbiamo da riportare; ma è vero altreai, che
si trova in più antichi manoscritti. Noi però dubitiamo che in questo
luogo non sia errore , e che abbia a leggersi screzio , la qoal voce ha
r istesso significato , ed è riportata nel Vocabolario con più esempi di
buoni antichi. Nell'edit. de* Giunti di Venexia del i559, avente in mar.
gine le note di Remigio Fiorentino, si trova la voce screpio con questa
dichiarati one » brutto , o vituperoso , voce non più usata in Firenie »
ma noi crediamo, che cosi adiet. non sia stata usata giammai né in Fi*
reiue, né altrove.
tlBRO DUODECIMO 87
dere il reame^ per lo modo e ordine^ come addietro in alcuno
capitolo facemmo menzione ; il re Ruberto con dispensagione
del papa e della Chiesa , avea diliberato che Andreasso fosse
re dopo la sua morte. E aspettavasi di presente d'esser corona-
to del reame di Cicilia e di Puglia, e ordinato era in corte per
lo papa uno legato cardinale che '1 venisse^a coronare. Invidia
e avarizia de'suoi cugini e consorti reali^ i quali vizi guastano
ogni bene, collo scellerato vizio della disordinata lussuria della
moglie , che palesemente si diceva che stava in adulterio con
messer Luigi figliuolo del prenze di Taranto suo cugino , e col
figlinolo di Carlo d'Artugio, e con messer Jacopo Capano, e col-
lo scellerato consiglio^ si disse, della zia, scrocchia della madre,
e figliuola che fu di messer Carlo di Valos di Francia , che si
facea chiamare imperadrice di Costantinopoli , e anche di suo
corpo non avea buona fama; e per consìglio d^l suo figliuolo
messer Luigi di Taranto, cugino carnale della reina per madre,
e d' Andreasso secondo cugino, il quale si diceva ch'avea affare
di lei, ed era in trattato di torta per moglie con dispensagione
della Chiesa per succedere ed essere re dopo Andreasso, e dis-
sesi ancora, che '1 duca di Durazzo suo fratello l'assentì, ch*a«
vea per moglie la scrocchia della detta Giovanna , acciocché
ella morisse sanza reda, perchè, in lui sarebbe succeduto il rea-
me; per questi suoi consorti e cugini della casa reale, si di^se
che con ordine della moglie e soggiunto degl' infrascritti tradi-
tori^ se vero fu come ne corse la fama piuvicamente^ ordinaro-
no di fare morire il detto giovane e innocente re Andreasso.
Ed essendo il detto re Andreasso ad Aversa colla moglie al giar-
dino de'frati del Murrone à diletto, e nella camera con la mo-
glie nel letto^ di notte tempo^ a di 18 di Settembre^ con ordine
e tradimento de'suoi ciamberlani, e alcuna cameriera della mo-
glie, a petizione degl'infrascritti traditori, il feciono chiamare
che si levasse per grandi novelle venute da NapoU. Per con-
forte della moglie si levò^ e usci fuori della camera; e di pre-
sente per la cameriera della reina sua moglie gli fu richiusa
la camera dietro; ed essendo nella sala Carlo d'Artugio e il fi-
gliuolo, e '1 conte di Tralizzo^ e certi de' conti della Leonessa
e di quelli di Stella, e messer Jacopo Capano grande maliscal-
co, il quale si dicea palese ch'avea affare colla reina^ e due fi-
gliuoli di messer Pace da Turpia^ e Niccola da Mirizzano suoi
ciamberlani, fu preso il detto re Andreasso e messogli uno ca-
88 GIOVANNI VlLLAm
presto alla gola, e poi spenzolato dallo sporto della sala sopì
il giardino, essendo per parte di quegli traditori di sotto tiratoio
per gli piedi tanto che lo strangolarano , credendo sotterrarle^
nel detto giardino, e ch'altri noi sapesse. Avvenne eh' una sua
cameriera ungara il senti, e vide , e cominciò a gridare^ onde
i traditori si fuggirono, e lasciarono il corpo morto nel giardi-
no. Tale fu la repente morte del giovane e innocente re , che
non avea più che diciannove anni, per li falsi traditori. Fu ran-
cato il corpo a Napoli e soppellito co'reali, e la moglie ne fé»
ce piccolo lamento^ a quello eh' ella dovea fare ; e quando fa
morto^ non ne fece clamore nò pianto come quella, che si dis-
se palese e corse la fama, eh* ella il fece fare. E uno messer
Niccola Ungaro balio del detto re Andreasso^ passando per Fi<»
renze , che n* andava in Ungheria , il disse al nostro fratello
suo grande acconto e dimestico a Napoli , per la forma per
noi iscritta di sopra, il qual era uomo degno di fede e di gran-
de autorità: onde ne seguirono molte cose come per innanzi si
farà menzione. Ma la reina pur rimase grossa d' uno faneiuUo
di sei mesi, o là intorno; e di cui si fosse ingenerato , diceva
ella ch'era del re Andreasso (a).
CAPITOLO LII.
Di quello che segui poi della morte di Andreasso.
Della detta morte scellerata e crudele del giovane re An*
dreasso fu molto parlato e biasimato per gli cristiani^ e per
tutti coloro che l'udirono. E venuta la novella in corte ^ molto
se ne turbò il papa e tutto il collegio de'cardinali, dogliendosl
il papa in piuvico concistoro, ch'eglino erano cagione della sua
morte per avere tanto indugiata la sua incoronazione e scomu-
nicò e privò d'ogni beneficio spirituale e temporale chiunque
avesse operato, o dato consiglio o aiuto o favore alla morte del
re Andreasso. E commise nel duca d'Andri, detto conte Novel-
lo, che andasse nel Regno, e facesse giustizia di chiunque di
ciò fosse colpevole, in persona e in beni cosi in ecclesiastichi
come in secolari; e non risparmiasse neuno per neuna dignità
che fosse in lui. Egli andò a Napoli; ma prima per la universi-
Co) Vedi Appendice n.** i5.
LIBKO DUODBCIHO 89
tà di Napoli isbarrata la terra , a rumore di popolo fu preso
mesMr Ramondo di Catania, ch'andava per Napoli comandando
per parte della reina e sommovendo, e come traditore fu preso»
e il figliuolo di messer Pace stato ciamberlano del re Andreas-
80: le disaminato^ che ebbe colpa dell' omicidio, e confessatolo^
gli niisono uno amo nella lingua, perchè non potesse parlare;
e menato in sul carro, e levatogli le vive carni da dosso ^ fu
impeso e fatto morire; e poi il conte Novello fece inquisizione,
e più baroni e altri, fece mettere in prigione^ e due femmine,
la maestra della regina e donna Ciancia Capana, che apparta
che sentissono il tradimento; i quali traditori e le dette donne
la regina difendea a suo podere, di non lasciare fare giustizia.
Ma poi, a di 2 d'Agosto vegnente 1346, il detto conte Novello
fece morire il conte di Tralizzi, che fu di quegli d'Alardo Fran-
ceschi, e il conte d'Eboli grande siniscalco, quelli, si diceva,
che giaceva colla reina ; mandogli in su due carri ^ e dalle
genti furono lapidati, e poi arsi. E poi, a dì 7 d'Agosto, per si-
mile modo fece giustiziare messer Ramondo di Catania, e '1 no-
taio Cola da Nnrazzaho , e riserbandosene degli altri a giusti-
ziare. Per la morte del detto re Andreasso si scompigliò tutto
il regno di Puglia; chi teneva colla regina, ch'avea tutta la si-
gnoria e il castello in Napoli e tutto il tesoro del re Ruberto,
ciò era messer Luigi fratello del prenze di Taranto,. soldando
gente d'arme per la regina, e per forza voleva entrare in Na-
poli con cinquecento cavalieri; ma il fratello del duca di Du-
razzo e gli altri baroni e il popolo di Napoli il contastarono.
E cosi chi teneva colta regina e con messer Luigi di Taranto,
e chi col prenze di Taranto^ e chi col duca di Durazzo; e cia-
scuno soldo gente assai a cavallo per sua guardia, e chi per
paura del re d'Ungheria fratello del ré Andreasso , eh' era ve-
nuto a Giara in Schiavonia^ come innanzi faremo menzione, e
minacciava colle sue forze venire nel Regno per essere re , e
per fare vendetta di quegli reali e della regina , che si diceva
che aveano fatto morire il fratello. Per la qnal cosa tutto il
regno stava sciolto e scomunato e in tremore , rubandosi i co
muni sauza niuno ordine di giustizia ; e i detti reali male in
accordo insieme, o da dovero o per dissimulazione, per coprire
tra loro il peccato. E se il re d'Ungheria fosse passato, non a-
vea ritegno, si era scommosso il paese ; ma la briga eh' avea
co'Veneziani^ ch'erano ad oste a Giara, e il caro della vittua-
Gio. Villani T. lY. 12
00 «lOTANNI VILLANI
glia, e il gfrande esercito eh' avea di sua gente ^ e ancoìra bolt
apparecchialo muno naviglio, isturbò la venuta allora; e la re-
gina in questa stanza avea fatto un fanciullo maschio a di ^6
di Dicembre 1 346, e puosegll nome al battesimo Carlo Martel-
lo per Tavolo $ ma per li più si disse eh' era figliuolo del re
Àndf easso , e di certi segni il somigliava ; e chi dicea di no ^
per la mala fóma della regina. Lasceremo alquanto di questa
materia , ch'a tempo e luogo vi ci conviene ritornare ^ e dlre^
mo de^iostri fatti di Firenze e d'altre novità (a)%
CAPITOLO LUI.
Come in ttrenze si fece nuova moneta d* argento.
Nel detto anno 1345 , avendo in Firenze grande difetto , e
nulla moneta d'argento se non la moneta de' quattrini, che iut*
te le monete d* argento si fondeano e portavansi oltremare , e
valea la lega d'once undici e mezzo di fine più di lite dodici
a fiorini la libbra, ond*era grande isconcio a'IanaioUli e à più
altri artefici, temendo non calasse troppo il fiorino a moneta;
si si ordinò divieto, che niuno non traesse della città e contado
di Firenze argento sotto grande pena; e ordinodsi e fecesi nuo^
va moneta d'argento di soldi quattro di piccioli l'uno, o di do-
dici quattrini, di lega di buono argento d'once undici e mezzo
di fine per libbra; e goldi undici e danari dieci di detti gros**
si, pesavano una libbra; e soldi undici e danari otto ne rende»
va la zecca, e grossi due ne rimaneva per ovraggio al comune.
Trassesi di zecca di prima a dì 12 d'Ottobre del detto anno, e
fu molto bella moneta coirìmpronta del giglio e di san Giovan-
ni, e chiamavansi nuovi guelfi; ed ebbe grande corso in Firen'»
ze e per tutta Toscana, e per lo caro dell'argento tornò il fio«
rino a lire tre e soldi due di piccioli, e meno. Prima ci erano
guelfi di quindici e mezzo per fiorino d'oro. Ma in questi di ,
certi malefattori cittadini , alquanti di casa Bardi , ciò furono
Aghinolfo di messer Gualterotto, e Fazio di messer Piero, e Bn*
berlo del Pievano , feciono venire da Siena certi maestri fal«
satori di moneta , e nell'Alpe di Castro aveano ordinato e co-
minciato a falsare la detta moneta nuova e i qualtrini: e de'qna*
(a) Vedi Appendice n.^ i6.
tiBBo mu OHE Cina H
H maestri furono presi due e furono arsi , e confessarono per
loro spontanea volontà, che i detti tre de'Bardi la faceano loro,
fare, e furono richiesti e citati, e non comparirono, e furono
condannati tutti e tre al fuoco come falsari. Lasceremo alquau^
to de'fàtti di Firenze^ ch^a8$ai ne'detti tempi erano in tranquil-
lo e buono stato e sanza guerra^ con lutto fosse in assai boK
lore e tribulazione per le compagnie e singidarl persone follite
de'cittadini^ come per innanzi faremo menzione^ e torneremo a
dire d'altre novità degH strani, che furono in questi tempL.
CAPITOLO LIV.
Carne furano morti il eonte ^Analdo e *l marchese di GiulUeri
da'Fresoni.
Nel detto anno, all*uscita del mese di Settembre , avendo il
eonte d'Aaaldo fatto suo isforzo di gente d'arme col marchese*
di GiuIIieri^ passarono in Frisia e in Olanda^ onde il detto con^
te d'Analdo era signore per retaggio , per sottomettere a sua
signoria i Fresoni^ ch« non l' ubbidivano : il quale ^Na detta
Impresa ebt>e lieta entrata, che quasi sanza contasto conquista-^
fono fìra loro grande parte del paese , ma riusci con dolore I»
fine. Parendo loro essere più rassicurati, ì Frosoni st raunaro^
no in boschi e in maresi, e misero aguato a'detti signori e alla
loro gente , non prendendosi guardia , e in più parti i Fresoni
ruppono t dicchi, ciò sono glt argini fatti e alzati per forza, a
modo del Po, alla riva del mare per riparare il fiotto; onde
spandendosi l'acqua, la maggiore parte delle genti de' detti si*
gnori annegarono^ e chi delFacqua scampò fnron morti da*Fre-
soni ch'ìerano in aguato, che non ne campò uomo. E morivvi il'
detto conte d'Analdo e 1 marchese di Giullieri, onde ne fb gran^
de danno, ch'erano signori di grande potenza e valore ; e ri^
mase la contea d'Analdo sanza roda maschio, e succedette la
detta contea al duca di Baviera detto Bavaro^ e ad Adoard»
fé d'Inghilterra, eh' avea ciascuno di loro per moglie una fi-^
gliuola del detto conte dr'Analdo ,. alle quali succedea. la coo^
92 GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO LV.
Del fallimento della grande e possente compagnia de'Barii
di Firenze.
Nel detto anno 1345, del mese di Gennaio^ fallirono quegli
delia compagnia de'Bardi, i quali erano stati i maggiori mer-
catanti d'Italia. E la cagione fu eh' eglino aveano messo^ come
feciono i Peruzzi, il loro e l'altrui nel re Adoardo d'Inghilter-
ra e in quello di Cicilia; che si trovarono i Bardi dovere ave-
re dal re d'Inghilterra, tra di capitale e di riguardi e doni im-
promessi per lui, più di novecentomila fiorini d' oro , e per la
sua guerra col re di Francia non gli potea pagare; e da quel»
lo di Cicilia doveano avere da centomila fiorini d'oro. E'PeniX'»
zi doveano avere dal re d'Inghilterra da seicentomila fliorini
d'oro e da quello di Cicilia da centomila fiorini d'oro; e debi-
to da trecentocinquantamila fiorini d'oro; onde convenne che
faillissono a'cittadini e forestieri a cui dovìeno dare, solo i Bar-«
di più di cinquecentocinquantamila fiorini d'oro. Onde molle al-
tre compagnie minori , e singulari persone , eh' aveano il loro
nelle mani de'Bardi e de'Peruzzi e negli altri falliti, ne rima-^
sono diserti , e tali per questa cagione fallirono. Per lo quale
fallimento de'Bardi, e de'Peruzzi, e degli Acciainoli , e Bonac-
corsi, e Cocchi, e Antellesi, e Corsini, e que'da lizzano, e Pe-
rendoli , e più altre piccole compagnie e singulari artefici che
fallirono in questi tempi e prima, e per gl'incarichi del corna-
ne , e per le disordinate prestanze fatte a' sopra^llletti signori ,
onde addietro è fatta menzioòe, ma però non di tutti, che trop-
po sono a contare, fu alla nostra città di Firenze maggiore rui-
na e sconfitta, che nulla che mai avesse il nostro comune , se
consideri bene, o lettore, il dannaggio di tanta perdita di teso-
ro e pecunia perduta per li nostri cittadini , e messa per ava-
rizia di guadagnare nelle mani de're e de'signori. maladetta
e bramosa lupa, piena del vizio deli' avarizia regnante ne* no»
stri ciechi e matti cittadini , che per cuvidigia di guadagnare
da' signori, mettono la loro e l'altrui pecunia in loro potenza
e signoria! E perdessi e desolossi per questa cagione d'ogni po-
tenza la nostra repubblica, che non rimase quasi sostanza ne'no»
«tri cittadini , se non in alquanti artefici o prestatori , i quali
colla loro usura consumarono e raunarono a loro la sparta po-
vertà de' nostri cittadini e distrettuali. Ma non sanza cagione
vengono a' comuni e a" cittadini gli occulti giudicii di Dio per
punire I peccati commessi , siccome Cristo disse di sua bocca
evangelizzando: In peccato vestro moriemini eie. I Bardi rende-
rono per patti le loro possessioni alloro creditori soldi nove da-
nari tre per lira, che non tornarono a giusto mercato soldi sei
per lira. I Peruzzi patteggiarono a soldi quattro per lira in pos*
sessiokii , e soldi sedici per lira nelle dette de'sopraddetti signori;
e se riavessono quello che dovriano avere dal re d'Inghilterra
e da quello di Cicilia, o parte di quello^ rimarrebbono signori
di grande poteiazia e ricchezza ; e i miseri creditori diserti e
poveri , perchè falli la credenza per le malvage agguaglianze
degli ordini e riformagioni del nostro comune e corrotto reggi-
mento^ che chi ha potere più, a suo senno fa i decreti del co-
mune. E questo basti, e forse che troppo avrò detto sopra que-
sta vergognosa materia ; ma non si dee tacere il vero per chi
ha a fare memoria delle cose notevoli che occorrono^ per dare
assemplo a coloro che hanno a venire di migliore guardia.
Con tutto noi ci scusiamo, che in parte per lo detto caso toc-
chi a noi autore, onde ci grava e pesa; ma tutto avviene per
la fallibile fortuna delle cose temporali di questo mondo.
CAPITOLO h\U
Di novità state in Firenze in questi tempi.
Nel ^etto anno 11^45, all'entrare di Gennaio^ di mezzodì, uno
lupo grande e salvalico entrò per la porta a san Giorgio, e scer
se giuso , e corse , essendo isgridato , quasi una grande parte
d'oltrarno; ma poi fu preso e morto alla porta a Verzaia. E in
questi di cadde uno scudo di gesso dipinto col giglio^ eh' era
commesso sopra la porta del palagio ove abita il podestà, onde
molti aguriosi per li detti due segni temettono di future novità
alla nostra città. E in questi di arse una casa di messer Simo-
ne da Poggibonizzi, ch'era giudice, nel popolo di san Brocolo.
E nell'anno passato tre volte vi s'accese il fuoco, non trovan-
dovi cagione come vi si fosse acceco , o per cui vi fosse suto
messo; e molti ammirandosi di ciò, dissono che fu opera d'al-
cuno maligno spirito.
94 GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO LVII.
Cóme il r$ di Francia diede rappresaglia sopra i Fiorentifd
per tutto suo reame a petizione del duca d' Atene.
Del mese di Febbraio , del detto anno , Filippo di Valos re
di Francia , a petizione del duca d' Atene » gli die rappresa^
glia sopra i Fiorentini in avere e in persona in tutto suo rea«>
me , se per infino a' calen di Maggio prossimo non avessooo^
contento il detto duca d'Atene di ciò che domandava di men-
da a' Fiorentini , cb' era infinita quantità di moneta ; e poi del
mese di Luglio la confermò , e diede balla al duca d' Atene ^
ch'egli gli potesse prendere e incarcerare e tormentare a san
volontà, non togliendo loro la vita o membrc^, siccome tradi-t
tori di loro signore duca d'Atene. Questo fu iscortese titolo
dato per lo re per rappresaglia contra il comune e cittadini
di Firenze , sanza volere udire o accettare le ragioni del co^
mune di Firenze , o le fini e quitanze fatte per Io detto duca
al nostro comune , essendo di là al conti novo in sindaco e gli
ambasciadori del comune con pieno mandata e ragioni, dicen-
do al re e suo consìglio e di volerla commettere in giudice
non sospetto^ a cui al re piacesse, fuori del reame ; non ebbo
luogo né Al intesa ragione per io re , o per lo suo consiglio y
eh'^ avesse il comune di Firenze , onde convenne che tutti i
Fiorentini, che non Tossono stati suoi borgesi, da ealen di Mag-
gio innanzi si partissono del suo reame, o stessono nascosi in
franchìgie o in chiese con loro grande sconcio e danno d' in-
teressi e pericolo , onde il detto re ne fu molto biasimato da
ogni savio uomo di suo reame e d' altre parti eh' amassona
giustizia e ragione, la quaie egli fuggiva , come era usato di
fare egli e messer Carlo di Yalos suo padre ; onde al tutta
perde 1' amore e la fede di tutti i cittadini di Firenze , cosi
de'guelfi come de' ghibellini^ ch'amavano il suo state e della
casa di Francia. Ma per gli altri suoi enormi peccati e sper^
giuri e dislealtà per lui fatte a santa Chiesa , Iddio ne mostra
e fece tosto vendetta, e già cominciata é, come tosto appresM
leggendo si potrà trovare.
LIBUO DUODECIMO 9Ò
CAPITOLO LV1II.
Ì>' tifia grande dissensione che fu in Fireme dui comune
nllo inquisitore de" paterini.
Nel detto anno 1345, e del mese di Matto, essendo inqmsi'^
lore di Firenze delFeretica pravità tino frate Piero dell' Aquila
de'frati minori, uomo superbo e pecunioso > essendo fatto per
(fuadagn^tte procuratore e sindaco di Riesser Piero. . . . cardi-
nale di Spagna per dodicimila fiorini d' oro clic doveva avere
tialla compagnia degli Àcciàiuoli fallita, ed essendo per la cor^
le de! rettore del nostro comune messo in tenuta di certi be*
ni alla detta compagnia, e preso per soddisfozione alcuno soffi-
ciente mallevadore , fece pigliare a tre messi cittadini e alla
famiglia del podestà messer Salvipstro Baroncelli compagne
della compagnia degli Acciainoli, uscendo del palagio de' priori
con loro licenza , e accompagnato d^alquanti loro famigli ; on«-
de si levò il remore in sulla piazza de'priori , e per gli altri
famigliari de'priort e per quegli del capitano del popolo , che
abitava di costa alla piazza, fu riscosso il detto messer Salve-
stro ; e pre^ i detti messi e famigliari del podestà , a' messi >
per comandamento de' priori , e per V ardire e presunzione
fatta centra la signoria e franchigia, di fatto feciono a tutti e
tre tagliare le mani diritte^ e confinargli fuori di Firenze e
del contado per dieci anni. II podestà e sua famiglia scusane
dosi a'priori che per ignoranza Taveano fatto , e vegnendo aU
la roUericordia e mercé de' priori, profferendo ogni ammenda
al loro piacere , dopo molti prieghi furono liberati i suoi ik**
migliari. Per la detta novità lo 'nquisilore sdegnato , e ancora
per paura, se n'andò a Siena, e scomunicò i priori e il capi-
tano^ e lasciò interdetta la terra, se infra sei di non gli fosse
reudnto preso messer Salvestro Baroncelli^ alla quale scomuni-
cazione corrotta e ìnterdelto s' appellò al papa ^ e a corte si
mandò grande ambasceria. I nomi de* detti ambasciadori furo-
no questi , messer Francesco Brunelleschi , messer Antonio de-
gli Adimari , messer Bonaccorso Frescobaldi cherico , messer
Ugo della Stufa giudice, e Lippe degli Spini , e ser Baldo Fra-
cassini notaio col sindacato , e per lo comune con pieno man-
dato, e portaronvi le ragioni del comune ; e fiorini cinquemila
96 GIOVANNI VILLANI
d' oro per quegli degli Acciaiuoli per dare al cardinale , e di
selleroila fiorini d'oro obbligar© il sindaco del comune per gli
detti Acciaiuoli di pagare in certe paghe annualmente. Anco-
ra portarono per carta tutte quelle baratterie e rivenderle
fatte per lo detto inquisitore, che più di settemila fiorini d'oro
in due anni si disse e trovò avere fatto ricomperare più no-
stri cittadini , gli più ingiustamente, sotto titolo di peccato di
irèsia. E non sia intenzione e credenza di chi questo processo
leggerà per lo tempo a venire, che a' nostri tempi avesse tan-
ti eretici in Firenze per le tante condannagioni peconiaFle
eh' avea fatte lo *oquisitore , che mai non ce n* ebbe meno né
quasi ninno. Ma per attignere danari , d' ogni piccola parola
oziosa che alcuno dicesse per niquità centra Iddio , o dicesse
che usura non fosse peccato mortale , o simili parole^ condaii-
nava in grossa somma di danari, secondo che l'uomo era ric-
co. Questo s'oppose per lo comune dinanzi al papa e a* cardi-
nali in piuvico concistoro, onde il detto inquisitore fu ripro-
vato per gli ambasciadori per disleale e barattiere , e sospese
alquanto tempo le sue comunicazioni e processi e interdetti.
E dal papa e da'cardinali i detti ambasciadori furono bene ri-
cevuti e onorati alla loro venuta , con tutto che tra loro foa-
sono male d'accordo, e più intesone alle loro singularitadi^ die
al bene del comune, onde ne tornarono con poco onore e be-
neficio fatto per lo comune; e costò più di duemilacinquecento
fiorini d' oro. E ancora per la detta cagione il comune e po-
polo di Firenze , per levare via le baratterie agli inquisitori ,
feciono decreto e legge al modo de' Perugini e del re di Spa-
gna e di più altri signori e comuni , che ninno inquisitore fa.
potesse intrameltere in altro che nel suo uficio, e nullo citta-
dino o distrettuale o contadino potesse condannare in pecunia^
e se si trovasse eretico mandarlo al fuoco. E fugli tolta e di-
sfatta la pregione datagli per lo comune ove teneva i suol pre-
si, e chi per lo 'nnanzi facesse pigliare, gli mettesse nelle pre-
gioni del comune con gli altri pregioni. E fu fatto ordine per
lo comune, che podestà, o capitano, o esecutore, o altra signoria
non devessono dar loro famiglia o licenza , o messa per fare
pigliare nullo cittadino a petizione dello 'nquisitore, o del ve-
scovo di Firenze, o di Fiesole, sanza la licenza de'signori prio-
ri, per cessare cagione di scandoli e di riolte , e per cessare
k baratterìe e rivenderle di dare la licenza di portare arme
t^IBltO DUODECIMO 97
da offendere a più cittadini per lo inquisitore e per gli vesco-
vi, onde la c^ittà ne pareva scomunata^ tanti erano quelli che
!e portavano. E ordinarono y che lo 'nqnisitore non potesse te-
nere più di sei famigli con arme da offendere , né dare a più
licenza di portarle; e al vescovo di Firenze a più di dodici fa-
migli , e a quello di Fiesole più di sei famigli ; che si trovò ,
secondo che si disse ^ che M detto frate Piero inquisitore avea
data la licenza di portare arme a più di dugentocinquanta cit-
tadini , onde guadagnava V anno presso , o forse più , di mille
€orini d' oro ; e anche i vescovi non ne perdevano niente , e
acquistavano amici al loro vantaggio con isconcio della repub*
blica. Partiti i detti ambasciadori da corte , il cardinale di
Spagna sopraddetto, come fellone^ non istando contento air ac-
cordo fatto del sopraddetto inquisitore , eh' era fuggito in cor-
te, coiraiuto d'alcun altro cardinale^ da capo feciono citare al
papa, che venisse in corte il vescovo di Firenze e tutti ì pre-
lati che non aveano osservato lo 'nlerdetto, e i signori priori y
e tutti i collegi e signorie. In Firenze n' ebbe grande turbazio-
ne contra la Chiesa, e da capo rifeciono sindaco, e mandarono
in corte a riparare. Ma la maggiore cagione fu, perchè il pa-
pa voleva che per lo nostro comune si levassono certi iniqui
capitoli fatti contra i cherici, i quali pur erano sconci e cen-
tra ragione , come dicemmo addietro. E voleva il papa tratta-
re co'nostri ambasciadori concordia coir eletto suo imperadore,
la qual cosa non piacque al nostro comune.
CAPITOLO LIX.
CovM il re d* Ungheria seppe la morte d* Àndreaeso , e venne tti-
hehiavonia con grande esercito per soccorrere Giara^ e passare
in Puglia per fare la sua vendetta.
Come il re d'Ungheria e quello di Pollonia seppono la ver-
S^ognosa morte del re Andreasso loro fratello , come addietro
facemmo menzione , furono molto tristi e adontati , non tanto
contro la reina sua moglie , quanto contro a' reali di Puglia
loro consorti, parendo loro che fosse slata loro opera e tradi«r
gione , e vestironsi tutti a nero con molti loro baroni , e pen-»
sarono di fare vendetta. ^ per inanimare beuQ gli Ungari a
ciò fare, feciono fare una bandiera la quale sempre si, man-
Gio. Villani T. lY. 13
98 GIOVANNI VILLANI
dava ìiìDanzi , cioè il campo nero , e lo re Andreasso dentro
dipinto e impiccato, eh' era una orribile cosa a vedere. Per
fare la detta vendetta si profferse loro il Bavaro re della Ma-
gna, e il figliuolo marchese di Brandimborgo, e 'i dogio d'Oste-
rich, e più altri signori della Magna con tutto il loro podere
per r oltraggio enorme a loro fatto, i quali per loro s'accetta*
rono, e giurarono a ciò fare lega e compagnia, n re d' Unghe*
ria mandò a corte al papa grande ambasceria richeggendolo
che volea essere coronato del reame di Cicilia e di Puglia,
che a lui succedea ; e che vendetta fosse della morte di An-
dreasso cosi in cherici come in laici, dandone colpa al cardina-
le di Pelagorga zio del duca di Durazzo , che 1' avea sentito e
ordinato. A' quali ambasciadori non fu dato concestoro più vico
per la detta cagione, opponendosi per lo papa, che '1 re d'Un-
gheria avea fatta lega e compagnia col dannato Bavaro. Onde
il re d' Ungheria e tutti gli Alamanni si tennero mal contenti
del papa e della Chiesa; ma però non lasciarono di fare loro
impresa per passare in Puglia e per soccorrere la sua città di
Giara , come diremo appresso. Essendo la città di Giara in
Schiavonia rubellata a'Veneziani^ come addietro facemmo men-
zione , e partilo di Schiavonia il re d'Ungheria con suo eser-
cito l'anno passato 1345^ i Veneziani v' andarono incontanente
ad oste con grande potenza , e assediarla per terra e per ma-
re , mandandovi soldati a cavallo e a piede di Lombardia e di
Romagna e di Toscana con grande soldo; onde di Firenze v'an-
darono per ingordigia del detto soldo tre di casa i Bondelmon-
ti con trecento masnadieri, i quali Fiorentini al conlinuo dalle
mura erano rimbrottati da' Giaratini, che si partìssono dal loro
assedio, ch'erano loro amici, e andassono a farsi sconfìggere a
Lucca , e servissono i Veneziani che gli avìeno traditi alla
guerra di messer Mastino. E cosi vi continuò 1' oste dal mese
d'Agosto 1345 al Maggio 1346, dando alla terra continue bat-
taglie e assalti, e quei d'entro al continuo usclano fuori a ba-
dalucchi e scaramucce, e francamente assalivano il canipo. Ma
quegli di Giara dubitando che per lungo assedio non mancasse
loro la vittuaglia, rimandarono per lo re d' Ungheria ; il quale
sentendo ciò per gli messaggieri di quegli di Giara ^ e per se-
guire la sua impresa di venire in Puglia, ritornò in Ischiavonia
con più di trehtdniiila tra Ungari e Tedeschi^ a cavallo, la
maggior parte , che benie i ventloiila erano arcieri^ e gli altri
LIBBO DUOBECIHO 99
buoni cayalieri. Sentendo i Veneziani la sua venuta ringrossa-
rono loro oste di gente e di navili , e i»er non aspettare in
campò la sna venata , vollono provvedere innanzi d* avere la
città per forza. A di 16 di Maggio 1346 ordinarono di dare
alla terra una grande battaglia per mare con quattro navi
grosse incastellate , e con ponte da gittare in Giulie mura , e
con venti piatte imborbottate , e con dificii, e con quaranta
zazzeroii e trentadue galee armale con molti balestrieri, e per
terra con tutto l'esercito dell' oste^ i quali furono tra per ma-
re e per terra più di diciassettemllà uomini in arme ^ tra' qua-
li avea di quattromila balestrieri. La battaglia fu aspra e
dura, e continovò dalla mattina alla sera , sanza potere acqui-
stare niente; perocché la città era forte di torri e di mura e
fossi, dall'altra parte il porto forte alla marina; e perchè que-
gli di Giara erano buona gente d' arme , si difesono valente-
mente ; e verso la sera , quando i Veneziani si ricoglievano ,
apersono una porta della terra seguendogli vigorosamente com-
battendo^ e morlvvi della gente de'Venezian! più di cinquecen-
to, e fediti gran quantità. Veggendo i Veneziani, eh' e' non po-
teano avere la città per battaglia , e sentendo che il re d'Un-
gheria con suo esercito era presso a Giara a trenta miglia , e
ogni di s* appressava, i Veneziani si levarono da campo dov' e-
rano di costa, e quasi intomo alla città , e ritrassonsi insieme
in su uno colletto di lungi da Giara uno mezzo miglio sopra
alla mariiiia, e quello come bastia afforzarono con fossi e stec-
cati e torri di legname. Come il re d'Ungheria s'appressò alla
terra con sua oste, mandò parte di sua gente d^arme a richie-
dere 1 Veneziani di battaglia , ma non ebbe luogo che la va-
tessono accettare, ma si stavano rinchiusi nella loro bastia con
grande paura e soffk*atta di vittuaglia , per più di. Il re d' Un*
gheria ffece fornire Giara dì vittuaglia perocché n* avea biso-
gno , e alcuno disse che v* entrò in persona sconosciuto , per
dare a'Giaratini vigore, l Veneziani con loro ambasciadori sta-
vano in continui trattati col re , promettendogli di dare loro
navile in aiuto a passare in Puglia , ma voleano Giara alla
loro signoria con dare a lui uno piccolo censo di risorto; il qua-
le trattato non piacque al re, e non ebbe luogo. E però i Ve-
neziani co'loro danari corruppono certi de' suoi baroni nnghe-
ri , e consigliarono dis1ealm(*nte il loro signore che si tornas-
se In Ungheria ^ perché quello anno era caro' dì vittua-
100 GIOVANNI VILLANI
glia nel paese d'Italia , e in parte era vero , e non avea ordi-
nato il naviglio da potere passare in Puglia^ e però si tornò
in Ungheria , lasciando fornita Giara. La bastia de' Yeneziaoi
rimase la detta state con grande spendio loro^ rinnovandosi
spesso di gente ; e bisognava bene, perocché erano assaliti so-
vente da quegli della terra. E per disagi vi si cominciò grande
infermeria e mortalità , e morivvi molta gente > intra gli altri
i sopraddetti nostri tre cittadini de'Bondelmonti con più de'lq-
ro masnadieri, che non ne tornò il quarto. Lasceremo di par-
lare di questa materia , e torneremo a dire della elezione dal
nuovo imperadore che venne Carlo figliuolo del re di Boeniia.
CAPITOLO LX.
Come Carlo figliuolo di Giovanni re di Boemia fu eletto
re de'Romani.
L' anno 1346 , del mese d'Aprile , venuto in corte di papa
Carlo figliuolo del re Giovanni di Boemia , e sommosso dal pa-
pa per sodducimento del re di Francia, procacciò d'essere elet-
to imperadore per contastare al Bavaro , perocché il re di
Francia avea lui più stato e favore , perocch' era suo nipote ,
e venne al re di Francia bene al bisogno^ come si troverà; e
avrebbono bene procurata la detta elezione per lo re Giovan-
ni di Boemia suo padre^ se non che per sua malattia era qua-
si perduto della vista degli occhL Ma il detto Carlo era prò' e
savio e sentito signore , e d' età d' anni trentasei. Per cagione
della detta elezione , grande dissensione ebbe nel collegio
de' cardinali tra per la morte del re Andreasso , e perchè gli
ambasciadori del re d' Ungheria non erano esauditi dal papa.
Ed erano in due sette partiti i cardinali , che dall* una parte
era capo il cardinale fratello del conte di Pelagorga , e questi
Yolea r elezione del detto messer Carlo , e contradiava al re
d'Ungheria e teneva co* cardinali franceschi , ed erane capo in
favore del re di Francia ; dell' altra setta era capo il cardina-
le fratello del conte di Coniingia co' cardinali guasconi e loro
seguaci, che voleano il contrario: e ciascuna era di grande po-
tenzia e seguito ; e furono a tanto , che in piuvico concistoro
ilinanzi al papa si dissono onta e villania insieme , rimprove-*
rando quello di Comingia a quello di Pelagorga eh' egli era
LIBRO DVOD£GIJIO 101
stator'di <[ttelli eh'avea ordinato e fatto moMré ii re Aodreaésò,
e chiana jtodo I^uoo 1' altro traditore di i^nta Chiesa , levandosi
Ciascuno da sedere per offendersi insieme, e fatto r-atrebliono^
che ciascheduno era gnernito d'arme da offendere privata-
mente, se non fossono quegli che entrarono in mezzo, onde
tdtia la corte ne fu scompigliata e in arme. Onde tatti gli
altri cardinali e le famiglie loro e i sopraddétti duètardinaM
Sbarrarono le loro case, e ciascuno stette arcato in guardia
Iniona j^ezza; se non che il papa con gli altri cardinali gli ri-
conciliarono insieme , rimanendo ciascuno con mala voglia : e
a tale stato venne ii collegio dell'apostolica nostra santa Chie-
sa di Roma, per le dissensioni de'suoi cardinali. Di ciò è gran-
de cagione e colpa de'papi e' hanno eletti cardinali come sono
i detti due grandi e possenti Galli e simiglianti à questi , e
questi sono gli esempli che ci danno a noi lalci^ è seguono be-
ne il c(mtrario de'sanli Apostoli e deirumiltà di Cristo y il cui
orffine eglino rappresentano* Iddio gli addrizzi' nella sua santa
via d*umiltA, a' riposo e stato di santa Chiesa. Per la della
dis&ensfone non lasciò però il papa di procedere e di fare
nuovi processi contra il Bavaro e il figliuolo^ e chi loro desse
aiuto o favore,, privandogli d'ogni titolo, con molti altri arti-
coli ; e la detta sentenzia fece piuvicare in corte , e pòi man-
dare per tutto il cristianesimo, per potere meglio fornire la
Bua infènziom». E questo fu ben fatto , perchè il Bavaro era
perseguitafore di santa Chiesa , come a dietro ne' suoi processi
facemmo menzione; e poi di far fare col suo favore la elezio-
ne dello 'mperio nella persona dejt^ detto messer Cariò. Perchè
Tarcivescovo di Maganza, ch'era uno degli elettori, non gli vo-
lea dare là sua voce , si '1 dispuose il papa , ed elessene un
altro a sua petizione ', e questo fu di rinforzata. E partito il
detto messer Carlo di corte colla benedizione del papa e colla
raa dispensazione, che non ostante che la lezione si dovesse
per consueto fare a Norimbergo nella Magna , e la prima co-
rona prendere ad Asia la Cappella colle solennità usate, ch*e-
gli le potesse fare ove gli piacesse, perchè il Bavaro né i suoi
figliuoli colla potenza degli Alamanni , che i più o quasi tutti
teneano con loro , noi potesse contastare. E giunto lui nel suo
paese ^ a di 12 di Luglio 1346 fu eletto il detto Carlo a rè
de' Romani (a) per V arcivescovo di Cologna e per quello di
(a) Vedi Appeudice n.** 17.
102 GIOVANNI VILLANI
Trievi suoi congiunti per parentado^ e per lo nuovo eletto pei
lo papa arcivescovo di Maganza , e per lo duca di Sassogna ,
e confermato per lo re di Boemia suo padre , e figlinolo del-
lo 'mperadore Arrigo di Luzimbergo: falligli la voce del duca
di Baviera e quella del figlinolo marchese di ^randimborgp; sb^
j^er dispetto della detta elezione^ per gli più 0. chiamava
Io 'tnperaèore de'preti. Lasceremo di questa elezione « di quello
che ne segni, e torneremo a dire della guerra di Guascogna e
della venuta del re d'Inghilterra in Normandia» ch'asispi ne
cresce grande e maravigliosa materia.
• 1
CAPITOLO LXI.
♦ '
Di certa rotta che la gente del re di -Francia riem^ti0
dalla gente del re d'Inghilterra in Guaseogna»
Tornando a raccontare della guerra di Guascogna , essendo
messer Gianni figliuolo del re di Francia intorno, al castello
d'Aguglione, e per lo paese > per contastare al. cqnte d" Orbi e
a'suoi Inghilesi che non.ascendessono in yer^o. Tolosa (il detto
messer Gianni era in Guascogna con bene seimila . cavalieri *e
cinquantamila pedoni tra Franceschi e di Lioguadoca, Genove-
si e Lombardi) del detto campo si parti il siniscalco di Gieni-
che con ottocento cavalieri e con quattromila pedoni, per pren-
dere uno castello del nipote del cardinale della Motta presso
ad Aguglione a dodici leghe. Sentendo ciò l'arcivescovo d*Cn-
forte che teneva il detto castello , andd alla Roela dov' era il
conte d'Orbi colla sua oste per gente, per soccorrere il detto
castello; onde il conte gli diede gente assai a cavallo e arcieri
inghilesi a pie, e cavalcarono tutta la notte, e giunsono al det-
to castello la mattina per tempo , a di 31 di Luglio 1346 ; e
trovando che la gente del re di Francia v'era giunta ir di di-
nanzi, e forte combatteano il castello, la gente del re d'Inghil-
terra sanza più attendere, subitamente assalirono i Franceschi,
dov' ebbe aspra e dura battaglia. Alla fine furono isconfitti i
Franceschi, e rimasevi preso il detto siniscalco di Gienicbe con
molti altri gentili uomini, che furono tra morti e presi da quat-
trocento cavalieri e da duemila a piedi. Tornati al campo que-
gli di messer Gianni, i quali iscamparono della detta battaglia,
messer Gianni ebbe suo consiglio, e diliberarono di combattere
LIBRO DUODECIMO 103
il castello d'Agag^lione. Tra per la detta sconfitta , e perchè a-
vea novelle del re d'Inghilterra ch'era arrivato in Normandia
con gran navilio, e afforzato di grande gente d*arme a cavallo
e a pié^ il primo d'Agosto con tutta sua gente fece dare batta-
glia intorno intorno al castello d*Agug1ione dalla mattina alla
sera; quelli del castello, che v'avèano dentro assai buona gente
d'arme gentili uomini da quattrocento^ e sergenti guasconi e in-
gfailesi da ottocento, si difesono francamente. Alla ritirata la se-
ra deTranceschi^ quelli del castello uscirono fuori vigorosamen-
te faccende danno assai agli loro nimici, e uccisonne da sette-
cento, ma più ne fedirono della gente di messer Gianni ch'era
dì fuori y e rimase la terra fornita per sei mesi. Sentendo ciò
messer Gianni, e veggendo che per battaglia non si potea ave-
re il castello, fece ritrarre sua oste addietro; e mandò al papa
pregandolo l'assolvesse del saramento ch'egli avea fatto del non
partirsi se non- avesse il castello, ed ebbe l'assoluzione dal pa-
pa; e diliberò d'andare colla maggiore parte di sua gente in
Francia a soccorrere il re suo padre y che n' avea grande biso-
gno , come diremo appresso in altro seguente capitolo^ e fece
mettere fuoco, con gran danno di sua gente inferma e di loro
arnesi, nel suo campo ; e lasciate fornite le frontiere, con sua
gente ne venne inverso Parigi. Partito messer Gianni di Gua-
scogna, il conte d'Orbi prese molte ville e castella. Lasceremo
alquanto del suo andamento, e diremo d'una battaglia che fu tra
il vescovo di Liegge e ì suoi cittadini, ritornando poi a raccon-
tare la guerra e le battaglie che furono poi dal re di Francia a
quello d'Inghilterra e di loro gente, che furono di grandi cose e
meravigliose^ onde ne cresce poi grande materia.
CAPITOLO LXII.
€omt il vescovo di Liegge con sua gente fu sconfitto da quelli
di Liegge,
Nel detto anno 1346, a di 25 di Luglio, il di di sant'Iacopo,
avendo grande discordia dal vescovo di Liegge al suo capitolo
di calonaci e a'borghesi di Liegge; ciascuna parte fece sua ra-
gunata di gente d'arme. E col vescovo fu della gente di messer
Carlo eletto re de' Romani , e chi disse che vi fu in persona ,
che andava con sita gente a Parigi in servigio del re di Fran-r
104 GIOVATCNI VILLANI
eia, che n* avea grande bisogno ; e fuvvi il sire di Fakamontc
e più altri baroni di Valdireno. E con quelli di Lieg^e simile^
niente avea de* baroni del paese , e fuvvi In arme co' detti la
moglie del Bavaro e il figliuolo ch'andavano in Anàldo, che le
succedea per la morte del conte suo padre. E fuori della città
di Liegge fu tra loro grande battaglia, tutto che non fosse cam-
pale né ordinata; e fu in quella iscon fitto il vescovo e sua gen-
te, e morivvi il sire di Falcamonte, e più altri gentili uomini
e de'calonaci e dell'una parte e dell'altra, e il vescovo si fuggi
con sua gente a Dinante. Lasceremo di dire di questa guerra,
e torneremo a dire come il re d'Inghilterra passò in Norman-
dia sopra il reame di Francia , che assai ne cresce materia di
scrivere.
CAPITOLO LXUL
Come il re d'Inghilterra passò con sua oste in Normandia
sopra il re di Francia^ e quello che vi fece.
Nel detto anno 1346 , avendo il re Adoardo raunato suo na-?
villo di seicento navi all' isoletta d' diche in Inghilterra , colla
sua gente in quantità di cinquemila cavalieri e da trentamila
sergenti e arcieri a pie per passare nel reame di Francia , u-
dita la messa, e comunicatosi co'suoi baroni, e a loro fatta una
bella diceria, com'egli con giusta causa andava sopra il re di
Francia che gli occupava la Guascogna a torto, e la contea di
Ponti per la dote della madre, e per frode gli tenea la Norman-
dia, come lungamente addietro facemmo menzione al tempo del
bisavolo del padre re Ricciardo d' Inghilterra, e del re Filippo
il Bornio re di Francia, cioè quando tornarono d'oltre mare gli
anni di Cristo 1200: e ancora proponendo a sua gente, com'a-
vea nel reame di Francia più ragioni per la successione della
reina Isabella sua madre e figliuola del re Filippo il Bello, che
non avea messer Filippo di Valos figliuolo di messer Carlo fra-
tello secondo del re Filippo il Bello che la possedea , che non
era della diritta linea, ma collaterale; pregando sua gente che
fossono franchi uomini, perocch'egU avea intenzione di riman-
dare addietro il navilio, come fosse arrivato nel reame di Fran-
cia, sicché a loro bisognava di essere valenti e d'acquistare ter-
re xolla spada in mano o d'essere tutti morti, e che 'ì fuggire
LIBRO DUODECIMO 105
non avrebbe luogo ; pregando che chi dubitasse o temesse di
passare , rimanesse in Inghilterra colla sua buona grazia ; tutti
rispuosono a grido a una voce, che '1 segui rebbono come loro
caro signore di buona voglia fino alla morte. Il re veggendo
sua gente disposta e di buona voglia, a seguire la guerra, dan
do sne lettere chiuse agli ammiragli delle navi , se caso avve-
nisse che per forza di venti si partissono dallo stuolo , per le
quali lettere contava dove e* volea arrivare , e comandò loro
che non V aprissono se non quando s' appressassono a terra. E
cosi si parti a di 10 di Luglio; e navicando più giorni, quando
addietro e quando innanzi, come gli portava la marea del fiot-
to, arrivò sano e salvo con tutto suo navilio e genti a Bla fiore
in Normandia, a di 20 di Luglio. Come la sua gente fu ismon-
tata coin loro armi e cavalli e arnesi e vittuaglia recata con lo*
to, rimandò la maggiore parte del navilio in Inghilterra ; ed
egli con sua oste cominciò a correre la Normandia ^ rubando e
ardendo e bruciando chi noi volea ubbidire né dargli mercato
di vittuaglia; e in pochi di gli s'arrendè la città di Sallù e Go-
stanza e Costantino e Ballinolo terre di Normandia, e ricompe-
raronsi da' suoi, perchè non gli guastassono. La terra di Gamo
gli fece risistenza per lo castello che avea fornito il re di Fran-
cia, ed eravi venuto il conte di Fuci e il conestabile di Fran-
cia con gran gente d'arme a cavallo e a pie; la quale terra di
Gamo combattè più di, e alla fine per forza combattendo, iscon-
fisse il détto conestabile e sua gente alquanto fuori della terra.
Avuta la vittoria del detto conestabile e di sua gente, inconta-
nente ebbe presa la terra di Gamo, che non era guarì forte se
non il castello. E prese alla detta battaglia il conestabile , e
l'arcivescovo di Tervana, e il camerlingo di Mollù, e più altri
cavalieri e baroni in quantità di ottantacinque , e morivvi as-
sai gente in quantità di cinquemila; e rubata la terra, che be-
ne quarantamila panni ebbe tra di Gamo e deli' altre terre e
ville dette, e fece metter fuoco in Gamo, perch'avea fatta resi-
stenza, e arsene assai; e'prigioni né mandò presi in Inghilterra
colla preda. E cosi cominciò la fortuna del franco re Adoardo
d' Inghilterra ; e dirizzò sua oste verso Rueme crescendoli ogiii
di gente d'Inghilterra, che tutto dì vi passavano di volontà per
guadagnare, e seguendolo molti Normandi gentili uomini e al-
tri che non amavano la signoria de' Franceschi; sicché si trovò
eoo quattromila cavalieri di buona gente , e più di cinquanta
Gio. Villani T. lY. 14
106 aiOVANNI VILLANI
migliaia di gente à pie co'Normandi^ che 1 trentamila erano ar-
ceri inghilesi.
CAPITOLO LXIV.
Come il re d'Inghilterra si partì di Normandia e foenne presso
a Parigi , ardendo e guastando il paese.
Sentendo il re di Francia come il re d* Inghilterra era arri-
vato in Normandia, e prese le sopraddette terre e '1 suo cene-
stabile e di sua gente , incontanente si parti da Parigi con
quanta gente potè raunare a cavallo e a pié^ per andare a spc-
correre Rueme in Normandia che non si rubellasse, sentendo
che certi baroni del paese ribelli del re di Francia ne teneano
trattato col re d'Inghilterra e con alquanti della città di Rueme;
e puosesi a campo il re di Francia al ponte ad Arce sopra il
fiume della Senna, e quello fece tagliare^ e tutti gli altri ponti
ch'erano sopra Senna, acciocché '1 re d'Inghilterra né sua gen-
te non potesse di qua passare; e forni Rueme di sua gente a ca-
vallo e a pie; e lasciò, quando si parti di Parigi, al suo pro-
posto di Parigi che facesse disfare le case eh' erano di fuori e
dentro di costa le mura di Parigi, per afforzare la citte. Per la
qual cosa i cittadini di cui erano le case cominciarono a leva-
re remore, onde la terra fu tutta scompigliata e sotto V arme,
e a pericolo di rubellarsi al re, se non fosse che in quegli gior-
ni giunse a Parigi il re Giovanni di Boemia e messer Carlo suo
figliuolo eletto re de' Romani con cinquecento cavalieri rimasi
loro della rotta del vescovo di Liegge^ come dicemmo addietro.
Costoro rinfrancarono Parigi^ e feciooo acquetare il remore, e
rimanere la detta disfazione delle case per contentare i borghe-
si di Parigi. Lo re d'Inghilterra era accampato con sua oste di
le da Rueme a tre leghe ; e là venuti due cardinali legati del
papa , messer Annibaldo da Ceccano e messer Piero di Chier-
monte^ i quali cardinali mandava il papa per fare accordo tra
lui e '1 re di Francia, volendo che si rimettessono nel papa; il
re Adoardo d'Inghilterka non fidandosi del papa, non li volle
udire dell'accordo, e per più fiate si ruppe dal trattato de'det-
ti legati, perch'a lui pareva che '1 papa favoreggiasse troppo la
parte del re di Francia ; anzi furono d' alquante loro cose ru-
bati dagFInghìlesi; ma il re Adoardo gli fece ristituire^ dando
LIBRO DUODECIMO 107
loro del soo assai per ammenda, e cosi si tornarono verso Pa-
rigi. Lo re Adoardo perduta la speranza d' avere la città di
Rueme , ond' era in alcuno trattato , perocché v* era giunto al
soccorso il re di Francia con grande oste di cavalieri e popo-
lo^ si mise ad andare verso Parigi di là dal fiume di Senna ,
ardendo e guastando il paese con molte prede e pregioni, pe-
rocché il paese era mollo popolato e ricco. E la vigilia di no-
stra Donna d'Agosto s* accampò a Pusci e a san Germano del-
l'Aia^ e la sua gente scorse insino presso a Parigi a due leghe,
e arsono la villa di Sanerò e quella di Luvieri, e più altre vil-
le grandi e piccole , prima rubate , e poi arse , eh* era il più
bello paese e '1 più caro del mondo del tanto, stato più di cin-
quecento anni in riposo e tranquillità sanza guerra , onde fu
gran dannaggio. maladetta guerra, quanti mali fai a diserta-
mente di reami e di popoli^ per punizione de'peccati delle gen-
ti! Lo re di Francia sentendo che il re d'Inghilterra con sua o-
ste era venuto presso a Parigi, si parti dal ponte d'Arce^ e
venne costeggiando la riviera di Senna , ch'era in mezzo dal-
l'una oste all' altra; e giunto a Parigi , mandò a messer Carlo
Grimaldo e Ottone Doria di Genova ammiragli delle trentatré
galee ch'erano a Rifiore in Normandia, che disarmassono, e con
tutte le ciurme delle galee venissono a Parigi , e cosi feciono ;
e lo re di Francia s'accampò (Viorì di Parigi mezza lega a san
Germano de'Prati, e là fece sue mostre^ e trovossi più di otto-
mila cavalieri e più di sessantamila sergenti a pié^ che più di
seimila ve n'avea di Genovesi a balestra, tra delle galee e ve»
nuti da Genova per terra al soldo del re; intra '1 quale eserci-
to avea, sanza il re di Francia, cinque re di corona; ciò era il
re di Navarra suo cugino, il re di Maiolica^ e il re di Roemia,
e '1 suo figliuolo eletto re de'Romani, e il re di Scozia; ciò fu
David figliuolo di Ruberto di Rrus rubello del re d'Inghilterra (a).
CAPITOLO LXV.
Come il re ^Inghilterra si partì di Puscì per andare in Piecardia
per accozzarsi eo^Fiamminghi.
Ck>me il re d'Inghilterra seppe la venuta del re di Francia a
Parigi, e avea guaste le ville tra '1 fiume éeH'Era e quello del-
(a) Vedi Appendice s.'' i&
108 GIOVANNI VILLANI
la Senna, fallendo la vitluaglia all'oste, per non essere soppres-
so, come ordinava il re di Francia , si ordinò e fece fare uno
ponte di legname e barche a Pusci in sulla Senna , bene che
fosse contastato dalia gente del re di Francia eh' era dall' altra
riva: per forza d' arme e di suoi arceri gli sconGsse , e fece
compiere il ponte; e levarono il campo da Pusci e da san Ger-
mano deirAìa, ne'quali fece mettere fuoco, e con sua oste pas-
sò il fiume di Senna a di 26 d'Agosto, e venne a Pontosa, e là
trovò resistenza di gente che v' avea mandata il re di Francia
a cavallo e a pie, e fornito il castello; onde combattè la terra
per due di 9 alla fine la vinse per forza , salvo il castello ; e
quanta gente vi trovò mise a morte, salvo le femmine e i fan-
ciulli , a' quali diede licenza che si partissono con ciò che ne
potessono portare, e guastò la terra, salvo i monisteri e le chie-
se. E segui suo cammino per andare ad Albavilla in Ponti per
ritrovarsi co'Fiamminghi ch'erano usciti fuori con più di venti-
mila in arme, ed erano stati a Bettona, e poi presso ad Arras
a quattro leghe guastando il paese, e poi s'erano ridotti a Sco-
sieri in Artese per accozzarsi col re d'Inghilterra, com'era da-
to l'ordine tra loro. E messer Ugo d'Astighe parente e barone
del re d'Inghilterra venne a di 16 di Luglio in Fiandra con
venti navi e seicento arceri, per sollecitare i Fiamminghi a ciò
fare, i quali erano ritornati all' assedio di Bettona , e a quello
diedono più battaglie con loro danno di morti e di fediti. La-
sciamo alquanto di dire de'Fiamminghi, e torneremo a dire de-
gli andamenti del re di Francia, che seguiva il re d'Inghilterra.
CAPITOLO LXVI.
Come il re di Francia con sua oste seguiva il re d'Inghilterra.
Come il re di Francia seppe la partita del re d' Inghilterra,
si parti da Pontosa e da san Germano de'Prati, e andonne con
sua gente a san Dionigi per seguire il re d'Inghilterra, per
combattere con lui in campo, acciocché non distruggesse il pae-
se, e innanzi che s'accozzasse co'Fiamminghi suoi ribelli; e la-
sciò a Parigi a guardia della terra, e della reina sua moglie e
di più figliuoli ch'egli avea, i borgesi possenti di Parigi , con
alcuna altra gente d'arme de'suoi ostieri e famiglia: furono mii-
ledugento cavalieri. E mandò sua gente innanzi in Piccardia »
^««A
LIBRO DUODECIMO 103^
che tagliassero i passi e gli aDdameDti al re d'Inghilterra^ e ta-
gliassono i ponti alle riviere , e fece stare sue genti ù' arme a
guardare i detti passi e riviere; e il re di Francia con suo e*
sercito n*andò ad Albavìlla in Ponti, e cosi fu fatto. Per la qua!
cosa il re d' Inghilterra fu a grande pericolo colla sua oste, e
a grande soffratta di viltuaglia , che otto di stettono , che non
ebbono se non poco pane e non punto di vino, e vivettono di
carne di loro bestiame, che n'avevano assai , e mangiando al-
cuna frutta e bevendo acqua, ed ebbono grande difetto di cai-
zamento; e non poterono andare ad Albavilla per gli passi ch'e-
rano tagliati innanzi. Il re d'Inghilterra e*prese partito d'anda-
re verso Fiandra; ma i Franceschi e'Piccardi gli furono a petto
alla riviera di Somma, ch'egli avea a passare. Ma per sollicitu-
dine di certi, andò a un altro passo in un altro luogo, dove la
riviera faceva uno grande marese che fiottava , ma avea uno
saldo fondo, che gli fu inse^^nato , dove mai non era stato ve-
duto passare a cavallo; e là alla ritratta del fiotto passò una
nott^ con tutta sua gente salvamente, lasciando parte delle sue
ten4e e fuochi accesi ove era stato accampato, per mostrare la
notte a*nimici che ancora il campo vi fosse la notte, e che vi
fosse accampato. E come fu passato, la mattina per tempo an-
dò ad assalire parte de'suoi nimici che gli aveano contastato il
passo, che v'erano assai presso accampati, e non si prendeano
guardia, che credeano ch'eglino non avessono potuto passare la
riviera di Somma, e misegli in isconfitta, che furono tutti mor-
ti e presi; che furono tra a cavallo e a pie parecchie migliaia.
Appresso seguirono loro cammino alffamati e con grandi disagi,
e andarono il venerdì a di 25 d'Agosto tra '1 di e la notte be-
ne dodici leghe piccarde^ sanza riposarsi, con grande affanno e
fame, e arrivarono presso ad Amiensa a sei leghe a uno luogo
e borgo di costa a uno bosco , che si chiama Greci. E avendo
a passare una piccola riviera eh' era profonda , convenne che
passassono a uno e a due insieme, tanto che uscirono del pas-
so , che non aveano contasto : e sentendo che '1 re di Francia
gli seguiva, si s'accamparono in quello luogo fuori della villa
in su uno colletto tra Cresci e Albavilla in Ponti: e per affor-
zarsi, sentendosi troppo meno gente che i Franceschi, e per
loro sicurtà, cinsòno l'oste e il campo di carri , che n' aveano
assai di loro e del paese, lasciandovi un'entrata, con intenzio-
ne, che non potendo schifare la battaglia^ disposti di combalte*
110 GIOVANNI VILLANI
re e di volere anzi morire in battaglia che morire di. fame, che
la fuga non avea luogo. E ordinò il re d'Inghilterra i suoi ar-
eeri, che n'avea grande quantità su per le carra, e tali di sot-
to con bombarde che saettano pallotte di ferro con fuoco , per
impaurire e disertare i cavalli de' Franceschi. E della sua ca*
valleria il di appresso fece dentro del carrino tre schiere; della
prima fece capitano il figliuolo, della seconda il conte di Ron-
dello, della terza se medesimo re d'Inghilterra; e chi era a ca-
vallo iscese a pie co' cavalli a destro per prender lena e con-
fortarsi di mangiare e bere.
CAPITOLO LXVn.
D' una grande e sventurata sconfitta eh' ebbe U re Filippo di
Francia da Adoardo terzo re d' Inghilterra a Creai in Pie-
cardia.
Lo re Filippo di Valos re di Francia, il quale, col suo eser-
cito seguiva il re d' Inghilterra e sua gente , sentendo come
s* era accampato presso di Greci e aspettava la battaglia , si
andò verino di lui francamente credendolo avere soppreso , co-
me straccato e vinto per lo disagio e fame sofferta In cammi-
no. E sentendosi avere più de' tre tanti di buona gente d' ar-
me a cavallo , perocché '1 re di Francia avea bene da dodici-
mila cavalieri, e sergenti a pie quasi innumerabili , ove il re
d'Inghilterra non avea che quattromila cavalieri, e da trenta-
mila arceri inghilesi e gualesi , e alquanti con dulundacche e
lance corte; e venuto presso al campo degllnghiiesi quanto uno
balestro potesse trarre, uno sabato dopo nona , a di 26 d' Ago-
sto 1346, il re di Francia fece fare alla sua gente tre schiere
a loro guisa , dette battaglie ; nella prima avea bene seimila
balestrieri genovesi e altri Italiani , la quale guidava messer
Carlo Grimaldi e Ottone Doria , e co' detti balestrieri era il re
Giovanni di Boemia , e messer Carlo suo figliuolo eletto re
de' Romani , con più altri baroni e cavalieri in quantità di
trecento a cavallo. L'altra schiera guidava Carlo conte di Lan-
zona fratello del re di Francia con più conti e baroni in quan-
tità di quattromila cavalieri e sergenti a pie assai. La terza
schiera guidava il re di Francia , e in sua compagnia gli altri
re nomati^ e conti^ e baroni ^ con tutto il rimanente del sn»
LIBAO DUODECIMO ili
esercito, eh' erano innumerabile gente . a cavallo e a pie. In-
nanzi che la battaglia si cominciasse, apparvero sopra le dette
osti due grandi corbi gridando e gracchiando ; e poi piovve
una piccola acqua; e ristata, incominciò la battaglia. La prima
schiera de" balestrieri de' «jeoovesi con gli altri a cavallo si
strinsono al carrino del re d'Inghilterra e cominciarono a saet-
tare con loro verrettoni ; ma furono ben tosto rimbeccati ^ che
in su' carri e sotto i carri alla coverta di sargane e di drappi
€he gli guarentivano da' quadrelli , e nelle battaglie del re
d'Inghilterra, ch'erano dentro al carrino nelle schiere ordinate
tra' cavallori^ avea da tremila arceri , come detto é addietro ,
tra fnghilesi e Gualesi y che quando i Genovesi saettavano uno
quadrello di balestro^ quegli saettavano tre saette d' arco , che
parea* in aere una nuvola e non cadevano invano sanza fedire
genti cavalli , sanza i colpi delle bombarde , che facieno si
.grande tremuoto e remore , che parea che Iddio tonasse , con
grande uccisione di gente e sfondamento di cavalli. Ma quello
che peggio faceva all'oste de' Franceschi si fu , che essendo il
luogo stretto da combattere quant'era 1' aperta de' carri del re
d'Inghilterra^ e percuotendo e pignendo la seconda battaglia ov-
vero schiera del conte di Lanzona^ strinsono si i balestrieri ge-
novesi a'carri, che non si potevano reggere , né saettare colle
loro balestra, essendo al continuo al di sotto da quelli che era-
no in su' carri fediti di saette dagli arceri e dalle bombarde ,
onde molti ne furono fediti e morti. Per la qual cosa i detti
balestrieri non potendo sostenere , essendo da' soldati stretti e
da'loro cavalli al carrino per modo , che si misono in volta , i
cavalieri franceschi e loro sergenti veggendoli fuggire , credei-
tono gli avessono traditi^ ed eglino medesimi gli uccidevano,
che pochi ne scamparono. Veggendo Adoardo quarto figliuolo
del re d'Inghilterra e prenze di Guales e he guidava la prima
schiera de'suoi cavalieri, ch'aerano da mille e da seimila arceri
gualesi, mettere in volta la prìma schiera de' balestrieri del re
di Francia, montarono a cavallo e uscirono del carrino, e assa-
lirono la cavalleria del re di Francia, dov'era il re di Boemia
e '1 figliuolo colla prima schiera, e il conte di Lanzooa fratel-
lo del re di Francia, e il conte di Fiandra, e il conte di Brois,
e il conte d'Alicorte, e messer Gianni d'Analdo e più altri con-
ti e grandi baroni, e quivi fu la battaglia aspra e dura; peroc-
ché appresso lui il segui la seconda battaglia ovvero schiera del
112 GIOVANNI VILLANI
re d' Inghilterra, la quale guidava il conte di J^ondcUo , e a!
tutto misono in volta la prima e seconda battaglia de' France-
schi, e massimamente per la fuga de'Genovesi. In quella batta-
glia riroasono morti il re Giovanni di Boemia, e 'i conte Carlo
di Lanzona fratello del re di Francia, con più conti e baroni e
cavalieri e sergenti molti. E lo re di Francia veggendo volgere
sua gente , colla sua terza battaglia e con tutto il rimanente
di sua gente percosse alle schiere degVlnghilesi^ e di sua per-
sona fece maraviglie in arme, tanto che fece ritrarre gì' Inghi-
lèsi al carrinò; e sarebbono stali rotti , se non fosse il ritegno
del' re Adoardo colla sua terza schiera ch'usci fuori del carrìno
per un'altra aperta che fece fare al carreggio per uscire fuori
addosso a'nimici al di dietro, e per essere al soccorso de'snoi,
francamente assalendo i nimici , e fedendo per costa co' suoi
Gualesi e Inghilesi a pie coll'arcora e lance gualesi, intendendo
solo a sventrare i cavalli. Ma quello che più confuse i France-
schi fu^ che per la moltitudine della loro gente, che erano tan<
ti a cavallo e a pie , e non attendeano se non a plgnere e a
nrtare co'loro cavalli, credendo rompere gVlnghilesi^ eglino me-
desimi (1) s'aflfoltavano Tuno sopra Tallro al modo ch'avvenne
loro a Coltrai co'Flamminghi , e spezialmente gì' impedirono i
Genovesi morti , che n' era coperta la terra per la prima rotta
battaglia, e i cavalli de'soldati morti e caduti, che tutto il cam-
po n*era coperto^ e deTediti delle bombarde e saette^ che non
v'ebbe cavallo deTranceschi che non fosse fedito, e innumera-
bili morti. La dolorosa battaglia durò da innanzi vespro a dne
ore infra la notte. Alla fine non potendo più durare i France-
schi si misono in fuga, e il re di Francia si fuggi la notte ad
Amiensa fedito» coll'a rei vescovo di Rems, e col vescovo d'Amien-
sa, e col conte d'Alzurro, e col figliuolo del cancelliere di Fran-
cia con sessanta a cavallo sotto il pennone del Dalfino di Vien-
(i) s' affoliatfano: si afTollavanOy si urlavano in folla, si ammassavano
1' uno sopra l'altro: da folta sost. calca , e da folto add. denso , 6Uoy
spesso. Il Vocabolario spiega la Toce affollare neut. pass, solamente per
far furia. L* ediz. de' Giunti legge si affollarono ; roa la nostra lezione
è appoggiata all' autorità di buoni antichi testi a penna, alcuni dei quali
leggono si affoltavano anche nel Gap. 56 del lib. 8, ove noi abbiamo
stampato » eglino medesimi per V ergere e cadere di loro cavalli, Puno
sopra I* altro s' affollavano , e faceano affogare e morire gran parte ec. »
Il qnal passo è riportalo nel Vocab. alla voce affollare»
tltlRO tftOhECtViO Hi
fia; perocché tutte le sue bandiere e pennoni reali erano rimasi at
caoipo abbattuti. E fuggendo la brigata la notte a cavallo e a pié|
da'paesani del loro paese tnedesimo erano rubati e morti; e per
questo modo ne perirono assai sanza l'altra caccia. La domenica
mattina seguente, essendo della gente del re di Francia fuggiti la
notte 9 e ridottisi ivi presso ovverà stata la battaglia in su uno
poggetto presso al bosco in quantità di ottocento a cavallo e a pté|
intr^ gli altri v'era messer Carlo eletto imperadore scampato dalla
prima rotta, e ivi affrontatosi, non sappiendo ove fuggire, il re
d'Inghilterra vi mandò il conte d'Orbi e quello di Chiarentana
con gente a cavallo e a pie assai , e assalendo quegli , come
gjente sconfitta, poco ressono, e fuggendo > aséai ne furono pre-
si e morti, e '1 detto messer Carlo di Boemia con tre fedite si
fug^l alla badia di Riscampo, ov^erano i cardinali. E la dome-
nica mattina medesima giunse il duca del Loreno nipote del re
di Francia in sul campo, che venia in aiuto con tremila cava-
lieri e quattromila pedoni di suo paese, essendo ignorante del-
la battaglia e sconfitta della notte , e non sapeva chi s^ avesse
vinto; veggendo quella gente del re di Francia che detto ave-
rao, che per paura si teneano schierati al poggetto, egli si die'*
de e percosse agringhilesi; ma tosto fu rotto, e rimasevi morto
il duca con da cento de'suoi cavalieri, ma la maggior^ parte di
quegli a pie rimasono morti^ e gli altri si fuggirono. Nella det-
ta dolorosa sconfiitta del re di Francia, si disse per gli più che
vi furono presenti quasi in accordo, che bene ventimila uomi-
ni tra a cavallo e a pie vi rimasono morti, e cavalli innume-
rabile quantità, e più di milleseicento tra conti e baroni e ca-
valieri di paraggio^ san2a gli scudieri a cavallo, che furono più
di quattromila^ e presi altrettanti, e tutti i fuggiti erano fedi-
ti di saette. Intra gli altri notabili signori vi rimase morto il re
Giovanni di Boemia con cinque conti della Magna ch'erano in
sua compagnia, e il re di Maiolica, e il conte di Lan^ona fra-
tello del re di Francia , e il conte di Fiandra ^ e il conte di
Brois, e il duca del Loreno^ e il conte di Sadsurro^ e il conte
d'Allicorte, e il conte d'Albamala^ e il figliuolo del conte di Sa-
lerani ch'era col re di Boemia, e messer Carlo Grimaldi e Ot-
tone Boria genovesi^ e molti altri signori che non si sanno per
noi. (a). Il re Adoardo rimase in sul campo due di ^ e fecevi
(à) VeA'ì kppend'ìcti n.^ tg.
6io. Yillani T. lY. 1^
114 GIOVANNI VILLANI
feantare solennemente la messa del Santo Spirito, ringraziando
Iddio della sua viltoria, e la messa e Tufizio de'morti, e confla-
grare il luogo, e dare sepoltura a'morti cosi a'nimici come agli
amici, e trarre i fediti tra' morti e fargli medicare, e alla mi-
nuta gente fece dare loro danari, e mandogli via. I signori no->
bili ch'erano morti, ritrovati che furono, fece nobilmente 8<^
pellire ivi presso a nna badia, e tra gli altri molto grande o-
nore ed esequio fece al corpo del re Giovanni di Boemia, sic-
come a corpo di re, e per suo amore, piangendosi di sua mor-
te, egli e ognuno de'suoi baroni si vestirono a nero, € rimandò
il suo corpo molto onorevolemente a messer Carlo suo figlino-
lo ch'era alla badia di Riscampo, e di là ne lo portò il figliuo-
lo a Luzimborgo nella Magna. E ciò fatto, il detto re Adoardo
colla sua benavventurosa vittoria, che poca di sua gente vi mo-
ri a comparazione de' Franceschi, si parti da Greci il terzo di,
e andonne a Mosteruolo. sanctus, sanctus, sanctus Dominus
Deus Sabaoth^ cioè a dire in latino, santo de'santi nostro signo-
re Iddio deiroste, quant' è la potenza tua in cielo e in terra,
e spezialmente nelle battaglie! che talora bene sovente fa, che
meno gente e potenzia vincono gli grandi eserciti, per mostra-
re la sua potenzia, e abbattere le superbie e gli orgogli, e pu-
nire le peccata de're e de'^sìgnori e de' popoli. In questa scon-
fitta ben si mostrò la sua potenzia, che i Franceschi erano tre
cotanti che gl'Inghilesi. Ma non fu sanza giusta cagione, e non
avvenne questo pericolo al re di Francia , che in tra gli altri
peccati, lasciamo stare il torto fatto al re d' Inghilterra e agli
altri suoi baroni d'occupare loro retaggi e signorie, ma più di
dieci anni dinanzi avea giurato a papa Giovanni e presa la
croce, promettendo infra due anni d'andare oltremare a racqni-
stare la Terra santa, e prese le decime e' sussidii di tutto suo
reame, faccendone guerra contro i signori cristiani ingiustamen-
te ; per la cui cagione morirono e furono schiavi de' saracini
d'oltremare ed Ermini ed altri centomila cristiani, che per sua
speranza aveano cominciata guerra a'saracini di Seria: e questo
basti a tanto.
LIAAO DUODECIMO 1|S
CAPITOLO LXVIII.
Quello che il re d'Inghilterra con sua oste fece dopo
la detta vittoria avuta a Greci.
Partito il re Adoardo dal campo di Greci ove avea avuta la det«
ta vittoria^ ed essendo con sua oste a Mosteruolo, credendolosi
avere, ch'era della contea e dote della madre^ la terra era be-
ne guernita per lo re di Francia de' molti Franceschi rifuggiti
dalla sconfitta; si si difesono, e non la potè avere : guastolla in-
tomo, e poi n' andò a Bologna in su lo mare , e fece il somi-
gliante. Poi ne venne a Guizzante , e perchè non era murato ,
il rubò tutto, e poi vi mise fuoco, e tutta la villa guastarono.
E poi ne vennono a Calese, e quello era murato e afforzato, e
dieronvi battaglia più volte e noi poterono avere; e ivi si puo-
sono ad assedio per terra e per mare, e fecervi una bastia di
fuori d' intorno com' una buona terra afforzata e acconcia da
vernarvi, e ivi con sua oste stette all' assedio lungamente, co-
me innanzi faremo menzione; e in ciò mise ogni suo podere
per acquistare e per avere porto forte e ridotto di qua da ma-
re in sul reame di Francia. E in questa stanza venne al re d'In-
ghilterra la madre e la moglie e due serocchie e la figliuola ,
e poi il conte d'Orbi con molto naviglio e gente d'arme e rìn-
frescamento di vittuaglia ed ogni guernimento da oste. In que-
sta stanza i due legati cardinali con altri baroni di Francia e
d'Inghilterra furono più volte presso di Calese a parlamentare
di pace , ma non vi potè avere accordo. Ancora stando il re
d'Inghilterra al detto assedio di Calese, e avendo d'accordo pro-
messa la figliuola per moglie al giovane conte di Fiandra, e'do-
vdasi allegare con lui; ma per sodducimento e trattato del re
di Francia e per onta, rimprocciandogli che il padre era stato
morto essendo col re di Francia alla battaglia di Creci , come
addietro facemmo menzione, sì si parti dal re d'Inghilterra di
nascoso, e vennene al re di Francia, e tolse i)er moglie la fi-
glinola del duca di Brabante; e '1 detto duca si parti dalla lega
del re d' Inghilterra , e allegossi col re di Francia e imparen-
tossi con lui: e diede il duca al suo maggiore figliuolo la figliuo-
la di messer Gianni figliuolo del re di Francia , e all' altro fi-
gliuolo la figliuola del duca di Borbona della casa di Francia;
(
116 GIOVANNI VILLANI
e il delto duca di Brabante diede per rooglie la sua seconda fi-
gliuola al duca di Ghelleri nipote del re d' Inghilterra figliuolo
della seroccbia , avendo prima tolta e sposata la figliuola del
marchese di Giullieri. Tutte queste rlvolture e leghe fece fare
il re di Francia contro al re d'Inghilterra per danari, onde il
duca di Brabante ne fu molto ripreso; ma però il re d'Inghil-
terra non lasciò sua impresa all' assedio di Galese. E messer
Gianni figliuolo del re di Francia col duca d'Atene e con altri
baroni e grande cavalleria e sergenti a piedi in grande quan-
tità, stava in Bologna in su lo mare e d'intorno a fare al con<r
tinuo guerra guerriata al re dìnghilterra e a sna oste per ter-
ra e per mare con galee e altri navilii , per fornire Calese ;
ov'ebbe più assalti e badalucchi e scontrazzi , quando a danno
dell'una parte e quando dell' altra^ che lunga storia sarebbe a
raccontare. E dall'altra parte fece il re di Francia un'altra oste,
e fece porre l'assedio a Gassella in Fiandra, acciocché i Fiam*
roinghi non potessero venire in aiuto né accozzarsi coireste
del re d'Inghilterra, onde i Fiamminghi per comune, fatto con
ordine del re d' Inghilterra loro capitano e guidatore il mar*
cbese di Giullieri, vennono verso Gassella per combattere co'Fran*
ceschi, i quali rifiutarono la battaglia, e partironsi dall'assedio
di Gassella , e andaronsene a santo Mieri. Lasceremo alquanto
de' processi della detta guerra de' due re infino che avrà altra
riuscita, e diremo d'altre novità che furono ne'sopraddetti tempi,
CAPITOLO LXIX*
Come Luigi il giovane , che tiene la Cicilia , riebbe Melaxzo ,
e trattò di fare parentado col re d'Ungheria,
A di 5 d'Agosto, Tanno 1346, Luigi il giovane figliuolo che
fu di don Piero figliuolo di don Federigo, che possiede l' isola
di Cicilia, sentendosi per lo suo balio e zio don Guiglielmo> va*
lente uomo d'arme, e per gli Giciliani^ la discordia eh' era nel
regno di Puglia tra'reali e le rede del re ituberto, per la mor-
te del giovane re Andreasso, onde addietro è fatta menzione, si
puose ad assedio alla terra di Melazzo in Cicilia, che si tenea
per gli detti reali, per mare e per terra, e stettonvi più tempo
airassedio, perocch' ell'cra molto forte e bene guernita di gen-
te e di vittuagUa. Ma i capitani che v'erano alla guardia» per
tlBSO DUODECIMO li7
le dette discordie de'reali del Re^no non potendo avere le loro
pag^he per loro e per la gente che y' aveano alla guardia , e
veggendo non potere avere né soccorso né rinfrescamento del
Regno, cercarono loro accordo co' Giciliani , e per danari che
n'ebbono renderono la terra il detto di. E nel detto mese es-
sendo venuti in Cicilia ambasciadori del re d'Ungheria per con-
tradire a' detti reali del Regno per trattare lega e compagnia
col detto Luigi il giovane che tenea la Cicilia^ addomandarono
trenta galee al soldo del detto re d' Ungheria al siio passaggio
nel Regno. Guiglielmo zio del detto giovane Luigi che si facea
chiamare duca d'Atene, ed era balio del detto Luigi , e gover-
natore dell'isola di Cicilia, si trattarono e ragionarono di fare
parentado col detto Luigi, ch'egli terrebbe per moglie la scroc-
chia del re d'Ungheria, e promise di dargli aiuto, quando vo-
lesse passare nel Regno, di quaranta galee armate al soldo del
detto Luigi; e mandò in Ungheria suoi ambasciadori in su una
galea armata per confermare la detta lega e matrimonio» Ma
venuti in Ungheria gli ambasciadori di quello di Cicilia^ diman-
darono di rimanere libero re di Cicilia, e dimandavano Reggio
in Calavra e altre terre che teneva l' avolo suo don Federigo;
la qual domanda il re d'Ungheria non accettò, ma sarebbe con-
disceso a lasciargli l'isola rispondendogli certo censo, e rima*
nendo a quello d'Ungheria il risorto e l'appello, come sovrano,
e il titolo del reame. A ciò non s'accordarono quegli di Cicilia,
e rimase il trattato, e poi il tennero co' reali di Puglia. Il fine
a che ne vennero si dirà innanzi a tempo e luogo, quando sa«
remo sopra alla detta materia (a).
CAPITOLO LXX.
Come certe galee de'Genovesi passarono nel mare Maggiore^
e fr esono Sino foli e V isola di Scio,
Nel detto anno e tempo si partirono quaranta galee armate
da Genova in Romania per fare vendetta del Cerabi signore
de' Torchi del mare Maggiore^ per lo tradimento e danno ch'egli
avea fatto a' Genovesi, come in alcuna parte addietro facemmo
menzione; e presono la terra di Sinopoli, e quella rubarono e
(a) Vedi Appendice d«° 20.
118 «lOVANNI VILLANI
guastarono, e corsono il paese, e recarono molta roba e merca^
tanzia de'Turchì; e simile feciono all'isola di Scio in Arcipela-
go di Romania, e quella presono e furonne signori, e tolsonla
a'Greci, ove nasce la mastica, la quale è di gran frutto e ren-
dita. Lasceremo di dire delle novità degli strani , e torneremo
a dire de'nostri fatti di Firenze e d'altre parti dltalia.
CAPITOLO LXXi.
Di certe novità che furono in questi tempi nel regna
di Puglia.
Nel detto anno 1346, a di 8 d'Ottobre, passò per Firenze il
cardinale d'Ombruno legato del papa, che andava nel regno di
Puglia per recarlosi in sua guardia per la Chiesa , per le di-
scordie de'reali per la morte del xe Andreasso» e da'Fiorentini
gli fu fatto grande onore. Andato lui nel Regno^ male vi fu ve-
duto da que' reali e per la reina, e peggio vi fu ubbidito, e '1
paese quasi tutto scommosso in ribellione; e rubellossi TAquila
per uno ser Lalli cittadino di quella col suo seguito, e coU'aiu-
to e favore di messer Ugolino de' Trinci signore di Fuligno, e
più altre terre d'Abruzzi a petizione del re d' Ungheria , e il
paese tutto corrotto a rubare i cammini, e chi più potea. Il le-
gato colla reina feciono più signori per giustizieri, ma poco fu-
rono ubbiditi e temuti. Il legato veggendo cosi corrotto il pae-
se, se n'andò a dimorare a Benevento, e poco era tenutp a ca-
pitale (a).
CAPITOLO LXXIL
Di certi ordini che si feciono in Firenze, che ninno forestiere jmh
tesse avere ufici di comune , e come si compiè il ponte a san^
ta Trinità.
Nel detto anno, a di 18 d' Ottobre , si fece ordine e dicreto
in Firenze che neuno forestiere fatto cittadino, il quale il pa«
dre e Tavolo ed egli non fossono nati in Firenze o nel contado^
non potesse avere alcuno uQcio, non ostante che fusse eletto a
(<i) Vedi Appendice n.^ 2\,
LIBRO BVODEGIttO 119
insaccato^ sotto certa grande pena. E questo si fece per molti
artefici minuti venuti delle terre d'attorno, sotto titolo de'reg*
genti delle ventuna càpltudini dell'arti^ ed erano insaccati fra
i priori e altri assai ufici. Ed era il loro uno grande fastidio^
che con maggiore audacia e presunzione usavano il loro mae-
strato e signoria, che non faceano gli antichi e originali citta-
dini. Bene fu questo motivo e opera de'capitani di parte guel*
fa e del loro consiglio^ che parca loro vi si mischiassono de 'ghi-
bellini^ e per afUebolire il reggimento delle ventuna capitudini
dell'arti che reggevano la città; e fu quasi uno cominciamento
di rivolgimento di stato per le sequele che ne seguirono ap-
presso, come innanzi faremo menzione. Nel detto anno , a di 4
d' Ottobre, si serrò 1* arco di mezzo del ponte da santa Trinità
con tre pile e quattro archi; molto bene fondato e ricco lavo-
rio riuscii e costò da ventimila fiorini d'oro, e fecevisi in su
una pila una molto bella cappella di san Michele Angelo.
CAPITOLO LXXIII.
D'unu grande carestia the fu in Firenze e d'intorno in piit parti.
Nel detto anno 1346^ cominciandosi la cagione del mese d'Ot-
tobre e di Novembre 1345^ al tempo della sementa furono so-
perchie piove, sicché corruppono la sementa , e poi l'Aprile e
il Maggio e il Giugno vegnente 1346 non fino di piovere, e ta-
lora tempesta^ onde per simile modo si perde la sementa delle
biade minute, e le seminate si guastarono; e ciò avvenne in più
parli di Toscana e d'Italia, e in Proenza^ e in Borgogna, e in
Francia, onde nacque grande fame e caro nei detti paesi , e a
Genova e a Vignone in Proenza^ ov' era il papa colla corte di
Roma. E ciò avvenne^ secondo dissono gli astrolagi e maestri di
natura, per la congiunzione passata di Saturno e di Giove e di
Marte nel segno d'Acquario^ come addietro è per noi fatta men-
zione. Onde avvenne, che già cento anni passati non fu si pes-
sima ricolta in questo paese di grano e di biada e di vino e d'o-
lio e di tutte cose^ come fu in questo anno. E il vino valse di
vendemmia il comunale da fiorini sei in fiorini otto il cogno^ e
quasi non rimasono colombi e polli per difetto d'esca , e valse
il paio de*capponi fiorini uno e lire quattro, e non se ne trova-
vano; e'poUastri per Pasqua soldi dodici il paio, e'pippioni soIt
\
i^O GIOVANNI VILLANI
di dieci^ e Tiiova danari quailro o cinque V uno , é non se ne
trovavano; e l'olio montò in lire otto l'orcio. Per difetto di ciò
la carne di castrone e di bue grosso e di porco montò da da-
nari venti in soldi undici la libbra, e la vitella da soldi due e
mezzo in soldi tredici la libbra, e fu grande caro di frutta e di
eamangiare; e tutto ciò fu la cagione sopraddetta. Per la qoal
cosa, avvegna che per gli tempi passati alcuno anno fosse caro,
pure si trovava della viltuaglia in alcuna contrada; ma ia Que«
^to anno quasi non se ne trovava, imperciocché le terre non
rispuosono al quarto , né tali al sesto del dovuto e usato tem-
po; E valse di ricolta lo staio del grano presso a soldi trenta,
montando ogni di; e innanzi che fosse 1' altra ricolta , a calen
di Maggio 1347^ montò a fiorini uno d'oro lo staio ; e lo -staio
deirorzo e delle fave montò a soldi cinquanta lo staio, e l'altre
biade aU'avvendnte; e la crusca a soldi undici lo staio e più,
che non se ne trovava per danari ; e sarebbe il popolo morto
di fame , se non fosse la larga e buona provedenza fatta per
lo comune^ come diremo appresso. E fu si grande la necessiti,
che le più delle famiglie de'contadini abbandonavano i poderi,
e rubavano per la fame l'uno airaltro ciò che trovavano, e mol-
ti ne vennono mendicando in Firenze, e cosi de'forestieri d'in-
torno, ch'era una pietà a vedere e udire, e non si poteano la-
vorare le terre né seminare; se non che coloro di cui erano le
terre, se volevano che '1 podere si lavorasse, conveoia, e con-
venne, che pascessono quegli che lavoravano , e fornire di se-
me con grande necessità e costo. E con tutto che 1' anno 1329
e del 1340 fosse grande caro , come addietro in quegli tempi
facemmo menzione, pure del grano e della biada si trovava in
città e in contado; ma in questo anno non si trovava né grano
né biada, e specialmente in contado a più deUavoratori e con-
tadini. Il comune si provvidde e comperonne e fece mercato
con caparra di moneta con certi mercatanti genovesi, e fioren-
tini e altri, di quarantamila moggia di grano di Pelago, di Ci-
cilia, di Sardigna, di Tunisi, di Barberia e di Galavra, e di quat-
tromila moggia d^orzo, ma non se ne potè condurre per la via
di Pisa in tutto più che moggia ventiduemila di grano, e mog-
gia millesettecento d*orzo, il quale venne costato , posto in Fi-
renze, fiorini undici d*oro il moggio del grano , e fiorini sette
il moggio deir orzo. Ma perché non avemmo tutto quello che
per lo nostro comune fu comperato, fu la cagione che i Pii
LtSRO DUODECIMO iH
aveano carestia g^rande è simile 1 Getiov esi , che per fona «(
prendevano il grano della nostra compera giunto in Porto pisa*
no, tanto che si fornivano Innanzi a noi; e Questo ci diede gran-*
de difetto^ e più volte grande stretta e paura, e non ce ne pò-»
tevamo àtare. Il comune ne fece venire di Romagna e di Ma-
remma quello che potè avere di grazia da quegli signori e co-
mtuii, al di dietro intorno di moggia milledugento, e costò ca«
rot che venne da fiorini undici d'oro il moggio, onde tra d'in**
teresso e calo e spesa, il comune ne perde più di fiorini tren^
tamila d' oro. Bene si trovò , che certi ch^ erano Camarlinghi
de' detti uficiali, aveano frodato il comune falsando la misura
e *ì peso dei pane , e mischiando il gioglio col grano e altre
biade^ onde ne trassono di guadagno grossa quantità di danari,
e quegli furono presi e condannati in fiorini diecimila d' oro
a ristituire al comune. E nota^ che tutto questo é infamia gran*»
de denotali cittadini e di coloro che gli chiamano agli ufìci, se
colpa v'ebbono, come si disse ^ e confessarono per tormento.
Egli era rimaso al comune della provvisione dell* anno passato
da moggia millesettecento di grano; sicché in tutto fu il soccor^
so e fornimento del comune da ventiseimila moggia di grano ,
e da millesettecento moggia d'orzo. Al cominciamento Tuficiale
del comune fece mettere per di in piazza moggia sessanta in
ottanta di grano a soldi quaranta lo staio ; e poi montando il
grano a soldi cinquanta e V orzo a soldi quaranta lo staio; ma
tutto questo non fornia per gli molti contadini ch'erano^ ritrat-
ti alla città, sanza gli altri cittadini bisognosi. Feciono fare gli
uficiali del comune in sul casolare de* Tedaldini di porta san
Piero, ch'è uno grande compreso^ dieci forni con palchi, e chiù-*
si con porte per lo comune^ ove aveva uomini e femmine, che
di di e di notte faceano pane delia farina del comune sanza
abburattare e trarne crusca, ch'era molto grosso e crudele a ve-*
dere e a mangiare , e pesava 1' uno once sei , che se ne facea
per istaio da nove serque, e cocevasene il di da ottantacinque
io cento moggia; e poi si distribuiva la mattina al cenno della
campana grossa de' priori a più chiese e canove per tutta la
città, e di fuori delle mastre porte a'contadini d'intorno presso
alla città del piviere di san Giovanni^ e d'altri pivieri d'intorno
che veniano alle porle per esso^ e aveano per bocca due pani
il di per danari quattro l'uno. E soprabbondò tanta gente^ che
ne voleano più di due pani per bocca , che per la calca gli a-*
Gio. Viilani T. IV. 16
122 GIOVANNI VILLANI
fìciall non potendo resistere , si ordinaro dì dare il pane allo
famiglie per iscrìtte e polizze, due pani per bocca. E troTOSsi
in mezzo Aprile nel 1347, che da novantaquattromila bocche
erano, che n'aveano a dispensare per dì; e di qqesto sapèinmo
il vero dal mastro uficiale della piazza, che ricevea le scritte
e polizze. Ornai potete arbitrare come innumerabile popolo era
ritratto per la carestia in Firenze a pascersi, e nel detto ninnerò
non v'erano i cittadini né loro famìglie ch'erano forniti^ e non
voleano pane di comune, o comperavano del migliore pane^ alia
piazza e a'forni danari otto Tuno^ e tale dieci in dodici il me-
glio, che ciascuno potea fare e vendere pane sanza ordine o di
peso o di pregio y (a) e non contando i religiosi ikiendicanti e
i poveri che vive^no di limosino, ch'erano saftza numero, pc*
rócche di tutte le terre circostanti erano, per lo caro ch*avea*
no, accomiatati e ridotti in Firenze, ond'era una continovà bat-
taglia quella de'poveri e di di e di notte a'cìttadini. Con tutto
il bisogno e la necessità del comune e de'cittadini non si acco-
miatò mai neuno povero, né forestiere^ o contadino, che non
fossono al continovo pasciuti di limosino al convenevole» consi-
derando il disordinato caro e fame; ma i più ricchi e buoni e
pietosi cittadini faceano di belle e larghe limosine, odde dove-
rlo sperare in Dio, che non guarderà agli soperchi peccati ée'cit-
tadini, che come avemo detto addietro, la città nostra n'è bene
fornita; ma per le limosine de'buoni e cari cittadini. Iddio com-
penserà^ se fia suo piacere e la sua misericordia, come fece a
quegli di Nini ve , perocché la lemosina spegne il peccato , di^se
Iddio. Avvenne, siccome piacque a Dio, per la festa di san Gio-
vanni Battista Tanno 1347, sforzandosi delle primaticce ricolte,
subitamente calò il grano novello da soldi quarantà^ in venti-
due, e '1 vecchio del comune in soldi venti lo staio; e^Torzo
in soldi undici in dieci. Per questo subito calare del grano^ e
i fornai e chi facea pane a vendere innarravano il grano a ga-
ra, e subitamente il feciono rimontare a soldi trenta lo staio ,
e feciono postura di non far pane se non con certo loro ordi«
ne^ per sostenerne il caro. Per la qual cosa il pòpolo si commosse
contro a loro, e fu quasi la città per correre a remore e ad
arme, se non che gli savi rettori vi rimediarono, e uno che ne
fu comincialore, ne fu impiccato; e il grano tornò in suo sta-
(a) Vedi Appendile n.® aa.
LIBRO DUODECIMO 123
to a soldi ventidue lo staio. E poi ìq piena ricolta del mese
d'Agosto e di Settembre si riposò da soldi diciassette in venti
lo staio, bene che poi rimontò per lo caro staio; che £u una
grande consolazione al popolo per la fame passata. Ma bene la-
sciò, com'è usato, ancora alquanta carestia, e per conseguente
infermità e mortalità, come per innanzi si troverà leggendo. La-
sceremo di questa passione della carestia e fame, e diremo d'al-
tre cose che furono in questi tempi.
CAPITOLO LXXIV.
Come messer Luchino Visconti ebbe la città di Parma^
Tenendo la città di Parma i marchesi da Ferrara, che Tavea-
no comperata da messer Azzo, ovvero messer Ghìberto da Cor-
reggio^ come in alcuno capitolo addietro facemmo menzione >
messer Luchino signore di Milano al continuo la guerreggiava
colle sue forze , e coli' aiuto di quegli da Gonzaga signori di
Mantova e di Reggio, e per dispetto e contradio di messer Ma-
stino ch'era in lega co'detti marchesi, i quali per lui la tenea-
no; essendo circondata di qua da quegli della città di Reggio ^
e di là da Mantova e da Piacenza e da altre terre di messer
Luchino, e male poteano avere soccorso da messer Mastino né
da altri loro amici né da Ferrara sanza grande foro perìcolo; si
cercarcHio loro accordo con messer Luchino , al quale si diede
compimento airuscita del mese di Settembre 134&. e si fecio-
no conipari di messer Luchino d'un suo figliuolo, e renderongli
Parma, ed ebbono da lui sessantamila fiorini d'aero; e debbono
per patti il loro castello di san Felice e i loro pregioni che te-
neano quegli da Gonzaga, e con grande festa n^ andarono con
messer Luchino a Milano a fare il suo figliuolo cristiano^ e fer-
marono lega e compagnia insieme. E nota, s'egli ha tra'cristìa-
ni nullo re, se non fosse quello di Francia e quello d'Inghilter-
ra e d'Ungheria, di tanto podere com'è messer Luchino, che te-
neva al continuo più di tremila cavalieri a suo soldo, e talora
quattro in cinquemila e più^ che non è re tra' cristiani che gli
tenea. E signoreggiava le 'nfrascritte diciasette città (a) colle
loro castella e contadi, ciò sono Milano, €omo^ Bergamo^ Bre-
(a) Vedi Appendice o.^ a3l.
Ì24 GIOVANNI VILLANI
scia^ Lodl^ Moncla^ Piacenza, Pavia^ Cremona, Crema^ Asti, Tor«
tona, Alessandria, Noara , Vercelli, Torino , e ora Paroia. Ma
guardisi del proverbio che disse Marco Lombardo al conte Ugo«
lino di Pisa, quand'egli era nella sua maggiore felicità e stato;
come dicemmo nel suo capitolo, eh' egli era meglio disposto a
ricevere la mala meccianza, e cosi gli avvenne. E messer Ma*
stino signore di undici città le perde tutte, se non se Verona e
Vicenza, e in quelle fu osteggiato. E però non si dee niuno glo-
riare troppo della felicità mondana, e spezialmente i tiranni ;
perocché la fallace fortuna come dà loro con larga mano, cosi
la ritoglie; e questo basti a tanto, che se ne vedrà il fine, che
non fia lungo.
CAPITOLO LXXV.
Come il conte di Fondi sconfisse la gente della reina moglie
che fu del re Àndreasso.
In questi tempi il conte di Fondi, nipote che fu di papa Bo«
nifazio^ a petizione del re d' Ungheria prese Terracina e '1 ca«
stello d*Itri presso a Gaeta per cominciare guerra da quella
parte alla regina e a' reali di Napoli , i quali vi mandarono da
seicento cavalieri e pedoni assai del Regno , per assediare il
detto castello d'Uri. Il conte fece suo isforzo di gente di Cam"*
pagna^ e con dugento cavalieri tedeschi ch'avea, e furono quat-^
trecento a cavallo e gente a piò assai ^ e con questa gente as-
sali la detta oste e mlsegli in isconfitta; ed ebbevi assai di presi
e di morti ; e la città di Gaeta quasi si ribellò , tenendosi per
loro medesimi sanza rispondere aVeali o alla regina di Napoli.
In questi tempi, all'entrata d'Ottobre, mori a Napoli quella che
si facea chiamare imperadrice di Costantinopoli, figliuola che
fu di messer Carlo di Valos di Francia , e moglie che fu del
prenze di Taranto. Di costei si disse , eh' ordinò colla moglie
del re Andreasso sua nipote la morte del detto re, e con piA
altri signori e baroni, come raccontammo nel capitolo addietro
della morte del re Andreasso , per darla per moglie a messer
Luigi di Taranto suo figliuolo, come fece poi, come diremo al«
quanto innanzi. Ed ella dopo la morte del prenze suo marito
portò mal nome di sua persona, se vero fu che palese si dicea,
che infra gli allri suoi amadori tenea messer Niccola Acciaino*
LIBBO DUODECIMO V2h
li (a) nostro cittadino per suo amìco> ed ella il fece cavaliere,
e fecelo molto ricco e grande* Lasceremo alquanto de' fatti del
Begno^ e torneremo a'fatti del re d'Inghilterra*
CAPITOLO LXXVL
Come fu 9con fitto U re David di Scozia dagV Inghilesi ^
$ fuso.
Essendo il re d'Inghilterra rimaso di qua da mare all'assedio
di Galese» come lasciammo addietro , il re di Francia dopo la
sua sconfitta tornò a Parigi, e sommosse tutto il suo reame ed
i suoi amici per ragunare gente maggiore che prima^ per ven-
dicarsi del re d'Inghilterra, e levarlo dall* assedio di Galese» £
oltre a ciò rimandò in Scozia David di Bruco re di Scozia, che
fu con lui alla battaglia di tirecl, e diegli molti danari e gen-
te d'arme^ acciocché di Scozia venisse con sua oste in Inghil-
terra. Il quale giunto in Scozia, e sappiendo che '1 re d'Ingbil»
terra era colla sua oste degringhilesi a Calese, ranno sua oste
di bene cinquantamila uomini tra a cavallo e a pie di suoi Scot-
ti , e colla gente che gli avea data il re di Francia passò in
Inghilterra insino alla città di Durem ^ faccendo grande danno
al paese di ruberia e d'arsioni. Certi baroni ch'erano rimasi in
Inghilterra alla guardia del reame^ onde fu capo • • # • non isbi-
gottiti perchè non vi fosse il loro re^ raunarono bene sedicimila
uomini di buona gente d' arme tra a cavallo e a pie , la pi4
grande parte Inghilesi e Gualesi, e francamente vénnono contro
al re di Scozia e sua oste, ch*erano tre tanti di loro^ e nel va*
Hco della riviera dell* Ombro gli assalirono vigorosamente. Gli
Scolti dal subito assalto dubitandosi che gl'Inghilesi non fossono
in maggior quantità di gente, si misero in volta e furono scon-
fitti, e molti Scotti vi rimasono presi e morti, e fuvvi preso il
loro re David e il figliuolo, e menati presi a Londra; e ciò fu
a di 16 d'Ottobre 1346. E nota^ che ancora fia esemplo^ chel
nostro Iddio Sabaoth fa vincere e perdere le battaglie a cui
gli piace^ non guardando a numero o forza di gente , secondo
i suoi giudici per gli peccati de're e de' popoli
(a) Vedi Appendice p.^ 94*
126 GtOVAlfNI VILLANI
CAPITOLO LXXVII.
Àncora della guerra di Guascogna dalla gente del etmtc
d*Orhx a'Franceschi.
Dopo la sconfitta ch'ebbe il re di FraDcia dal re d'iogftilter-
ra a Greci, siccome addietro facemmo menzione^ il conte d'Or-
bi, ch'era per lo re d'Inghilterra in Guascogna, non istetle o-
zioso, ma più vigorosamente e con ptà audacia e baldansa eon
sua oste procedette contra la gente del re di Francia, cavalcan-
do il paese; e la gente del re di Francia impaurita e sbtgolU-
ta molto, perocché se n'era ito messer Giovanni figliuolo del re-
con sua oste, e venutosene verso Parigi per la vittoria ch'ebbe
il re d'Inghilterra sopra il re di Francia a Greci; si gli s'arren-
dè la terra di san Giovanni Angiuliem, e la città di Pettieri, e
Lisignano, e Minorto^ e Santi in Santogna, con più altre castella
e ville, sanza alcuna risistenza, e quelle rubò d'ogni sustanzia^
e ritennesi san Giovanni e Lisignano e Minorto, e quelle forni
di sua gente per guerreggiare il paese ; onde il paeae era in
grande tremore, e tutta Tolosana infino a Tolosa. Fatto il con-
te d'Orbi il detto conquisto, forni le dette terre e frontiere di
gente d'arme, e tornossi in Inghilterra. Partito il conte d'Orbi
del paese^ que*di Pettieri colle loro vicinanze, sanz'altro eaiHta-
no del re di Francia, feciono una cavalcata, credendosi ripren^
dere Lisignano che facea loro una grande guerra, e foronvi i-
sventuratamente {sconfitti dal conte di Monforte , ed erano tre
cotanti che la gente del re d'Inghilterra; e cosi avviene a chi
è in volta di fortuna. Lasceremo alquanto della guerra del re
di Francia e del re d' Inghilterra , e diremo del nuovo eletto
imperadoré messer Garlo di Boemia.
CAPITOLO LXXVIII.
Come Carlo re di Boemia fu confermato per lo papa e per la Oiiesa
a essere imperadoré, e come prese la prima corona*
Nel detto anno 1346, in Avignone in Provenza ov'era il pa-
pa colla corte, essendovi venuti ambasciadori del re di Boemia
colla sua confermazione della elezione deirimperto fatta in lui»
&rBRO DVODECIHO 127
come addietro focemmo menzione , 11 papa a prìego e istanza
del re di Frància, e per abbattere il titolo dell'imperio al dan-
nato Bayaro, si confermò essere degno imperadore il detto Car-
lo con aiuto di santa r4hiesay commendandolo il papa di molte
Yirtù in suo sermone in piuvico concistoro, ove furono tutti i
cardinali e vescovi e prelati ch^erano in corte ^ e chi vi volle
essere^ proitiettendo ogni aiuto e favore alla sua dignità che si
potesse per santa Chiesa/ e dandogli licenzia che si potesse co-
ronare della prima corona nella Magna^ ov' egli volesse^ e da
quello "vescovo o arcivescovo che gli piacesse^ non stante il luot-
go consueto d'Asia la Cappella, o coronarsi per V arcivescovo
di Cologna^ e ciò fu a di 6 di Novembre. 11 detto Carlo avuto
dal papa' sua confermagione, aanza indugio^ non potendosi cor
Tonare ad Asia la Cappella per la forza del Bavaro e de' suoi
amici ch'erano in que'paesi raunati con forza d'arme per con-
tastarlo, si fece coronare a una terra che si chiama Bona pres-
so a Gologna, in forza di lui e di suoi amici, non tenendo tre
di campo in arme, come è di consueto^ e dice il dicreto: e ciò
fu il di di santa Caterina, a di 25 di Novembre 1346 (a) E
pochi signori e baroni della Magna furono alla sua. coronazio-
ne^ perchè la maggiore parte teseano con Lodovico di Baviera
chiamato Bavaro. Lasceremo alquanto delle novità di là da'mon-
11 e del nuovo . imperadore , infioo che luogo e tempo sarà, e
torneremo a dire de' fatti di Firenze e de'nostri paesi che furo-
no in quegli tempi.
CAPITOLO LXXIX*
Ifi novità falU in Firenze per mgione degli ufici del comune»
Nel detto anno , avendosi in Firenze novelle della conferma-
zione e della coronazione del nuovo imperadore Carlo dì Boe-
mia, come detto a verno, considerato ch'egli era nipote dello 'm-
peradore Arrigo di Luzimborgo il quale fu all'assedio di Firen-
ze, e trattocci come suoi niroici e ribelli, come ne'suoi proces-
si al suo tempo facemmo menzione^ e con tutto che il papa e
la Chiesa mostri di favoreggiarlo, per quelli della pSTrte guelfa
io Firenze se n'ebbe gran sospetto. £ sentendo e sappiendo co-
(n) Vedi Appendice nJ^ sS.
128 GIOVANNI VILLANI
me le borse delPelezioni de* priori aveano liiigcitiate eontrd al
loro volere e' più dicevano ch'erano ghibellini sotto nome d'ar**
tefici delle ventana capitadini dell'arti, e d'essere buoni uomi-
ni e popolani, più consigli se ne tennero per correggere le det-
te elezioni de' priori. Ma era tanto il podere delle capitodinl
dell'arti e degli artefici , e per temenza di non commovere ta
terra a remore e ad anne^ che si rimase di non fare cerna^ o
toccare la lezione dé'priori; ma per contentare in parfe 1 guel-
fi, si fece a di 20 di Gennaio decreto e riformagioné^ che d'aK
lorà innanzi , nullo ghibellino il quale , egli o il suo padre o
congiunto, dal milletrecento in qua fosse stato rnbello, o in ter^
ra rùbella^ o venuto a bandiera spiegata contro al nostro co**
ihune in su'nostri terreni, non potesse avere niuno uficio; e se
fosse eletto, fosse pena agli elettori é a lui che ricevesse Tof-
^cio fiorini mille d'oro^ o la testa se non pagasse fra certo tem^
pò; e che neono altro il quale non fo^e riputato vero guelfo e
amatore di parte di santa Chiesa , bene eh* egli né i suoi non
fossono stati ribelli né contro al comune , non potessono avere
alcuno uficio, pena lire cinquecento; e le signorie^ ove fioasono
accusati^ pena lire mille se noi condannassono; e la pmota di
ciò si dovesse fare per sei testimoni di piuvica fama, approva*
ti i detti testimoni per gli consoli dell' arte dell' accusato , se
fosse artefice^ e se fosse scioperato , approvati i detti sei testi-
moni per gli priori, e'dodici loro consiglieri; e furonne condan-
nati per la detta riformagione fatta certi artefici, fra* quali fu
Bartolo di Gruerio in lire cinquecento^ perchè accettò T uficio
de' sedici sopra i falliti; e altri cittadini rifiutarono altri uficii
per non esserne condannati né riceverne vergogna , e in loro
luoghi ne furono chiamati altri. E qui cominciò il principio
de'fatti della parte per gara degli ufici del comune e questo
basti.
CAPITOLO LXXX«
Di novità che furono in Arezzo per simile eagiome
degli ufieù
All'entrare d* Ottobre 1346, nella citU d'Arezzo si levò ro^
more^ e furono sotto l' arme , per cagione de' guelfi d*Arezzo,
ond'erano capo i Bostoli^ per potere meglio tiramieggiai^ i Uh
LIBRO DUODECIMO 129
ro cittadini^ dicendò^che troppi ghibellini parca loro che fos-*
SODO mischiati tra loro Degli ufici e nel reggimento della città;
e conveoDO che si facesse la ceroa, e che i ghibellini, ch'era*
DO ne'sacchi ovvero bossoli per essere rettori e uficiali. De fos-
SODO trattL E tutto questo avveune per la gelosia del nuovo
imperadore^ onde segui poi assai di sconcio aUa città d'Arezzo
e a' detti della casa de' Bostoli , come si troverà innanzi leg-
gendo.
CAPITOLO LXXXI.
Come la dita di Giara in hchiavonia «' arrendè a'Veneziani.
Nel detto aDDO, il di di. saD Tommaso di Dicembre» la città
di Gtiara in IschiavoDìa , ove i VeoeziaDi eraDo stati si lunga-
mente ad assedio , per diffalta di vittuag^ia s' arrenderono al
comune di Vinegia, salve le persone e l'avere^ rimanendosi sot-
to la signoria di Vinegia per lo modo che s'erano innanzi che
si rubellassono; e il re d'Ungheria , a cui petizione e baldanza
Giara s'era rubellata, e di ragione n'era signore e sovrano^ co-
me addietro facemmo menzione , non gli potò soccorrere per
diffalta e fame ch'era in Ischiavouia, e non vi potè venire né
mandare sua oste^ né potella fare fornire. Ed eziandio il detto
re d'Ungheria dod potè seguire sua impresa di passare in Pu-
glia, per carestia e fame che fu quasi in tutta Italia e in più
parti, e maggiormente in Ischiavonia.
CAPITOLO LXXXU.
Di eerte novità che furono nel castello di Samminiato del Tede^
SCO, e come si dierono alla signoria e guardia del comune di
Firenze per cinque anni,
Nel detto anno 1346, del mese di Febbraio, essendo podestà
di Samminiato messer Guiglielmo degli Oricellai popolano di
Firenze, volendo fare giustizia di certi malfattori i quali erano
masnadieri de'Malpigli e de'Mangiadori, le dette case con loro
isforzo e de'loro amici con armata mano levarono la terra a ro-
more, e per forza tolsono i malfattori al podestà , volendo di-
sfare gli ordiui del popolo^ se dod che i popolani di SammiDia-
Gio. Villani T. lY. 17
130 GIOVANNI VILLANI
to furono ad arme, e con subito soccorso delle masnade de'FiO'*
rentini ch'erano nel Valdarno di sotto a cavallo e a piò che vi
trassono, il popolo si difese e guarenti^ e '1 comune di Firenze
vi mandò loro ambasciadori per riformare la terra , e «osi fb-
ciono; per la qual cosa il popolo e comune di Samminiatò, di
loro buona volontà diedono la signoria e guardia della loro ter-
ra al comune di Firenze per cinque anni. Poi per fòrtifieare il
popolo di Samminiato si fece a di 13 d' Ottobre 1347 riforma-
gione in Firenze^ eh' e' grandi di Firenze s'intendessono e fM-
sono grandi e trattati per grandi di Samminiato, acciocché non
potessono fare forza o violenza a' popolani , e eh' e* grandi éì
Samminiato sMntendessono essere nel numero de' grandi di Fi-
renze. £ ordinossi di rinforzare la rocca e fare una via ^hiiM
di muro largo braccia sedici dalla rocca alle mura di fimi^
con una porta^ alle spe^se del comune di Firenze e di qmllo A
Samminiato, acciocché il comune di Firenze avesse spedita en-
trata alla guardia della detta rocca. E ordinossi di fare uno
ponte sopra il fiume d'Elsa alle spese di quegli due comuni ^
acciocché quando bisognasse ad ogni tempo la forza de'Fiorén-
tini potesse essere in Samminiato alla loro difes|t;
CAPITOLO LXXXIII*
Di certe novità e ordini che si feeiono in Firenze per lo caro
ch'era^ e per la mortalità che fu.
Essendo in Firenze e dintorno il caro grande di grano e d'o-
gni vittuaglia, come poco addietro avemo fatta menzione, essen-
done afflitti i cittadini e'contadini, spezialmente i poveri e im-
potenti^ perché ogni di venia montando il grano e la diffalta;
e oltre a ciò conseguente cominciò grande infermità e morta-
lità^ il comune provvide e fece decreto a di 13 di Ifarzo^ che
neuno potesse essere preso per neuno debito di fiorini cento,
o da indi in giuso^ infino alle calende d'Agosto vegnente, salvo
all'ufficiale della mercatanzia da lire venticinque in sù^ accioc*
che gl'impotenti non fossono tribolati de'loro debiti^ avendo la
passione della fame e della mortalità. E oltre a ciò feeiono or-
dine, che neuno potesse vendere lo staio del grano più di sol*
di quaranta^ e chi ne recasse di fuori del contado di Firenze,
avesse dal comune uno fiorino d'oro del moggio; ma non si pò**
LIBRO DUODEGIHO 131
tè osservare, che tanto montò la carestia e diffalta, che si ven-
^ea fiorini uno d'oro lo staio, e talora lire quattro; e se non
fosse la provvisione del comnne, come dicemmo addietro, il pO'
polo moria di fame. E per la Pasqua della resurrezione di Cri-
sto, in calen d'Aprile 1347, il comune fece offerta di tutti i
pregioni ch'erano nelle carcere , che riavessono pace da' loro
nimici, stati in pregione da calen di Febbraio addietro, e qua-
lunque v'era per debito di lire cento in giù , rimanendo obbli-
gato al suo creditore; e fu grande bene e limosina /che nella
pregione era già cominciata la mortalità, e ogni di morivano
Belle carcere due o tre pregioni; furono gli offerti in quello di
centosetlantatrò , che ve ne avea più di cinquecento , e i più
in grande povertà. E poi ali* uscita di Maggio per le suddette
cagioni 8i fece riformagione per lo comune di Firenze , che
qualunque fosse nelle carcere per bando da fiorini cento d*oro
in già, ne potesse uscire pagando al comune in danari contan*
ti joldi tre per lira di quello fosse condannato o sbandito , i-
scontando ancora i soldi diciassette per lira al comune del de-
bito che ora avea chi lo volea comperare per ventotto o tren-
ta per cento da coloro che doveano avere dal comune. Certi
gli pagarono e uscirono di bando e di pregione^ ma non furo-
no guari; tanto era povero il comune e popolo de'cittadini, per
lo caro e per l'altre avversità occorse.
CAPITOLO LXXXIV.
Di grande mortalità che fu in Firenze in questi tempi y
ma più grande altrove^ come diremo appresso.
Negli anni di Cristo 1347, come pare che sempre segua dopo
la carestia e fàme^ si cominciò in Firenze e nel contado infer-
mità^ e appresso mortalità di gente^ spezialmente in femmine e
fanciulli^ il più in povere genti, e durò infine al Novembre ve-
gnente detto anno; ma però non fu cosi grande^ come fu la mor-
talità del 1340 , come addietro facemmo menzione ; ma arbi-
trando al grosso, ch'altrimenti non si può sapere in tanta città
quant'è Firenze, ma in digrosso^ si stimò che morissono in que-
sto tempo più di quattromila persone^ il più femmine e fanciul-
li; morirono bene de'venti l'uno; e fecesi comandamento per Io
comune, che neuno morto si dovesse bandire ^ né sonare cam-
132 GIOVANNI VILLANI
pane alle chiese ove i morti si sotterravano , perchè la gente
non isbigottisse d'udire di tanti morti (a). E la detta mortalità
fu predetta dinanzi per li maestri in strologia , dicendo , che
quando fu il solstizio vernale , cioè che quando il sole entrò
nel principio dell'Ariete del mese di Marzo passato^ Tascenden-
te che fu nel detto solstizio fu il segno della Vergine, e 1 suo
signore, cioè il pianeto di Mercurio^ si trovò nel segno dell'A-
riete nell'ottava casa, che significa morte; e se non che il pia-
neto di Giove , eh' è fortunato e di vita ^ si ritrovò eoi detto
Mercurio nella detta casa e segno , la mortalità sarebbe stata
infinita^ se fosse piaciuto a Dìo. Ma noi dovemo credere e te-
nere per certo, che Dio permette le dette pestilenzie e l'altre
cose a'popoli e alle città e a' paesi per punizione de'peccatl^ e
non solamente per corsi de' pianeti e delle stelle , ma talora ,
siccome signore dell' universo e del corso del cielo , come gli
piace e quando e' vuole , fa accordare il corso delle stelle al
suo giudicio; e questo basti in questa parte e d' intorno a Fi-
renze del detto degli astrolagi. La detta mortalità fu maggiore
in Pistoia e in Prato e nelle nostre circostanze all' avvenante
della gente di Firenze^ e maggiore in Bologna e in Romagna ,
e maggiore in Yignone e in Proenza ov'era la corte del papa,
e per tutto il reame di Francia. Ma infinita mortalità , e dove
più danno fece, fu in Turchia, e in quegli paesi d'oltremare, e
fra'Tartari. E avvenne tra'detti Tartari grande giudicio di Dio
e maraviglia quasi incredibile, e fu pure vero e chiaro e certo,
che tra 'l Turìgi e '1 Gattaie nel paese di Parca, e oggi di Gas-
sano signore de'Tartari in India, si cominciò uno fuoco uscito
di sotterra, ovvero che scendesse dal cielo^ che consumò uomi-
ni, bestie, case, alberi, e le pietre e la terra, e vennesi disten-
dendo più di quindici giornate attorno con tanto molesto, che
chi non si fuggi fu consumato, e consumò ogni creatura e abi-
tante istendendosi al continuo. E gli uomini e le femmine che
scamparono del fuoco, di pistolenza morirono. Alla Tana , in
Trebisonda e in tutti quegli paesi, non rimase per la pistilen-
za de'cinque l'uno, e molte terre vi sobissarono tra per pisti-
lenzia e per tremoti grandissimi e folgori. E per lettere di no-
stri cittadini degni di fede eh' erano in que' paesi , a Sebastia
(a) Vedi Appendice n.*' 26,
LIBRO DUODECIHO 133
piovve grandissima quantità di vermini (1) grandi uno sommes*
so con otto gambe, tutti neri e ceduti, e vivi e morti, con ap-
puzzare tutta la contrada, e spaventevoli a vedere; e cui pu-
gnevano, attossicavano come veleno. E in una terra del soldano
chiamata Allidia, non rimasene se non femmine, e quelle per
rabbia magnavano l'una l'altra. E più maravigliosa cosa e qua-
si incredibile contarono^ che avvenne in Arcagia^ che uomini e
femmine e ogni animale vivo diventarono a modo di statue
morte a modo di marmorito , e i signori d' intorno al paese si
si propuosono di convertirsi alla fede cristiana; ma sentendo il
ponente e paese de'eristiani tribolati di simili pistolenze, si ri-
masonò nella loro perfidia. E a porto Talucco^ in una terra che
ha Bòme Lucco^ inverminò il mare bene dieci miglia fra mare,
uscendone e andando fra terra fino alla detta terra di Lucco ,
per la quale ammirazione assai se ne convertirono alla fede di
Cristo. Crescendo la detta pistolenza infino in Turchia e in Gre-
cia^ e avendo prima cerco tutto il Levante e Misopotamia e Si-
ria e Caldea e Surla e Cipri e Creti e Rodi e tutte l'isole del-
l'Arcipelago di Grecia, poi scese in Cicilia e in Sardigna e in
Corsica e all'Elba, e per simile modo tutte le marine e riviere
di nostri mari; e otto galee de'Genovesi ch'erano ite nel Mare
maggiore , non ne tornarono se non quattro piene d' infermi ,
morendo al continuo; e quegli che giunsono a Genova tutti vi
morirono , e corruppe V aere dove arrivavano , e chiunque si
trovava con loro poco appresso morivano. Ed era una maniera
d'infermità, che non giaceva l'uomo tre di, apparendo nell' an-
guinaia d sotto le ditella certi enfiati chiamati gavoccioli^ e ta-
li ghiandncce, e tali gli chiamavano bozze, e sputavano sangue.
E il prete che confessava V infermo, o coloro che '1 guardava-
no^ spesso s'appicava loro la detta infermità e pistolenza per
modo , che ogni infermo era abbandonato di confessione e di
sagramento e di medicine e di guardie. Per la qual cosa e i-
sconsolazione il papa fece decreto , perdonando colpa e pena
a' preti che confessassono o dessono sagramento air infermo , ò
gli visitasse o guardasse. E durò questa pistolenza fino a . . . ,
e rimasono desolate di genti molte provincie e città. E per
questa plstolenzia^ acciocché Iddio la cessasse^ e guardassene la
(i) grandi uno sommesso: sommesso sost. ti dice la lunghezza del pu-
gno col dito pollice alsato.
134 GIOVANNI VILLANI
nostra città di Firenze e d'intorno, si fece soletme i^ocesslone
a mezzo Marzo 1347, e durò tre di. E tali sono i giudici! di
Dio per punire i peccati de' viventi. Lasceremo della materia ,
che assai è stata spiacevole e crudele, e diremo alquanto de'pro-
cessi di Carlo di Boemia nuovo eletto imperadore de' Romani*
CAPITOLO LXXXV.
Come Carlo di Boemia eletto nuovo imperadore venne
in Chiarentana.
Nel detto anno 1347, all'uscita del mese d'Aprile e aU'entran-
te di Maggio^ Carlo re di Boemia, nuovamente eletto a esaere
imperadore e già confermato per la Chiesa, come addietro fa-
cemmo menzione, con aiuto di cavalieri di messer Luchino Vi-
sconti signore di Milano, e di messer Mastino della Scala signo-
re di Verona, venne in Chiarentana per racquistare il paese,
che in parte gli succedea per retaggio della madre, e per ave-
re spedita l'entrata d*Italia, (a) e rendeglisi la città di Trento
e quella di Feltro e quella di Civita di Belluna colla fòrza del
patriarca d'Aquilea per comandamento del papa , e arse e di-
bruciò il borgo e terra di Buzzano, e puose Tassodio a Tiralla.
Sentendo ciò il marchese di Brandimborgo figliuolo del Bavaro,
che ancora cusava ragione in parte della detta contrada per la
madre, e ancora per la nimistà e impresa centra il suo padre
Bavaro, avendosi fatto eleggere imperadore lui vivendo, si ven-
ne della Magna con grande cavalleria per soccorrere Tiralla e
racquistare il paese. Sentendo la sua venuta il detto Carlo elet-
to imperadore , e eh' egli era con maggiore potenza di gente
che lui, si parti con sua oste dall'assedio del detto Tiralla con
alcuno danno di sua gente e con vergogna, perdendo parte d^
paese acquistato. Lasceremo alquanto de'suoi fatti, e diremo an-
cora del processo della guerra del re di Francia e del re din-
ghilterra^ che ancora ne cresce materia.
(a) Vedi Appendice n.^ 27.
LIBRO DCODECIHO 135
CAPITOLO LXXXVI.
Di eerto parlamento che fece U re di Francia per andare contro
al re d' Inghilterra.
Nel detto aoDO , il di di domenica d' ulivo, il re di Francia
fece grande rannata di suoi baroni a Parigi, e fece suo parla-
mento, richieggendo tutti i suoi baroni e prelati e comuni di
suo reame d'aiuto per fare oste sopra il re d'Inghilterra, ch'era
con sua oste sopra a Galese all'asàedio^ come lasciammo addie-
tro. E giurò di non fare pace o triegua con lui infino a tanto
che non avesse fatta vendetta della sconfitta ricevuta a Greci,
e deir onta che 'L re d'Inghilterra avea fatta alla corona di
Francia, d'essere venuto con sua oste in sul reame di Francia,
e d'essere ancora all'assedio di Galese. 11 quale saramento non
potè osservare , ma procacciò e fecene suo potere , raunando
tutti i saoi baroni e prelati e caporali e di grandi uomini di
sue città al suo parlamento. Nel quale «parlamento tutti quegli
del reame gli promisono aiuto di gente d*arme^ e i gentili uo-
mini e gli altri di sussidio di moneta. £ fece trarre di san
Dionigi là 'nsegna d' oro e fiamma, la quale per usanza non si
trae fuori mai, se non per grandi bisogni e necessità del re e
del reame: la quale è addogata d'oro e di vermiglio; e quella
diede al duca di Borgogna, nobile e gentile uomo e pro'in ar-
me; e comandò a tutti che s' apparecchiassono di seguirlo alla
sua richesta ; e poi si parti il parlamento , e ognuno segjai le
sue bisogne.
CAPITOLO LXXXVIL
Del parlamento che fece il re d'Inghilterra co^ Fiamminghi
e col duca di Brabante.
In questo medesimo tempo^ lo re d'Inghilterra, lasciata sua
oste ordinata e fornita a Galese ov' era all' assedio , venne in
Fiandra, e là fece suo parlamento co' rettori delle buone ville,
e fuvvi il duca di Brabante e il giovane conte di Fiandra, ri-
maso del conte suo padre che mori alla battaglia di Greci in
servigio del re di Francia. £ in quello parlamento ordinarono
i36 GIOVANNI VILLANI
ìosieme lega e compagnia contro al re di Francia; e promisono
parentado^ di dare al figlinolo del dnca di Brabante per moglie
una figliuola del re d'Inghilterra, e al giovane conte di Fian-
dra la figliuola del duca di Brabante ; e ordinarono guidatore
di Fiandra e del giovane conte il marchese di Giullieri. E ciò
fatto ^ il re d' Inghilterra si tornò alla sua oste allo assedio di
Galese. Ma partito di Fiandra il re e il detto parlamento^ i det-
ti parentadi e lega non si osservarono per lo duca di Braban-
te, né per lo giovane conte di Fiandra, come assai tosto innan-
zi faremo menzione, per procaccio e spendio del re di Francia.
Lasceremo alquanto di dire della detta guerra, e diremo eval-
ive novità dltalia, e della nostra città di Firenze.
CAPITOLO LXXXVIII^
Di novità e discordia che furono nella città di Genova*
Nel detto anno 1347, del mese d'Aprile , essendo i Genovesi
tra loro in discordia tra^gentili uomini e il popolo , trattarono
di dare il reggimento della terra ^ quasi mediatore tra loro, a
messer Luchino Visconti signore di Milano^ e mandarongU am-
basciadori il popolo per se , per dargli la signoria limitata a
certo termine; e i nobili e* grandi aveano mandato loro amba-
sciadori al detto che gliela voleano dare libera la signoria, te-
nendosi male contenti del reggimento del doge e del popolo ,
che non voleano dargli libera la signoria. Per la qual cosa tor-
nati a Genova i detti ambasciadori, si levò il popolo a romore
e ad arme, e corsono sopra i grandi , e presono da cinquanta
di loro, pure de'migliori, e impuosono loro di pena lire cento-
mila di genovini , e convenne che gli pagassono al comune ; e
racchetossi il romore nella città, rimanendo il doge e il popolo
signori della città ; e de* caporali delle case de' grandi il doge
mandò a'confini in diverse parti, (a) ma i più ruppono i con-
fini e fecionsi rubelli , e poi , come diremo innanzi , vennono
sopra Genova. E in questo mese d'Aprile essendo arrivate in
Porlo pisano due galee carche di grano che veniano di Cicilia,
comperato per gli uficìali del comune di Firenze, ed essendo in
Genova grande caro, mandarono loro galee in Porto pisano> e
(n) Vedi AppCDdioe o^ 28.
LIBRO DUODECIMO 137
combatterono le dette g^alee, e per forza le menarono a Geno-
va, pagandone poi con mali pagamenti i mercatanti che avea*
no il carco, dandone loro qael che a loro piacque. Per la qua-
le ingiuria e tirannia fatta per li Genovesi al comune di Fi-
renze , subitamente montò il grano , e valse in Firenze soldi
quarantacinque lo staio , e poi sali tosto fiorini uno d' oro , è
più. E per questa cagione e oltraggio de'Genovesi^ ebbe in Fi«
renze grande gelosia e paura che non mancasse la vittuaglia ,
e mandarono in Romagna a Csume venire con gran costo e in-
teresso del nostro comune , come addietro facemmo menzione
nel capitolo della carestia.
CAPITOLO LXXXnS^
Come V Aquila e Valtre terre d* Abruzzi H rubdlarono
a'reedi di Puglia^
Nei detto anno , essendo quasi rubellata l'Aquila alla reina
di Puglia e agli altri reali rede del re Ruberto, per uno ser
Lari dell'Aquila^ che se n'era fatto signore per lo re d'Unghe-
ria, giunsono nella città dell'Aquila del mese di Maggio per lo
detto re l'arcivescovo d' Ungheria e messer Niccola Ungaro , il
quale messer Niccola era stato nel Regno balio del re Andreas-
so, ed eravi quando fa morto^ I detti erano venuti all'Aquila
con grande quantità di moneta per mantenere quegli dell'Aqui-
la, e per snidare gente d' arme a cavallo e a pie per lo detto
re d'Ungheria^ sicché tosto ebbono mille cavalieri, e più. E del
mese di Giugno scorsone il paese^ e più terre d'Abruzzi si ru-
bellarono alla regina e a'reali, tenendosi per lo re d'Ungheria.
Ciò fu Civita di Ghieti, e Civita d'Abruzzi, e Popoli, e Lancia-
no, e la Guardia e altre terre e castella ; e puosono oste alla
città di Sermona. Sentendosi ciò in Napoli per i detti reali, as-
sai tosto feciono, tra di baroni del regno e soldati, più di due-
milacinquecento cavalieri e gente d'arme a pie assai, e feciono
capitano il duca di Durazzo figliuolo che fu di messer Gianni ,
e nipote del re Ruberto, e vennero a soccorso di Sermona. Sen-
tendo ciò quegli dell'Aquila, che v'erano a oste, si se ne leva-
rono con alcuno danno, e ridussonsi nell'Aquila a guardia del-
la terra, e quella afforzarono e guernirono di vittuaglia. Il du-
ca di Durazzo colla sua oste, eh' ogni di gli crescea gente , si
Gio. Villani T. lY. 18
138 GlOTAlfm VILLANI
puose airasscdio della città d'Aquila, che ogni di bì credevano
averla, e quivi stettouo fino all'uscita d'Agosto guastando d'in-
torno; ed ebbe vi più scontrazzi e badalucchi, quando a danno
deiruna parte, e quando dell'altra. In questa stanza arrivò hi
Italia il vescovo delle Oinquechiese, ovvero de'Ginquevescovadi,
fratello bastardo del re d'Ungheria ( si diceva savio signore e
valente in arme ) con dugento gentili uomini d'Ungheria e del-
la Magna a cavallo e in arme, e con danari assai» e aoggionid
a Forlì in Romagna , e assai prima ricevuto graziosamente da
messer Mastino della Scala al suo valicare, e poi da tatti i si-
gnori di Romagna , e ivi soldo quanta gente potè avere a ca-
vallo, e arrivò a Fuligno; sicché colla gente ch'egli aveva, e
con quegli che soldo, si trovò a Fuligno che al tutto si teneva
dalla parte del re d'Ungheria , ond' era e apo messer Ugolino
de'Trinci^ (a) vi si trovò con più di mille cavalieri y e nell'A-
quila e d'intorno al paese n'avea bene da altri mille al soldo
del re d'Ungheria. Sentendo ciò quelli eh' erano all'assedio del-
l'Aquila, ed essendo già fornito il servigio de'tre mesi^ ch*e^-
roni devono servire la corona, e non avendo soldo dalla corte
si cominciarono a partire ; e '1 primo che si parti fti 11 conte
di san Severino^ che si disse ch'amava più la signoria del re
d'Ungheria che quella de' reali ; e partito lui, tutti gli altri si
partirono sconciamente , e certi ricevettono alcuno dalla gente
ch'era nell'Aquila. E giunti nell'Aquila, la gente ch'era a Fu-
ligno del re d'Ungheria, corsone il paese , e presono 11 castello
della Leonessa y e quello arsone. Lasceremo alquanto di questa
impresa, e diremo d'una grande novità che fu in Roma di mu-
tazione di popolo e di nuova signoria.
CAPITOLO XG.
Di grandi novità che furono in Roma 9 e come i Romani
feciono tribuno del popolo.
Nel detto anno 134-7, a di 20 di Maggio, il di della Penteco-
ste, essendo tornato a Roma uno Niccolaio di Renzo, (6) ch'era
ito a corte di papa per lo popolo di Roma a richiederlo che
venisse a dimorare alla sedia di san Piero , come dovea, colla
(a) Vedi Appendice tL? 29, (b) Idem a/* 3o«
LIBRO DVODECIHO 139
sua corte; e avendogli di ciò il papa data buona, ma vana spe-
ranza, si ragund parlamento in .Roma, dove si congregò molto
popolo^ e in qaello isposta sua ambasciata con savie e ordinate
parole^ come quegli che era di rettorica ordinato maestro ^ e
com' egli avea ordinato con eerti del popolo minuto , a grida
di popolo fu fatto tribuno^ e messo in Campidoglio in signoria.
E di presente che fu fatto signore tolse ogni signoria e stato
a'nobili di Roma^ e focene prendere de*caporali, che mantenea-
no le ruberie in Roma e d'intorno, e fece fare aspre giustizie,
e mandò a'conOni certi degli Orsini e de'Golonnesi e altri no-
bili di Roma , e tutti gli altri se ne andarono quasi fuori di
Roma a loro terre e castella per fuggire la furia del detto tri-
buno del popolo, e tolse loro ogni fortezza della terra. E ordi-
nò oste eontra il prefetto alla citte di Viterbo, che non lo ub-
bidiva; e in brieve per sua rigida giustizia, Roma e intorno fu
in tanta sicurtà , che di di e di notte yi si potea andare sal-
vamente. E mandò lettere a tutte le caporali terre d' Italia , e
ima ne mandò al nostro comune di Firenze , con molto eccel-
lente dittato; e poi ci mandò cinque solenni ambasciadori, glo-
riando se^ e poi il nostro comune, come la nostra città era fi-
gliuola di Roma e fondata e edificata dal popolo di Roma, e ri-
chiese aiuto alla sua oste. A quegli ambasciadori fu fatto gran *
de onore^ e mandati a Roma al tribuno cento cavalieri^ e prof-
ferto maggiore aiuto, quando bisognasse; e'Perugini gli ne man-
darono quaranta. E poi il di di san Piero in Vincola, cioè il di
primo d'Agosto, come avea significato innanzi per sue lettere
e ambasciate, si fece il detto tribuno fare cavaliere al sindaco
del popolo di Roma all'altare di san Piero; e prima per gran-
dezza si bagnò a Laterano nella conca del paragone, ch'è nella
detta chiesa, ove si bagnò Ciostantino imperadore, quando san-
to Silvestro papa il guari della lebbra. E fatta gran corte e fe-
sta di sua cavalleria , rannate il popolo, fece uno grande ser-
mone, dicendo, come volea riformare tutta Italia all'ubbidienza
di Roma al modo antico, mantenendo le città in loro libertà e
giustizia, e fece trarre fuori certe nuove insegne ch'avea fatte
fare, e una ne diede al sindaco del comune di Perugia coll'ar-
me di Giulio Cesare, il campo vermiglio e V aquila ad oro ; e
un*altra ne trasse di nuova fazione, ov' era una donna vecchia
a sedere a figura di Roma, e dinanzi le stava ritta una donna
giovane colla figura del mappamondo in mano^ rappresentando
140 GIOVANNI VILLANI
la fi^ra della città di Firenze^ che '1 porgesse a Roma , e fe-
ce chiamare, se v'avesse sindaco del comune di Firenze; e non
essendovi, la fece porre ad altri in su un'asta, e disse: E'verrà
bene chi la prenderà a tempo e luogo. E poi altre insegne diede
a' sindachi d'altre città vicine e circumstanti di Roma ; e quel
di fece impiccare il signor di Corneto che facea rubare il pae-
se d'intorno a Roma. E ciò fatto, fece a grida invocare ^ e poi
per sue lettere citare gli elettori dello *mperio della Magna, e
Lodovico di Baviera detto Bavaro fatto imperadore, e Carlo di
Boemia che non volea venire a Roma poiché s'era fatto impe-
radere, che d'allora alla Pentecoste avvenire fessone a Roma a
mostrare le loro elezioni, e con che titolo si facevano chiamare
imperadori, e gli elettori dovessono mostrare con che autorità
gli avessono eletti; e fece trarre fuori e piuvicare certi privi-
legi del papa, come avea commissione di ciò fare. Lasceremo
della nuova e grande impresa del nuovo tribuno di Roma, che
a tempo vi potremo tornare, se la sua signoria e stato avrà pò*
tere con effetto, con tutto che per gli savi e discreti si disse
infino allora, che la detta impresa del tribuno era un'opera
fantastica e da poco durare; e diremo di certe novità occorse
in questi tempi alla città di Firenze.
CAPITOLO XGI.
Di eerte tempeste e fuochi che furono in Firenze,
Nel detto anno 1347, a di 20 e di 22 d'Aprile, furono in Fi«
renze e d'intorno grandi turbichi di piove e tuoni e baleni ol-
tre all'usato modo, e caddono nella città e di fuori più folgori,
e alcuna abbattè certi merli delle mura. Poi a di 18 di Giugno
furono per simile modo di grandi piove e gragnuole e tuoni e
folgori, guastando i frutti e biade in più parti del contado. Per
la qual cosa il vescovo di Firenze col chericato e con grande
popolo andarono per la terra a processione tre di, pregando
Iddio la cessasse; e come gli piacque, cosi fece. E la notte ve-
gnente il di di san Giovanni, a di 24 di Giugno , s' apprese il
fuoco in Porta rossa di contro alla via che attraversa a casa
gli Strozzi, dove arsono più di venti case , sanza quelle che si
dìsfeciono per ispegnerlo con grande danno e dissoluzione della
contrada, e morivvi più maestri per rovina di case che caddo*
LIBRO DUODECIMO 141
no loro addosso. E ne' detti di s'apprese il fuoco in più parti
di Firenze con danno di più case e forni. E nota, lettore, quan«
te tempeste occorsono in questo anno alla nostra città di Firen-
ze, fame, mortalità, mine, tempeste, folgori, fuochi e discordie
tra'ciltadini, per lo soperchio de' nostri peccati. Piaccia a Dio
che questi segni ci correggano de' nostri difetti e peccati , ac-
ciocché Iddio non ci condanni a maggiore giudicio, che paura
ne fà^ si è fallita la fede e carità tra'cittadinL
CAPITOLO XCII.
Àncora di novità che furono in Firenze, e di certi ordini
che si fedono contro a^ghibellini.
Nel detto anno, a di 6 di Luglio, avendo il popolo di Firenze
in odio la memoria del duca d' Atene per la sua malvagia si-
gnoria, come addietro facemmo menzione, si fece decreto e ri-
formagione, che neuno che fosse stato fatto dell'uficio de'priori
per lo detto duca , non avesse né potesse portare arme come
gli altri priori fatti per lo popolo; e qualunque avesse dipinta
Tarme sua in casa o fuori^ la dovesse dispingere e accecare; e
a cui ella fosse trovata , pena fiorini mille d' oro. E levarono ,
che non potesse portare arme da offendere neuno gabelliere nò
soprastante né loro guardie, se non nelle carceri o d'intorno^
che prima era piena tutta la città di privilegi , per più casi ,
ch'era sconcia cosa. E in questo tempo, ciò furono sei de'nove
priori, che vollono correggere il decreto ch*era fatto a dì 20 di
Gennaio passato, che parlava, che neuno ghibellino potesse ave-
re uficio sotto certe pene , essendo accusato per lo modo che
dicemmo addietro, volendo riducere, che i testimoni non fossono
accettati, se non fossono prima approvati per gli priori e loro
collegi: per cotale modo si credettono annullare il detto decre-
to; ma sentendosi per gli capitani di parte guelfa , fu quasi
commossa la terra per modo, che la prima detta legge, fatta a
di 20 di Gennaio, si confermò, e fortificò più ferma e con mag-
giore pena, contro al volere della maggiore parte del detto u-
fido de' priori eh' allora era. E bene disse il maestro Michele
Scotto de'fatti di Firenze , che dissimulando vive ec. Lasceremo
alquanto delle novità di Firenze, tanto che surgano delle più
fresche; e torneremo a dire de'fatti d'oltrementi, e della gner-
142 GIOVANNI VILLANI
ra dal re di Francia al re d'Inghilterra^ ch'ai continovo ne cre-
sce materia.
CAPITOLO xcin.
Come meaer Carlo di Broii fu iseanfiUo in Bretiafmu
Nel detto anno , a di 22 del mese di Giugno , messer Carlo
di Brois, che si faceva chiamare duca di Brettagna per retag-
gio della moglie figlinola della figliuola che fu del duca di Bret-
tagna , come contammo addietro nel capitolo della morte del
duca, essendo in Brettagna con grande oste al castello di Boc-
ca d'Ariari^ che gli s'era ruhellato, il conte di Monforte figliuo-
lo del fratello carnale che fu del duca di Brettagna , a cui di
ragione succedea il detto ducato per linea masculina , sentendo
che il re di Francia lo contraddiceva, e toltogliele^ t'avea dato
al detto messer Carlo di Brois suo nipote, come dicemmo in al-
cuna parte addietro , sentendo la detta oste male ordinata, si
raunò suo isforzo di quegli Brettoni ch'erano di sua parte col-
Taiuto ch'avea degl' Inghilesi e Gualesi dal re d' Inghilterra, e
bene avventurosamente assalirono la detta oste , e misongtt ^in
isconfitta , ove rimasene morti e presi molta buona gente del
re di Francia, tra'quali vi rimasene morti e presi molti capo-
rali di rinomea, fra'quali vi mori il siri della Valle, e messer
Rossello e messer Giovanni suoi fratelli^ e il visconte di Darem,
e il fratello, e il figliuolo^ e il signore di Rualla, e il figliuolo
e '1 signore di Roggeo, e il signore di Malostretto^ e il signore
di Ciastelhrialdo ^ e il signore di Bassa, e più altri cavalieri e
scudieri, che non sappiamo i nomi. E il detto messer Carlo di
Brois con molti altri V^aroni e gentili uomini furono prei^ , e
mandogli pregioni a Londra in Inghilterra.
CAPITOLO XCIV.
Come quegli della città di Liegge furono sconfitti dal loro teecovo
e dal duca di Brabante.
Nel detto anno 1347, all'uscita di Luglio, il vescovo di Lieg-
ge, coU'aiuto del duca di Brabante e di sua gente, fece oste so-
pra la città di Liegge che gli s'era rubellala l'anno passato^ co-
LIBmO DUODECiaO ii3
me addietro facemmo menzione y della quale oste fii capitano
e conducitore il detto duca di Brabante. E quegli di Liegge u-
tscirono fuori a battaglia, popolo e cavalieri , col loro aiuto e
forza d'amici e loro allegati; nella qual battaglia quegli di Lieg-
ge furono isconfitti^ e grande quantità morti e presi. E il detto
duca e vescovo, avuta la della yittoria, ebbono la città di Lieg-
ge sanza contasto, e la terra di Duj e quella di Vinante, che
sono della pertinenza di Liegge y grosse terre e ricche e bene
popolate. E prese le dette terre e paese, con volontà del vesco-
vo^ il duca di Brabante s6 ne fece signore, con tutlo ch'elle fos-
sono terre eh' appartenevano alla Chiesa di Roma. E noia, che
Liegge ò una nobile città e di ricchi borghesi , e anticamente
Ib edificata per gli Romani, imperocché in quello luogo, eh' è
tra Francia è Alamagna, e' tenevano le loro legioni^ quando do-
minavano quelle Provincie, e da quello ebbe e dirivd il propria
nome Liegge da leyio^ legionis.
CAPITOLO XCV.
Carni U navilio che il re di Francia mandawi per fornire Catese^
fu sconfitto daUa genie del re d'Inghilterra.
Nel detto anno, all'uscita di Giugno, avendo il re di Francia
fatte apparecchiare al porto di Rifiore in Normandia settanta
navi, ovvero cocche armate e fornite e cariche di molta vit-
Inaglia, e d'arme e d'altri arnesi da guerra, per fornire la ter-
ra di Calese, eh' era assediata dal re d' Inghilterra , e in com-
pagnia del detto navillo erano dodici galee armate di Genove^
si; e passando il detto navilio di centra a Dovere in Inghilter-
ra, ove avea da dugento cocche armate del re d'Inghilterra^ le
quali vi stavano apparecchiate per fornire l'oste di Calese del
re d'Inghilterra, con piene vele e fiotto e marea vennono addos-
so al detto navilio del re di Francia; e ciò veggendo T ammi-
raglio delle galee del^ re di Francia e delle galee de' Genovesi
il soperchio navilio de'nimici, non ressono/ma per forza di re-
mi sì ritrassono addietro , e abbandonarono le dette navi , le
quali furono tutte prese con tutta la loro vittuaglia , e fuvvi
morta la maggior parte della gente del navilio del re di Fran-
cia ; e la vittuaglia che v' era suso valen danari assai ; che fu
grande conforto al re d' Inghilterra e alla sua oste , e grande
144 GIOVANNI VILLAKI
^[leranza d* avere tosto la terra di Galese ; e agli assediati di
Galese ne fu grande dolore , e affanno e disperazione di loro
salute.
CAPITOLO XCVL
Come il re di Francia s'affrontò con sua oste per eomiattere
col re d'Inghilterra.
Sentendo il re di Francia com' èra preso il suo navilio col
fornimento ciie mandava a Galese ^ e sappiendo die in Galese
venia meno la yittuaglia , e perdea la terra ae non la soceor-
resse, fece richi0dere i suoi baroni che s' apparecchiassono in
arme per seguirlo, come avea ordinafto nel suo parlanienlo^ co-*
me dicemmo addietro, e cosi fu fatto. E si parti da Parigi del
mese di Luglio con sua oste , i quali erano più di diecimila
uomini a cavallo, quasi tutti gentili uomini e buona gente d'ar-
me, e con trentamila pedoni^ ove aveva buona parte di Geno-
vesi a balestra, e altri Lombardi e Toscani al soTdo. E venuto
lui in Artese, s' accampò presso aU' oste del re d' Inghilterra a
mezza lega, a di 27 di Luglio. Il re d'Inghilterra con sua oste
era accampato intorno a Galese con più di quattromila gentili
uomini a cavallo, e con più di trentamila arceri gualesi e in-
ghilesi, ed era con lui il marchese di Giulieri capitano de'Flam*
minghi, con più di ventimila Fiamminghi armati a piedi. re
d'Inghilterra avea affossato e steccato Galese tutto intorno dal
lato di terra, e simile abbarrato per mare di fuori con pali e
con traverse di legname, e col suo naviiio alla guardia, sicché
né per mare né per terra non vi si potea entrare né uscire. E
di fuori avea tre campi , quello de' Fiamminghi , e quello del
conte d'Orbi con parte della cavalleria e co*(kialesi a pie: tutU
i detti tre campi erano affossati e steccati intorno; e dentro al-
le (1) Uccie si potea andare dalPunp campo airaltro, ed erano
signori di prendere e di schifare la battaglia a loro posta. In
questa stanza venne nell'oste messer Annibaldo da Geccano
cardinale , e '1 cardinale di Ghiaramonte legati e mandati per
(i) Uccie: V. a. lu stesso che /izze, cioè ripari o trincee, ohe il notiro
autore altro? e ha detto dicchi dalla voce francese digue, che alciini
derni hanno portato neli' italiano» ed han detto di^a*
LIBRO DUODECIMO 145
lo papa, addando dall'una oste all'altra per ragionare e tratta^*
re accordo di pace dall'ano re all'altro, e con loro s' accozza-*
roDo , con ordine dell' uno re e dell' altro ^ nel mezzo de' due
campi cinque baroni da ciaBcuna parte. E dòpo tre di stati
Be'detti trattati^ non vi potò avere accordo ^ da cui che si ri-»
manesse. Dissesi che rimaneva dal re d'Inghilterra, perchè H re
di Francia non gli accettava le sue ragioni e addìmande , e
non voleva recare il giuoco vinto a partito, aspettandosi d'ora
in ora d'avere Calese, che più non si potea tenere. Veggendo
il re di Francia, che non poteva avere né pace nò triegua, fe-
ce spianare tra' due campi, e richese il re d'Inghilterra di bat^
taglia; e a di 2 d'Agosto usci fuori del suo campo cosi ordina-
to e schierato , faccende della sua gente sei battaglie a loro
guisa, cioè isei schiere. La prima era di mille cavalieri , i più
Alamanni e Annoieri al soldo, la quale conduceva messer Gian^
ni d'Analdo e il conte di Namurro suo genero. La seconda fu
di più d'altri mille cavalieri del fiore de' Franceschi y la quale
guidava il maliscalco di Francia. La terza era di presso a quat^
tromila cavalieri con tutti i pedoni del paese (1) e bidali di
Navarra e Linguadoca e di nostro paese, e questa la sua schiera
grossa, la quale guidava messer Gianni duca di Normandia, fi-
gliuolo del re di Francia. La quarta era di mille cavalieri di
Linguadoca e Savoini; la quale conduceva il conte d'Armignaó-
ca, e '1 figliuolo del conte dell' Illa. La quinta era di presso a
duemila cavalieri, la quale conduceva il conte di Sansuro. Là
sesta, ov'era più di duemila cavalieri exiamberlani del re, con-
duceva il re di Francia , ed era schierata alla deretana guar-
dia. Lo re d'Inghilterra fece armare e schierare sua gente den-
tro al suo campo , ma non volle venir fuori alla battaglia ; e
mandò /a dire al re di Francia, che voleva prima Calese, e poi,
se volesse combattere, passasse in Fiandra, ed egli con sua oste
vi sarebbe apparecchiato di combattere. Il re di Francia non
volle accettare il partito d'andare a combattere in Fiandra tra
la moltitudine de'Fiamminghi suoi rubelli e nimici. E veggendo
che quivi non potea avere battaglia, nò soccorrere Calese san-
za suo gran pericolo, si parti con sua oste, e si ritornò addie-
tro sei leghe quello primo di, e poi seguendo sue giornate , si
(i) bidali: ▼. a. soldati a piedi armati alla leggera, che secondo il Du-
Fresne, furono in uso nella Gallia*
Gio. ruiani T. IV. 19
/
t46 GIOVANNI VILLAR
tornò verso Parigi^ lasciando di sua gente d*artne alla gi^rdia
delle frontiere, con poco suo onore, e con grande i^pendib. Qoe'di
Calese veggendo partito il re di Francia e sua oste^ si patteg-
giarono col re d'Inghilterra di rendergli la terra, salve le: per-
sone, e uscendone i forestieri in camiscia e scalziréblicajpresto
in góla, e'terrazzani alla sua misericordia; e quéstei*fu a-^ 4
d'Agosto nel detto anno (a). Il re e sua gente entrò ndiaftérrli
a di 5 d'Agosto; e trovarono che non v' era rimaso di che vi*,
vere , e ohe ogni vile animale aveand mangiato per fàme^ e
trovò nella terra molto tesoro, si disse delle ruberie di quegli
di Calese, che tutti erano ricchi di danari guadagnati; in corso
sopra gl'Inghilesi e'Fiammingbi e altri navicanti per quello ma-
re; perocché Calese era uno ricetto di corsali, e spilonca di la-
droni e pirati di mare ; ancora v' erano dentro tutti i danari
delle paghe mandati per lo re di Francia in più tempo eh* era
durata la guerra, ch'era buona quantità^ e tutti ve gli lasciaro-
no^ e uscironne nudi, come detto avemo; e tormentàvagU per
farsi insegnare la pecunia nascosa e cb' aveano sotterrata. Vo*
lendo il re d'Inghilterra far fare giustizia de' terrazzani, sicco-
me di pirati di mare, e tutti impenderli alle forche y i. detti
due cardinali furono con molti preghi al re e alla regina, che
perdonasse loro la vita per V amore di Dio y e per là grazia e
vittoria che Iddio gli avea data; e dopo molti preghi de'cardi-
nali e della madre e della moglie, perdonò loro la vita, e tut-
ti gli mandò col capestro in gola. E questa vittoria di Calese
fu grande onore, e acquisto al re d'Inghilterra. I Fiamminghi
ch'erano con lui nell'oste, gli richiesonoche '1 disfacesse, ac-
ciocché non potesse far loro più guerra e ruberia al loro pae«
se^ e'ioro porti ne fessone migliori. Lo re noi volle disfare, an-
zi fece crescere la terra verso la marina, e afforzare di mora
e torri e fossi e steccati^ e popololla di suoi Inghilesi, e fornil-
la di viltuaglia e d'arme. E bene che Calese fosse piccola cosa,
al re d' Inghilterra gli fu grande acquisto , perchè è terra di
mare e di porto ^ e per vincere si grande punga contro al re
di Francia e il suo grande podere nel suo paese medesimo. Ma
le sopraddette vittorie avute^ il re d'Inghilterra contro al re di
Francia si in Guascogna che in Brettagna e in Francia , « poi
nella battaglia e vittoria avuta a Creci, come addietro ordina-
(«) Vedi Appendice d.° 3i.
LIBRO DUODBCIHO 147
tamenté é fatta npienzioiié, non l'ebbe iti dono; cbe tornato il
delio ré Adoardo con «uà ò^e In Inghilterra^ tra' morti in bat**
taglia, e poi ài suo ritorno nxMrti d' infermità e di malattie, si
troYaronp meno da cinquantamila inghiiesi : e però non si dee
nenno gloriare delle pompe é vittorie mondane^ cbe le più so*
no con Hiala riuscita. Lasceremo alquanto di dire della soprad-
detta guerra de'due re, che ba avuto alcuno fine di triegua; e
torneremo a dire di Firenze e del nostro paese dltalia* Ma in*
naiizl che lo re Adoardo si partisse da Galese , assai guerra
e corderie fece la sua gente a santo Mieri e all' altre terre d' Ar-
iose, con grandi prede e dannaggio del paeie. In questo mezzo
i legati cardinali cercarono accordo e triegua dal re di Francia
a quello d'Inghilterra infino al san Giovanni a venire, mandan-
do ciascuno de'detti re suoi ambasciadori a corte di papa à da-
re compimento d'accordo. Il re d'Inghilterra vi s'accordò volen^
tieri, perchè avea il migliore della guerra, ed era per la detta
guerra molto altannato è stanco egli e sua gente, e con gran-
de spesa. E ciò ordinato, si parti il detto re Adoardo del rea-
me di Francia con sua òste lasciando fornito Calese : passò il
mare, e tornò in Inghilterra con grande festa e allegrézza, fac*
cendo giostre e torniamenti e grandi gioie.
CAPITOLO XCVIL
Come in Firenze si fece nuovu moneta^ peggiorando la prima.
Del mese d'Agosto, del detto anno 1347 , essendo in Firenze
montato l'argento della lega d'once undici e mezza di fine per
libbra in lire dodici e soldi quindici a fiorino, perocché i mer-
catanti per guadagnare il riooglievano e portavanlo oltremare,
ov'era molto richesto; per la qual cosa la moneta da soldi quat-
tro fatta in Firenze l'anno 1345 dinanzi alla moneta di quattri-
ni,(l)si sbolzonava e portavasi via, onde il fiorino dell'Oro ogni
di calava, ed era per calare da lire tre in giù; onde i lanaiuo-
li , a cui tornava a interesso, perché pagavano i loro ovraggi
a piccioli, e vendeano i loro panni a fiorini , essendo possenti
in comune, feciono ordinare' al detto comude che si dovesse fare
(i) si sbohimatfa: le si gufastava il' conio. Questa verbd deriva da ^of»
zone o bolcione. Ved/ la ùoia i del' Tt>iii. ^ a pdg. 54. '
14B eiorAifiii riLLARi
nuova moneta d' ar^nto e nuovi quattrini , peggiorando l' una
e l'altra moneta per lo modo che diremo appresso^ acciocebè '1
fiorino d'oro montasse, e non abbassasse. Ordinossl e feeesi una
moneta grossa d'argento^ alla quale diedono ti corso a soldi ciU"
que Tuno, e chiamaronsi guelfi^ di lega dionee sei e mezzo per
libbra, come la lega de'grossi di soldi quattro l'uno, faoeendo^
ne soldi nove e danari otto per lira^ e rendere la moneta del
comune soldi nove e danari ire^ e tre quinti: costava ogni ove«
raggio e calo soldi sei la lira di piccioli, sicché il comune ne
guadagnava settantadue piccioli per lira, ch'era oltraggio a man*
tenere buona moneta^ peggiorando a quella di soldi quattro il
grosso più di undici per centinaio. E la moneta di quattrini si
peggiorò non di lega, ma di peso, che dove prima se ne faceva
soldi ventitré per libbra , e '1 comune ne rendea soldi ... ^ si
feciono di nuovo soldi ventisei e danari sei per libbra, e ren*
denne il comune soldi ventiquattro e danari nove di quattrini
per lira, e costava d'ovraggio e calo danari sei per libbra^ ^c-
la di quattrini da quindici per centinaio da quella oh* era fotta
che il comune n' avanzava danari dodici per lira : e chi sa di
ragione^ la moneta grossa peggiorò undici per centinaio, e quel-»
mesi .... dinanzi. E nota, che bene disse il nostro poeta Dant^
nella sua Commedia , dove esclamando contra 1 Fiorentini, disflo
cominciando : Godi Firenze; e certe conseguenti ancora;
Del tempo che rimembre
Legge, moneta e ufiei $ costume.
Ha' tu mutate e rinnovate membre, ec^
CAPITOLO XCVIII.
Come in cielo apparve una cometa.
Nel detto anno, del mese d'Agosto, apparve in cielo una stel*
la comata, che si chiama Nigra, nel segno del Tauro, a gradi
sedici nel capo della figura del segno del Gorgone , e durò
quindici di. Questa Nigra é della natura di Saturno, e per sua
influenzia si si creò, secondo che dice Zael filosofo e astrolago,
e più altri maestri della detta scienza , la quale significa pure
male e morte di re e di potenti; e questo dimostrò assai tosto
in più re e reali, che leggendo si mostrerà assai tosto, e inge-»
parò assai mortalità ne' paesi ove il detto piaoeto e segno si«
LIBRO DUODECIMO 149
gnoregglava; e bene Io dimostrò in oriente e nelle marine d'in-
torno, come dicemmo addietro.
CAPITOLO XCIX.
Cóme messer Luigi prenze di Taranto prete per moglie
la regina di Puglia sua cugina carnale.
Nel detto anno 1347, a di 20 d^Agosto, messer Luigi figlino*
lo che fu del prenze di Taranto secondogenito , sposò la reina
Giovanna figliuola che fu del duca di Galavra sua cugina car-
nale dal lato di madre, e ch'era stata moglie del re Andreasso
figliuolo del re d' Ungheria. E fu dispensato il detto scellerato
parentado per Clemente sesto papa, e fatto duca di Calavra e
balio del Regno. E ciò fu per procaccio e opera del cardinale
di Pelagorga suo zio, onde fu ripreso da tutti i cristiani che lo
sentirono , e ciascuno che '1 seppe ne significò e disse che sa-
rebbe con mala riuscita si abbominevole peccato, con tutto che
palese si dicesse che '1 detto messer Luigi aveva affare di lei
vivendo il re Andreasso suo marito, e, come contammo addie-
tro, egli ed ella furono trattatori della villana e abbominevole
morte del re Andreasso, con più altri che '1 misono ad assegui-
zione; onde segui molto male^ come innanzi per noi se ne fari
menzione.
CAPITOLO ۥ
Di certe battaglie ohe feciono i Genovesi co' Catalani
in Sardigna e in Corsica.
Del mese d'Agosto^ del detto anno, il vicario del re di Rao-
na^ ch'era in Sardigna, si puose con sua oste alla terra detta
Alleghiera^ la quale terra per lunghi tempi aveano tenuta que-
gli della casa Doria di Genova, volendola recare alla signoria
del re. I quali di casa Doria v'andarono con loro isforzo, e mi-
songli in isconfitta, e della detta oste de' Catalani vi morirono
più di seicento. E poi coli' aiuto del comune di Genova , che
male erano contenti della vicinanza de' Catalani, si puosono ad
oste a Sasseri , e a quello vennero al soccorso i Catalani con
trecento cavalieri e popolo assai, e levarne i Genovesi in iscon^
150 GIOVANNI VILLANI
fitta: e cosi va di guerra. E nel detto mese e anno i Genovesi
ebbono la signoria di tutta Corsica con l'aiuto di tatti i barool
e signori dell'isola di Corsica; e fu loro uno belìo acquisto col-
la terra di Bonifazio^ ch'eglino teneanò; se non che fu con mala
riuscita, che per la mortalità venuta di Levante e dell' isole e
marine^ furono si maculati d'infermità e di morte le dette isde
di Sardigna e di Corsica^ che non vi rimase il terzo vivi.
CAPITOLO CI.
Come volle essere tolto per tradimento il castello ài Lateriw^
a' Fiorentini.
Nel detto anno, in calen di Ottobre , per trattato; de* Tarlati
usciti d'Arezzo, volle essere tradito e tolto a*^ Fiorentini il ca-
stello di Laterfno per danari che doveano avere certi terranadi
ghibellini e delle guardie che v^erano per lo comune di Firen-
ze. Il quale trattato sì disse che menava uno firate minore fiiar*
diano deTrati di Montevarchi; il quale tradimento fu scoperto,
e presi i traditori, e parte di loro ne furono impiccati ad Arez-
zo, e parte a Firenze. E '1 detto frate fu preso e menato a Fi-
renze^ e messo in stretta carcere sotto la scala del capitano, e
quivi stette più mesi con grande inopia. Alla fine non trovan-
dolo in colpa^ e a prego de'frati, fu liberato. Lasceremo alquan-
to di dire delle novità di Firenze^ tornando alquanto addietro
a dire d'una grande e scellerata opera eh' avvenne a* reali di
Tunisi in poco tempo, dicendo più brieve che si potrà, che l'a-
vemmo da uno nostro amico mercatante fiorentino degno di fe-
de^ che a tutto fu a Tunisi presente.
CAPITOLO CU.
Come % reali del regno di Tunisi in Barbaria per loro discordia
s*ueeisono insieme.
Regnando in Tunisi e nel suo reame Mule Bucchieri , ciie
tanto è a dire Mule in saracinesco , come re in nostro latino;;
questi fu quello re, di cui facemmo menzione addietro nel ca-
pitolo della traslazione del detto reame di Tunisi ; questi era
grande signore e sotto lui più reami> e avea più figliuc^l di ^
LIBUa HUODECIKO .. 131
iiK^i e amiche^ al ntodo saracinesco, e brenne a: morte del me»
se d*Ottobre 1346. E a loro costume fece suo testamento^ e b'^
scfó'icbe fosse re appressò di, lui Uno suo figliuolo cliiamato Ca-
lido^ it quale, quando mori il padre, non era in Tunisi. Ua.al-^
tro suo figliuolo giovane d'età di ventisei anni/ .prò' e ardito./
cli'avea nome Amare, clie 'alla morte del padre ^ trofò inillur'
Disi, e .accordandosi còl nniseàlco del regno, il quale avea nor
me Co Bretteframo / ed era appresso il re .il maggiore uoina
del teàme,' con suo aiuto allora si fece coronare) re sanzaiaX-"
euw) contastol Sentelndo ciò Galido l'altro fratello^ cui 11 padre
avea lasciato che fosse rfe, s'accozzò C(A signore degli Arabi,, il
quale signoreggiava le terre campestri e le montagne (e sem-
pre stanno a campo, con loro tende ^ e non hanno né cittd né
castella né ville né case murate^) e con grande sforzo d'Ar^i^i
venne a Bnggea con sua oste. Amare che j&'era fatto :re, col suo
siniscalco e con sua oste uscirono di Tunisi, e di lungi a dieci
miglia verso Buggea s'accamparono. Ma il vizio della ingratitii-
dine che regnava nel re Amare, non trattava bene il suo sini-
scalco^ che gli avea data la signoria , ma .tuttodì il minacciava
di farlo morire. Il quale per tema della fellonia del re Amare
si parti dell'oste da lui, e tornossi a Tunisi; e di là con sua
gente se a' andò nel Garbo , e il re Amare con tutta sua oste,
se n'andò a Buggea, e Galido «on gli Arabi venne a Tunisi , e
sanza contasto entrò nella terra^ e di presente, sl.si diede a^'di-;
letti carnali, standosi in Tunisi a'giardini reatini che sono molto
dilettosi^ soggiornando in bagni con sue femmine in vita disso-
luta. E avendo non con buona provedenza : dato comiato agli
Arabi che l'avieno rimesso in signoria^ (0 ® ^^^ prove^tendo-
si della guerra del fratello, il re Amare venne a Tunisi con
duemilìa cavalieri; e giunto di fuori a Tunisi fece sapere assol-
dati cristiani^ ch'erano nella terra , di sua venuta , i quali gli
promlsono^ per danari che fece loro pr()fl*erire^ di seguirlo, ed
egli con tremila uomini a cavallo scalò in più parli le mura
■ *
' ' ■ ' •
(i) non provedendosi della j^iiérra :' non prevedendo la guerra. Il vo-
cabolario non riporta alcun esèmpio del verbo provedere cosi adoperato
oeut. pass, col a caso. Non provedendosi della guerra ha la stessa forea e
flignifieato che s^provveduio della guerra, ed è simile a quello che abbiamo
Aotato nel Lìb. i, e. 35. « i Fiesolani sprovTedutt deU'agualo, veggeodoii
aubitaiBeBte 4i8sa1ili per Fioriao etc. »
i52 GIOVANNI VILLANI
della terra» ed entrò dentro sanza contasto. Lo re Calido aeii-^
tendo cid^ montò a cavallo disarmato con due suoi fratelli, l'uno
re di Susa e Taltro di Sachisi, i quali egli avea tratti di pre-
^one^ che ve gli avea messi il re Amare loro fratello, quando
prese la signoria. E andando i detti per la città di Tunisi gri-
dando a loro genti che gli dovessono seguire e atare, rispuoso-
no che di ciò non si travaglierebbono, che cosi aveano per si-
gnoriB Tuno fratello come Taltro. £ andando per lo detto modo
lo ré Galido per la terra, certi cristiani rinnegali Tasaalirono,
e uno gli lanciò una lancia^ e fedillo , onde cadde a terra del
eavallo, e incontanente gli fu tagliata la testa , e presentata al
re Amare ; la qual fece mettere in su una lancia , e mandare
per tutta la terra ; e gli altri due fratelli presi ^ fece loro ta-
gliare le mani , e poi infra tre di gli fece morire, e di più al-
tri caporali degli Arabi, ch'aveano seguito il re Calido, fece il
simigliante. E ciò fatto, il re Amare sedette nella sedia reale
come re, faccendosi fare omaggio a tutta maniera di gente, e
regnò presso a dieci mesi in pace, faccende grandi feste con
disisoluta vita per tutto suo reame, e con male reggimento. Bret^
teframo e Betlaro siniscalchi che s'erano ribellati da lui, e iti
al re del Garbo, detto Bulassare, come addietro facemmo men-
zione, commossono il detto re del Garbo centra il re Amare
per le sue scellerate òpere, e mossesi con grande oste di tren-
tamila a cavallo, tra*quali avea duemila cristiani, e venne ver-
so Tunisi, e per mare mandò un suo ammiraglio con nove ga-
lee e con altri legni; e giunto il detto Bulassare re del Garbo
con sua oste a Buggea, l'ebbe sanza contaste^ e simile I4 terra
di Gostanlina^ e trasse delle dette terre i reali e possenti , e
quegli mandò nel Garbo con buona guardia, e forni le dette
terre di sua gente. Lo re Amare sentendo la venuta del re del
Garbo, s'apparecchiò e raunò sua oste per venirgli incontro a
Buggea , e usci di Tunisi a di il d'Agosto 1347 con duemila-
cinquecento suol cavalieri, aspettando a campo il suo soccorso^
che tuttora gli veniva. In questa stanza ebbe novelle , che il
navilio del re del Garbo era arrivato nel porto di Tunisi, onde
tornò addietro per difendere la terra, e al continuo facea ba-
daluccare con balestra e archi , acciocché quegli del naviglio
non polessono ismontare a terra. In questa stanza il re del Gar-
bo con sua oste , a picciole giornate , ne venne verso. Tunisi.
Veggendosi cosi assalire il re Amare per terra e per mare 9 e
tifino DtoDECtuo lr>3
che la sua forza e seg^uito non era forte a pietto delta forza*
del suo nimico, si partì di Tunisi con mille barbari, e i soldati
cristiani noi vollono seguire per la sua avarizia, e andonne ver-»
so il Garoano per andarsene alia città di Susa. Allora T ammi-
raglio ch'era nel porto iscese alla terra Con cinquecento bale-
strieri, e istringendosi alia terra, furono ricevuti in Tunisi co-
me signori. E poi apl[>resso vi venne entrando della gente del
re del Garbo^ e *1 re del Garbo sentendo che 'l re Amare s'era
partito da Tunisi per la via del Garoano, il fece seguire a Un
suo ammiraglio con tremila uomini a cavallo, e comandogli che
gli appresentasse la persona del re Amare o morto o vivo ; il
quale seguendolo, si trovarono di lungi a Tunisi cento miglia
con poca compagnia a una fontana^ ove abbeveravano loro è i
loro cavalli; il quale assalito dal detto ammiraglio, fu fedito e
morto^ e tagliatoli il capo; e'compagni che furono presi gli me-*
nò pregioni al re del Garbo, e appresentogli la testa del re A-
mare. Certificato il re del Garbo eh* egli avea la sua testa , la
mandò a Tonisi^ e là fecela soppellire tra'reali. E lo re Bulas-
sare con sua oste s'appressò alla città di Tunisi, e la città e '1
regno ebbe al suo comandamento sanza contasto niuno^ che già
v'era dentro la sua gente e per mare e per terra, come avemo
detto dinanzi, e solo uno di vi si stette ; e ciò fu del mese di
Gennaio 1347. E riformata la città e '1 reame d^uficiali e di sua
gente, fece prendere tutti i regoli, ovvero i reali , discendenti
del re Mulebuchieri detto dinanzi, ove che fossono nel reame ^
che da quaranta erano, o più, e con buona guardia gli mandò
nel Garbo; e dov'egli era stato a campo presso a Tunisi a quat-
tro miglia, ordinò che si facesse una terra a modo di bastia, e
quivi soggiornò con sue femmine a grande festa (a). E nota^
lettore, e ricogli quello ch'avemo detto nel presente capitolo, e
troverai, che per lo peccato della superbia e avarizia e lussuria
principalmente avvenuto tra fratelli e congiunti, volendo V uno
all'altro torre lo stato e signoria, quanti omicidi e altre distru^
zioni avvenne in poco tempo tra* figliuoli e discendenti reali di
Mulebuchieri di Tunisi^ onde il loro regno fu distrutto. E per
simili modi in questi tempi avvenne tra noi cristiani del regno
di Puglia, com'era già cominciato per la morte del re Andreas-
so^ e seguinne appresso^ come tosto ne faremo menzione. Lasca-
(a) Velli Appendice n.*^ Bi.
Gto. VUlaniT.JY. 20
154 GIOVANNI VILLANI
remo de*fattì de^barbari e del regno d'Affrica, che assai n^aye*
mo dello, e torneremo a dire de'fatti de' nostri paesi d' Italia,
ch'assai ne cresce materia.
CAPITOLO CIIL
Come la città di Sermona e altre terre s'arrenderono
al re d'Ungheria.
Nel detto anno 1347 , del mese d' Ottobre , essendo la gente
del re d'Ungheria all'assedio di Sermona, non essendo soccorsi
per la reina né per gli altri reali, si patteggiarono di rendere
la terra a'comandamenti del re d'Ungheria con (juesti patti, se
da'reali non fussono soccorsi infra quindici di; e rimanendo nel-
la loro franchigia e costumi com'erano col re Ruberto, e che
dentro della terra non dovessono entrare soldati né gente d'ar-
me più che dieci per volta , se gié non fossero colla persona
del re d'Ungheria, o suo fratello; e di ciò dierono venti stadi-
chi de'migliori della terra. E avuta Sermona^ non rimase per-
sona in Abruzzi che non fosse all'ubbidienza del re d'Ungheria.
E del mese di Novembre, della detta gente d'arme del re d'Un-
gheria che faceano capo all'Aquila, in quantità di millecinque-
cento cavalieri e pedoni assai, avuto Sermona, passarono la mon-
tagna di Ginquemiglia, e scesono in Terra di Lavoro, e preso-
lio Sarno, e l'antica città di Yenafri e Tiano , che tenea il fi-
gliuolo del conte Novello; e dierono alla detta gente il mercato
e la reddita, perocché come il padre, amava più la signoria del
re d'Ungheria che degli altri reali. E il conte di Fondi, nipote
che fu di papa Bonifazio ottavo, entrò in san Germano colle 'n-
segne del re d'Ungheria e la gente d'arme con lui.
CAPITOLO CIV.
Come i reali di Puglia si raunarono con loro isforzo alla dita
di Capova.
Sapendo la reina e gli altri reali, onde si facea capo messer
Luigi di Taranto, ch'avea sposata la detta reina che fu moglie
del re Andreasso, come Sermona e l'altre terre dette d'Abruzzi
s'erano arrendute all'ubbidienza del re d'Ungheria, incoDianen-
LIBRO DUODECIMO 155
te fecipno capo grosso alla città di Gapova^ acciocché la forza
del re d'Ungheria non potesse passare il fiume del Volturno per
andare verso Napoli. TI prenze di Taranto e il duca di Durazzo
vennero a Capeva con più altri baroni , e con loro isforzo di
gente d'arme, e ritrovaronsi con messer Luigi con più di dueml-
lacinquecento cavalieri y bene e riccamente montati e bene ia
arme^ e con popolo grandissimo , e quivi si raunarono a modo
d*una oste nella terra e di fuori, e ogni di cresceva loro forza
e podere per modo^ che se i detti reali fessone stati costanti e
uniti insieme, per forza di gente che 'l re d'Ungheria avesse, e
eziandio venisse in persona^ non avea podere di passare. Ma a
cui Dio vuole per le peccata giudicare, toglie a'signori e a'po-
poli la forza e la concordia. E cosi avvenne fra gli detti rea-
li; che tuttora con poca fermezza (1) clancellavano insieme, e
tali di loro e degli altri baroni del Regno s^ntendeano con let-
tere alla segreta col re d'Ungheria. In questa stanza ebbe più
scontrazzi dalla gente de' reali a quella del re d' Ungheria , e
quando a danno dell' una parte , è quando a danno dell' altra.
Lasceremo alquanto di questa materia infino alla venuta del re
d'Ungheria, e diremo d'altre novità che in quegli tempi furo-
no in Roma. La regina e gli altri reali mandarono lettere e am-
basciadori a mezzo Novembre al comune di Firenze per soccor-
so di seicento cavalieri: fu loro risposto saviamente y come il
(i) ciàncellavano: dissimulavano, andavano con 6ntioney ed anche va-
elllavano, erano mal fermi nella fede tra loro. Nella nota i del Tom. i.
pag. 4^6 abbiamo detto, che cancellare sembra miglior lezione di eian»
celiare, indotti dall* autorità dei Deputati , e da quella di altri testi a
penna. Non è dubbio , che cancellare non abbia più fisonomia italiana
che ciancellare , la quale troppo sa del provenzale chanceler , dalla
quale deriva; ma questa non sembra ragione sufficiente ad escluder quella
a preferenza dell'altra. La presente lezione appoggiata all'autorità di due
ottimi manoscritti, conferma quella del testo Davanzati, che allora ci pa-^
reva esser solo a leggere in questa guisa.
Il verbo ciancellare Ci richiama alla mente un altro verbo, per vero dire
bassissimo, ma usato comunemente in Toscana nel parlar famigliare , ed
è gingillare, E sebbene si adoperi assai in sìgniBcato di perdere il tempo
e trattenersi in cose diverse da quelle che il doì^ere richiede , pure si
adopra assai spesso nell' indicato senso di- ciancellare , e i suoi derivati
gingillo sostant. e gingillone, add. corrispondono a bindoleria e a Bindolo ,
cioè aggiratore, ingannatore.
156 GIOVANNI VILLANI
nostro comune non era acconcio di travagliarsi tra loro reali
in opera di guerra, ma di travagliarsi tra loro d'opera di pace>
siccome cari amici e maggiori.
CAPITOLO GV.
Di novità e battaglie che furono in Roma: come i ColonìicH fU"
rono sconfitti , e poi come il tribuno fu eacdaip ddla si-
gnoria,
Nel detto anno 1347, del mese d' Ottobre , ambasciadori del
re d'Ungheria vennero a Roma profferendosi al tribuno e al po-
polo di Roma, ii quale a grido di popolo il detto re d'Ungberia
fu ricevuto a lega e compagnia del popolo di Roma. E a di 20
di Novembre, del dello anno, essendo fatta una congiura e co-
spirazione per gli signori Golonnesi e parte degli Orsini dal
Monte loro parenti, per abbattere la signoria del tribuno, per
cagione che '1 tribuno con tradimento, essendo venuti a' suoi
comandamenti il prefetto, e'I conte Guido, e '1 fratello e due
figliuoli di Currado e altri baroni venuti in loro compagnia, e
dato loro desinare, gli fece pigliare e incarcerare con onta e loro
vergogna. Per avere presi i detti, quegli di Viterbo corsono la
terra, e tagliarono la tesla a dodici pure de' maggiori , che a
quello tradimento diedono opera col tribuno. Gli amici loro di
Roma Golonnesi e altri raunarono mollo di segreto , coir aiuto
del legato del papa ch'era a Montefiascone, da cinquecentocin"
quanta cavalieri e pedoni assai, ond'erano caporali messere Ste-
fano e Gianni Colonna e Giordano di Marino; e di notte gìun-
sono a Roma, e ruppero la porta che va a san Lorenzo fuori
delle mura , per entrare dentro. Sentendosi in Roma la detta
venula, sonando la campana di Campidoglio, il tribuno col po-
polo furono in arme chi a cavallo e chi a pie, coll'aiuto di cer-
ti degli Orsini di Campo di Fiore e da Ponte sant'Angelo^ e di
Giordano dal Monte , e assalirono vigorosamente i feditori di
quegli della Colonna, che già per forza d'arme e con danno d'al-
quanti del popolo dì Roma s' erano pinti dentro alla porta , i
quali erano da centocinquanta uomini a cavallo; ma per lo so-
perchio de'Romani, furono rìpinti di fuori dalla porta della ter-
ra. La gente del tribuno e del popolo , ond' era capitano Cola
Ordini e Giordano dal Monte per nimistà de' suoi consorti e
tlBRO DUODECIMO 157
de'ColonìTesi, cacciaDdogli, isconfissono quegli eh' erano di fuo-
ri, perché Don ressono , ma si mìsono in fuga ; ove riroasono
morii e presi assai, intra quali caporali furono morti sei di ca-
Ba i Colonnesi, ciò furono Stefanuccio e Gianni Colonna suo &-
gliuolo, e il proposto di Marsilia, e Gianni figliuolo d'Agabito,
e due altri loro bastardi valenti in arme ; onde i Colon nesi ne
ricevettono grande danno e abbassamento, e il tribuno ne mon-
tò in grande pompa e superbia. E mandonne lettere e messi
con olivo al nostro comune significaDdo la sua vittoria , e a
quello di Perugia e di Siena e ad altri comuni vicini confiden-
ti. Il quale messo che venne in Firenze, fu riccamente vestito.
Avuto il tribuno la detta vittoria , il secondo di fece grande
processione di tutto il chericato di Roma a santa Maria Mag-
giore. E poi a di 23 di Novembre , fatta la mostra de' suoi ca-
valieri, fece cavalcare il suo figliuolo andando a santo Lorenzo,
e fecelo nominare messer Lorenzo della Vittoria. Poi poco ap-
presso venne in Roma uno vicario del papa, e il tribuno il ri*
cevette per compagno, faccendo uno grande parlamento in Cam*
pidoglio , e ivi aringando propose V autorità: Legem pone mihi
damine viam justificattonum tuarum; mostrando al popolo di vo-
lere ubbidire al papa, stando in grande festa e pompa. Ma po«
co durò al tribuno la sua vanagloria e felicità , come diremo ;
cbe per le sue audaci e aspre giustizie, avendo fatto citare, e
poi non venendo al suo comandamento, il conte Paladino d'Al-
temura di Puglia, il fece isbandire, perchè nelle parli di Terra-
Cina in Campagna usava, secondo che si diceva^ ruberie e for-
ze, n perché il detto conte venne a Roma con centocinquanta
cavalieri coll'aiuto del capitano del Patrimonio, e per operazio
ne del legato del papa. E nota, che la Chiesa al cominciaraento
diede al tribuno favore, e poi, di cui fosse la cagione, fece il
contrario. Il detto Paladino si ridusse nella contrada de'Colon-
nesi da santo Apostolo, e con certi de'Colonnesi rimasi con loro
vicini e amici , fece sonare a martello le campane della detta
chiesa e deiraltre della forza de'detti Colonnesì in quelle con-
trade, levò la terra a romore , e ragunò gente assai a cavallo
e a pie amici de' Colonnesi, e ciò fu a dì 15 di Dicembre del
detto anno, gridando: Viva la Colonna, e muoia il tribuno e' suoi
ieguàei. A questo romore le contrade di Roma si sbarrarono, cia-
scuna colle sue forze, guardando ciascuna sua contrada. 11 det-
to conte e il popolo ch'era co' Colonnesi , vennerp a Campido-
158 GIOVANNI VILLANI *
glio, e il tribuno non fu seguito, come dovea, né dagli Orsini
né dal popolo. Perchè veggendosi cosi abbandonato, sconoscili*
io usci di Campidoglio, e vennesene in castello santo Agnolo, e
là segretamente si dimorò infino alla venuta del re d'Ungheria
a Napoli; e chi disse che andò per mare sconosciuto in so nno
legno. Tale fu la fine della signoria del tribuno di Roma. E
nota, lettore, che le più volte, ma quasi sempre, avviene a chi
si fa signore o caporale de'popoli avere si fatta riuscita, peroc-
ché di veri segni della fortuna sono, che i subiti avvenimenti
di felicità e di vittoria e signoria mondana tosto vengono meno.
E bene accadde al tribuno il motto che disse in sua rima un
savio: %
Nessuna signoria mondana dura,
E la vana speranza Vha scoperto
lì fine della fallace ventura.
Lasceremo alquanto deTatti di Roma, la quale rimase in pia
pessimo stato in tutti i casi, che non la trovò il tribuno, qnan*
do prese di quella la signoria , credendo per sua audacia cor«
reggerla, essendo in mina; e diremo come mori il Ravaro che
s| chiamava imperadore.
CAPITOLO evi.
Come morì Lodovico di Baviera che si chiamava imperadoro,
e fu eletto imperadore il re d'Inghilterra.
Nel detto anno 1347, all'entrata d'Ottobre, Lodovico di Ra-
viera^ che si chiamava imperadore, essendo alla sua città di (a)....
e cavalcando, gli cadde sotto il cavallo, e della detta caduta fu
subitamente morto, sanza penitenza , scomunicato e dannato da
santa Chiesa; imperocché n' era perseguilatore e nimico , come
addietro in più parti avemo fatta menzione. Fu seppellito dal
figliuolo e da'suoi baroni a grande onore come imperadore nel*
la sua terra di 11 figliuolo , eh' avea nome . . . . , ed era
marchese di Brandimborgo , uomo prode e valoroso , rimase
nella Magna in grande stato e signoria e ricchezza. E nota ,
che chi muore in contumacia di santa Chiesa e scomunicato^
sempre pare che faccia mala fine^ e questo si vede palese per
(a) Vedi Appendice n.® 33,
IktBRO DUOOBCmO t59
antico e per novello* Morto il Bavaro, parte degli elettori dello
imperio, ciò furono per contradio del papa e della Gliiesa, per»
ch^aveano fatto eleggere e poi confermare Carlo di Boemia qua^^
si per contrario di più signori e popoli d'Alamagna , vivendo
Lodovico detto Bavaro, per dispetto e dilegione della Chiesa, gli
Alamanni il chiamavano lo 'mperadore de^preti; il perché 1 det-
ti elettori col seguito che aveano nella Magna ^ elessono nnov.o
ìmperadore, ciò fu Adoardo terzo re d'Inghilterra, al quale fu
mandata la lezione con grandi promesse di baroni e signori
della Magna, per aggrandirlo, e per dispetto del re di Francia,
perocché avea procacciato col papa reiezione è confermazione
di Carlo di Boemia. Il quale re Adoardo e il suo figliuolo avea-
Bo deliberato d'accettare la detta elezione; ma la maggiore par-
ie de*baroni dUnghilterra e i capi del comune noi coosigliarono
e rimase pertanto sospesa la detta elezione. Lasceremo alquan-
to della elezione de' due imperadori , eh' a tempo , quando se*
gniranno I loro processi, torneremo a ciò; e diremo dell'avveni"^
mento in Italia del re d'Ungheria, e come ne segoirono grandi
cose e novitadi.
CAPITOLO cvn.
Cùme il re d' Ungheria passò in Italia per andare in Puglia
a fare la vendetta dd suo fratello Andreasso.
Lodovico re d'Ungheria non avendo dimenticata la crudele e
vituperosa morte fatta in Aversa del suo fratello Andreasso, il
^ale succedeva d'essere re di Cicilia e di Puglia, come istesa-
niente raccontammo in un capitolo addietro, e avendo da' suoi
capitani e genti, I quali aveano per lui rubellata la città del-
l'Aquila^ e al continuo prosperavano felicemente, come in que-
gli processi addietro é fatta menzione, non si volle più indu<>
giare di veaire a fare vendetta , parendogli tempo accettevole
a .racquistare il regno di Puglia , che di ragione per retaggio
del re Carlo Martello suo avolo gli succedeva. Bene avventuro-
samente si parti da Buda sua terra d' Ungheria a di 3 di No-
vembre 1347, sabato mattina un' ora innanzi che il sole fosse
levato^ con da mille cavalieri o più eletti Ungari , e con molti
suoi baroni, e con molto tesoro e fiorini coniati da spendere ,
i ^uali per al^bondanza d'oro fece battere in Ungheria contraf-
160 OIOVAn^t VlLLAlVt
fatti a'nostri fiorini d'oro di Firenze, salvo del nonte, che diccf-
va Lodovico re d'Ungheria, E lààciò in Ung^horia suo firatello re
di Pollonia colla madre e colla moglie, e ordinò, ch'ai continao
il segfuissono gente d^arme, come sofferisse il tempo, per lo ca-
ro ch'era stato l'anno passato ed era ancora e di là da*montÌ e
in Italia. £ a di 26 di Novembre giunse in lldine; il quale dal
patriarca d'Aquilea fu ricevuto graziosamente. E \i giugnendo
gli ambasciadorl del comune di Yinegia per profferirgHsiy que-
gli isdegnó, e a pena gli volle vedere né udire, tenendosi gra-
vato dal comune di Yinegia della presa fótta per loro di Giara
contro al suo onore, come contammo addietro in altro capìtolo.
E entrando in Italia il dèlto re d'Ungheria^ arrivò a Cittadella,
e il signore di Padova gli mandò incontro a fargli onore, e
proffersegli cinquecento cavalieri, ma però non volle entrare in
Padova. E seguendo suo viaggio a di 2 di Dicembre entrò in
Verona, e da messer Mastino della Scala fu ricevuto graziosa-
mente , faccendogli grande onore; e ivi soggiornò alquanti dL
E alla sua partita gli die trecento de' suoi cavalieri della mi-
gliore gente ch'egli avesse, che gli feciono compagnia infino a
Napoli. Partito il re d'Ungheria, non volle entrare in Ferrara ,
ma fece la via da Modena, e là giunse a di 10 di Dicembre; e
da'marchesi gli fu fatto grande onore; e vennevi messer Filip-
pino da Gonzaga de'signori di Mantova e di Reggio con cento-
cinquanta cavalieri, e seguillo inflno a Napoli. E partito da Mo-
dena, giunse in Bologna a di li di Dicembre, e dal signore di
Bologna fu ricevuto graziosamente e a grande onore ,' non la-
sciandogli spendere né a lui né a sua gente ninno danaio, né
in Bologna , né nel suo distretto. E partitosi di Bologna andò
per Romagna, e il conte che v'era per la Chiesa noi lasciò en-
trare né in Imola né in Faenza, ma ne'borghi di fuori albergò.
E il signore di Forlì gli andò incontro in sul contado di Bolo-
gna con dugento cavalieri e mille fanti a pie in arme , e con
grande onore il ricevette in Forli, a di 13 di Dicembre, fornen-
dogli le spese a lui e a tutta sua gente, e ivi soggiornò tre di
con grande festa e carole d'uomini e di donne; e fece cavalie-
ri il signore di Forli e due suoi Ggliuoli e altri Romagnuoli, e
messer Pazzino Donati nostro cittadino. E partissi di Forlì, e
giunse a Rimino a di 16 di Dicembre, e da messer Malatesta fa
ricevuto a grande onore al modo degli altri signori, e più ma-
gnificamenle, e là soggiornò alquanti di , e di là il segui il si-
LIBBO DtOPECmo 16|
gnore di Forlì eoa trecento cavalieri di sua migliore gente in*
fino a Nap(^i onorevolemente. Partito il detto re da Rimino^ fac*
cendo il cammino da Urbino, giunse in FuUgno a di 20 di Di^
cembre, il quale da messer Ugolino de*Trinci che n*era signore,
fu ricevuto a grande onore, e soggiornovvi tre di. E là venne
a lui uno cardinale legato del papa , e ragionò con lui di più
cose delle bisogne del Regno, e ammoni il re che non facesse
crudele vendetta contro a' reali divoti di santa Chiesa , e che
quegli che furono colpevoli, furono solamente due, e quegli fu*»
rono giustiziati, e tutti gli altri erano innocenti. Appresso ram«>
moni, che centra la signoria di santa Chiesa, di cui era il Re*
gno, non dovesse usare signoria e dominazione sanza il consen-*
timento del papa e de'suoi cardinali, sotto pena di scomunica-
zione; bene che di ciò dicesse, che dal papa non aveva ispezia*
le mandato e commissione, ma di questo il consigliava ed am*
moniva. Al quale il re rispuose saviamente e con altre parole
e franche, dicendo, che di sua venuta non s*avea a tramettere
né egli né la Chiesa , e dove diceva che furono due , sapeva
ch'elli erano dugento; e che il regno era suo per giusta succes*
sione dell'avolo, e che riavendo la signoria, come intendea d'a-
vere coU'aiuto di Dio, alla Chiesa risponderebbe quello che do-
vesse fare ragionevolemente. La scomunica a torto poco curava,
perocché Iddio, maggiore che *l papa , sapea la sua giusta im-
presa ; e questo sapemmo da alcuni nostri ambasciadori , con
cui il legato ne parló^ uomo degno di fede. Lasceremo alquan-
to della materia e degli andamenti del detto re, quando o co*
me entrò nel Regno, e de'suoi processi, che ne faremo assai to-
sto nuovo capitolo, e diremo innanzi d'una ricca e grande e
nobile ambasceria che '1 comune di Firenze mandò al detto re,
e anche il comune di Perugia.
CAPITOLO CVIII.
Come il comune di Firenze mandò una ricca ambasciata
al re d* Ungheria.
Sentendo i Fiorentini la venuta del re d' Ungheria , e come
già era a Verona , ordinarono di mandargli una solenne amba-
sciata; ciò furono gl'infrascritti dieci grandi popolani, e ninno
de' grandi, cioè nobili , per gelosia che i grandi non lo infor*
Gio. Yillani T. Jf. 2i
16$ GIOVANNI VILLANI
massono'iù itulla cosa contra lo stato del popolo* £ in questa
parte i rettori, e quegli del loro consiglio ch'ebboDO a provve-
dere , da' savi ne furono ripresi , imperocché diedono materia
a'grandi e a'nobili di sdegnare essendo ischiùsi degli onori del
comune in si fatta cosa , e d' avere piuttosto riotte e discordie
cittadinesche , e al signore fare ammirare. Ma più ehiaro con-
siglio e migliore era d'avere mandato co'detti ambMCiadori al-
meno tre nobili buoni uomini e confidenti al popolo; -ma quel-
lo che pare all' impeto del popolo , non si pud riparare , con
tutto che il più delle volte sia con mala riuscita. I delti amba-
sciadori furono questi; messer Antonio di Baldinaccio degli Adi-
mari, tuttoché fosse de' più grandi e nobili , per grazia e per
sua virtù era fatto popolano, messer Oddo di messer Bindo de-
gli Altoviti giudice, messer Tommaso de'Gorsini giudice, mes-
ser Francesco degli Strozzi, messer Simone de' Peruszi^ messer
Andrea degli Oricellai^ tutti tre cavalieri popolani; Antonio di
Landò degli Albizzi, Giovanni di Manno de'Medici, Gherardo di
Chele de'Bordoni, Pagolo di Beccuccio de'Vittori; questi tre ul-
timi si feciono fare cavalieri al detto re d'Ungheria; e ciascn-
no de'detti ambasciadori per oMine del comune si vestirono di
scarlatto a tre guemimenti foderati di vaio. E ciascuno de'det-
ti ambasciadori menò seco chi due e chi tire compagni vestiti
d'uno panno divisato molto (1) apparente. E oltre a ciò, ciascu-
no de'detti menò chi due e chi tre famigli vestiti d'una assisa
d'una partita di due colori, e con loro due cavalieri di cort^;
che furono da cento a cavallo, colle some , che non si ricorda
a'nostri di che uscisse di Firenze sì ricca ambasciata e onore-
vole. E partironsì di Firenze a d^ 11 di Dicembre 1347, (2) e
giunsono il re d'Ungheria in Forlì, e le gli feciono la riverenza,
e da lui furono ricevuti molto graziosamente, e molto onorati
da quegli signori di Romagna. E '1 re volle a cautela e a ma-
gnifìcenza di se ch'eglino il seguissòno infino a Fuligno; ma a
Rimino gli spuosono l'ambasciata, la quale ambasciata e rispo-
sta fu nella forma ch'é ritratta qui appresso per messer Tom*
(i) apparente^ lo stesso che appariscente» bello L nobile, adorno, che
fa bella comparsa.' Qaesto significalo della voce apparente non è ben de-
cifrato nel Vobabolario. i
(3) giuniono: raggi ansano; il verbo giugnere per raggi ognerc in senso
proprio non è nel Vocabolario.
XfBftO DUODKGmO 163
nia80'Corsini(a), che ne fa dicitore. E -i^i giuntilo FuHgtio, pre-
garofétò il re i nostri ambasciadori che tre di loro facesse ca-
valieri-,' 11 quale di buona voglia fece cavalieri di sua mane i
sopraddetti tre àmbaseiadorl don grsaide' festa; e poi il di ap«
pràMT'si parti da FnHgno, è amdosaene vèrso l'Aquila^ e gli am-
bàselàdori MStri si tornarono In 'Firenze a di 11 di Gennaio.
Qui appresso scriveremo T ambasciata isposta in Arimlno per
gli tUfttri anbasciadori al re d'Ungheria^ e recitata nel cospet-
to -M re per^messer Tomomo Corsini iti grammàtica oon mol-
to' atti e lielli latini^ fatti volgariziare y per seguire il nostro
stilè.' ■
• . I • ; S . ■
,•■■!• - • • ■ . ■ .
' CAPITOLO CIX.
Cùm$ f^ impoàtà ì^ambaseiùia dt re^ éPVhgktria m Bimino-
p0r mesier Tammaso Coréini dotiare di leggi.
Priegoti, ohe gli orecchi tnoi stieno aperti alla mia orazione^
la quale oggi dinanzi a te làrd per gli tuoi figliuoli e di voli
Fiorentini. Le jmrole dette sono parole di Geremia profeta,, le
quali si descrivono nel proemio del libro suo.
• Serenissimo principe, il quale a tutti gì' Italiani , siccome
Isplendente e chiara stella gittl razzi , il quale per la chia-
rezza di te ogni altro lume di splendore diminuisce, siccome
avviene alla luna e al sole in comparazione a Dio^ nel co-
spetto del quale la luna non risplende, le stelle non risplen-
dono né rilucono, e immonde sono: la presente orazione;^ la
quale con istupore e paura parlerò per tanta presenzia di. co-
si grande re, futura d e dì grande e alta materia , la quale
infino a' cieli passerà l'onore e lo stato reale da ogni parte
riguardando, per la quale ancora dipenderà lo stato de'divo-
ti della casa reale, la quale se sarà con soavità d'amore com-
presa» dolcissimi frutti partorirà, e graziosi avvenimenti ap-
pairecchierà. Questa è orazione, per la quale i Fiorentini veg-
ghievoli con animata divozione a'progenitori tuoi egualmente
e a te, la tua celsitudine amantissimamente destano, accioc-
ché quella desta, tutte le nebbie passino via, e al tutto ven-
gano meno. Siene dunque intorno alle parole promesse le
(a) Vidi Appuoadice o.* 34*
164
GIOVANNI VILLANI
orecchie della taa maestà aperte alla mia orazione, acciocché
per quello, si allo stato reale, come allo stato de'suoi divoti
si possa salutevolemente provvedere. La presente oraxiope,
acciocché quelle cose che si debbono dire chiaramente si.pos*
sano vedere^ si divide in tre parti: la prima è jcapcoiHinda*
torta e offeritoria; la seconda é narratoria e supplicatoria; Ja
terza é confutatoria. La prima: i priori deirarti^ 9 goublonie-
re della giustizia, il popolo e '1 comune di Firevm iQipiM>acH
no a noi^ che a'piedi della tua maestà, loro o la loro. ciUà e
tutti gli altri di voti d'Italia con reverenzia a te dov^faimo
raccomandare, e que'Fiorentini siccome devotissimi, e la kro
fiorentissima città^ siccome muro e steccato reale, con quella
divozione, con che a' in(À progenitori^ siccome a padri e be-
nefattori suoi, essere suti fatti la piuvica fama il manifesta,
a te come dignissimo capo deUa tua schiatta pe' postri rap-
portamenti ti dobbiamo offerire quelle cose, che con allegro
animo rapportiamo, narriamo e supplichiamo la reale eccel-
situdine tua, la raccomandigia, e l'offerta di tanti tool divoti
con graziosi effetti degni d'accettare. La seconda: quale Fio-
rentino, o uomo si può dire, per virtude può essere diineiiti*
co della divozione e della benevolenza tra la casa reale e'tuoi
progenitori e '1 comune di Firenze da lunghi tempi congiun-
ta, e con graziosi effetti e diversi avveoimenti per successio-
ne di tempo approvata? A te ancora, amatissimo principe, si
conviene di questa benevolenza de'tuoi progenitori, della no-
stra divozione, almeno per udita e per notoria fama, la quale
questo neiruniverso mondo grida essere manifesto. Noi anco-
ra della circuspezione reale, e ancora del circulato de' cava-
lieri di quella è convenevole de'Ior fatti rinnovare memoria,
acciocché non periscano per lo passato tempo qnelle cose
c'hanno meritato in perpetuo avere vigore. Se adunque con
attento animo rivolgerai le cose magnifiche fatte, e' benefici
fatti dalla preclara memoria del cristianissimo principe re
Carlo trisavolo tuo, or non 1 Fiorentini guelfi, della citte di
Firenze cacciati , colla sua potenzia e con armata mano in
quella città gloriosissimamente gli rimise? Se del secondo re
Carlo bisavolo tuo le cose fatte rivolgerai, partissi egli dal-
l'opere del padre suo? certo no. Ma con quello preveduto e
favorevole seguire lui seguitando, molto bene a'Fiorentini fe-
ce. Se del sapientissimo de'savi re Ruberto tuo zio, i! quale
LIBBQ DUOBEGIHO 105
' fn specchio non corrotto di tutti i re/ avvegnaché per ge«
nerazione Ruberto, e per unzione re Roberto fosse nomato ,
per la smisurata e non «dita sapienza, p^r tutte le generazio-
ni deverebbe, essere appellato il novelk> Salomope) se. tu, ri-
gurderai i suoi fatti, partissi egli dalle vie de'sum progenito-
ri? certo BO. Quando della degnità. ducale usava ad istai^za
de*Fiorentlni a strignere e vincere la citte di Pistoia, con ri-
^lendevc^ compagnia di cavalieri personalmente venne. Poi
fVBttto a dignità reale partissi egli dalle cose incominciate? o
innnmorablli beneficii a quelU Fiorentini fece, in tanto ohe
in caso del bisogno al suo unigenito figliuolo non perdonasse?
Che se rivolgerai le cose fatte da messer Filippo principe di
Taranto, che se di messer Piero suo fratello grandi tuoi zii,
che se di messer Carlo figliuolo del detto prìncipe di Taranto
ooosubrino tuo le cose fatte ripensi ; i due ultimi morirono
nel piano di Montecatini vincendo. i nimici; il loro sangue
battaglievolmente fu sparto, il quale sangue ancora nella ter-
ra crudelmente grida vendetta? Qual lingua di qualunque elo
qnente tante cose potrà narrare? Certo egli è meglio sotto si-
lenzio passare, che dire più parole, con ciò sia che per silen-
zio a' dirittamente ragguardanti più e maggiori cose si deo-
no intendere. Adunque acciocché i detti beneficii non paiano
dimenticati, la nostra intenzione é questa eziandio, se de'fan-
ciulli infanti domandi, i figliuoli, le ricchezze, la vita e Tes-
sere riconosciamo essere proceduta da' tuoi progenitori. Ma
se addomandi quello che abbiamo fatto a questi tuoi proge-
nitori, se lecito é de'fatti beneficii raccordare^ che feciono i
Fiorentini centra lo scomunicato re Manfredi ? Che centra
Cnrradino? che contro allo imperadore Arrigo? che centra al
dannato Bavaro? a' quali i detti Fiorentini contastanti , per
conservare la casa reale, con gran potenza si feciono? L'altre
cose sotto silenzio passiamo , sotto il quale silenzio la reale
circuspezione eziandio più e maggiori cose comprenderà. Le
quali sono ancora più vere che le sopraddette , in tanto che
noi non siamo solamente de' tuoi progenitori e di te figliuoli
d' adozione, ma più tosto congiunti di vera natura. Adunque
gloriosissimo re , chi potrà si fatta congiunzione e divozione
individua spartire? chi la potrà divellere o maculare o tur-
bare ? certo niuDo. Adunque per le dette cose la preghiera
nostra é questa. Reverendissima corona , noi ti preghiamo.
166 GfOTANAI VlLLAIfl
che gli occhi della tua eceelsltudine a noi e « gli altri divoti
d'Italia benignameDte converti, acciocché sempre nel cuore
reale sia legame indissolubile di benivoglie«za e d'ainore, e
questo non abbandoni, ma in fé per orfiae di suodessione si
palesi quella divozione e amore indissolubile radiG8Ìta"iie'ciio-
ri dé*Fiorentini, a te siccome a padre e ti«enefìittDÌre< nòstro
pe'nòstri e delle détte comunità preghiere ci 'otferiamay com'è
detto.' Terza e ultima: avvegnaddiò, amatissimo pirinelpej'jrtie
k maestà reale la circonvenzione degilemulie* le sforMte
macchinazioni a suo podere con somma prfywedenzft'SeAeoi^
nientedimeno la faccia di detti invidiatori;che'coo tatite arti
e con tanti colori adornati noi provveduti con somma ragio-
ne cauti ci rendè,' e ancora ci strigne la maestà reale di ^<itie*
ste cose informare, e ancora più attentamente- pregare '^ 'ac-
ciocché nelle vie de'tuoi progenitori fermamente li sfònasien-
ti di quelli emuli, siccome contagioso morbo, con soMlé in'
gegno di lungi da te cacci e distrugga. Per la ^uetl co8a<>Pa-
stuzia de'detti emuli diverrà vana e non potrà prevalere^ ma
come il fieno subitamente si secchi, e l'amore nostro e d^li
altri della casa reale di voti crescerà e sarà immutaMtei Iddio
altissimo benedicenti e lodanti, sanza fine dicanti; Benèdiciuf
qui venit %n nomine Domini ee.
CAPITOLO ex.
Risposta fatta in presenzia del re d'Ungheria a* nostri arnhamo'
dori per lo venerabile uomo messer Giovanni eherieo di Ft-
sprimiense^ a cui il re la commise.
• L' ambasciata del comune di Firenze cosi solennemente e
• ordinatamente sposta a messer lo re, e volentieri udita, e le
• cose fatte per gli suoi progenitori, e la benevolenza la quale
• al comune di Firenze^ a'Fiorentini, e a quella città i proge-
• nitori suoi sempre hanno avuto, e la congiunzione che sem-
• pre fu tra loro e il comune predetto, con grazioso animo ha
« accettato, profferendosi ancora quello sempre essere presto a
• osservare le vie de' suoi progenitori, e sempre seguirle •. B
mentre che 'l detto eletto questa risposta faceva, il re gli &'ac-
coslò airorecchio manco, e in silenzio a lui parlò, il quale e-
lello incontanente disse. « Il nostro signore dice, ch'egli inten-
UBBO t>UOt>ECl]tO 167
• de i guelfi d'Italia sempre avere per raccomandati ». Poiché
giunti fummo a Fuligno^' e quivi furono gli onorevoli ambascia*
dori del comune di Perugia, e avuta tra noi e loro collocuzio*
ne e diliberazione. In prima con loro ci appreéentammo dinan-
zi al cospetto realiB, e quelle cose in diversi sermoni spartita-
mente e per loro e per noi alla maestà reale furono recitate ,
le quali erano in effetto una medesima cosa , in comune ser-
mone recate per Io detto messer Tommaso, di comune concordia
delibino comune e deiraltro furono isposte; e oltre alle predet*-
te^ lo stato e la libertà de'detti comuni e degli altri di Tosca-
na e di tutta Italia divoti della casa reale e de'suoi progenito-
ri, alla celsitudine reale raccomandò. Il re udite le predette
cose^ tutte graziosamente accettò^ e offersesi di fare tutte quel-
le cose che nella petizione erano pienamente enarrate , e che
il eonrane di Firenze, e quello di Perugia , e quello di Siena,
gK rimandassono per comune due o tre di loro ambasciadori
savi e discreti, i quali voleva nel Regno intorno a lui per suo
consiglio; e addetti ambasciadori diede grazioso congio di tor-
nare a Firenze. I nostri ambasciadori partiti di Fuligno^ venno-
no a Perugia, e quivi soggiornarono alquanti di a parlamenta-
re col legato cardinale, e co'rettori di Perugia e con altri am-
basciadori de' comuni eh' erano stati al re d' Ungheria, e dello
stato di Toscana e del paese intomo in benefìcio di parte guel-
fa e della Chiesa, per la venuta del detto re d'Ungheria e del-
lo imperadore Carlo suo suocero, che pareva loro, che '1 detto
re avesse presa troppa famigliarità co'tiranni e signori di Lom-
bardia e di Romagna e della Marca di parte ghibellina. 11 quale
legalo consigliò i detti comuni, che ipandassono loro ambascia-
dori al papa a pregarlo eh' egli si traponesse coli' imperadore
Carlo, che non passasse, acciocché la parte imperiale non cre-
scesse collo appoggio e favore della potenza del re d'Ungheria
suo genero, e che ciò piacerebbe al papa e a'cardinali, e ch'egli
ne sapea bene l'oppinione sua segreta, e s'egli l'avea creato e
fatto, era per contrario del dannato Ravaro, e vivendo ; ma da
poi ch'egli era morto, non faceva per la Chiesa che la signoria
del detto Carlo, colla potenza del re d'Ungheria signoreggiando
il Regno, crescesse in Italia: questo segreto sapemmo da alcu-
no de'nostri ambasciadori. E nota, lettore, l'assempro de'retto-
ri di santa Chiesa, di fare e di volere disfare la signoria del-
lo 'mperio al suo utile e beneplacito^ e questo basti per tanto.
i68 GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO CXI*
Come il re d'Ungheria entrò nel regno di Puglia^ ed ebbe
la signoria a cheto e eanza contasto.
Soggiornando in Fuligno il re d'Ungheria due di con grande
festa, e fatti cayalieri detti nostri ambasciadori^ come detto a-
verno, e fatti cavalieri più altri di Perugia e di Fuligno e delU
Marca e del Ducato, poi si parti di Fuligno a di 22 di Diceiabre,
e giunse all'Aquila la vigilia di Natale, e là fece la festa^ e yen-
nevi all'Aquila al re il conte di Gelano, e il conte di Loreto» e
il conte di san Valentino, e Napoleone d' Orso, e più altri con-
ti e baroni d'Abruzzi, e feciongti l'omaggio e la fedeltà; e poi
si parti dall'Aquila, fatta la festa di Natale, e andonne col con-
te di Celano a Gastelvecchio sua terra. E a di 27 di Dicembre
entrò il re in Sermona, e da'Sermonesi fu ricevuto onorevole-
mente come loro signore; e partito da Sermona andò a Castel*
lo di Sanguine , e poi a Sarno , e di là n' andò a Bruzxano; e
ivi presso a tre miglia avea due castelletta, dov'erano messer
Niccola de*CaraccioIi e messer Agnolo di Napoli, i quali lecio-
no alcuna resistenza, onde furono combattuti dalla gente del re,
e per forza vinti e tutti rubati, e poi arsi; e i detti due cava-
lieri napoletani presi con più altri. E sappiendo il re che a
Capova era messer Luigi e gli altri reali con loro isforzo di
gente d'arme, non si volle mettere al contasto di quella gente
nel passo del fiume del Volturno , eh' era molto grosso e pro-
fondo, e però fece la via che fece anticamente il re Carlo vec-
chio per la contea d'Alife e di Morcone , e poi arrivò a Bene-
vento a di li di Gennaio; e giugnendovi la sua gente, e que-
gli di Benevento per tema di non essere rubati, ch'assai danno
avea sua gente di ratto fatto per cammino , e però serrarono
le porte; ma quando videro la persona del re d'Ungheria, s'as-
sicurarono, e l'apersono. E venuto il re a Benevento , soggior-
novvi da sei di, e là venne tutta la sua gente ch'erano stati al-
l'Aquila e a Tiano; e in quello paese, e con suoi Ungari e con
Lombardi e Romagnuoli, ch'erano venuti al suo servigio, si tro-
vò in Benevento con più di seimila cavalieri e popolo infinito;
e là vennono tutti i baroni del paese a farli riverenza e omag-
gio. E vennevi una grande ambasceria da Napoli, e profferser-
llBRO DUODECIMO 1
gli la terra, come a loro signore (a). Sentendo i reali e gli al'
tri baroni ch'erano a Gapoya con messer Luigi, che il re era
4 Benevento, e prosperava felicemente e sanza contasto, si par-*
lirono con lóro gente, e aodaronne a Napoli, e abbandonando
messer Luigi, e lanciandolo con poca compagnia, ordinarono di
venire al re a farli reverenza, come s'appressasse a Napoli. Lo
re si parti da Benevento a di 16 di Gennaio, e vennene a Ma-
talona, e nella sua partita quegli di Benevento s* armarono , e
azzuifaronsi co'malandrini che seguivano Toste del re e rubava-
no dove poteano, ed ebbevi de'morti assai da una parte e daU
l'altra, e fu arso parte d'un borgo di Benevento. La regina Gio-»
Vanna, che s'era ridotta e afforzata nel castello di Napoli, sen-
tendo che il re veniva con tanta forza verso di Napoli, nascosa-»
mente e di notte, a di 15 di Gennaio, si parti del castello con
sua privata faihiglia , e con quello tesoro che poteva trovare
nel cartello, che poco ve n'era rimaso, si n'era fatta mala guar*
dia dopo la morte del re Ruberto, e per la via di Pie di grotta
bì ricólse la regina in su tre galee armate di Provenza, ch'ella
flvea fatte stare , in concio , e fecèsi porre a Nizza in Proen-
za ^ a di 20 di Gennaio , come diremo iK>i assai tosto in al-
tro capitolo. Messer Luigi sentendo come la regina s'era partita
da Napoli, e il re d'Ungheria prosperava felicemente, di notte
con messer Niccola Acciainoli suo fidato compagno e consiglie-
re^ parendo loro male stare, e veggendosi abbandonati dagli al-
tri reali e baroni, si partirono da Capeva, e vennero a Napoli*
E non trovandovi galea armata , con grande fretta e paura si
ricolsono con loro fidata famiglia in su uno panfano , non po«
tendo avere galea di cui si fidassono; e con quello, con grande
pena e disagio, arrivarono a Porto Ercole in Maremma, e là
scesero a di 20 di Gennaio, e vennero a Siena a di 24 di Gen-
naio privatamente; e poi vennero nel contado di Firenze, e là
soggiornarono alquanto, come in altro capitolo diremo più ste-»
samente, tornando a dire de^processi del re d'Ungheria, e della
morte del duca di Durazzo e della presa degli altri reali*
(a) Vedi Appendice n.® 35.
Gio. Villani T.lY. 22
Ì70 OIOVANNI VlttANt
CAPITOLO CXII.
Come U re d* Ungheria fece morire il duca di Durazzo^
e fece figliare gli altri reali.
Partito il re d'Ungheria di Benevento^ fece la via di Matah>«
fia, e giunse in Aversa a di 17 di Gennaio. Que'd'Averga eblxH
no grande paura, percliò si diceva che 'I re la farebbe distrug-
gere^ perchè v'era morto il re Andreasso suo fratello, e ascoso^
no é sotterrarono tutto loro tesoro e cose care; ma il re ordinò
tino suo vicario chiamato Framoriale co* suoi Ungari in arme
alla guardia della terra , e fare giustizia di rubatori e malan-
drini, ch'assai ne seguivano sua oste. E in Aversa soggiornò i(
re da éei di ^ dimorando nel castello reale d' Aversa. E là vi
vennero più di mille gentili uomini di Napoli a vedere il re, e
vénnevt il conte di Fiondi, nipote che fu di papa Bonifazio, di
Campagna, con piiì di cinquecento cavalieri al suo servigio; e
più altri baroni del paese vi vennero a farli orMifggiiU Vetmon-
Ti i reali, Ciò furono il prenze di Taranto, nominato Ruberto ,
con Filippo suo minore fratello, che messer Luigi, come abbia-
mo detto, s^era fuggito di Napoli. E vennevi Carlo duca di l>a<'
raz2o, e messer Luigi e Ruberto stfoi fratelli, e figliuoli che fu*
fono di messer Gianni prenze della Morea. E vennevi con loro
Ofovadnone di Cantelmo, e Giuffredi conte di Sqoilla ammira^
glio del Regno con molti altri baroni e cavalieri (avendo il re
data loro fidanza, con patto che non Tossono stati colpevoli del*
la morte del suo fratello), e giunti al re al castello d'A versa,
gli feciono omaggio, e tutti gli baciò in bocca, e diede loro jfe-
sinare; é ciò fu a di 24 di Gennaio. E dopo il mangiare il re
fece armare tutta sua gente, ed egli medesimo s'armò, e mos-
sesi per venire a Napoli, eVeali erano disarmati con lui, e al-
tri baroni intorno di lai facceodogli compagnia. Come il re fa
montato a cavallo , disse al duca di Dnraz^so : Menatemi ave fk
morto Andreasso mio fratello. II duca rispuose: Non te ne frava"
gliate^ eh' io non vi fui ntat, credendo levarlo dair opinione , e
gii temeva per li crudeli sembianti del re. Il re disse, che pu^
re vi voleva andare: e giunti al monistero de'frati del Morrone,
Smontati da cavallo salirono in sulla sala, e domandando dov'era
lo sporto sopra al giardino dove il re Andreasso (a giftato e
LIBRO OVOBECIHO 171
strangolato e morto^ allora gli fa mostrato; di cbe si volse al
duca di Durazzo» e dissegli: Tu fosti traditore e operatore della
marte del tuo signore e mio fratello^ e operasti in corte eoi tuo^
zio cardinale di Pelagorga, che a tua petizione s* indugiò e non
si fece, come dovea, per lo papa la sua coronazione. Lo quale tti-
dugio fu cagione della sua morte , e con frode e con inganno ti
facesti dispensare al papa di potere torre per moglie la tua cu-
gina e sua cognata, acciocché lui morto e la reina Giovanna sua
moglie, tu succedessi ad essere rej e se' stato in arme contro alla
nostra potenza col traditore meseer Luigi di Taranto tua cugino,
e nostro ribello e nimico, il quale ha fatto come tu, con frode e
sacrilegio sposando quella adultera e malvagia femmina traditri-
ce del tua signore e marito, e nostro fratello re Andreasso.. E pe-
rò conviene che tu muoia ove tu facesti morire lui. Il duca di Da-
razzo si voleva scasare non essendo colpevole, e domandò al re
misericordia. Lo re gli disse: Come ti può' tu scusare? mostran-
dogli lettere col sao suggello ch'egli avea mandate a Carlo
d*Artogio del trattato della morte del re Andreasso^ E inconta*
nente^ come avea ordinato» il fedi nel petto,, che non avea ar-
me, mio messer Filippo ungaro, avendolo il re preso per gli ca«
pelli» e tagliogli la testa, non per ispicco il collo affatto ^^ ma
però de'detti colpi mori di presente. E da certi Ungari^ che gli
erano d' intorno , fu preso il corpo e gittato da quello verone
nel giardino ove fu gittato Andreasso ; e comandò che non gli
fusse data sepoltura sanza sua licenzia. E ciò fatto , gli altri
quattro reali furono presi e messi in buona guardia di cava-
lieri angari nel castello d'Aversa; e di certo si disse^ e erede-
si , che 8* egli avesse preso con loro messer Luigi e la regina
Giovanna, tutti gli avrebbe fatti morire con lui* E loro presi ,
tutti i loro cavalli e arnesi furono rubati, e simile tutti i loro
ostelli di Napoli, salvo quello del prenze di Taranto. E la mo-
glie del duca di Durazzo ch'era in Napoli, di notte, male vesti-
ta e peggio in arnese, con due piccole fanciulle in braccio^ si
fuggi nel monistero di santa Croce , e poi di là nascosamente
vestita in abito di frate, ne usci con poca compagnia e arrivò
a Ifontefiascone al legato del papa^ e poi isconosciuta se n'andò
verso Francia. Tale fu la fine del duca di Durazzo^ e la presu-
ra degli altri reali, e scacciamento di loro donne e di loro fa-
miglie (a). Per molti si fece quistione, opponendo al re tradi-
(a) Vedi Appendice d.° 36.
172 GfOVANNl VILLANI
mento del suo sangue, avendogli fidati e baciati in bocca, e ca-»
ritevolemente mangiato con loro, e poi fatto morire il duca di
Ihirazzo, e gli altri reali innocenti presi. E certi dissono che
non era tradimento a tradire il traditore, se colpa v'ebbe, come
gli appose. Ma per gli savi si giudicò , che quella crudeltà e
quello che ne segui di male, fu dispensato e operazione di Dio^
per li laidi peccati commessi nella persona del re Andreasso,
ch*era giovane e innocente, che per lo peccato deirinvidia e
covidigia della signoria sua con superbia fu commesso tradi-
mento con scellerato patricida di loro signore, e ancora ci fu
il laido e abominevole peccato per cagione di avolterio e àacrin
legio tra congiunti, come n^ stvemo addietro fatta ménsloné,
che fu cagione della morte di quello innocente. E già la ven-
detta di Dio non passa sanza peiiitenzia e meriti di si enormi
peccati. La presura degli altri reali fece più per sua sicurtà che
per colpa ch'eglino avessono se non d'essere in krme a Capua
contro a lui e alla sua signoria. Lo re d'Ungheria in quello me-*
desimo di, a di 24 di Gennaio , con sua gente arnifata ed egli
medesimo armato con la barbuta in tèsta, con una sopravveste
di sciamito porporino indosso ivi'^u i gigli di pèrle 'fetiilnati ,
entrò in Napoli, e non volle pàllio sopra capo ne altra pompa,-
com'era ordinato e apparecchiato per lui dal Napoletani di IDaire.'
Egli smontò a (!astelnuovo , e intese a riformare la terrra e il
reame, Raccendo nuovi decreti e nuove inquisizioni della morte
di suo fratello, rinnovando ufici e signorie, e togliendogli a cui
trovò colpevoli , e dandoli a quegli che V aveano servito , che
sarebbe lunga mena a dire. I Napoletani 1 più erano tristi e
impauriti, si per le grasce degli ufìci del Regno e i vantaggi
ch'eglino aveano da' reali, e allora fbrono mutati e tolto assai
per la morte del duca, che, come dice Seneca , chi a uno offen-
de molti ne minaccia. Ivi a pochi di mandò il re al castello
dell'Uovo per lo fanciullo che si diceva essere rimase del re An*
dreasso, nominato Carlo Martello, e videlo graziosamente, e fe-
celo duca di Calavria. E con buona compagnia di cameriere e
di balie che 'l nutricavano e governavano, in una bara eaval-
chereccia nobilemente, a di 2 di Febbraio il mandò ad Aversa,
e di là, con gli altri reali che v'erano presi, con buona guar-
dia d'Ungari il mandò ad Ortona , e di là per mare passarono
in Ischiavonia, e di là in Ungheria. Avendo assai larga prigione,
con buona guardia, si riposarono con loro vergogna in Upgiif^
tlBRÒ DUODECIHO 173
ria, e con poco avere , e meno da spendere. E cosi si muta la
fortuna di questo secolo in poco tempo, quando pare essere ad
altriii in maggiore stato e fermezza.
. I
CAPITOLO GXIIL
Cóme di^soldati stati ai soldo del re é^Ungheria, e di quelli stati
con mèsser Luigi di' Taranto, si fece una gran compagnia per
partirsi del Hegno,
Riformata il re d'Ungheria la sua signorìa in Napoli, e nian-
dati i reali ìsùòi congiunti in Ungheria , trovò che uno ' duca
Gnernierl Tedesco stato al suo soldo , e capitano di ' sua gente»
all'Aquila, il dovea tradire per danari a petizione del re Luigi
di Taranto e della regina Giovanna; il quale tradimento appellò,
e yollesl comhattere in campo cohtro a uno signore tedesco che.
lo aveva accusato; ma il re saviamente procedette di non vo-
leri^ loro quistione. Ma il detto duca e gM altri soldati che l^a-
▼e^W servito pag'd cortesemente ^ e fece giurare loro di non»
prèndere soldo dàlia Chiesa di itònia, né da messer Luigi , né
da' riitinó suo nibìicd'tiè contrario'^ ioè da messer Luchino :Vi-
^(inii dà' Milano, e di non essere centra liii e suoi amici, spe*
zialmétite Fiorentini , Peràgihi è Sanesl; «diede loro cbngìo
ch*iiscÌ8sdno del paeWe e del' Régno con gli altci soldati, x^h^ei^-
no stati'^^l tolde di mékser' Luigi di Tiiranto e della règinaiiE*
fecionó una compagnia, ónde ne fu c^b^ò il duca^GueriiieH ,• »
fiirònó IntQrnò di tremila cavalièri y e vennotìsi in Campagna
nelle contrade di Terracina vivendo di ratto! Partita del Regkio
là détta compagnia, sé n'ahdd il re in Puglia in pellegrinaggio
a Monte santo Agnolo e a san roccolo di Rari, e per sagire i
baroni e paese di Puglia alla sua signoria, e i>er cessare la pe«
stilenzia della mortalità^ chlè già era cominciata a Napoli gran*
dissin^a. Innanzi che si paMfsse di Napoli, mandò al comune di
Firenze e a quello di Péiriigia é-di Siena là 'nft'ascritta lettera,
la quale facemmo voTgàrizzìare di' verbo a verbo, ch'era in* la-
tino; e 11 messo che mandò, che venne* a cavallo, fu vestito no«
bile.ménte, e dpnatoU cavalli e danari dal nostro comìine^ e éa^
gli ahri,'
174 GIOTANNl VILLANI
CAPITOLO CXIV.
La lettera che mandò il re d'Ungheria al comune di Firenz0*
« A'nobili e potenti signori prìorl, e consiglio e comuDe di
Firenze^ amici nostri carissimi e diletti, Lodovico per la Dio
grazia re d'Ungheria, di Gerusalemme, ^ fli Cicilia. Imperoc-
ché, favorandoci la divina potenza e grazia, noi tego^mo H*
bero e intero tutto il regno di Cicilia di qua dal Faro^ a libi
giA lungo tempo per debito di ragione conceduto, siccomie la
evidenza del fatto a tutto il mondo fa manifesto e dichiara %
noi da alcuni soldati a cavallo , e del servigio de' quali noi
al presente non abbisognamo , con soddisfazione piena eior*
tera prima a loro fatta, facemmo dare licenza, intra* quali il
duca Guernieri con certi suoi seguaci fu l'uno, dal quate oa«
porale giuramento alle sante Iddio evangele ricevemmq con.
lettere della sua promissione fatte alla nostra eocel!eni:a^ chfi
contra alla maestri nostra^ o CQotra alcuni diletti nostri Q, fe-
deli, e spezialmente e nominatamente contro a voi, ovverà Mìa
vostra comunità o città o distretto vostro , in ninna cos^ra-^
zinne farà lega, ovvero compagnia^ per protesto, ovverp d{i
cagione^ della quale noi o voi, o qualunque altri nostri di«
letti o fedeli, potessimo essere dannlGoati , molestati q jier-»
turbati in alcuno nn^do. Ma imperocché niuna fede Q.nbina
pietade é in coloro che seguitauQ le battaglie, e il detto du-
ca <tuemieri ha altre volte molte pericolose co$e sotto prcH
testo di compagnia^ avvisato di fare, e però la dilezione e
carissima amistà vostra con chiara affezione vi rechiamo 9
memoria , acciocché con diligente cura e sollecitudine veg-
ghiate^ acciocché alcuna malvagia concezione o rea affezio-»
ne di quegli soldati non potesse a voi generare alcuno noci*
mento. E 9e avvenisse, che per J*avversità de^detti solcati o
d*aUri nostri invidiatori^ contro a voi o la vostra città in aN
cuaa nocevole cosa volesse mandare furioso veleno» Infino ad
ora siamo pronti con tutto il nostro podere a voi dare il dck
^ro aluto e consiglio opportuno » acciocché la sincerità del-
l'amore, il quale tra* genitori nostri e voi già lungo tempo» e
da noi e voi fu ed é indissolubile, insieme con noi perseveri
e continuamente cresca, e gli rei de* suoi malevoli propoaitt
tlllAO DUODEClirO 175
« e inique operazioni confasione patiscano^ e pene sempiterne^
« Data in Napoli nel nostro castello reale, a di 8 del mese di
« Febbraio, prima Indizione ».
E nota lettóre, come felicemente e prosperamente il re d'Un^
sberla passò in Italia sanza alcuno contrario, ma fattogli gran-
de onore e riverenzia , e datogli aiuto di cavalieri da tutti i
signori e comuni guèlfi e gbibellini y cbe trovò per cammino ;
cbe fu tenuta grande cosa^ e quasi maraviglia , cbe in ottanta
di che egli si parti di suo paese , e' fece in gran parte la ven-
detta del suo fratello Andreasso, ed ebbe a quoto il regno di
Puglia, per piacere di Dio, sanza contasto o battaglia; cbe per
gli più si stimò, che se messer Luigi di Taranto e gli altri ba-
roni e reali del Regno ch'erano raunati a Gapova, fossono sta-
ti d'accordo e messosi al contasto, mai non avea la signoria.
Ma a cui Iddio vuole male per le peccata, gli toglie il podere
e la concordia. E l' Ecclesiastico dice: // regno si trasporta di
gente in gente per te ingiustizie e ingiurie e contumelie e diversi
inganni; e cosi appare manifestamente, che per giudicio d'Iddio
avvenisse a* reali del regno di Puglia, e desse prosperità al re
d'Ungheria; ch'egli si parti di sua terra, come dicemmo addie-
tro , a di 3 di Novembre la mattina , e preso 1' ascendente di
sua mossa, onde fece la figura che disegnamo qui appresso, co-
me si potrà vedere^ che per gli detti segni appare chiaramen-
te fossono tutti disposti alla sua prosperità e signoria. II suo a-
scendente pare che fosse il segno dello Scorpione a gradi nove,
e lo suo signore pianeta di Marte, il quale era nella decima ca-
sa, che si dice casa reale, e nella faccia di Giove e termine di
Venere fortunati, e nel segno del Leone sua triplicità , e attri-
buito al paese d' Italia, e con caput draconis fortunato e forte ,
eh' assai chiaro mostrò in parte quello che gli avvenne in suo
avvenimento. L'altre signiOcazioni e suo fine giudichi chi è del-
l'arte d'astrologia maestro. Ma noli, che quando il re entrò nel
Regno, ciò fu a di 24 di Dicembre, il suo pianeto Marte comin-
ciò a retrogradare; e quando entrò in Napoli ed ebbe la domi-
nazione , a di 23 di Gennaio , era retrogradato. Lasceremo di
questa materia , che non é ora di necessità al nostro trattato ,
ma per dare alcuno diletto a chi della scienza s' intende il ci
misi. Ancora lasceremo di procedere del re d'Ungheria, e dire-
mo come la reina Giovanna e messer Luigi e la prenzessa di
Taranto arritarono in Proenza.
Ì7^ GIOVANNI VILLANI
CAPITOLO CXV.
Come maser Luigi di Taranto e la regina Giovanna arrivarono
in Provenza,
Come in brieve dicemmo addietro, quella che si faceà chÌa->
mare la regina Giovanna, moglie che fa del re Andreasso , ar-*
rivo a Nizza in Provenza a di 20 di Gennaio con tre galee^
in sua compagnia messer Maruccio CaraccioU di Napoli^ cui eV»
la avea fatto conte camarlingo , e di sua compagnia colbt
regina si parlava d'infamia e di male e di sospetto. Come pre-
sono porto a Nizza, se n'andarono ad Achis! ; e loro giunti ad
Achisi^ il conte d'Avellino de' signori del Balzo e il signore di
Salto con altri grandi signori di Provenza furono alla detta re^
gina, e di presente feciono pigliare il detto messer Maruccio
con sei suoi compagni, e mettere nella prigione di Nuova, e Ut
regina con cortese guardia menarono al castello Arnaldo, e nnl^
Io le potea parlare in segreto, sanza la presenza de'detti baror
ni di Provenza; imperocch'erano entrati in sospetto e in gelosia»
eh' ella non facesse cambio della contea di Provenza a un'altri
contea di Francia con messer Gianni figliuolo di messer Filippo
di Valos re di Francia e suo cugino, il quale in quei giorni era
venuto ài papa in Avignone col conte d'Armignacca^ e statone
in trattato col papa^ onde i Provenzali se n' erano molto scan-
dalezzati, non volendo essere sottoposti al re di Francia, e qua-
si volendo fare rubellazione di Provenza col Dalfino di Vienna
per la detta cagione, e a petizione del re d'Ungheria; per la
qual cosa il papa temendo rimandò messer Gianni in Francia^ e
contentollo di molti danari; e dissesi che gli diede dugento mi-
gliaia di fiorini d'oro e le decime di cinque anni del reame di
Francia a venire a pagare in due anni, che sono grandissimo
tesoro. E cosi dispensò il tesoro della Chiesa pel conquisto della
Terra santa.
Messer Luigi di Taranto e messer Niccola Acciainoli di Firen-
ze suo fidato compagno venuti a Siena , messer Niccola volen*
dolo menare in Firenze (e già 1' avea condotto nel nostro con-
tado in Valdipesa), sentendosi ciò per gli priori e per gli altri
rettori di Firenze^ e dubitando che la sua venuta non generas-
se scandalo tra*ciUadini e iudiguazioae dei m d'Ungheria, rile-
LiBltO DUOÙECIJIO 177
nendolo in Firenze, di presente mandarono loro incontro due
grandi popolani per ambasciadori, dinegando loro ctie non entras**
sono nella città, ma seguissono loro cammino; e stando con loro
del continuo^ acciocché nullo albro cittadino andasse loro a par-
lare; e cosi dimorarono in Valdipesa a'Iuoghi degli Acciaiuoli
per dieci di , che nullo cittadino -y' andò , se non il yescovo di
Firenze, ch'era degli Acciainoli^ che voleva andare con loro^ e
andò,' ih corte di papa. Di questa venuta di mèsser ' Luigi' ebbe
grande mormorio tra'cittadini, che parte de' guelfi ch'amavano
i reali, e riòordavansi de'servigi ricevuti dal prenze di Taranto
suo padre, e come messer Carlo suo fratello rimase morto in
servigio del nòstro comune con messer Piero suo tìo insieme
alla sconfitta di Montecatini , V avessono volentieri ricevuto ìw
Firenze e fattogli grandissimo onore. Ma i rettori , temendo di
non dispiacere al re d'Ungheria , tennono il modo detto , e per
gli savi fn lodato per lo migliore del comune. I detti non po-
tendo venire in Firenze, avendo mandato a GrenoVa a fare con-*
diKere e armare a' loro amici due galee, per la via di Volterra
n'andarono, e'I vescovo con loro, a Porto pisano; e là si ricol-
sono a di 11 di Febbraio nel 1347. E giunti in Provenza, sen-
tendo lo stato della regina Giovanna , non s' ardirono di porre
né a Nizza né a Marsilia, anzi arrivarono ad Acquanàorta, e di
là a Bekaro nelle terre del re di Francia, e poi contro a Vi-
gnonedi là dal Rodano. Il vescovo e messer Niccola vennono
a Vignone al papa^ e tanto adoperare con lui , che la regina
Giovanna fu dilibera del castello Arnaldo, ed entrò in Vignone
con pallio sopra capo , e tutti i cardinali le vennono incontro
a cavallo, ricevendola graziosamente a grande ofiore. E a di 15
di Marzo messer Luigi ne venne al papa , e in quel di rifermò
il papa il disonesto matrimonio da messer Luigi alla detta re-
gina Giovanna (a). Ancora di questo fu il papa molto calunniar-
lo da'più cristiani che '1 seppero. E poi a di 27 di Marzo il pa-
pa diede la rosa dell'oro al detto messer Luigi, essendo in Avi-
gnone il re di Maiolica; e poi cavalcò per Avignone col penno-
ne sopra capo a guisa di re, e la regina con lui ; si tornarono
poi di là dal Rodano, e '1 papa diede loro tre cardinali a udire
la quistione da loro al re d'Ungheria , eh' erano in corte suoi
(a) Vedi Appendice n.® 37.
Gio. nilani T. 17. 23
178 GIOVANNI VILLANI
ambasciadori. Lasceremo ora questa materia ^ e diremo d'altri
signori e donne clie in questi di passarono per Firenze.
CAPITOLO CXYI*
Di eerti signori e donne che passarono per FimnauL
A di 27 di Febbraio, messer Filippino da Gonzaga de' signori
di Mantova, tornando con sua gente d'arme dal re d' Ungli^rlay
cbe Tavea accompagnato fino a Napoli, passò per Firenze, e fa
ricevuto a grande onore ^ e accompagnato da* rettori e da pia
cittadini. E di ciò fu ancora grande rumore per li guelfi d! Fi*
renze, dicendo: / nostri rettori ricevono in Firenze e fummo omo*
re a'tiranni ghibellini che ci sono stati contro co'nostri mMtei, $
non vollono ricevere messer Luigi di Taranto^ come n*è dWo tf
sopra; ma pure fu preso il migliore e lodato per gli savi, e pe*
rò n'avemo fatta memoria per assempro per V avvenire. E t di
10 di Marzo passò per Firenze la moglie del prenze di Tartn»
to , cbe si facea nominare imperadrice di Costantinopoli sanza
Io 'mperio; ed era figliuola del duca di Borbona , figlinolo dÉe
fu di Gbiaramonte della casa di Francia; la quale, poiché 1 ma-
rito con gli altri reali era mandato preso in Ungheria, se n'an-
dava in Francia. FuUe in Firenze fatto grande onore d'accom-
pagnarla da cavalieri e da donne, e albergò in casa i Pernzzi,
faccende il comune le spese per lo cammino , andando e ve-
nendo; e due di ci dimorò. E il comune le fece lettere al papa,
pregandolo , e raccomandandogliele , che s' adoperasse col re
d'Ungheria della diliberazione del suo marito e degli altri inno»
centi reali. Lasceremo alquanto delle sequele occorse per V av-
venimento del re d'Ungheria^ eh' assai n' avemo detto, e tome-
remo a dire d'altre novitadi state in Firenze e altrove in foe^
sti tempi.
CAPITOLO CXVII.
Quando si cominciò a fondare il muro di san Gregorio im JrmOf .
che richiude due pUe del ponte Rubaeonte.
In questo anno 1347 si cominciò a fondare in Arno di costa
a san Gregorio uno grosso muro con pali a castello , e preseno
LIBRO DUODECIVO 179
due pile a capo del ponte Rubaconte di là dall'Arno andando
diritto irerso levante infino alla coscia del ponte reale^ che s'or-
dinò di ilare. E di qua dal ponte più tempo dinanzi s' era co«
minciato similemente uno muro, prendendo una pila e arco dei
detto ponte, andando insino al castello Altafronte. Questi muri
%* ordinarono per conducere Arno dentro alla città per diritto
canale e accrescere terreno alla città, e spezialmente verso san
Niccolò, ed era la città più forte e più bella avendo riguardo
al parapetto del muro a modo di pila, sicché l'ordine e '1 lavo-
rio de'detti muri fu bene provveduto^ faccendosi una aggiunta,
che è di necessità^ cioè di fare un nraro di qua dal fiume d'Ar-
no alla coscia del ponte reale ^ e continuandolo verso levante
infino alle mulina di san Salvi; allargando la bocca e l'entrata
del fiume d'Arno , acciocché crescendo l'Arno , non venisse di
sopra a'fbssi e mura di qua dalla porta alla Croce o più oltre,
come avvenne Tanno 1333 al tempo del diluvio: e sarebbe la
terra più f<Hrte e più bella, e racquisterebbesi terreno^ che var-
rebbe più che non costerebbe il muro, il quale si farà, quando
qoegU reggono la città piacerà loro.
CAPITOLO cxvni.
€c^ i Boitcli furono eaeeiati d'Arezzo , e U perchè.
Nel detto anno 1347, all'uscita d' Ottobre , quegli della casa
de*Bosto1i a rumore di popolo furono cacciati d'Arezzo per for-
za e tirannie che faceano a'cittadini popolani di quella città, e
benché in Arezzo e'fossono capo di parte guelfa, erano iscono-
scenti é ingrati, spezialmente contra il comune di Firenze; che
quando erano fuori d'Arezzo con gli* altri guelfi^ dal nostro co-
mune erano sostenuti a soldi a provvisioni, e fatta per loro la
guerra contro a'Tarlatl; e poi per lo nostro comune rimessi in
Arezzo in grande stato e signoria. Ed eglino per loro superbia
peggio trattavano i nostri rettori e cittadini che v'erano per lo
comune di Firenze^ del continuo puttaneggiando col comune di
Perugia, per diminuire la signoria del comune di Firenze^ e per
meglio potere tiranneggiare la loro città. Ma a ciò non guardò
il nostro comune^ perché erano guelfi, e fece loro rendere i be-
ni loro, e ordinogli a'confiui a loro castella e possessioni fuori
d'Arezzo^ ma male steltono contenti ne' termini e confini lora
180 GIOVAHlfl VILLANI
dati, che al continuo stavano in trattati con loro amici 4*entro*
E a di 11 d'Aprile seguente, la notte, eoa loro amici a, cavallo
e a pie vennono alla terra con ideale scajUindol^ per ?ntraiCQ
dentro; furono sentiti e ripinti per forza fuori, e presi <4i. que*
gli d'entro, che rispondevano loro; e di certi fa fotta; i^iisUzia,
ed eglino e i loro seguaci furono condannati per .triidibNTi e ri^
belli. ,
CAPITOLO GXIX.
Di eerte novità che furono in Firenze in quaesti tempi.
Airuscita di Novembre, e ali* entrata di Dicembre del detto
anno 1347, subitamente montò il grano in Firenze, da soldi: ven-.
tidue che valea lo staio, in uno mezzo fiorino d' oro , e inpoo
in soldi trentacinque lo staio, onde il popolo si maravigliò, te:
mende e dubitando forte che non tornasse la carestia passata. E
ciò avvenne^ perchè la Romagna, d'onde soleva venire il grano
delle circustanze del Mugello, tutto n'andava in Ropiagna, per-,
che in Yinegia era gran caro di grano, e per la generale mor-
talità e infermità delle terre marine, come detto avemo addie*
tro, e per la venuta del re d' Ungheria in Puglia , i Veneziani
non poteano avere tratta di grano né di Cicilia né di Puglia;
e anche poteano male navigare; e però vi si provvidde per gli
uficiali dell' abbondanza di fare guardare i passi a' confini del
nostro contado e distretto verso Romagna, e di fare venire gra-
no da Pisa e di Maremma e di Siena e d'Arezzo , onde per la
buona provvisione tornò il grano in soldi ventidue e soldi venti
lo staio. £ a di 11 di Gennaio si fece riformagione per lo co-
mune, e ordinossi che le signorie, cioè il podestà, entrasse al
suo uficio a calen di Gennaio e in calen di Luglio, e il capitano
del popolo in calen di Maggio e in calen di Novembre, ed en-
trasse r esecutore degli ordinamenti della giustizia in calea
d'Aprile e in calen d'Ottobre^ com'era usato per gli tempi pas-
sati; i quali tempi s'erano rimossi per la tirannia del duca d'A-
tene^ che gli faceva a suo beneplacito, quando signoreggiò Fi*
renze. E ordinossi^ che come fussono entrate le dette signorie,
incontanente infra quindici di appresso i priori e gli altri col-
legi ch*hanno ad eleggere le dette signorie, gli dovessono eleg-
gere sotto certa pena, per cessare le preghiere 4e'rettori, e non
LIBRO DUODECIMO 181
avere cacone di raffermarli ; che fu buono e ottimo decreto ,
quando s'osservasse. Ma [U nostro difetto di. mutare spesso leg-
gi e ordini e costumi col non istante che si mette nelle rifor-
magioni 'del comune, guaisCa ogni buono ordine e legge;, ed è
nostro difetto e vizio naturale,
Che a tn(kao Novembre
• ' Non giujne (juelche tu d'Ottobre fUi,
come disse Dante. ' * •'
. I
CAPITOLO CXX.
Come la città di Pita muta stato e reggimento.
Nel detto anno 1347^ reggendosi la città di Pisa sotto il go-
verno di messer Dino e di.Tinuccio della Rocca di Maremma
loro distrettuali sotto titolo di loro conti, (eglino erano giovani
di tempo, e morti i loro maggiori), i detti della Rocca con altri
loro seguaci popolani Taveano retta buono tempo a loro senno,
e gì chiamavano la setta de'Raspanti; nia assai bene reggeano la
terra, se non che se n'erano signori liberi. L' altra setta , che
non reggeva e non aivevà uficio in comune, e per dispétto gli
chiamavano i Bergolini, i quali erano Gambacórti e Agliata e
altri ricchi mercatanti e popolani, e de'nobili e grandi v'erano
poco richiesti e peggio trattati; parendo a'detti nobili e popo-
lani essere male trattati e schiusi degli ufici, segretamente s'ac-
cordarono insieme, e poi co' conestabili delle masnade avendo
fatte di grandi impromesse, la vigilia di Natale, a di 24 di Di-
cend)re> levarono la città a rumore, gridando: Viva il popolo e
libertà, e corsono la terra, e cacciarono i conti e i detti della
Rocca e loro seguaci, sanza fare altro male nelle pèrsone, se
non di rubare e mettere fuoco nelle case di quegli della Roc-
ea» mandando a' confini i conti e loro seguaci in diversi luoghi
e paesi; e Andrea Gambacorti e suoi seguaci se ne feciono si*
gnori (a).
(a) Vedi Appendice n.® 38.
182 GIOYAimi TILLARI
CAPITOLO CXXI.
D'uno grande miracolo, ch'apparve in Vignone in Provenza.
Nel detto anno^ a di 20 di Dicembre, la mattioa levato il so-
le^ apparve in Vignone in Provenza^ ov' era la corte del papa,
sopra i palagi del detto papa , come una colonna di fuoco , e
dimorovvi per ispazio d'un' ora; la quale per tutti i cortigiani
fu veduta, e fecesene grande maraviglia, e con tutto che ciò
possa essere naturalmente per li raggi del sole a modo dell'ar-
co, tuttora fu segno di futura e grande novità , che avvenne ,
come appresso si troverà leggendo.
CAPITOLO cxxn*
Come i guelfi furono cacciati di Spulcio*
Nel detto anno, a di 10 di Gennaio, messer Piero di messer
Cello di Spulato^ il quale n'era fuori a'confini, a petizione de-
gli altri grandi guelfl di Spuleto^ perchè usava contro a loro e
gli altri soperchia maggioranza cittadina, il detto messer Piero
con suoi seguaci e amici e aiuto del capitano del Patrimonio e
del duca di Spuleto venne alla terra con suo sforzo di genti
a cavallo e a piedi; e datogli l'entrata d'una porta, entrò com-
battendo nella terra. Sentendo ciò i cittadini di Spuleto, leva-
ronsi a rumore , e presono 1' arme , onde si feciono caporali i
guelfi della terra medesimi , e per forza combattendo ruppono
messer Piero e i suoi^ e con danno di loro gli cacciarono del-
la terra. E pochi di appresso i ghibellini della terra avendo so-
spetto de'guelfi, con tutto che fossono stati con loro a cacciar-
ne messer Piero e i suoi seguaci , come ingrati e sconoscenti
gli cacciarono di Spuleto ; onde , tutto fosse loro fatta sconcia
cosa, fu giusta vendetta e presta, perché n'aveano cacciati i lo-
ro guelfl medesimi; e avvenne loro la parola del Vangelo: omne
regnum in se divisum desolabitur. Lasceremo di questa materia
per raccontare uno grande giudicio^ e quasi incredibile, che a
questi tempi avvenne per tremoti nella città di Pisa , di Vine-
gia e di Padova^ ma più in Friuli e in Baviera.
tlBftO DUODECIVO 183
CAPITOLO cxxm.
Di grandi tremoti che furono in Vinegia^ in Padova, in Bologna^
e altrove.
Nel detto anno, nel venerdì notte a di 25 di Gennaio^ furono
diversi e grandissimi tremoti in Italia nella città di Pisa , di
Bologna, di Padova, e maggiormente nella città di Yinegia, nel-
la quale rovinarono infiniti fummaiuoli , ovvero cammini , che
ve ne avéa assai e belli^ e più campanili e molte case s'aper-
sono , e tali minarono nelle dette città. E significavano alle
dette terre danni e pestilenze^ come leggendo innanzi si potrà
trovare, che furono grandi segni. Ma il pericolo fu la detta not-
te in Friuli, in Aquilea , e in parte dalla Magna , e furono si
fatti e per tale modo e con danno, che dicendolo o scrivendo-
Io parrà incredibile, ma per dire il vero e non errare nel no-
stro trattato^ si ci metteremo la copia della lettera che di là ne
mandarono certi nostri Fiorentini mercatanti, degni di fede^ il
tenore della quale diremo qui appresso , scritta e data in Udi-
ne del mese di Febbraio 1347.
CAPITOLO CXXIV.
Di grandi tremoti che furono in Friuli, e in Baviera,
e in Oiiarentana, e nella Magna e in più contrade.
Avrete udito di diversi e pericolosi tremoti che sono stati in
questi paesi , ì quali hanno fatto grandissimi danni. Correndo
gli anni del nostro Signore, secondo il corso della Chiesa di Ro-
ma 1348 indizione prima, ma secondo il nostro corso dell' An-
nuDziazione della nostra Donna correvano gli anni 1347 , a di
25 di Gennaio, il di di venerdì, e il di della conversione di san
Paolo , a ora ottava e quarta appresso vespro , che viene ore
cinque in fra la notte, furono grandissimi tremoti, e durarono
per ispazio di più ore , i quali non si ricordano per ninno uo-
mo vivente simili. In prima in Silici la porta di verso Friuli
tutta cadde. In Udine parte del palagio di messer lo patriarca
cadde, e più altre case ; e cadde il castello di san Daniello in
Friuli, e morironvi più uomini e femmine. Caddono due torri
1B4 filOYANNI TILI.ANI
del castello di Ragogna, e iscorsono infino al fiume del Taglia-*
mento, cosi nomato, e morironvi più genti* In Gelmona la me-
tà e più delle case sono rovinate e cadute, e '1 campanile del-
la maggiore chiesa tutto si fesse e aperse^ e la figura di san
Gristofano intagliala in pietra viva si fesse tutta per lo lungo.
Per gli quali miracoli e paura, i prestatori a usura della detta
terra convertiti a penitenzia, feciòno bandire, che ogói persona
ch*avesse loro dato merito e usura, andasse a loro per e»sa; e
più d'otto di continuarono di renderla. In Vincione il campani-
le della terra si fesse per mezzo , e più case rovinarono; e il
castello di Tomezzo e quello di Porestagno e quello di Destra-
fitto caddono e rovinarono quasi tutti, ove mori molta gente. Il
castello di Lemborgo, ch'era in montagna, si scommosse; rovi-
nando fu trasportato per lo tremoto da dieci miglia dal luogo
dove era in prima, tutto disfatto. Uno monte grandissimo , do-
v'era la via ch'andava al lago d* Orestagno , si fesse e partissi
per mezzo con grande rovina, rompendo il detto cammino tut-
to. E Ragni e Vedrone, due castella, con più di cinquanta vil-
le, che sono sotto il conte di Gorizia, intorno al fiume di Gie-
glia , sono rovinale e coperte da due monti , e quasi vi mori-
rono tutte le genti di quelle parti, che pochi ne scamparono.
Alla città di Villacco nell' entrare della Magna vi rovinarono
tutte le case , se non una d' uno buono uomo, giusto e carite-
vole per Dio E poi nel contado del detto Villacco e d'intorno
vi subissarono più di settanta castella e ville di sopra al fiume
d'Otri, e per simile modo andarono sottosopra, che vi s'aperse
una montagna grandissima per mezzo, e riempiè tutta la valle
ov'erano le dette ville e castella, e coperse bene dieci miglia
dove correva il detto fiume d'Otri; e uno monistero da Ristano
rovinò e sommerse , e morivvi molta gente. E '1 detto fiume
non avendo sua uscita e corso usato, al di sopra ha fatto uno
nuovo e grande lago. Nella detta citlà di Villacco molte mara-
viglie apparvono, che la grande piazza di quella si fesse a mo-
do di croce, della quale fessura prima usci sangue e poi acqua
in grande quantità. E nella chiesa di san Iacopo di quella città
vi si trovarono morte cinquecento persone che v'erano fuggite,
sanza gli altri morti della terra, che furono più delle tre parti
degli abitanti. Gli altri scamparono per divino miracolo^ latini
e forestieri e poveri. Per Gamia più di millecinquecento uomini
femmine e fanciulli sono trovati morti per gli tremoti; e tutte
LIBRO DUODECIMO 185
le chiese e case di Carnia sono cadute, e il monistero di Osca-
lecche e quello di Velchiera: quasi tutti morirono, e i rimanenti
tutti sbigfottiti, e quasi fuori di loro senno. In Baviera la città
di Trasburgo^ e a Paluzia, e alla Nuda e alla Croce oltramonti,
la maggiore parte delle case sono cadute, e morta una grande
parte della gente. E nota lettore , che le sopraddette rovine e
pericoli di tremoti sono grandi segni e giudicii di Dio, e non
ganza gran cagione e permessione di Dio; e sono di quelli mi-
racoli e segni^ che Gesù Cristo vangelizzando predisse a' suoi di-
scepoli, che doveano apparire alla fine del secolo (a).
(fl) Vedi Appendice n®. 39.
FINE DELLA CRONICA.
Gio. nUani T. tV. 24
ELOGIO
DOCUMENTI ED INDICI
ELOGIO
SOS iss<9*i^<£^9sr8 "ipssbift^sra
G,
iovaimi Villani nacque in Firenze di famiglia (1) , che
era fra le buone cittadinesche, nel secolo di Cristo certamente
decimoterzo, comecché di sua nascita non sia stato possibile
trovare né giorno né anno. Villano di Stoldo ^ dal cui nome
Scipione Ammirato (2) crede che prendessero poi il cognome
i discendenti Villani, detti anche Villani Stoldi (3), fu suo pa-
dre (4). Di lui si trova fatta menzione e nei più celebri Prio-
risti all'anno 1300 (5), in cui apparisce aver egli il primo di
(i) Cosi il Manni, e nel metodo per istadiare eon brevità le atorie
di Firenze pag. 35 dell'edizione seconda di Firenze i755, e nelle osser-
vazioni istoriche sopra i Sigilli antichi , tomo IV) Sigillo V, che è di
questa /amiglia • Il Verino intende di farla provenire da Fiesole eosi
scrivendo: Villani génus antiqìium, Fesulanus aiunnus: Hujus et historicui
stirpis perhibetur Elruscaer, Hujus et annales urbis primordio narrant; e
Antonio Pucci, che* compendiò in terza rima la storia di Gio* Villani, €
il suo MS. esiste in casa Tempi e nella Magliabechiana, in an capitolo
tra i Gasati, com'egli dice, pi& cari delle famiglie fiorentine anche quel*
lo dei Villani accenna, dicendo:
E Falconiere Palarcioni e yHlanU
(a) Nella Storia fiorentina, lib. 5 d«l Tom. I. pag. 273.
(3) È da vedersi il detto sig. Manni nelle citate osservai. Istor* sopra
i Sigilli.
(4) Cosi nelPalbero della casa Villani, pubblicato dal detto sig. Manni
nel tomo IV delle dette osservaz. Istor. sopra i Sigilli, e nella prefazio-
ne del Muratori al tomo XIII dell'opera Scriptorum rerum italicarum ,
e nel testamento di Villano, che è nella Libreria Strozziana.
(5) Nel Priorista della Riccardiana MS. Plut. Q. Ord. IV God. 7.; nel
Priofiata della Magliabech. MS. in cartapecora . fatto pel comune di F'^
190
sua famiglia goduto il sommo onore della Repubblica FioreD-
tiaa sedendo dei Signori, e nel sno sepolcro, che si vede appiè
della porta di fianco di verso tramontana della Chiesa di S.
Croce (t). In una cartapecora della Libreria Strozziana (2) si
legge il testamento fatto da Villano Tanno 1321 , per rogito di
Ser Bartolo JVfazzatelli da Montefìcalle^ ove egli oltre il lasciare
allo Spedale edificato da Mazzaferro di Ranieri a Montereggi^
presso la strada che conduce al borgo s. Lorenzo di Mugello,
eredi universali istituisce il nostro Giovanni, Filippo (S), Fran-
cesco e Matteo suoi figliuoli, quali tutti con una femmina per
nome Lapaccia , che fu moglie di Vanni di Bonaccorso , ebbe
egli da Mona Sofia , detta allora per accorciatura e genio di
lingua Mona FSa sua moglie, la quale era figliuola di Don Ugo-
lino da Coldaja (4). E poiché ho cominciato a parlare della fa-
miglia Villani, mi par proprio V accennare , che il nostro Gio^
vanni ebbe due mogli, e figliuoli dall'una e dair altra. La sua
prima moglie fu Mona Sobilla > deità Mona Bilia (5) ^ di eoi
renze, a5, Class. Cod. 63.; nel Pk'iorista a famigtie di Franccwo Segalo^
ni MS. a pag. ia5 a tergo della Libreria |MrÌYata del sig. STuddeeaao
Gabbriello Riccardi; nei Prioristi Cod. 333 Plut. IL Ord. i. Cod. taai.
Pluf» Ord. 3,6 Cud. IV Plut. VI. Ord. i della medesima Libreria. Ai
ifuali si uniscono il feccbio Scipione Ammirato nelle Storie Fiorentine,
tom. I, lib. 5, pag. 273 , e il Muratori nella prefai. cit. al tomo XIII
Scriptovum rerum italicarum, È sfuggito questo Priorato alla diligenia del
sig. Manni e nell'albero Villani e nelle osserv. sopra i Sigilli. .
(1) Nello stipite di questa porta vi è acolpita l'arme di Villano, che
contiene il puro Grifone con lettere: Sep, Villani Stoldi et filior» €i
eor, descendeniium»
(3) Questa cartapecora è segnata 773» e si legge lo spoglio lattone dal
senat. Carlo Stroiti nel Cod. DDD. 1437 della stessa Libreria.
(3) Questi fu Priore della Repubblica Fiorentina Panno i3a4 , sebbe-
ne nell'Albero del sig. Manni sia detto per isbaglio nel i3a8. Si posso-
no federe i prioristi citati di sopra.
(4) AirArcbivio generale si tro?a per ser Francesco di Lapo da Firen-
ze airanno i337. D, Fia olim Z). Ugolini de Coldaria uxor secundm
Villani Stoldi.
(5) Cosi nel testamento di Villano, cartapecora 773 della Stroisiana»
ove si yede ebe questa moglie di Giovanni era già morta, mentre Villano
habuisse et recepisse confissus fuit dote Domine Bilie quondam uxorit
ipsitis Joharuiisy e ovunque la nomina» sempre appone quondam luror.
non mi è riascito trovar la schiattò , e i suoi figliuoli che
nacquero da questa fbroiio Giovanna (1), che si maritò a Van-
ni di Giannotto dei Guidalotti, ser Bernardo Prete (2), e Fran-
cesco (d). La seconda Ai donna Mona figliuola di Francesco
de* Pani. Ella partorì a Giovanni donna Arrighetta chiamata
lìhettà, maritata a Domenico di Guidacelo de'Giugni, Villano (4)
(i) È BoaioaU nel testanento laddetto eoine figliuola di Giovanni , e
MNiglie di VaOBi dei Guidalotti insieme con aer Bernardo e Franceico
•ifeJBi firatelii» e a Ulti « tre aon fatti diferai legati. Vedi l'Albero €ÌU-
tu del sig. Bfanni e le Oiserr. Istor. aopra i Sigilli.
' (3) Di aer Bernardo prete nel 14 Novembre ir 34^ *i tro?a aver fatto
*
^ M b p ròwewo in SiiÉone di Poggio per rogito di aer Alberto di aer Roe-
«odlaèr Oio. da Bonditoafa; Z>. Bemardus filmi tohwinit ViUani pop.
#• 'MMifl^ Johannei ejut pater, Matihtùt frater nuàt fiUi dicti Pillahi
ear pmru nnàf Franeifcut otim Villani fratet* dicii Joharmit , Simon et
'J<ohaime9 fitò dieti Franeisei ex altera fkchuu compromiisum in D* Si"
monem de Podio; e nella 'Storia di a. Greaei a Yaloava il Canonico Mar-
co Antonb de'Moaai cita nn rogito di aer Roberto dt Talento da Fieaole,
in 'enl apparisce Messer 'Bernardo dr Gio. Vi'ltaiii di Firenze, vicario ge-
nerale di 'Messer Giò. del Bmi da Figline, pietano di a. Cresci a Ma-
cinoll. ' • '•' • .;.... .,.
(3) Questi è nominato eoi suor fratello ser Bernardo in un contratto
Vanno' 154^, quale esiste in cartapecora originàie posseduta dal sig. Fran-
eetco Bernldi ,' e citata dal sig. Manni. Alla notifieatione dunque di tal
contratto ai dice che fu fatta: Ahsentibut Joanne, Philippo, Francitcoei
Mattheo fiatribus, et fiL olim ViXtani Sto Idi popuU s. ProeuU de Fio-
renttà,^ et ter Bernardo et Francisco JratriÒus filiit dieti Johannit.
(4) Che donna Mònna fosse moglie di Giovanni Villani, e donna Ar-
righetta e Villano figlinoli di lei e di Giovanni è manifesto per quello
che fo ho trovato alle gabelle dei contratti nel libro F. t3 dell'anno
fl36i a p. II 4* Cosi adunque si legge; Doné, Menna J!L q, D. Franci'
«CI de Pazzh, et uxor q, Johànntt Fillani mater D, Ghette pop, t. Pe^
tri majoris Fior, recepii donatìonem a D. Ghetta fiUa q. Johannit FiU
kuii , et uxore Dominici quondam Gnidacei de Giugnis pop. a. Martini
epise. Fior* contensione preambula, et auctoritate dieti Dominici viri
ipsius D. Ghette ehnatricis ut heredis, et hereditario nomine in solidum
dicti Jehaunis patris sui de quodam jure debiti cambii deseendentis ex
majori summa florenorum octingentorum, die Fili Januari i36i. E nel
margine yZor. quatuorcentorum. E nella stessa p. ii4> poco dopo: Filla^
nut Jilius olim Dom. Johannit et diete Domine Monne, etjlrater eama -
ite diete Domine Ghette recepii dieta aie octava Januarii donationem a
192
e Matteo (1)^ Io questi tentalnó la linea di Giovanni; ^ heiK
che la famiglia Villani jier mezzo della discendenza del fratello
Matteo^ scrittore di storie^ si conservò fino all'anno 1616^ in Staisi
spense il di 19 Fcbbrajo per la morte di Lorenzo di Piero Wr
lani (2). Ella però vive ancora e vivere mai sempre nella me-
moria degli uomini , per V eterna rinomanza che le dlBdot
i suoi tre famosi storici , Filippo (3) , il mentovate Mat'
dieta Domina Ghetta de promissione dicti piti sui . de residuo de iwt
debiti Cambii descendente ex dieta swnmaflorenorun cctingeniarum oitt*
rum; e nel margine yZor. quaiuorcentorum» . -..ir
(i) Che Matteo fosse figliuolo di questa leeoLDcla moglie apparitee diia-
ro, perchè non è nominato nel testamento ^\ ViUano sopraci talp, ed egli
nell'anno 1877 si ci} lama Matteo di Giofanni Villani nel Codiee Devaa-
sati della magnifica Libreria del sig. Suddecano Riccardi eoo qo^ei^ ter-
mini : « Il qual libro .feci assemprare io Matteo di Oro, Villaari ramo
MCCCLXXVII ». Or questi non può essere il fratello di GtQTa|9ni » dM
era già morto di peste l'anno i363. Vedi il proemio della eoqtinuMione
della Cronica di A|atteo fatta da Filippo Villani, «lio figliuolo , e Scipio*
ne Ammirato lib. la pag. 635. Àggiango, cl^e. nel.teitaroento. di V^Uano
io ho ritrovato un' altra figliuola di GioTanni per nome Macia » ma di
questa si dice che era naturale , e a lei pure Villano fa un legaUK
(3) Vedi il sig. Manici nelle psservaz. sopra i Sigilli.
(3) Questi è figliuolo di Matteo e .nipote di Giovanni ; fu gtareeon-
sttltOy e pubblico professore nello studio fiorentino ove espose il poema
di Dante. Di lui, oltre. la continuazione della Cronica di Matteo tuo
padre dal i363 al i365 v'ha un'opera latina in due libri col titolo:
De origine ci^itatis Florentiae et ejusdem famosis civibus , In quale si
conserva MS. in carta Plut. 89 ìnfer. Cod. a3. della LaureniiaBa. In
questa cosi parla Filippp di Giovanni e Matteo storiografi: Distali i^imn-
tum potai de propintfuis meit vera rejerre, quo$ nec parum pare9 hu»
dare possum, Suspicionis ratio in promptu est* Nemo enim d^ se di-
centem laitdes quemquam Jeret aequo animo cum sibi augere /kmam
quilibet merito extimetur. Situi ob eam rem quamquam pene imntus
loquar j ne cineri meorum injuriam fecisse convincerer, Saltem eum pos»
sim sola nominis relatione eorum placare manes, Joannes meus pe»
truus, Mauheus pater conati sunt, quae temporum secum attuUruni me*
morata digna vulgaribus litteris demandare. Rem sane non confeeere
bellissimam . Id facere ut reor ne gesta perirent his qui ingenio «e-
liori meliora protenderent , et ut scribendi politius materiam prepara^
reni , ea fortasse gratia fonasse recolendi, quod quantum meis Jìterit,
perpetsi non Jutrlnt que secuUi relacionibus publicis inserendo confo"
teo (1), e rimmortal Giovanni. Questi^ secondo che osavano allora
i nobili cittadini^ fa di professione mercante (2), e procurò alla
sna famiglia il lostro maggiore, e colla sua prudenza, per cui
finché visse fu riputalo degno dei primi e più onorevoli inca-
richi della città (3) , e con le stimatissime istorie , che egli
scrisse in nostro volgare con somma purità di favella^ checchò
ne dicano irragionevolmente il Tassoni e il chiarissimo Mura-
tori (4)^ e con amore incredibile di verità, in quel che riguar-
cerint , calami negltgentia deperire» lì sìg* eonte Gìo. M. Mazzoccheili
pubblicò nel 1747 quest'opera tradotta e non intera^ e l'illustrò con note
e prefasione a cui si rimettono gli eruditi. Veggasi anche il sig. Manni
nel Metodo per istudiare con brevità le atorie di Firenze ^ e nelle Os-
aervaz. Istor. sopra i Sigilli antichi , tomo IV. Sig. V.
(]) È padre di Filippo, e continuatore della Cronica di Giovanni suo
fratello dopo la morte di lui dal i34d al i363. Vedi il sig. conte Mas*
zucchelli nel luogo citato , e il sig. Manni nelle due opere sopra rife-
rite. Se il fratello di Giovanni, che è in Avignone alla corte del Papa ,
e che gli dà notizia dei tesori lasciati da Giovanni XXII , sia questo
Matteo, come sospetta il conte Mazzucchelli nelle annotazioni alle Vite
degli Uomini illustri di Filippo Villani , facendo qualche osservazione
sui capitoli 19 e 20 del libro undecimo di Giovanni, è impossibile sa*
persi, mentre Giovanni non ne nomina alcuno, e altronde non apparisce
che egli abbia viaggiato.
(a) Nel principio del libro, ove son registrati gli uiEziali di Zecca ,
che si conserva MS. nella Cancelleria della Zecca in camera granducale,
si legge: Johannes Villani , et Gherardus Gentilis , civet et mercatores
Fiorentini, E nel libro delle Stinche cui riporteremo più sotto: Johan»
net Villani Stoldi, . • . mercator ceasans ete,
(3) Il Muratori nella prefazione al tomo XIII parla di Giovanni eo«
me appresso: Ceterum prudentiam tuam compositosqìMe ad pietatem atque
ad amorem patriae moret ubique historicus iste pandit , ac propterea
non immerito,, dum vixit, ad reipuhlicae negotia adhibitus est, in qui»
bus semper sagacem simul atque honestissimum civem sese exhibuit» Il
nostro Doni nel Cancelliere racconta di un Capitano che prima d'andare
ad un' impresa guerriera , volle avere il piacere di visitare il nostro
Villani ; dal che se ne deduce il credito grande che ebbe , mentre an«
Cora viveva. Vedi il sig. Manni nel Metodo citato di sopra , e il P. Ne-
gri nella storia degli Scrittori Fiorentini , ove cita tutti gli autori che
hanno parlato con lode del Villani.
(4) Nell'opera intitolata Pensieri diversi, lib. 9, quesit. i5 , prende
Alessandro Tassoni à censurar fieramente, com'egli crede, il proemio
Gio. TiUaniT.lY. 25
•x
194
da almeno gli avvenimenti de'tempi suoi (1). Per tanto rannd
1300 mise egli mano a quest'opera dopo il suo ritorno da Re*
ma^ ov' egli fu alla grande indulgenza, o vogliam dire giub*
bileo di Papa Bonifazio YIII. In questa occasione avendo egli
ammirate le innumerabili antiche rarità di quella dominante ,
e specialmente le stòrie de'Romani scritte per Sallustio , Luca-
no, Tito Livio , Valerio , Paolo Orosio e altri storici , concepì
allora, com'egli dice (2), l'idea di compilar la sua Cronica sul'
Torme di si eccellenti Maestri. Ella con tutta ragione è intito-
lata Storia universale, perciocché , come osserva il lodato Mu-
ratori, non solamente i fatti dei Fiorentini , ma quelli com-
prende ancora di quasi tutte le nazioni del mondo (3)^ V au-
Wel Villani, e sembra che il Muratori nella lodata prefazione al tomo
XIII. ScrifUorum rerum italicarum s'accordi coi sentimeDti del suo
paesano. Non so quali ragioni abbiano potuto muovere il Muratori ad
acconsentire alla critica del Tassoni , so bene che le censure di questo
letterato son frivole e ridìcole, e che tali sempre saranno trovate da chi
ha le orecchie avvezze al buono e piano volpar fiorentino , in cui ha
preluso di scrivere il nostro Giovanni , il quale nel medesimo proemio
cosi si esprime : <t £ però fedelmente io narrerò in questo libro in
« piano volgare, acciocché gli laici come gli alletterati ne possano ri-
c trarre frutto e diletto »• Si aggiunge che per la purità della lingua
è stato sempre riputato dagli Accademici della Crusca tra i primi pa-
dri della toscana favella , e il medesimo Muratori nel luogo citato o$»
serva cosi , dicendo : Hunc enim Historicum inter praecipuos ejusdem
linguae patres multa cum laude commemorar un t,
(}) Il mentovato Muratori gli fa questa giustizia nella detta prefaiio*
ne al tomo XIII Scriptorum rerum italicarum, cosi dicendo:. Nam quod
nttinet ad saecula, quae proxime illius aetatem contingunt , et polissi'
mum ad annos quihus ille Jloruii, accurato certe studio, et non medio*
cri amore veritatis Villanus res in Italia presertim gestas plerumque
recensuit,
(3) Vedi il Gap. XXXVI. del lib. 8 delle Storie di Glo. Villani dell'edi-
zione del i559, ove in fine il nostro autore dice: a E cosi mejliante la
(f grazia di Cristo nelli anni suoi i3oo tornato io da Roma cominciai
« a compilare questo libro eca » Le osservazioni poi e gli auguri sul-
1' eeclissi , comete , incendj , inondazioni e simili cose che si trovano
sparse in quest' opera , son perdonabili all' eccessiva credulità di quei
tempi, e sono opinioni d'astrologia, che allora era in gran credito.
(3) Cosi nella delta prefazione: Historias ergo non Tusciae tantum,
sed Europae totius scribere aggressus est*
195
tore llia dWisa in due parti e per ordine di tempi 1* ha dispo-
sta in dodici libri. La prima parte , che dieci libri contiene ,
comincia dairedificazione della Torre di Babel, e termina all'an-
no di nostra salate 1333. L'altra parte, che di soli due libri
é composta^ prosegue dal detto anno 1333 fino all'anno 1348,
che fu rullimo di sua vita. Stette circa due secoli occulta que-
sta storia e la prima volta comparve alla luce in Venezia pie-
aa di scorrezioni e di abbagli (1). Pretesero i Giunti di procu-
rarne al Pubblico un più corretto esemplare , e la fecero ri-
stampare a Venezia con postille in margine di Remigio Nan-
nini fiorentino, ma con poco maggiore felicità (2), sicché Tan-
no 1587, si risolvettero di pubblicarla con le stampe di Fi-
renze y ed è questa finora la migliore di ogni altra edizio-
ne (à). Sarebbe con tutto ciò desiderabile , che con 1* ajuto
de'molti testi a penna (4) , che sono nelle Libreria di questa
(i) La prima edizione di Veoetia è dell'anno i537, falla per Barlo-
lommeo Zanelti in dieci libri.
(q) Qaest'è l'edizione del i559^ fatta in Venezia ad istanza dei Giun-
ti di Firenze.
(3) E da vedersi il sig. Manhì nell' opera lodata: « Metodo per istu-
diate M. »
(4) I pi^ celebri testi a penna delle storie di GioTsnni Villani , che
si tro?Ìnb in Firenze, sono il Codice in cartapecora e in fol. del Plut.
IL ord. I. nam , 389. della Libreria del sig. Suddecano Riccardi, il
qnale , perehè fu del Davanzali , e detto il Codice Da\^anzati, Nella
fine dei libro X, poscìàcbè V\\ e il XII non furono descritti , si legge:
« Il qaal libro feci asseroprare io Matteo di Giovanni Villani 1' anno
« MDGCCLXXVII , come sta appunto «.Il Codice della Libreria Ric«
cardiana, che porta in fronte l'arme della casa ViHani^ e perciò ai cre«
de easere alato della med. Fluì. Q. Ord. III. nuro. 9 in cartapecora ed
in foglio, SI chiarissimo Sig. Lami nel catalogo dei Codici MSS. di que-
sta Libreria lo chiama Codicem elegantissimum et perantìquum. Un al-
tro che contiene i primi dieci libri della Cronica dello stesso Villani,
codice in carta ed in fol. Plut. II. Ord. 1. num. 990. scritto nel seco,
lo XIV della lodata Libreria del sig. Suddecano. Nella Magliabeohiana
se ne trova un altro alla Class. XXV. dei MSS. cod. 123 in fbl. e in
carta, scritto a colonne, e in 6ne ai legge quanto appresso : « Qui fìni-
« «ce il trattato e l'opera falla per Giovanni Villani, iscritta e ritraila del
« loro criginale libro ; di XX di Gennsjo MCCCLXXXII. ai compiè di
« serivere , e il di di santo Sebastiano , amen ». Molli altri se ne tro-
vano e nell' istessa Magliabechiana e nella Libreria di a. Maria Novella
ce. e sono di qualche merito.
196
cillà, oltre tutti gli altri^ bellissimi, e autoreToH, gè ne tentas-
se una nuova, come n'era stato fatto una volta il progetto (1),
e con dispiacere degli eruditi egli non fu poi eseguito (2). Il
nostro Giovanni mentre attendeva non meno alla mercatura
che alla sua Cronica, mirò con estremo suo dolore l'amata sua
patria agitata dalle nuove fazioni dei Bianchi e dei Neri, e fU
presente alla venuta di Carlo conte di Yalois, che ranno 1301
il di 5 di NQyembre nella chiesa di s. Maria Novella prese la
Non 80 come possa dire il sig. Muratori , ehe il eodiee del ei|. h^h^
Gio. Batr, Recaoati Patrizio Veneto sia, se non superiore, almeno eguale
di merito ai codici Borentini. Cosi fa intendere nella lodata prefiiaioM
dopo aTCr fatto mille elogi al codice Reeanati; Florentia difficile parem
Villanicae hhtoriae codicem habel , di/pcilius praenantiorem» O il sig.
Muratori non aveva notizia di questi codici, o si è ingannato nel giudi*
care del codice Recanati, tanto piò che l'edizione ch'egli ne fece in Mi*
lano a norma del codice Reeanati, è finora la peggiore che sia alla pub*
blica luce*
Questa nota merita qualche osservazione, i • I eodioi esistenti alla Rie-
cardiana rammentati dall'Autore oggi si trovano sotto altro numero: il pri*
mo, cioè il cod. DaVf sotto il N.^ i533: il secondo, sotto il N.° i53S:e
il terzo i534: e nota, ehe questo fu del celebre Salvini, a. Là dove pai^
landò del cod. Dav. dice: nella fine del liò. X, è nostra co^exione, poi-
ché l'autore scrisse XJ, tratto in errore dalla numerazione deMibrl di
quel codice, che divide il primo libro in due; e dicendo che il libro XII
non fu descritto, doveva aggiungere 1' XJ poiché vi mancano gli aitimi
due libri. 3* Finalmente, avendo l'autore chiamata l'edizione del Mura,
tori la peggiore che sia alla pubblica luce, noi diciamo, per esser pia
giusti, convenirsi un tal titolo all'edizioae di Venezia del i537 fatta per
Bartolommeo Zannetti, e all'altra de'Giunti ;559. (Qsservaz. degli editori.)
(i) L'anno 1739, dopo che fu pubblicata l'opera di Giovanni Villani
sai testo Recanati in Milano, usci alle stampe una lettera anonima aopra
la detta edizione, nella quale si scoprivano le mancanze e gli errori di
quella, e se ne progettava una nuova sui testi fiorentini. Fa risposto eoo
altra lettera in data di Milano l'anno 1730, e fu difesa la criticata edi-
zione, ma con ragioni poco sussistenti*
(3) Sono attribuite dal P. Negri nella sua Storia degli Scrittori fioren-
tini al nostro Giovanni altre opere, e specialmente la vita di Maometto,
che non è un'opera a parte, ma è una porzione del lib. II della Cronica,
come si vede in molti MSS. e nel celebre codice Davaozati; e le Cranio
che delTinclita città di Napoli con li bagni di Pozzuoh e d^lschia, le
quali son composte per messer Joanne Villano Napoletano, e non dal no*
atro Giovanni.
signoria e la gaardia di Firenze per calmare ^l'inacerbiti spi-
riti delle due sette , e conservar la città in pacifico e buono
stato (1). Lo clie non essendo al conte riuscito ^ anzi nei due
partiti sollevatosi un maggior tumulto (2) , si trovò Giovanni
a veder Tanno ^seguente un gran numero dei migliori cittadini
di parte bianca andar condannati miseramente in esìlio, e tra
questi il divino poeta Panie (3) , e nei due anni appresso fu
testimone d'infinite sciagure e pericoli a cui fu esposta per la
stessa ragione questa città (4). Ma nel Settembre dell' apno
1304 , o per motivo di mercatapzia , o per desio di conoscere
i diversi costumi degli uomini e delle città , o forse per evi*'
tare le ^venture della discordia cittadina , se n' andò il nostro
Villani in Fiandra , e pochi giorni dopo la segnalata vittoria
di Monsimpevero (5) , che sopra i Fiamminghi riportò Filippo
il Bello re di Francia , fu nel campo ove era stata la batta*
|g:Iia , e vide tutti i corpi morti , e ancora intieri (6). Quanto
(i) Vedi il capo 37 del lib. 8 della Cronica di Oiovanni Villani*
(3) Vedi il capo ^S dell'iatesso libro.
(3) Potè il nostro Giovanni facilmente conoscere il poeta Daote , che
pel 1299 era stato uno dei signori della repubblica poco avanti al prio-
rato di Villano suo padre, ed infatti Panno i33i, in cui parla della mor-
te di questo gran letterato, rammenta il suo esilio seguito in questa oe-
casione, e l'autorità che ayeva nella repubblica, facendo un elogio degno
di questo gran personaggio.
(4) Vedi i capitoli 63, 69, 71, 73, del libro 8 dell' istessa Cronica.
(5) dions in pascuis, ou Mons in Fabula, nom latin de Mons en Peu*
U; ou Mona en Pouille, villane de la Fiandre, au Diocese de Tournafé
Ita Martiniere Tom. 7 lettera M*
(6) Eccone la testimonianza del Villani medesimo nel capo 78 del lib.
8 della sua Cronica: « £ io scrittore posso ciò per veduta testimoniare,
che pochi di appresso fui in sul campo ove fu la battaglia e vidi tutti i
corpi morii, e non intamati ». Con tutto ciò il sig. Muratori nella prefa-
alone al tomo XIII Scriptorùm rerum italicàrum, dice d'esser costretto a
dubitare se veramente il Villani stesso si trovasse allora in Fiandra, •
personalmente vedesse i lagrimevoli avanzi di quella guerra , o piuttosto
tulle relazioni di Fiandra mandategli, facendo il racconto per inconside*
razione ritenesse l'ultime parole che ad altro .autore si debbano attribui-
re : dubitare pro/ecto cogor^ num reapse Villanus idem tunc in Belgio
moraretur, et funestas pugnae rtliquias eonspexerit, an potius narra tio^
nem e Belgio scriptam suam /aciens incaute postrema verba retinuerit ,
198
egli stesse lontano dalla patria^ e se si trorasse in Firenze al-
l'assedio deirimperadore Arrigfo di Lussimborgo , che nel 131it
^iiae ad alium scrlptorem sint referenda. Sii detto eoa pace di «I gran
letterato y io noii veggo alcun motivo, che possa coitringere a mettere in
dubbio questo testo del Villani , il quale ogni volta che aiseriaee nella
•oa istoria d'essere stato presente a qualche fatto, e testimone di veduta,
sempre è ritrovato veridico e fedele. Ma forse avrà dato fastidio al Murato-
ri, ohe questo fatto non aia seguito in Toscana, o almeno in Italia, e per-
ciò ne avrà fatta la frivola congettura esposta di sopra. E chi non aa che
i Fiorentini in quel tempo erano portati, o per ragione di mercatura, e
per desio di apprendere, o per tentare altrove la lor fortuna, a £ar dei
viaggi? Basta per una convincente riprova la celebre legaiione • papa 80-
nifazio Vili, seguita appunto poco tempo avanti. Ma per torre ogbi dalv
bio a qualunque più fiero critico, il medesimo Villani, di questo wéù
viaggio, e di questa dimora in Fiandra ne dà un'evidente dimostrasiont*
Al capitolo dunque 64 del medesimo libro, ove parla dei oestumi di pa-
pa Bonifazio suddetto, ch'era morto il dì 11 Ottobre dell'anno >3o3,
narra della presura in Auagni dello stesso papa , e dice che i corrieri
spediti a portarne la nuova a Filippo il Bello re di Francia, che l'aveva
fatto pigliare, si fermarono in Ànsiona di là dalle montagne di Briga, e
ne sparsero subito in quella città la novella, la quale udita dal vesco-
vo d'Ànsiona, profetizzò sventure, e eattivo esito al re di Francia, e alla
schiatta di lui. Quindi soggiunge il Villani: e e questo sapemmo poco
tempo appresso passando per Ansiona, da persone degne di fede che faro pre-
senti ad udire. » Dal ohe sene inferisce che il Villani, se pure anche in que-
ato luogo non esprime in persona propria gli altrui sentimenti, poco lem*
pò dopo, l'anno i3o3, passò per Ansiona, per cui erano passati i corrieri
spediti al re di Francia. Or qual città è mai questa Ansiona? Ansiona delta
forse prima dagli Italiani Siona, e poi per aumento datole in principio An-
aiona, è la celebre città vescovile di Sion, detta in latino Sedunum, situata
di là dalle montagne di Briga in distanza di 4^ miglia. Le montagne di Briga
in Ialino sono chiamate Monies Sempronii, e preodono il nome da un villaggio
vicino detto Sempronium in latino, e Briga in Italiano. Cosi M. Brusen la
Martiniere pag. 383 del tomo IX del gran Dizionario geografico e critioo:
Sempronius, ou comme d^autres disent, Scipionis moni* Let Laiins^ dii
Josias Simler, donneiti ce nom à la montagne qui ttt apellée Briga par
Marlian du nom d'un vìllage voisin Simpler par le f^allaissans , et Sem»
pronto par les Jtalient, £ il Baudrando alla lettera G cosi più chiara-
mente : Semproniut mons , Monttemprone pars Alpium penninarum ^o
milita passum a Sedano in ortum distai, et 94 ab Oseella in Boream
versus fontes Rhodani fluni* Dunque poco tempo dopo l'anno i3o3 il
Villani passò di là dall'Alpi, e per Ansiona, cioè per Sion^ che è tra la
199
fece gran danno ai Fiorentini, processandone e condannandone
la più gran parte (1), non ò facile congetturarlo, perclic dopo
questo viaggio non si trova notizia alcuna della sua vita, fin-
ché egli non viene ammesso ai sovrani onori della repubbli-
ca (2). L'anno adunque 1316 fu egli la prima volta dei prio-
ri (3). E tra gli altri colleghi di questo seggio furono Pela
Balducci, da cui egli fu informato del privilegio dal re di Tu-
nisi conceduto ai mercatanti di Firenze di poter nella città
di sua residenza avere abitazione, chiesa, e franchigia^ come
citili di passaggio dall'Italia in Francia, o dalla Francia in Italia. Vedi
VAtlas du Sieur Sanson alla carta intitolata det Montagne» de» Alpety
où soni remarquès le» passages de France en Italie j e per coasegueoza
potè essere in Fiandra l'anno i3o4, in cui dubita il Sig. Muratori ch'egli
yì fosae, e potè vedere i fune&ti efletti di quella battaglia , siccome egli
attesta.
(i) La sentenza dell'ìmperadore Arrigo esiste col processo MS. nella
Rìccardiana Plut* M. Ord. li, n. 3, e il chiarissimo sig. Dott» Gio. La-
m\, l*ha pubblicata nell'opera ch'è intitolata Deliciae eruditorunt. In que-
sta si veggon descritte tutte le persone condannate sotto il lor Sesto, ma
non ve n'è alcuna della famiglia Villani, comecché fossero guelfi, e spe-
cialmente Giovanni, che tale apparisce in tutta la sua Cronica, indizio,
o che in quel tempo non figuravano molto, o non erano in Firenze.
(a) bell'anno però iSi3 Gioi di Villano di Stoldo celebra un contrai*
to di compra di alcuni beni posti nel pop. di s. Maria a Buiano con
Garda vedova di Lippo di Guido del Palagio, e Andrea di Ghinetto. Ciò
si vede in ana cartapecora del sig. Francesco Bernini , e per quanto mi
riferisce il sig. Manni , Gio. Villani , e Filippo suo fratello il di 3 di
Marzo i3i4 fanno compromesso, in (j^uccìo Stefani, e Niccolò Bonaccorsi.
(3) Vedi i Priorìsti, che ho citato di sopra al priorato di Villano , e
tra gli altri specialmente il famoso della Magliabechiana, ove a quest'an*
no i3i6 si vede registrato il nome di Gio. Villani, che il di 1 5 Dicem-
bre entra in carica. A questi s'accorda il testimonio dell' autore medesi-
mo, che nel cap. 8o del lib. 9 dice d'Alberto del Giudice, di Donato
Acciainoli, e di se autore, che tutti e tre eravamo di quello collegio. £ da
notarsi lo sbaglio preso dal sig. co. Giovanni Maria Mazzucchelli, che nel-
le annotazioni alle vite degli uomini illustri di Filippo Villani dà un al*
tro priorato a Giovanni nell'anno seguente i3i7, ma questo segue dalla
diversa maniera di numerare gli anni, e lo sbaglio si rileva che nel col-
legio di quest'anno i3i6 eoi nostro Giovanni erano Pela Balducei , Al-
berto del Giudice^ t Donato Accìaiuoli, come apparisce nel testo del mio
elogio.
V • n
200
avevano quei di^Pisa (1), Mess. Pace da Certaldo 9 sotto il cai
nome abbiamo la storia della guerra di Semifonte, dalla quale
apparisce, €he Giovanni conferiva seco ^ e scambievolmente ^
comunicavano monumenti istorici (2), Alberto del Giudice , e
Donato Acciainoli, ai quali due unito il nostro Villani per spe*
zial deputazione (3) di tutto il collegio^ procurò ed ottenne ai
Fiorentini^ mercè d'un vago ingegnoso strattagemma , la pace
coi Pisani (4). In questo medesimo anno fu ancora ufiziale ,
come allora si diceva , della moneta , insieme con Gherardo
Gentile (5) , e siccome quegli che nato era per conservare ai
posteri le memorie dei trapassati^ avendo veduto che degli nfl-
ziali antecessori , e dei segni per loro usati nelle monete non
era stato tenuto verun registro, ordinò , che il cancelliere di
quell'ufizio con la possibile diligenza ricercati i nomi di tutti
quelli che fin dal cominciamento della zecca erano stati ufiziali^
e i segni che avevano nelle monete impressi , gli registrasse
esattamente in un libro, e proseguisse poi a scrivere di mano
in mano i nomi e i segni degli ufiziali avvenire (6). Sedè an-
(i) Nel capo 55 del lib. 6 della sua Cronica GioTanni Villani ci dà
questa notizia, dicendo.* « e queito sapemmo di Tero dal detto Pela uo-
mo degno di fede, che ci trovammo con lui in compagnia ali' ufioio del
priorato Tanno di Cristo i3i6 » ed è conforme al Priorista della Ma*
gliabechiana e al Priorista riferito sopra della libreria del tig. tadde-
oano Riccardi.
(3) Cosi nella storia della guerra di Semifon , pobblicata in Firenze
1-573 in 8.
(3) Vedi il capo 80 del lib, 9 ove dice: « e questa provvidenza fo
commesso per lo conte, e per tutto l'uficio dei priori , ad Alberto del
Giudice uomo di grande autoritade , e a Donato Acciainoli, e a noi aa»
tore, che tutti e tre eravamo di quello collegio. »
(4) Dal medesimo capo 80 del lib. 9. della storia del Villani ciò si
rileva chiaramente.
(5) Nel libro degli Ufiziali della moneta scritto da Salvi Dinì notaio
fior. , e allora cancelliere pel comune della zecca , che si conserva ma-
noscritto nella cancelleria della zecca in camera granducale , all' anno
i3i6 trovo scritto cosi: » Gherardus Geniilts, et Johannes Villani fue-
runt prò communi Florentìae^ Domini, et Officiales monete auri et ar-
genti, et lige dicti communis»
(6) Quest'è il libro citato nella nota superiore, ordinato farsi da Gio«
vanni e da Gherardo sopraddetti , come è chiaro dalla pre&zlone del
medesimo , ohe si legge stampata insieme con questo libro nella storia
201
Cora dei signori nell'anno 1321 (1), e nello stesso tempo aven*
do ì Fiorentini cominciato a fare le mura e le torri della por->
ta s. Gallo a quella di s. Ambrogio della città di Firenze, egli
con altri onorevoli cittadini fu deputalo ufiziale sopra questo
edificio (2) , e in questa carica continuò molti anni appresso ,
finché la città non restò tutta in giro murata (3). L' anno poi
1323 fu egli presente all'esito sventurato che ebbe V esercito
di Firenze contro Castruccio signore di Lucca (4) , il qual
mentre e'visse fu sempre nemico fiorissimo e terribile di tutti
i Toscani, e specialmente dei Fiorentini, onde Tanno 1328,
yeggendo il nostro Giovanni in gran perturbamento la sua pa-*
tria per la persecuzione continua che le faceva Castruccio , si
risolvè di scrivere a Parigi a maestro Dionisio del Borgo a s.
Sepolcro dell' ordine degli eremiti agostiniani , valente filosofo
e teologo , per intendere da lui , che fama aveva di santità ,■
quando avrebbero avuto fine queste sventure. Kicevè dall'amico
devoto il Villani nell'anno stesso lettera responsiva, che porta-
va la predizione dell' imminente morte di r4astruccio , e del
termine della guerra coi Lucchesi , siccome in fatti avvenne ,
quando appunto egli per la terza volta godeva l'onore del prio-
rato, e a comune consolazione mostrò la risposta a' suoi com-
pagni priori (5). Morto Castruccio , essendosi fatti l'anno 1329
delle monete della repubblica fiorentina del sig. Ignazio Orsini pubblio
cata in Fjr. 1760,6 nell'osservazioni isloriche sopra i sigilli del Manni,
(1) Questo secondo priorato, comecché non apparisca nella Cronica di
Giovanni, si trova in tutti i Prioristi citati di sopra dai quali si rileva,
che nel i5 Dicembre cominciò a risedere.
(a) Cosi nel capo 1 36 del lib. 9 ci dice 1' autore con queste parole:
«K Ed io trovandomi per lo comune di Firenze uficiale con altri onore«
voli cittadini sopra fare edificare le dette mura ec.»
(3) Questo apparisce dal cap. 257 del detto lib. 9 ove all'anno i3q4
dice , che la misura di queste mura fu presa diligentemente ad istanza
di noi autore , essendo per lo comune uficiale sopra le mura y e in fatti
impiega tutto questo capitolo, e il seguente a5d in parlare dell' edifica*
zione, e della diligente misura di quelle.
(4) Si può vedere il cap. 24 del lib. 9 ove I* autore parla di questa
guerra y e gli altri capitoli che seguono 220 233 293 295 3oi 3o5
3i6 3i9 323 328 333 del medesimo libro, e il capo 85 e 86 del
lib. IO.
(5) Tutto questo chiaramente si rileva da quello che scrive Giovan.
Già. Villani T. lY. 26
202
signori di Lucca alcuni Tedeschi , che da Lodovico di BaViera
si erano ribellati^ detti Tedeschi del Cerruglio, perchè si forti-
ficarono in questo luogo^ posto sulla montagna di Yivinaia e di
Monte Chiaro nella Valdinievole, offersero al comune di Firen-
ze la signoria di Lucca per lo sborso di ottantamila fiorini
d' oro.
Entrò in questo trattato con gran piacere anche il nostro Gio-
vanni (1), e insieme con altri ricchi cittadini desiderando di far,
questa compra a onore e vantaggio di Firenze^ progettò , che
se il comune avesse loro accordato quattordicimila fiorini d'oro,
eglino volontariamente avrebbero di proprio supplito al restao-
te della somma. Ma per la discordia ed invidia che regnava
nella repubblica, ebbe il dispiacere di dover rifiutare più d'u-
na volta questo contratto. L^anno seguente per l' arte del mer-
catanti di Calimala, custodi dell'opera di s. Giovanni, fa egli
ufiziale al lavorio d'alcune porte di metallo , che anche ip og-
gi si veggono adornar quel tempio, gettate da maestri venezia-
ni , e pulite e dorate per Andrea Pisano, siccome. nel tempo
medesimo per singoiar deputazione sopralntese al total compi-
mento del campanile della Badia di Firenze» fatto a spese ed
istanza del cardinal Giovanni degli Orsini, che ne godeva la
signoria e l' entrata (2). Fu di grande inquietudine al ViBanl
Tanno 1331, perciocché essendo egli camarlingo del comune di
Firenze sopra la costruzione delle mura delle città in compa*.
gaia di fra Grimaldo dei Cenni, fra Alessandro Masi, amendoe
ni nel cap. 87 del lib* io, e il terzo priorato specìaltnente da queatr
piirole; « e come io ebbi questa lettera, la mostrai a'miei compagni prio»
ri, ch*era allora di quello collegio ; » e tutti i Prioristi di sopra citili
si accordano. Solo il sig. Manni neU' oMervazioni sopra i sigilli , fe%,
i sbaglio , mi credo, di stampa, mette questo priorato nel l334 , e il .
medesimo fa nell' albero della famiglia Villani , dando a Filippo fratello ^
di Giovanni il priorato nel i3aS^ quando egli lo godè nel i3a4* ^^
questo priorato Giovanni comineiò a ledere dei sigtiori il di 1 5 Agosto.
(1) Si ricava ciò dal capo i44 del lib* 10 ove cosi s'esprime: « E
di ciò potemo rendere piena fede noi autqre, perocché fummo di' quelli. »
(a) Cosi nel cap. 178 dello stesso lib. '10. « E noi autore per l'arte
de' mercatanti di Calimala, guardiani dell'opera di S. Giovanni , fui ufi*
ciale a far fare il detto lavorio , e nel detto anno s'aliò, e compiè il
campanile della Badia di Firenze, e per noi fu fatto fare a prego e istaa»
za di mess* Gio* degli Orsini di Roma cardinale , ec.» .
203
deirórdine dei Servi, e di Alamanno Torelli, fu data loro l'ac-
cusa di avere impiegato il pubblico danaro in usi propri e
privali (1), onde ne soffersero processo, inquisizione, e rigoro-
so rendimento di conti.
Ma ebbe poi la consolazione d' esser pienamente coi suoi
colleghi assoluto da ogni dolo , frode , e baratteria , per sen-
tenza di Attendolo dei Cornaressi da Imola , giudice deputa-
to (2). Neir anno seguente avendo i Fiorentini fabbricata una
terra presso ai loro confini verso Bologna , per tener in sog-
(l) Tutte queste notizie l'ho ricavate Ja un codice dell'archivio dei
PP. Serviti della SS. Annunziata di Firenze segnato num. a che nella
coperta porta scritte le seguenti parole: In isto libco €ontinentur iniroì'
tutti et expense perdente , et Jacie per Joannem P Ulani, et Alamannum
Toreili et per Fr* Grimaldum, et Fr* Alexandrum camerarios deputa"
tot prò comune Flor^ntie super construzione murorum , poriarum^ tur*
riuntf et barbaganorum civitatis Floreniie, de quo introitu, et erspenm
sis reddita est ratio Domino Attendolo ludici ad videndum rationes
omnet ec. In principio di questo libro si legge: Anno Domini i33i die
Vili mensÌÉ Aprìlis , quod offictum durai usque ad XXV mensis OctO'
brìi, e poi sotto: Hic incipit introiius perventus ad manut meas in 5i-
mul perv^ntus ad manus Joannis Villani , et Alamanni camerariorum
commufij^ de pecunia concessa a comune prò redificatione murorum ci»
vitati» Florentie eie*
(a) Nel medesimo archivio v'ha una cartapecora num. ao6, nella qua«
\e apparisce 1' assQluziooe data a questi camarlinghi dal detto giudice ,
la quale è rogata da ser Pietro Gucci notaio di S« Minialo , e cosi co*
mincia: In Cristi nomine, amen, Hec sunt condepnationes et absolutio»
nes, et aumma condepnationum et absolutionum date late, et Jormaliter
pronuntiate per sapientem Dominum Attendolum de Cornarexis de JmO'
\la judicis, ei ojfitialis super revidendis , et inquirendis juribus , et ra»
tionibua comwmnia Florentie , et aignate per ser Peirum Gucci de s,
[Miniate notarium , et nunc notarium, et ojfitialem dicti Domini Atten»
doli, et comunia Florentie occasione processus , et inquisitionis /ormate
in infrascriptoa homines, e personas prò excessibus Jraudìbus, et bara-^
cteriis, per eos comissis , et perpetratis sub anno Domini i33i. E nel
corpo dell'assoluzione si leggono i nomi delle persone assolute nella ma-
niera che segue; Frater Grimaldus de Cenuis,etfrater Alexander Ma^
si de ordine fratrum servorum Sancte Marie, Joannea Villani populi a*
firoculi, Alemannus Torelli, populi s, Jacobi* M'ha comunicato questo
bel monumento il gentilissimo ?• Maestro Tozzi mollo pratico ^ e beoe«
merito di quell'archivio.
204
gezione gli Ubaldini , egli suggerì che le fosse posto il nome
di Firenzuola (1). In gran pericolo vide la sua patria Tanno
1333, per le continue dirotte pioggie , per cui il fiume Arno
gonfio d'acque s'alzò fuori del suo letto , e oltre aver coperto
il Casentino, il pian d'Arezzo, e il Valdarno superiore, inondò
ancora e le campagne e quasi tutta la città di Firenze, e re-
cò un danno indicibile agli abitanti di fuori e di dentro le
mura (2).
Dopo queste ed altre sciagure della nostra Firenze , e dopo
la dispendiosa e infelice guerra che sostennero i Fiorentini
rontro Mastino della Scala, Tanno 1341 di nuovo entrarono in
trattato col detto Mastino di comprare da lui, che n'era libero
signore , la città e il distretto di Lucca , e offersero di dame
in prezzo dugcntocinquantamila fiorini d'oro in certe determi-
nate paghe. Or per osservanza di questi patti avendo dovuto il
comune di Firenze mandare a Ferrara sotto la guardia dei
marchesi , amici e mediatori , cinquanta cittadini in ostaggio ,
Ira questi vi fu Giovanni, quantunque non consentisse a questo
contralto, il quale nel di 9 d'Agosto di quest'anno parti di Fi-
renze co' suoi compagni , e si trattenne due mesi e mezzo in
Ferrara, ove furono tutti ricevuti con grande onore (3).
Ma dimorando in quest'ostaggio furono sorpresi dall'infausta
nuova della sconfìtta che i Pisani sotto Lucca data avevano al-
l' esercito fiorentino , sicché entrarono in gran timore di non
restar prigionieri del mentovato Mastino (4). L' anno dopo si
(i) Nel cap. 3o3 del lib. io attesta Giovanni cosi. « Noi autore di
quest'opera, trovandomi tra loro, dissi: io vi darò uno nome molto beU
Jo e utile » : e poco dopo : <t perchè io la nominerò , e quando a voi
piacesse, Firenzuola » : e poco dopo; « e cosi si chiamò »;
(3) Vedi i Cap. i a 3 4 del lib. li, e al capo 9 nota tutte le sreo-
ture sofTerte dalla nostra città cronologicamente disposte dal i3oo fino
al i333.
(3) Vedi il Cap. 139 del detto libro, ove cosi parla: « E noi autore
di qtu'st'opci'9, tuttoché a noi non si confacesse, e fosse contro nostra vo-
lontà, fummo del detto collegio e numero per lo sesto di Porta S. Piero,
e stemmo in Ferrara due mesi e mezzo ».
(ì) Nel Cap. i34 del medesimo lib. cosi dice: «e Quando fu la detta scon*
fìtta, noi Gio. Villani autore di quest' opera eravamo in Ferrara stadico
di mess. Mastino per lo nostro comune e due giorni appresso
205
troYÒ air ingresso che fece in Firenze mess* Gualtieri duca
d'Atene^ eletto capitano e conservatore del xH)polo^ e con gran
rammarico fu presente in seguito a tutte le mutazioni e tu-
multi che per cagione di questo duca , che se n' era fatto si-
gnore, avvennero, e specialmente alla fiera sollevazione, in cui
lo scacciarono di Firenze (1). Il nostro Giovanni non ebbe men
dolore delle pubbliche che delle private sue calamità in que-
sto tempo, perciocché essendo fallita la compagnia de'Bardi, è
avendo tratte nel loro fallimento altre minori compagnie, e tra
queste la compagnia de'Bonaccorsi, della quale era socio il Vil-
lani , come mercante fuggitivo e cessante, l'anno 1345, senza
sua colpa, qual altro Cimone, fu ritenuto nelle pubbliche car-
ceri delle Stìnche (2). Finalmente la mortifera pestilenza , che
avemmo la novella assai pia grave ch'ella non fa, e ci avvisammo tulli
esser prigioni di mess. Mastino ».
(i) Nel cap. 1 del lib. ii cominciando a parlare della venuta del du-
ca d'Atene, e delle mutazioni che per quella seguirono, dice che farà men-
zione di cose si diverse <i ch'io autore che fui presente mi fa dubitare
che per li nostri successori appena sieno credute di vero. E fu pur cosi
come diremo appresso ». E a questo proposito vedi il cap. a e i cap. 8
i5 |fi.
(3) L'anno i345 del mese di Gennaio falli la compagnia dei Bardi, i
qua\i erano stati i maggiori mercatanti d'Italia. Vedi il cap. 34 del lib.
12, in fine del quale cosi dice Giovanni. « Con tutto noi ci scusiamo,
che in parte per lo dello caso tocchi a noi autore, onde ci grava e pesa,
ma tutto avviene per la fallibile fortuna delle cose temporali di questo
misero mondo ». Dal che ne segui anche la prigionia di Giovanni , che
si trova in un libro che si conserva nell'archivio del Monte comune, che
ha per titolo: Liber Carceratorum, et Carceratariim, et eorurn recomen^
dationum ser Joannis ser Parentis notnriì prò sex mensibus Octobris, etc»
In questo libro il di 4 ^^^ mese di Febbraio i345, si trova la sua car*
cerazione, e diverse staggine che gli son fatte, e la partita cosi dice:
Die IJIL mensit Fehruarii i345.
Joannes Villani Stoldi sottus sotietatis de Bonacursis de Florentia ^
que %fulgariter appeliatur sotieias Bandirti, et Betini de Bonacursis^ et
aoiiorum^ mercator. cessans, et yUgiliuus, recomendatus fuit ex parte iu^
dicis collateralis Domini Potestatis quarterìi S» Spiritus, et Sancte Cru*
cis ad petitionem Joannis Dencini popitli S, Petri Maioris Procuratorls
\te procuratorio nomine Sindicorum creditorum diete sotietatis, et sotiom
206
alquanti anni daranti (1) in varie parti avea fotta lagrimeTole
strage d' ìnnumerabili viventi , essendo ali' egregia città di Fi-
renze pervenuta, tra molti illustri cittadini che rimasero colti
da quella si novera Giovanni Villani y il quale e le sue storie
rum de Bonàctirtit tanquam mercator cestans, etfugitwui^ ei pronuptia»
tuSf et condepnatus mercator cessans et fugitivuf prò librit cenium flo^
renorum parvorum^ in quibus condepnatus fuit, et est occasione diete ces"
sationis et JUge , et prò exsecutione conventionum , et pactorum concor*
die, et eorum que fieri, et adimpleri debtnt per dictum Johannem sotium
diete totietatis secundum formam pactorum, et conventionum ipsius con*
cordie inite per Sindicos dictorum Creditorum ex una parte, dictum
Johannem Villani, et alios sotiót diete sotietatis ex alia , et prò ftorC'
nis auri mille ex ma Jori summa per Johannem Durantis, et iustum Gini
Nuntios communis Florentie, et per ter Petrum notarium Domini Pote^
statis , et familie, E nel margine si legge : Recomendatus Juit dìctut
Johannes die 5 Februarii \ e poco più sotto nello stesso margine ;, per
libras centum prò quondam condepnatione diete facta in una parte ^ et
per Jlorenos auri mille ex major i summa,
Item extagitus Juit dictus Johannes Villani dieta die ^ ex parte di*
eli Judicis ad petitionem dicti Johannis Bencini Procuratoris , e prò*
ewatorio nomine predictorum Sindicorum per Johannem Mannini nun-
tium Communis Florentie^ et familie» E nel margine: per florenos mille
auri ex majori summa,
Item extagitus Juit dictus Johannes Villani dieta die ex parte Judicis
Causarum Cii^ilium Quarterii Sancte Crucis ad petitionem Simonis filii,
et procuratoris Francisci Villani, questi era nipote di fratello del me-
desimo Giovanni , tanquam Mercator cessans et Jugititfus per Joannem
Mannini Nuntium Communis Florentie, E nel margine: per florenos tri'
ginta auri ex majori summa,
Jtem extagitus Juit dictus Joannes die XX Februarii ex parte Offt*
tialium Mercanzie ad petitionem Dini Ceri populi S, Petrì Scheradii,
et Nichelai Tani populi S, Simonis per Matum Junte Nuntium dicti
Ojffitii, E nel magi ne: per florenos quingentos auri ex majori summa,
(i) Questue l'orribile peste descritta pateticamente da Giovanni Boccac-
cio nel principio del celebre suo Decamerone p e rammentata da Matteo
Villani fratello , e continuatore della Cronica del nostro Giovanni nella
parte seconda del suo proemio alU Cronica universale de'suoi tempi eon
queste parole: « Nella quale mortalità considerando la moltitudine che
allora vivea in eomparazione di coloro ch'erano in vita al tempo del ge-
nerale diluvio assai pia ne morirono in questa che in quella, seconda la
stimazione di molli discreti ec.n
e la mortai vita termiDÒ neir estate dell'anno 1348 (1) , e fu
sepolto nella chiesa dell'Annunziala de'Padri Serviti della me-
desima città^ ove Jacopo di Giovanni Villani , molto tempo do-
po, nel pavimento della cappella di sua famiglia (2) ^ che al
presente si chiama del Crocifisso, fece porre la seguente iscri-
zione:
S. JACOBI iOHANNIS MATBCI DE VILLANIS GIVIS ET
MERCATOBIS FLORENTINI CVIVS PATRVVS MAGNVS ET
AVVS FLORENTINK VRBIS GESTA SCRIPSERVNT
COKSTRVCTVM AB EODEM IN ANNO MCCCCXLV.
Doit. Pietro Massa
(i) Cosi il lodato Matteo Villani nel citato proemio ci attesta ; « Nel-
la qual mortalità avendo renduta T anima a Dio 1' Autore della Cro-
BÌca^ nominata la Cronica di Gio. Villani cittadino di Firenze, al qua-
le per sangue e dilezione fui strettamente congiunto , dopo molte fortu-
ne e grandi, e più conoscimento della calamità del mondo che della pro-
sperità di quello non gli ayea dimostrato ec. »
(a) Per relazione del sig. Manni ebbe la famìglia Villani anticamente
un'altra cappella nella chiesa di s. Procolo , la quale perciocché rimase
indotata in oggi non esiste più. Ciò si può agevolmente credere, poiché
i Villani ebbero sempre le case di loro abitazione in questo popolo ,
come si vede aopra nella cartapecora dell'archivio de'Padri Serviti, e in
altri contratti da me citati.
VOCI E MODI
MANCANTI NEL VOCABOLARIO
BEGLI
ACCADEMICI DELLA CRUSCA
ESTRATTI DALLA CRONICA
DI
GIOVANNI VILLANI
A
ccoTiTÀTO : add. confidente , intrinseco. Uh. 12 , eaf. 34 5
fag. 62. Mandando sovente sue lettere in Firenze a certi
suoi accontati amici. — Deriva da acconto sost. come si ìia
nel Yocab. ov'è riportato il suddetto esempio.
Adequabe : agguagliare , pareggiare ; lo stesso che adeguareé
Lib. 11, eap. 1, pag. 207. lo che vidi queste cose, per nullo
numero le potrei, né saprei adequare^ né porreivi somma di
stima. — Il Vocabolorio non ha il verbo adequare , ma si il
sost. adequazione.
Apfoltabe: neut: pass, affollarsi, urtarsi in folla , ammassarsi
l'un sopra Taltro. Lib. 12, eap. 67, pag. 112. Credendo rom-
pere gr Inghilesi , eglino medesimi s' affoltavano 1* uno sopra
l'altro. — Qualche antico testo a penna, e l'edizione de'Giun-
Gio. rniani T. IT. 27
210
ti del 1559 legge aff oliati invece di affollati , poco sopra in
questo stesso capitolo.
Affrontare: neut. pass, porsi a fronte. Lib, 8 , cap. 58 , pag,
71. Uscirono di Doai , e s'affrontarono incontro all'oste del
re^ gridando di e notte battaglia battaglia. E Lib. 7 eap. 131,
pag. 459. E ricevuto per li Fiorentini allegramente il gaggio
della battaglia, di concordia si schierarono, e affrontarono le
due osti più ordinatamente per l'una parte e per l'altra, che
mai s'affrontasse battaglia in Italia.
Amichissimo: lo stesso che amicissimo. Lib, 12 , eap. 10 ^ pag»
23. Fu dolce signore e amorevole , e amichissimo del nostro
comune di Firenze.
Apparecchiare: neut. pass, accompagnato dal secondo caso di
cosa, vale provvedersi. Lib. 7, cap. 1, pag, 319. Siccome
per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Cicilia e di Pu-
glia , si s' apparecchiò di cavalieri e di baroni per fornire
sua impresa , e passare in Italia.
Approvare: neut. pass, venire alla prova, all'adempimento , ad
effetto, avverarsi. Lib. 9, cap. ii, pag. 153. E approvossi la
risposta di messer Maffeo , la quale gli lece per 1' uomo di
corte.
8
Arbitrato : ordine o magistrato degli arbitri. Lib. 8 , cap. i ,
pag. 5. Faccendosi in Firenze ordine d'arbitrato in correggere
gli statuti e le nostre leggi. — Nel Vocabolario è riportata
questa voce, ma senza esempio.
211
AnKiYÀR male: capitar male. Lib. 1. eap. 15, pag. 31. Distratta
Troia , i Greci che si partirò dall' assedio la maggior parte
arivaro male, chi per fortuna di mare , e chi per discordia
e guerre tra loro.
10
Assentire: lo stesso che sentire in significato di conoscere o
sapere , ed ha V incremento di una sillaba a principio per
vezzo di lingua; e si usa come il verbo assapere , cioè , so-
lamente dopo il verbo fare. Lib, S, eap. 101, pag. 134. Que-
sto apparecchiamento del re , e suo intendimento , fu fatto
segretamente assentire al papa Il papa temendo della
venuta del re con tanta forza, ec.
11
àtare: (aiutare) col sesto caso accompagnato dalla prep. da:
difendere, liberare. Lib. 2, eap. 20, pag. 119. Perocché non
atavano gli Romani dalle ingiurie de'Lombardi e de' Toscani,
uè '1 papa né la Chiesa de' tiranni che la perseguieno. --^
Dante i Inf.
Vedi la bestia per cu'io mi volsij
Aiutami da lei, fòmoso saggio.
12
Avrosamente: in luogo di avventurosamente. Lib. 2^ eap. 8,
pag. 99. Gli diede in guardia il suo maestro i suoi cam-
melli, e guidare sue mercatànzie^ le quali bene avrosamente
avanzò.
13
A V VISIONE : visione. Lib. 5, eap. 4 , pag. 192. La notte che la
madre il generò^ le venne in visione, che di corpo le usciva
una quercia. ... e veramente fu avvisione di vera profezia.
212
E cap. 25, j^ag. 207. Con tutto che in avyisione avvenne al
detto papa, che la chiesa di Laterano gli cadea addosso.
§ Posto avverbialm. vale anche secondo V avviso , o Vopi-
nione di qualcuno. Lib. 4 , cap. 2, pag. 138. Per lo bosco si
smarrì da sua gente, e capitò^ alla sua avvisione^ a una fab<
brica dove s'usa di fare il ferro.
14
Basciare: V, a. baciare. Lib. 2, eap. 13, pag. 110, E là giù-
gnendo^ le porte della città e di tutte le chiese basciò , e a
ciascuna chiesa offerse riccamente.
i5
Bianca: sost. f. panno di lana bianco per uso di foderare o
soppannare abiti da inverno , e da far camiciuole , che co-
munemente dicesi bianchetta y la qual voce pur manca nel
Vocabolario. Lib. 8, cap. 79, pag. 107. E in tre settimane
dopo la sconfitta ebbono rifatti padiglioni e trabacche; e chi
non ebbe panno lino , si le fec^ di buone bianche d' Ipro o
di Gapto*
BiSTENTARE: temporeggiare , stare neir incertezza armeggiare;
Lib, 9, cap. 303, pag. 329. Nell'oste de' Fiorentini» q ancora
in Firenze , ebbe contasto ad andare più innanzi , o di tor-
nare all'assedio a santa Maria a Monte; e in questo bistentaro
e ristettono ad Altopascio E cap. 352 , pag. 363. Ma poco
v'approdare di racquistare fortezza ninna , se non che arso-
ne per forza combattendo i borghi di Lie vanto, e poi quelli
di Lerice; e bistentando nel golfo della Spezia, non s'ardiro-
po di scendere in Lunigiana, r- Il Vocab. spiega; stare in
gran pena e disagio^ quasi che dir volesse doppiamente stenta-
fé; ma questo senso non par che convenga nei luoghi citati*
17
Ciancellare: dissimulare, andar con finzione, vacillar nella fé-
(le. Lib, 12, cap. 104^ pag. 155. E cosi avvenne fra li detti
\
213
reali, che tuttora con poca fermezza cìancellavano insieme. '—
Il Vocab. ha cancellare. Ved. la not. 1 a pag. 155 del T. IV.
18
CjtfiERA: lo stesso che cimiero, cioè , la crésta che si porta su
Telmo. Lib. 7, cap. 9, pag. 332. E mettendosi V elmo, un' a-
quila d' argento eh' egli avea ivi su per cimiera , gli cadde
in su l'arcione dinanzi.
19 ,
Comprendere : disegnare , o fissare i confini. Lib. 1 , cap. 38 ,
pag. 60. Cesare adunque , compreso V edificio della città ^ e
messovi dentro due ville. . . voleva quella appellare per suo
nome Cesarla.
20
Conducere, o condurre: prendere o tenere al soldo ^ o a sala-
rio , nello stesso modo che si dice condurre una casa , un
campo ec. per prendere a pigione ^ o in affitto ec Lib. 6 ,
cap, IS, pag. 297. I sopraddetti Tedeschi non erano pagati
per più di tre mesi. • . né moneta non aveano da più con-
ducergll.
21
Contenza: contesa. Lib. 6, cap. % , pag. 227 . E cominciossi {la
guerr4i) per cosi vii cosa, come fu per la contenza d'uno pic<«
colo cagnuolo.
22
CoNTRA: addietro , ovvero dirimpetto. Lib. 10 , cap. 3 , pag. 8.
Ove fu il duca , e tutta sua gente ^ e' Fiorentini e' forestieri
cpntra detti.
2U
23
Corso: posto avverbìalm. vale per maniera di contare gli anni.
Lib. 10^ cap. 34^ pag. 36. Gli diedono la terra a di 8 d'Ot-
tobre, gli a0Qi della incarnazione di Cristo 1327^ al nostro
cprso.
24
Di : segnacaso del genitivo an che del numero del più , e sta
invece di dei, o degli. Lib , 1, cap. 29^ pag. 51. E V origine
e cominciamento di Troiani nacque e venne da Bardano fi-
gliuolo dello re Attalante della citti di Fies e.
25
Difenza: (dal francese) difesa. Lib. 6, cap. 38, pag. 261. Subi-
tamente assalendo la detta gente, per ia notte ch*era^ e subi*
to assalto, sanza nulla difenza furono sconfitti.
26
Diliveragione: deliberazione, risoluzione. Lib. 9, eap. 214 pag.
279. E mandarono a Firenze ambasciadori per la diliveragio-
ne del cavalcare o tornare l'oste a Firenze.
27
Dotare: (col terzo caso di persona) dare in dote. Lib. 2 , eap.
13^ pag. ili. E confermò alla Chiesa ciò che suo padre le a-
vea dotato.
28
Empito: add. impetuoso. Lib. 8, cap. 71, pag. 90. E fu si em-
pito e furioso il maladetto fuoco col conforto del vento a
tramontana, che traeva forte^ che ec.
2i5
29
Epicurto: add. dissoluto^ molle, al costume degli Epicurei. Lib. 6,
cap. I9 pag 224. In luti' i diletti corporali volle abbondare^
e quasi vita epicuria tenne — Neil' Etica di Aristotele di
Brunetto Latini trovasi nel numero del più epieuriù Ediz. di
Lione 1568. Vedi annot. N. 1, Tom. L pag. 224.
30
Ferrata: Torma che si fa dal ferro del cavallo. Lib. i, eap, 32,
pag. 53. Fece ferrare i suoi cavalli a ritroso, acciocché par-
tendosi^ le ferrate de'cavalli mostrassono che gente fosse en-
trata in Fiesole, e non uscita.
31
Fiato: di tre sillabe^ da fioi servigio che si presta dal vassallo
feudatario. Lib. 12, eap. 39, pag. 70. Più altri cavalieri ol-
tramontani v'andarono per avere perdono^ e chi al fiato del-
la Chiesa.
32
Frequentato: (in qualche cosa) pratico, esercitato^ ovvero de-
dito. Lib. 3 , cap. 1 , pag. 126. E sono i cittadini di quella
(di Firenze) frequentati in mercatanzie^ e in arti.
33
Giugnere: in signif. di raggiugnere. Lib. 12, eap, 108, pag. 162.
E partironsi di Firenze a di ec. e giunsono il re d'Ungheria
in Forl)^ e là ^li fecìono riverenza.
34
Inanimarsi contro qualcuno: indisporsi , adirarsi. Lib. S, eap.
62, pag. 77. Il papa maggiormente s* inanimò contro al re.
§. Porsi in animo, mettersi in cuore di fare una cosa. Lib.
216
8, cap. 111, pag. 139. I Lucchesi vennero a Serravalle popo-
lo e cavalieri^ inanimati di disfare Pistoia al tutto.
35
Intasiolare: V. a. ^lastare^ scalfire, spaccare, far crepare. Lib.
11, cap. 1, pag. 205. E al ponte Rubaconte l'Arno valicò l' ac-
cora dal lato, e ruppe le sponde in parte, e intamolò in più
luogora. Ved. la nota 1, Tom. ni. pag. 205.
36
Inviarsi con alcuno: metaf. unirsi, uniformarsi^ prendere a far
lo stesso che un altro. Lib. 1, cap. 38, pag. 60. Allora Ma-
crino, Albino, Gnep Pompeo e Marzio , apparecchiati di for-
nimenti e di maestri, vennero da Roma alla cittade che Cesa-
re edificava, e inviandosi con Cesare, si divisono l'edificare
in questo modo.
37
MiSELLO: lebbroso. V. Du-Fresne alla voce misellus Lib. S, cap.
108, pag. 138. Iscusandosi per certa malattia eh' avea di ve-
nire misello.
38
N£L GENERO: avv. generalmente parlando , in generale. Lib. 2 ,
cap. 8, pag. 104. Ma nel genero la legge dell' uno califlb e
dell'altro si concordavano insieme nella larghezza de' diletti
carnali.
39
Origine: di gen. mas. Lib. 7 , cap. 1 , pag. 319. Ma acciocché
più apertamente si possa sapere per quelli che sono a venire,
come questo Carlo fu il primo origine de' re di Cicilia e di
Puglia stratti della casa di Francia.
40
Pallottierà: quel ritegno nella corda degli archi ove si acco-
moda la freccia, o la pallottola per tirare. Lib. 8^ cap. 35,
pag. 53. Ordinò che tutte quelle (saette) di gua gente Tossono
sanza cocca^ e le corde de'suoi archi con pallottiera, che po-
teano saettare le loro^ e quelle de'saracini.
41
PoRPRESO: circuito, giro. Lib 10, cap. 102, pag. 97. Il castel-
lo era assai forte di sito ec, ma era d'uno grande giro e por-
preso. Il Vocabol. legge propreso.
42
Prendersi di alcuno: innamorarsi. Lib. 7 , cap. 39 , pag. 369.
Adoardo veggendola, si prese di lei.
43
pROVEDERsi DI ALCUxNA COSA: prevedere, antivedere. Lib, 12, cap.
102, pag. 151. E avendo non con buona provedenza dato co-
miato agli Arabi che l'avieno rimesso in signoria, e non pro-
vedendosi della guerra del fratello, il re Amare venne a Tu-
nisi con duemila cavalieri.
44
Residio: luogo ove risedere. Lib. 1, cap. 56, pag. 76. E quelli
rimasi in riposo nel detto luogo, vi si cominciarono ad abi-
tare^ e fecionvi due residii a modo di castella.
45
Retare: redare , ereditare. Lib. 2 , cap» 8 , pag. 102. E fece
legge, che quale ancella, cioè serva, ingrossasse di Saracino,
fosse liberai e cosi retasse il suo figliuolo come quello della
moglie.
Gio. Villani T. lY. 28
21B
46
Risposto: lo stesso che risposta. Lib. 1 , cap. 9 , pag. 2t. Dal
quale idolo ebbono risposto, o per commissione divioa^ o per
artificio diabolico, che Dardano dovesse andare ec.
47
Bimestire: mescolare^ confondere due cose in una, quasi rinne^
stare, Lib. 6, cap. 82, pag. 306. E questi due proverbi rime-
sti in uno.
48
AtJDO^ o RUDE, o RUDDo: metaf. barbaro, crudele. Lib. 6, cap.
73, pag. 292. E sotto l'ombra d'una rudda e scellerata giusti-
zia fece molti mali.
49
Salvo: per eccezione. Lib. 10, cap. 2, pag. 7. Volevano dare
la signoria libera al duca, e sanza termine^ e ninno salvo^
50
Scomixare: per sgominare, scompigliare, disordinare, metter sos-
sopra. Lib. 6 , cap. 33, pag. 253. Si fece a' detti cominciare
dissensione e battaglia cittadina in Firenze , onde la città si
cominciò a scominare^ e a partirsi i nobili e tutto il popolo
51
SCREPio: strepito, sussurro, discordia. Lib. 12, cap. 50, pag. 86.
Lasceremo alquanto de'fattl di Firenze, e racconteremo d'uno
gcrepio, e scellerato peccato e tradimento commesso ec. —
Ma per avventura dee leggersi screzio. Ved. la nota N.' I,
Tom. IV, pag. 86.
52
S^boretale; persona fidata cui si fidano i segreti. JLib, H, cap-
70, pag. 296. E di ciò era caporale Marcello de* conti da
Panìgo, segretale e parente del detto capitano.
Soffistica: per sofllsteria , o sofflsticheria, Lib. 11 , cap. 74,
pag, 302. Tuttodì cercavano cavillazioni in Pisa contro a'no-
stri mercatanti, per abbattere, la nostra franchìgia per indi-
rette sofiQstiche.
54
Sqspezionoso per sospetto: add. persona o cosa di cui v'è luo*
go a sospettare. Lib. 11, cap, 19, pag, 236. E ciò fece, se-
condo si disse , più per infestamento del cardinale dal Pog-
getto suo nipote , e degli altri ^juoi parenti , acciocché non
morisse con quella sospezìonosa fama. Il T. dell' Esp. Pat.
^c. che fu del Redi, a pag. 123, e 125 legge sospeccionoso
55
^PENDERE: (col terzo caso di persona) donar largamente. Lib,
2, cap. 19, pag. 118. Questi venne a Roma, e per podere
di sua moneta che ^pese a'possenti Romani , e a papa Gio-
vanni ottavo , si fece coronare ìmperadore.
56
Spensarìà: spesa. Lib^ 1, cap. 56, pag. 77. La detta donna gli
fece grande onore , e non gli lasciò pagare nulla spensaria.
E Lib. 9, cap. 81, pag. 199. Essendo in grazia del re Carlo,,
a sua spensaria il fece studiare.
220
57
Sprovveduto: colui che non prevede, inconsapevole. Lib. 1,
cap. 34 , pag. 56. 1 Fiesolani sprovveduti dell' aguato , veg-
gendosi subitamente assaliti per Fiorino.
58
Torsione, e torzione: storsione, o per estorsione violenta e sfor-
zata esazione. Lib. 6 , cap. 39 , pag. 261. Quelli della casa
degli liberti e tutti gli altri nobili ghibellini tiranneggiava-
no il popolo di gravi torsioni e forze e ingiurie. E eap. 24,
pag. 247. I quali (vescovadi e badie) non lasciava a quelli
che degnamente erano eletti per lo papa tenere né coltiva-
re, faccendo forze e torzioni alle sacre persone.
59
Traccurato, o tracurato: trascurato^ spensierato^ inconsiderato.
Lib. 6, cap. 77, pag. 299. Ma per lo popolo superbo e trac-
curato si vinse il peggiore.
60
Trombare: neut. mandar suono di tromba, ovvero, il suonare
della tromba. Lib. 5, cap. 29, pag. 209. Per maestrevole ar-
tificio sopra i monti ordinò trombe grandissime si dificate^
che ad ogni vento trombavano con grande suono.
61
TuTERTA, lo stesso chc tutoria : tutela. Lib. 7 , cap. 149 , pag.
476. Il detto suo padre il lasciò alla guardia e tutoria del
popolo e comune di Firenze.
62
Uberoso: lo stesso che ubertoso: abbondante, fecondo , fertile.
Lib. 9 , cap. 47 , pag. 174. E fu quell'anno il più largo , e
uberoso di tutte vitluaglie , che fosse trent* anni addietro.
ATTSRTIMSITTO
i l«]¥AZIO mOVTIER
I
1 dono che noi facciamo al pubblico d'una raccolta di buoni
documenti istorici del secolo decimoquarto , nella presente no-
stra edizione, tende a dimostrare ad esso in qualche modo la
nostra gratitudine, avendo saputo incòraggire le nostre fatiche,
e forse compatita la nostra insufiicienza. Non ci eravamo astret-
ti col nostro manifesto a dare alla luce questi documenti , ma
giacché il tempo e le nostre ricerche ci hanno particolarmente
favoriti, abbiam voluto ornare questa ristampa di Giovanni Vil-
lani dei presenti documenti istorici , per maggiormente dimo-
strare il nostro buon volere, con la mira di giovare all' istoria
e all'incremento di nostra lìngua. I documenti che noi credia-
mo inediti sono due: un'epistola di Dante Alighieri agl'Italiani,
e una del re Presto Giovanni all'imperadore Federigo di Boma:
queste due epistole meritano tutta 1' attenzione d' un lettore
istruito. L'ultima particolarmente pensiamo che debba essere
di molto interesse a qualunque lettore , e a colui che legge
per istruirsi^ e a quello che legge per passatempo. Prescinden-
do dalla sostanza della lettera, e dalle favole in essa narrate ,
vi si leggono delle voci bellissime , e dei modi di dire assolu-
tamente classici , che fanno nascere il desiderio di conoscerne
il traduttore , dovendo esser probabilmente una versione dal
latino , e forse azzardiamo dire dall'arabo. La venula in Italia
dell' imperatore Arrigo di Lusimborgo fu un avvenimento di
tanta importanza per quella penisola , che sarà letta con pia-
cere r epistola che noi riportiamo dall' Alighieri indirizzata a
queirimperalore, eccitandolo vivamente alla conquista d'Italia
222
Benché tante volte, e in più luoghi e tempi prodotta, siam riu*
sciti a migliorarne la lezione coli' aiuto de' testi a penna. Fe-
derigo secondo fu de' più ostinati persecutori della Chiesa di
Horoa^ ed il nostro Giovanni Villani molto si diffonde a parlar
delle discordie e guerre fra esso e Gregorio nono: un'epistola
indirizzata da questo pontefice a Federigo ne'primi tempi delle
loro discordie non può che molto influire su Finteresse di que-
ste storie, adattata ancora a far conoscere la politica di quei
tempi , tanto variati dai nostri. Fu pubblicata quest' epistola
dal diligentissimo Giovanni [iami, e noi col confronto d'un buon
manoscritto n'abbiamo migliorata la lezione. Segue un'epistola
di Morbasciano signor de' Turchi a papa Clemente sesto , in
cui si lamenta a ragione eh' egli abbia suscitato contro di lui
tanti cristiani crociati per abbattere i suoi Turchi e il loro do-
minio ^en^a plausibile ragione ^ anzi si protesta amicissimo di
tutti i cristiani, ed aggi\igne , che secondo la legge cristiana
non si può costringer nessuno, a riconoscere quella legge. Fu
pubblicata quest'epistola interessante nella raccolta delle prose
antiche del Doni, ma noi n'abbiamo affatto migliorata la lezione
col soccorso d' un b\ioa manoscritto. Le novità politiche acca-
dute in Roma nel decimoquarto secolo per opera dell'intrapten-
dente Cola di Rienzo sono di tanta importanza per la storia ,
che pensiamo debbano incontrare il genio de'nostri lettori i tre
documenti che noi riportiamo, e sono altrettante orazioni dette
nel consiglio di Firenze da ambasciatori del Rienzo. A chi ha
l'orecchio assuefatto alla moderna maniera di scrivere , queste
orazioni non piaceranno, e noi altronde non le diamo per
buoni modelli , ma coloro che non saranno totalmente digiuni
del bello e del buono degli antichi classici nostri non si pentii
r^nno al certo d'averle lette.
EPISTOLA
DI
NELLA VENUTA
DELL*
IIUPERAOOBE ARRIGO
1
n un codice riccardiano^ cartaceo in foglio, che contiene di-
verse materie, abbiamo trovato la presente epistola del celebre
nostro poeta Dante Alighieri; esso trovasi sotto il numero 1304.
Ci rincresce peraltro dovere avvertire che la copia da cui Tab-
biam tratta è molto scorretta e piena d'inesattezze, e forse an-
cora in qualche luogo mancante , ma noi confessiamo di pub-
blicarla tale quale si legge nell^antico manoscritto^ per non de-
fraudare i lettori che amano a ragione di leggere nella loro
integrità le cose classiche de'nostri padri della lingua. Se le
nostre ricerche fossero state tanto felici da farci scuoprire qual-
che altro èseinplare manoscritto di quest'epistola, allora ci sa-
remmo giovati delle migliori varianti , ma inutili sono state
per ora le nostre indagini. Dirà alcuno , perchè dunque dare
alla luce un' epistola di Dante, forse inedita , in una forma si
scorretta e malconcia? Ma noi risponderemo, che abbiamo adesso
assicurata l'esistenza di questo documento importante , sia più
o meno corretto, poiché son tanti i casi variabili della fortuna
che poteva facilmente smarrirsi Tunica copia manoscritta che
esisteva; e forse col tempo riescirà a qualche industre studioso
trovarne altro esemplare manoscritto , e allora si potrà pub-
blicare in miglior forma. Noi non asseriamo che questa epi-
stola sia inedita, solamente diciamo che non è a nostra notizia
224
che siasi mai pubblicata. Alcano può muover dubbio sopra la
sua autenticità , molto più cbe non si conosce che 1' Alighieri
scrivesse un' epistola agi' Italiani nella venuta dell' imperatore
Arrigo^ ma rilevasi dall'autorità di Giovanni Villani , libro IX
cap. 136, ch'egli scrisse un'epistola a'cardinali italiani; è certo
però che lo stile di questa lettera non si discosta da quello
dell'epistola indirizzata dal medesimo Dante all'imperatore Ar-
rigo, che noi riportiamo dopo questa, perchè ognuno possa da
se stesso giudicarne a piacere. Resta ancora a conoscere se pos-
sa essere una traduzione dal latino , come si vuole che lo sia
l'altra epistola ad Arrigo di Luzimborgo; noi per altro non ci
sapremmo indurre che difficilmente a crederla una versione.
A
tutti e ciascuni re d'Italia, e a'senatori di Roma, a'ducbi,
e marchesi, conti, e a tutti i popoli , V umile Italiano Dante
Alighieri di Firenze, e confinato non meritevolmente, priega
pace.
« Ecco ora il tempo accettabile nel quale surgono i segni
di consolazione e di pace. In verità il nuovo di comincia a
spandere la sua luce, mostrando da oriente l'aurora ch'assot-
tiglia le tenebre della lunga miseria , e '1 cielo risplende
ne'suoi labii, e centra quella chiarezza conforta gli auguri!
delle genti. Noi vedremo l'aspettata allegrezza, e quali lun-
gamente dimorammo al diserto , imperocché '1 pacifico sole
si leverà, e la giustizia, la quale era senza luce, al termine
della retrogradazione, impigrita, rinverdirà incontanente che
apparirà lo splendore. Quelli che hanno fame , e che bere
desiderano , si sazieranno nel lume de' suoi raggi ; e coloro
che amano le iniquità e' fiano confusi dalla faccia di colui
che riluce. Certamente il leone del tribo di Giuda apre li
misericordiosi orecchi, avendo pietà de' mugghi dell' univer-
sale carcere, il quale ha suscitato un altro Moisè, che libera
i popoli suoi de'gravamenti degli Egizi, menandogli a terra,
il cui frutto è latte e mele. Allegrati oggimai, Italia, di cui
si dee avere misericordia , la quale per tutto il mondo par-
rai esser invidiata , ed eziandio da' saracini , perciocché 'l
tuo sposo, che é letizia del secolo e gloria della tua plebe,
il pietosissimo Arrigo, chiaro accrescitore e Cesare , alle tue
223
nozze di Tenire s* affretta. Asciuga, o bellissima, le toe la-
gtìme,e gli nadameati della tristizia disfa% imperocch'egU è
presso colai che ti libererà della carcere de'malvagi, il qua-
le (Nsrcotendo i perpetratori delle fellonie, gli dannerà nel
taglio della spada, e la Tigna sua allogherà agli altri lavo-
ratori, i quali renderanno il fratto della giustizia nel tempo
che si miete. Ma non avrà egli misericordia d' alcuno? Anzi
a tutti quelli perdonerà che misericordia chiederanno, per-
ciocch'egli è Cesare^ e la sua pietade scende dalla fonte della
pietade^ il giudicio del quale ogni crudelezza avrà in odio ,
e toccando sempre di qua dal mezzo , oltre alla meta meri-
tando si ferma. Or dunque inebinerallo frodòlentemente alcu-
no malvagio uomo? ovvero egli dolce e piano apparécchierà
beveraggi per superstiziosi? No, imperocché egli è accresci-
tore: e se egli Augusto non vendicherà i peccati de' ricadu-
ti, e insino in Tessaglia perseguiterà, per Tessaglia seguiral-
lo infinale dilezione. O sangue de' Longobardi^ pon giuso la
sostenuta crudeltà ^ e se alcuna cosa del seme de' Troiatil e
de' Latini avanza , da' luogo a Ini , acciocché quando V alta
aquila discendendo a ^do di folgore sarà presente , élla
veggia i suoi scacciati inquilini , e veggia il luogo della sua
propria schiatta occupato da giovani corbl. Fate dunque ar^
^tàmente ^ nazione di Scandinavia, sicché voi godiate la
presctea^ in quanto appartiene a voi^ di colui il cui avveni-
mento é meritevole. Non vi Sottragga la ingannatrice cupidi-
tade secondo '1 costume delle sirene, né non so per qual
éoìitk mortificando la vigilia della ragione. Occupate dunque
le facce ivostre in confessione di suggezioné di lui, e nel sal-
tero della ipenitenzia cantate, coiisiderando che chi resiste
alla podestate resiste all'ordinamento d'Iddio, e chi al divino
ordinamento repugna a volontade, è eguale allo impotente che
recalcitra:' é duro contro allo stimolo calcitrare. Ma voi i qua*
li soppressi piangete, sollevate T animo, imperciocohd pre^o
è la Vòstra salute^ e pigliate rastrello di buona umiliti;» e pur-
gate il campo della vostra mente dalle incomposte zolle del-
l'orrida animosità^ acciocché la celestial brina sopra alla se-
mente' anzi il gittamento Venendo, indarno dell'altissimo
caggia, né torni addietro la grazia di Dio da voi , siccome
la cotidiana rosata d'in su la pietra, ma coiiie valle feconda
eoncepete e producete verdi germini , io dico verdi , frutti-
Gio. Villani T. lY. 29
226
feri di vera pace , per la qual verdezza fiorendo la vostra
terra, il nuovo lavoratore de^Roraani di suo eoosiflio i buoi
all' arato più desiderosamente e più confidevolmente congiu-
gnerà. Perdonate oggimai , o carissimi , che con meco ave-
te ingiuria soffèrta^ acciocché '1 celeste pastore voi mandria
del suo ovile cognosca, al quale se la provvisione temporale
da Dio è conceduta , ancora acciocché la sua bontà spanda
l'odore dal quale siccome da un punto si bifibrca la podestà
di Piero, e discesa desiderosamente la sua famiglia corregge,
ma a se più volonterosamente misericordia tribulsce. Adun-
que se vecchia colpa non nnoce^ la quale spesse volte come
serpente si storce, e in se medesima si travoglie^ quinci po-
tete vedere^ e all'uno e all'altro pare a ciascuno essere ap-
parecchiato^ e di sperata letii^ia già le primizie assaggiar po-
tete. Yegghiate adunque tutti> e levatevi contro al vostro re,
o abitatori d'Italia, non solamente serbati a lui à ubbidien-
za, ma come liberi al reggimento; né soldmeinte vi conforto
acciocché voi vi leviate incontro, ma altresì che il suo aspet-
to abbiate in reverenza. Voi che beote nelle sue fonte e per
li suoi mari navigate , e che calcate le reni deir isole e le
sommità dell* Alpi che sono sue. ^ e ciascune cose pobbliche
godete , e le cose private , noto altrimenti che col legame
della sua legge possedete^ non vogliate siccome ignari Ingan-
nare voi stessi^ siccome sognando ne' vostri cori, e dicendo :
Signore, noi abbiamo l'arco del quale esaltato é si che cer-
chia il cielo. Or non é di Dio il mare? egli il fece : e non
fondarono le sue mani la terra? Non riluce in maravlgliosi
effetti Iddio avere predestinato il romano principe? e non
confessa la Chiesa colle parole di Cristo essere posto e con-
fermato? In veritade , se dell' umana creatura appare esser
detto le corporali per le invisibili cose d'Iddio, egli s'appartie-
ne all'umana apprensione pervenire per le colse conosciute
a se ne}le non conosciute in sua natura^ sicché per lo molo
del cielo colui che muove conosciamo , e il cuore del quale
e la predestinazione levemente agli auguratori fieno chiari.
Imperciò se dalla prima favilla di questo fuoco noi rivolgia-
mo le cose passate , cioè d' allora in qua che V albergarla
a'Greci da'Troiani fu negata, e tosino da'trionfi d'Ottaviano^
vaghi di rivisitare le cose del mondo , molte cose di coloro
al postutto vederemo avere passali l'altezze dell' umana virtù-
227
« de^ e vedremo Iddio per gli »omini> siccome per nuovi cieli,
alcuna cosa avere operato ; e in verità non sempremai noi
operiamo, anzi continuamente siamo fatture d'Iddio e umane
volontadi, acquali è naturalmente la libertade ancora dc'sot-
tani affetti i quali non nocevoli alcuna volta aoperano, e al-
la non colpevole volontade eterna spesse volte coloro ancil-
lano sconoscentemente. E se queste cose, le quali sono sic-
come cominciamenti a provare quello che si cerca, non ba-
stano , chi è costretto dottare della conceduta conclusione ,
per tali cose innanzi passando la pace per ispazio di dodici
anni interamente avere abbracciato 11 mondo , la quale la
faccia del suo silogizzatore figliuolo di Dio dimostra , e co-
stui y con ciò fosse cosa che a revelazione di spirito uomo
fatto c'evangelizzasse in terra, la quale dividendo due regni,
e a se e a Cesare tutte le cose distribuendo, tutto e all'uno
e all'altro comandò che fosse renduto quello che a lui s'ap*
parteneva. Ma se il contumace animo addlmanda più innanzi,
non consentendo ancora alla veritade ^ la parola di Cristo
esamini , eziandio quando egli era già legato , al quale con
ciò fosse cosa che Pilato la sua signoria contrapponesse , la
natura Cristo, luce egli di sopra essere affermò, la quale co-
lai si vantava che in quel luogo per vicaria autorità di Ce-
sare e' tenea oiilcio. Adunque non andate , siccome le genti
Tanno, in vanitade, i cui sensi sono oscurati con tenebre, ma
aprite gli occhi della mente vostra , imperciocché '1 signore
del cielo e delta terra ordinò a voi re costui, a colui al quale
Piero dlddio vicario onora ci ammonisce, il quale Clemente
ora successore di Piero per luce l'apostolica benedizione allu-
mina, acciocché ove 'I raggio spirituale non basta , quivi lo
splendore del minor lume allumini.
EPISTOLA
MAVDATA.
ALL' IMPERATORE ARRIGO
PER
SODDUGERLO CONTRO FIRENZE
E SUOI COLLEGATI
p
arra strano ad alcono che noi riproduciamo quest' epistola
tanto nota, e che si trova in moltissime edizioni di Dante e in
altre raccolte, ma noi l'abbiamo qui inserita per due cagioni^
la prima, per averne migliorata d'assai la lezione; la seconda,
per potere aver subito un confronto alla precedente epistola
agl'Italiani. Il codice che ci ha fornito di buone varianti è un
manoscritto della Libreria riccardiana segnato del numero 2545,
scrìtto nel secolo XY. La miglior copia a stampa è quella che
si legge nelle Prose di Dante Alighieri stampate in Venezia dal
Pasquali nel 1741 , in due volumi in 8vo , con le annotazioni
d' Anton Maria Biscioni. Quella pubblicata dal Doni nel 1547
ed inserita nelle Prose antiche, è piena di mancanze e d* erro-
ri^ che fanno torto non piccolo alla fama di cui gode quell'e-
ditore. Il titolo di quest' epistola si trova sempre variato nei
manoscritti,, che è difficile , decidere qual possa essere il vero ;
la nostra intitolazione è quella che si legge nel codice riccar-
diano N. 1050.
A,
i\ gloriosissimo e felicissimo trionfatore e singulare si-
• gnore Arrigo , per la divina provvidenzia re de' Romani , e
« sempre accrescitore, i suoi devoti^ Dante Alighieri Fiorenti-
« no, e non meritevolmente sbandito, e tutti i Toscani univer-
229
salmcnte che pace desiderano^ mandano baci alla terra dinan^
zi a' vostri piedi. Testificando la profondissima dilezione di
Dio, a noi è lasciata Teredità della pace, acciocché nella sua
marai^igliosa dolcezza l'asprezze della nostra cavalleria s'aumi-
liassero^ nell'uso d'essa merilassimo 1' allegrezze della vitto-
riosa patria del cielo. Ma la sagacità e la persecuzione del-
l'antico superbo nemico y il quale sempre e nascosamente
aguata la prosperità , disertando molti i quali consentirono e
vóUono^ per l'assenza del tutore noi altri non volenti crudel-
mente spogliò. Quinci è che noi lungamente sopra i fiumi
della confusione piangemo, e gli aiutorii del giusto re con-
tinuamente addrmandiamo , lo quale dispergesse la tirannia
del crudele tiranno , e che noi nella nostra giustizia rifor-
masse. Comunque tu , successore di (lesare ed Augusto, pas-
sando i gioghi d' Appennino gli onorevoli segni romani di
Monte Tarpeo recasti, al postutto i lunghi sospiri sostarono ,
e i diluvii delle lagrime mancarono; e siccome il sole molto
desiderato levandosi^ cosi la nuova speranza di miglior seco-
lo a Italia risplendé. Allora molti veggendo il loro desiderio,
in gioia con Virgilio , cos\ % regni di Saturno come la Ver-
gine ritornando , cantavano. Ma ora che la nostra speranza ,
che vorremmo che già fosse ^ o 1' effetto del desiderio , o la
faccia della verità monisca questo , già si crede che tu di-
mori costi^ o pensasi che tu torni in dietro, né più né meno
come se Giosuè, il figliuolo d' Amos , il comandasse ; siamo
costretti dubitare nella certitudine^ e irrompere nella voce del
Batista cosi: Se* tu colui il quale doveva venire , o aspettiamo
nn altro? £ avvengachè la- lunga sete, siccome la furiosa
suol fare , pieghi in dubbio quelle cose le quali erano certe
perocch'ell'erano presso, nientedimeno in te crediamo e spe-
riamo , afTermando te essere ministro di Dio , e figliuolo e
promovitore della romana Chiesa. Imperò io che scrivo , cosi
per me come per gli altri , siccome si conviene alla impe-
riale maestà , vidi te benìguissimo ^ e udii te pietosissimo ,
quando le mie mani toccarono i tuoi piedi ^ e le labbra mie
pagarono il loro debito^ quando s'esultò in me lo spìrito mio;
qnand'io in fra me dissi meco: Ecce agnus Dei qui tollit pec-
cata mundi. Ma che con sì tarda pigrezza dimori? noi ci ma-
ravigliamo: quando tu^ molto tempo già vincitore, nella valle
del Po dimori non lungi^ Toscana abbandoni, lascila e dimen-
230
tichila? Che se tu arbitri che intorno a* confini di Lombar*
dia sìeno intorniate le regioni da difendere l'imperio, non è
cosi al postutto, siccome noi pensiamo; imperciocché la glo-
riosa signoria de'Romani non si strigne co'termini d'Italia, né
con lo spazio d'Europa^ in tre parti divisa. E certo , se essa
Roma, la quale ciò ha sofferto , forza contraerà ^ cioè racco-
glierà insieme quello ch'ella regge da ogni parte di ragione
non corrotta^ aggiugnendo l'onde del mare Anfitrito^ il qaale
è in Grecia , appena degnerà d' essere cìnta con la non «til
onda del mare Oceano. E in verità è scritto^ ch'egK nascerà
il Troiano Cesare della bella schiatta, il quale terminerà l'im-
perio col mare Oceano, e la fama con le stelle. E con ciò sia
che Ottaviano Augusto comandasse che '1 mondo universal-
mente fosse descritto , siccome il nostro bue , santo Lnca
evangelizzante , cioè lo Spirito santo , acceso della fiamma
deireterno fuoco^ mugghia, scegli non avesse aperto il coman-
damento della corte del giustissimo principato^ Tanigenito fi-
gliuolo di Dio fatto uomo^ a confessare sé essere suddito se-
condo la natura eh' egli avea presa all' ordinamento d* Otta-
viano , non avrebbe allora voluto nascere della Vergine. In
verità egli non avrebbe confortato l'uomo giusto^ A qoale si
conviene adempire ogni giustizia. Vergognisi dunque di sla-
re implicato si lungamente in un' aia strettissima del mondo
colui il quale tutto '1 mondo aspetta : e non discorra dallo
sguardo d' Ottaviano Augusto ; che Toscana tirannesca nella
fidanza dello indugio si conforta, e continuamente confortan-
do la superbia de' maligni nuove forze raguna , aggiangendo
presonzione à presunzione, Intuoni adunque in te qpella
voce di Curio a Cesare:
Dum trepidant nullo firmatae robore partes ,
Tolle moras: semper nocuit differre paratis:
Par labor, atque metus pretio majore petuntur.
« Intuoni ancora in te quella voce discesa da cielo, Increpan-
• te centra d'Enea:
Si te nulla movet tantarum gloria rerum ^
Nec super ipso tua moliris laude laborum,
Ascanium surgentem, et spes haeredis Juli
Respice, cui regnum Italiae, romanaque tellus
Debentur.
• Giovanni^ reale in verità , tuo primogenito , e re , il quale ,
231
dietro al fine della luce eh* ora si leva , la successione del
mondo che segue aspettò, a noi ò un altro Ascanio^ il quale
seguendo V orme del gran padre , contro a quelli di Turno
in ogni luogo come leone incrudelirà, verso i Latini siccome
agnello s' umilierà. Guardino avanti gli alti consigli del sa-
cratissimo re, cioè di te, che '1 celéstial giudìcio per quelle
parole di Samuello non si rinasprisca : Quando tu eri pie*
ciolo dinanzi alla fàccia tua, non fosti tu fatto capo de* tribi
d'Israel^ e il Signore unie te re, e miseti il Signore in via ,
e disse: Va'uccidi i peccatori d'Amalec, e al re d* Agag non
perdoni^ e vendica colui , il quale ti mandò, della gente he*
stiate, e della sua sòlennitade affrettata. Tu cosi vernando ,
come tardando, a Milano dimori, e pensi spegnere per lo ta-
gtiamento de' capi la velenosissima idra? Ma se tu ti ricor-
dassi le maghifiche cose fatte gloriosamente da Alcide, tu co-
nosceresti che tu se'cosl ingannato, come colui al quale il pe-
stilenzioso animale rampollando con molte teste per danno
cresceva , infine a tanto che quel magnanimo istantemente
tagliò il capo della vita. In verità e' non vale a diradicare
gli alberi il tagliamento de' rami; anzi ancora moltiplicano ,
«•sondo verdi i rami insino a tanto che le radice sono sane^
aeclécch'elle dieno alimento. Che , o principe sólo del mon-
do, annnnzierai tu, che avrai fatto quando tu avrai piegato
il collo della contumace Cremona? non si rivolgerà la subita
rabbia ih Brescia o in Pavia? si farà certo : la quale altresì
iquando ella sarà stata flagellata, incontanente un'altra rabbia
^si rivolgerà, o in Vercelli, o in Bergamo, o altrove; e infino
a tante andrà faccendo cosi, che sia tolta via la radicale ca-
gione di questo pizzicore, e divelta la radice di tanto errore,
che *1 tronco e' pungenti rami inaridiscano. Signore , tu ec*
eellentissimo principe de'principi sei, e non comprendi dallo
sguardOiidella somma altezza ove la volpicella di questo puz-
zo sicuriiìda'cacciatori rigiaccia; in verità non nel corrente
Po, né nel tuo Tevere questa frodolente bee, ma l'acque del
fiume d'Arno ancora li suoi inganni avvelenano, e, forse tu
noi sai? Firenze questa crùdel morte é chiamata. Questa è la
vipera volta nel ventre della madre , questa è la pecora in-
ferma la quale col suo appressamento contamina le gregge
del suo signore; questa è Mirra scellerata ed empia, la quale
s'infiamma nel fuoco degli abbracciamenti del padre^ questa
232
è qaeirAmata impaziente, la quale rifiutato il fatato matri-
monio, non teme di prendere quel genero il quale i fati ne-
gavano, ma furialmente a battaglia il chiamò , e alla fine ,
male ardita, pagando il debito con un laccio s* impiccò. Ve-
ramente con ferità di vipera si sforza di squarciar la madre,
infino ch'ella aguzza le corna del rubellamento contra Roma,
la quale la fece di sua imagine e similitudine. Veramente
caccia fuori i velenosi fiumi accendendosi la rabbia; e quin-
di le pecore vicine e strane s' infermano y mentre che allac-
ciando con false lusinghe, e con fingimenti raguna con seco i
suoi vicini^ e quelli ragunati fa impazzare. Veramente ella in-
cende e arde ne'diletti carnali del padre, mentre che con mal-
vagia sollecitudine si sforza di corrompere contro a te il con-
sentimento del sommo pontefice , il quale è ^dre de' padri.
Veramente contraria di Dio , adorando T idolo della sua pro-
pria volontà, infino a tanto ch'ella avendo dispregiato il si-
gnore legittimo, e la pazza non si vergogna a pattovire con
non suo re ragio&i non sue , per potenzia di mal. fare. Ma
la femmina furiosa attende al laccio col quale ella si lega,
perocché spesse volte alcuno è mosso. Iti malvagio senno »
acciocché mosso vi faccia quelle cose le ^uali non ai con-
vengono, le quali opere^ avvegnaché sìeno ingiuste, le pene
d'esse sono conosciute esser degne. Adunque rompi le dimo-
ranze y alla schiatta d- Isaia : prendi fidanza dagli occhi del
tuo signore Dio Sabaot, dinanzi al quale tu adopri; e questo
Golia colla frombola della tua sapienza^ e colla pietjra della
tua fortezza abbatti, perocché nella sua caduta l'ombra della
paura coprirà \ esercito de* Filistei: fuggiranno i Filistei, e
sarà libero Israel. Allora l'eredità nostra , la quale noi sènza
intervalli piangiamo esserci tolta^ incontanente ci sarà resti-
tuita. E come noi ora ricordandoci che n<^ siamo di Gerusa-
lemme santa in esilio in Babilonia piangiamo jiòosl allora 9
cittadini e respiranti in pace e in allegrezza, IftNniaerie delie
confusioni rivolgeremo.
« Scritta in Toscana sotto la fonte d'Arno a di 1^ del mese
d'Aprile 1311^ nell'anno primo del coronamento d'Italia dello
splendidissimo ìò onoralissimo Arrigo. .
EPISTOLA
0)3 ipiiipii (&ia]S(&(Diaii(D US.
FEDERIGO lì.
t^uesi*epistola si pud giudicare essere stata scritta da papa
Gregorio nel primo o secondo anno del suo pontificato airimpe-
radore Federigo secondo. L'imperator Federigo fu coronato nel
1220 da Onorio terzo, e da esso fu quindi scomunicato; morto
Onorio, fu assunto al ponliQcato Gregorio nono nel 1226, che
tante sventure incontrò per la potenza di Federigo; le vertenze
che insorsero fra questi due polenti sì fecero in seguito tanto
serie , che bisogna credere che Gregorio scrivesse la seguente
lettera sul principio del suo regno, allorché Federigo cominciò
ad inceppare 1' ampissima libertà della Chiesa, poiché il tenor
della lettera porta a credere che fino a quel punto non si trat-
tasse che di pretensioni di poco momento, considerando a quel
che operò Federigo negli ultimi anni del pontificato di Grego*
rio. Per meglio istruirsi di questi fatti importanti rimandiamo
il lettore al nostro Giovanni Villani che ne tratta nel Libro se-
sto , Tomo primo di questa edizione . Benché quesl' epistola
sia stata altra volta pubblicata da Giovanni Lami nella sua rac-
colta Deliciae eruditorum, nella prima parte della Cronica dei
pontefici .di Leone Orvietano^ non dispiacerà vederla qui ripro-
dotta, molto più che il confronto di un buon codice riccardia-
no, di numero 2313, e forse quello stesso vedoto dal Lami^ ci
ha fornito alcune varianti ^ sfuggite probabilmente alla dìligen-
Gio. ruiani T. lY. 30
za del primo dotto editore^ che molto n' hanno megliorata in
più luoghi la lezione in questa nostra ristampa.
« Juettera di papa Gregorio nono a messer Federigo secondo
imperatore, ed è risposta di molte altre lettere mandate e rtce-
vute dinanzi, le quali qui non fa bisogno porre, perocché que^
sta è sì generale, che dimostra quasi ciò che in quelle si con-
tienei ma per meglio sapere la materia e il tema di questa, mi
conviene un poco ritrarre indietro in questa forma^ cioè:
« Messer Federigo di Stuffo fu un gra'nde barone della Magna,
ed uomo d'alto cuore, e di grande impresa. Avvenne, che vacan-
do lo 'mperio, ed essendo i ptencipi della Magna in discordia
sopra la elezione del nuovo imperadore, alla fine s*accordarono
di rimetter le loro voci in detto messer Federigo: e questo prò*
cacciò esso per grande sottigliezza d* ingegno , e per valore di
cuore. Poi venuto al giorno ordinato, ed acconcio di gente e di
potere, esso elesse se medesimo, e fu imperadore di Roma. Cu*
stui distrusse Milano e disfece il Portico di san Piero di Ro-
ma e fu molto contrario a santa Chiesa, e fece un altro papa,
e mise altri vescovi nella Chiesa dello imperio. Ma alla fine
andò a Vinegia, dove il diritto papa era fuggito, e fece i suoi
comandamenti, e passò oltre a mare, e bagnandosi uno giorno
per grande caldo in uno fiume che si chiama Salef, che è a'con^
fini d'Erminia verso Soria, annegò in detto fiume. Esso lasciò
due figliuoli, cioè Filippo ed Arrigo. Filippo fu signore nella
Magna, ed Arrigo fu chiamato imperadore, e tolse per moglie
la reina Costanza, la quale fu figliuola del re Buggeri del li'
gnaggio di Ruberto Guiscardo. Ma appresso la mort4 del pa-
dre fu rinchiusa monaca, e là dimorò lungo tempo, fra 'l qua'
le tenne la terra il re Guiglielmo , e poi lo re Tancredi. Ma
Varcivescovo di Palermo, eh' era nimico del re Tancredi , prò»
cacciò tanto, che la monaca uscì di monistero, e tolse, per ma'
rito lo re Arrigo; e però lui ebbe il regno di Sicilia, e lei tii-
generò Federigo secondo, il quale era pupillo, e quando la ma-
dre passò da questa vita sì lo lasciò in guardia e in tutela
della Chiesa di Roma e del papa. Stando lui in questa guardia,
fu fatto imperadore Oddo, ovvero Otto di Sassogna : e dopo il
suo trapassamento fu coronato e fatto imperadore questo mes-
235
« ser Federigo secondo^ $ coronato della imperiale corona per le
• mani di papa Onorio gli anni di Cristo MCCXX, Questi fu uo-
• mo savio , e di grande cuore , ed ebbe molta briga con santa
« Chiesa, tanto che esso fu disposto^ e dispossessato delle sue di-
• gnitadi, per sentenzia di papa Innocenzio quarto nel concilio
• tenuto a Lione in sul Rodano, e poi morì lui anni MCCL del
• mese di Dicembre a Fiorentina in Puglia. Yiensi alla lettera.
T
u scrWesti a noi , che la nostra lettera parve molto da
maravigliare neHuoi senifi, ma molto più parve la tua ne'no
Btri. Ma non pertanto se tu avessi pensate le nostre parole
a esaminamento di giuste bilance, ed in presenza di non so-
spetto sponitore, e non avessi tratto la lettera a bastardo in-
tendimento , partendoti dal diritto ; tu averesti trovato in
qvella di che cose tu se*tenuto allo spiritual padre e madre,
ed in altre cose. Gontenea il tenore delle tue lettere, che fuo-
ri deiroppinione^ e del consiglio di tutti i prencipl, t'avemo
sempre trovato presto ai nostri piaceri; sicché non si ricor-
da nessuno de' tuoi antecessori essere stato cosi devoto. Ma
de'prencipi non informeremo noi altrimenti nostro argomen-
to^ se non, come conviene^ nella verace credenza provata per
gperìmento di fatto. Né di lóro non si muterà la fermezza
dell'apostolica sedia, né il giudicio della buona credenza non
si cambierà per malvagio sconmettimento , con ciò sia cosa
ebe i fatti si debbono innanziporre alle parole. Se le cose
certane pregiudicano all' oscure , ecco che nella sagrestia di
santa Chiesa si truovano pubbliche carte guernite di suggèllo
quasi di tutti i prencipi, le quali contrastanno all'oppenione,
che tu pare volere impignere contro a loro; perocché non è
verisimile^ che cotali e tanti prencipi, avessino dato alla tua
altezza consiglio^ il quale fosse contro allo scritto loro. De
gli antecessori tuoi se tu avessi voluto esprimere alcuna co-
sa, aremo forse potuto misurare in loro quello che noi dob-
biamo sperare in te. Perciò se la tua intenzione si riferisce
agli anticessori del sangue tuo y poca devozione ti basta a
entrar loro innanzi. Ma se tu patisci , che la intenzione di-
scenda di per gli antecessori che furono nella fede preclari^
nella carità ferventi^ e nella devozione smerati , faccendo fi
236
prode di loro y e de'suggetti in parole ed in esempli , e che
guernìroDO santa Chiesa di nobili e di grandi privilegi e li-
bertadi, e che l'adottrinarono, e inalzarono di molte ricchez-
ze^ a coloro, se ti piace , non s' agguagli, né s' innanziponga
la tua altezza; ma considera, se per abbondanzia di cotali co-
se tu puoi aggiugnere ai loro termini, ed esamina la sentenza
di verace savio ^ se tu degnamente ti poni nome di devozio-
ne^ quando tu ti sforzi di recare in dubbio i benefìcii della
madre Ecclesia; altresì come se per involvimento d' uno si
potesse celare quello che è saputo da molti. Ma non puote
uno solo uomo mettere in dubitanza quello che è saputo da
tutta gente. E certo quella maniera di sconoscenza che nie-
ga i beneficii ricevuti , suole ben dare alcuno turbamento ;
ma quella contiene angustie di smisurato dolore , .la quale
presuma nel bene male , e nell'amore odio. E non che altro
la tutela di te stesso , la quale fu lasciata all' apostolica se-
dia per la 'mperadrice Costanza regina di Sicilia tua madre^
vuo' tu trarre della grazia de' beneficii? Ma con ciò sia cosa
che in quello tempo ninno articolo di necessita strignesse la
santa Chiesa a ricevere quello non lieve peso di te, che eri
abbandonato di tutto aiuto. E certo il ricevimento della tu-
tela, il quale ebbe cominciamento dì grazia , non ti dover-
rebbe tornare sconoscente , che tu alla tutrice ponessi tega
di frodolente amministrazione. Quando tu dici , che la Chie-
sa sotto mostra di difenditrice trasmise coverti nemici a per*
dere l'anima del fanciullo, a torgli il regno e corona^ aveva
ancora la tua lettera un' altra aggiunta di grande infama-
zione, dicendo , che quando la nutrice ti dovea inalzare , si
t'abbassò^ mettendo uomo strano nella sedia del padre tuo^ il
quale non stando contento allo 'mperio , si sforzò d'avere il
regno. Ma certo la tua parola non è stata cotale per ioGno
a ora ; né non si contenea questo nelle tue lettere , nelle
quali dopo Iddio tu reputavi allo studio della madre Chiesa,
e alle fatiche della tutrice ciò che tu eri. Ed ora , che tu ti
muti? Donde è adunque venuta cosa contraria nell' oppinio-
ne? Donde adunque è nata cosi subitanea ^ e cosi diversa
presunzione? Certo, che la tua coscienza s'accordava con le
molte lettere che tu mandavi, con ciò sia cosa che poi non
sia venuta ninna cagione di nuovo sapere^ né sapere di nuo«
va cagione ; perchè s' impugna calunniosamente contrario i
237
che la semplice verità non sostiene. Ma se quelle cotali lette-
re noD erano accordanti alia tua credenza, pensi il tuo sa-
pere , che di ciò si defoha credere o sperare. Sono dunque
questi e' servigi che tu promettevi alla Chiesa di Dio se bi-
sogno venisse? È questo l'effetto del guidardone che tu prof-
ferevi se gravezza apimrisse? Non aspettava questo la ma-
dre dal figliuolo^ né non dovéa questo sperare la tutrioe dal
800 pupillo. Ai Iddio! Che speranza rimane in cotale jSgliuo-
lo, se cosi amorevole madre conviene disperare! Ai Iddio!
Che esempio di favore prenderanno gli altri y se cosi utile
madre e cosi gravemente percossa! Ai Iddio! Quante, «come
grandi fatiche ha perdute la Chiesa, se il mal figliuolo , che
essa avea piantato € coltivato con tanta sollecitudine, si con-
"verte in amarezza di vite campestra. Acciocch'Qgli è minora
danno a non ricevere frutto nessuno , che tale che faccia
danno. quante , e come amare lagrime sparse per molte
fiate per te il buono papa Innocenzio nostro antecessore! O
con quante sollecitudini procacciò di trarli delle nocitrici
mani, e di scamparti de'lacci de'tuoi avTersari, e di cavarti
quasi della foce di morte! Ecco il merito che la 'mperiale
altez^^a ne proffera. Ecco la compensagione che ne rende la
reale altezza, quando dice^ che esso papa fu nascoso insidia-
tore della vita del pupillo , e tacito rubatore de' su(h beni.
Ma pensa, e ripensa, figliuolo carissimo , e rivolgi nel petto
tuo ,^ come picciolo , e come abbattuto ti ricevette quello
sommo pontefice dopo la morte della tua madre ; e come
grande, e come inalzato ti lasciò dopo la sua morte. Certo ,
siccome noi crediamo, ancora non pure t'appressavi a'termi-
ni della tenera fanciullezza, quando Marcovaldo crudele ab-
bassatore del tuo nome , e desideroso occupatore delle tue
cose, entrò nei confini del tuo regno , e distendendo le to*
glitrici mani , puose assedio a Montecassino , e grandi ed
aspri assalti vi fece per molte fiate , adoperando tutto suo
potere per prendere e avere la terra. Ma in questo non
venne meno la sollecitudine della Chiesa ^ la quale per due
cardinali , e spesa non piccola , porse agli assediati intera
mano d'aiuto, indebolendo la forza dello assediatore , e me-
nomando il potere del nimico. Ma con ciò fosse cosa che lo
fine non rispondesse al suo desiderio, e veggendo che la de-
feosiooe era lunga, e che i nimici prendeano cuore di eoa-
238
tastare, il detto nimico si parti, et andonne in Sicilia , pen-
sando^ che se egli della tua persona potesse compiere suo in-
tendimento, leggermente poi arebbe la signoria del regno.
Ma niente quivi ritrasse santa Chiesa la mano dell' usata di-
fensione, anzi tramise là oltre al cardinale Carlo , e il conte
Iacopo consobrino del nostro predecessore detto con molti
cavalieri in tuo aiuto, et un altro cardinale fu deputato alla
guardia della tua persona propriamente: il quale non lento
alle tue utilitadi passò 1' anno medesimo di questa vita ; e
incontanente fu messo l'altro in suo luogo, acciocché piena
sollecitudine non fallisse intorno alla guardia di tua perso-
na. E infrattanto la milizia di Diapaldo crebbe tanto di lungi
e presso , e prese tanto di potere -nelle parti di Puglia e
Terra di Lavoro , che avendo esso vittoria sopra il Conte
Piero di Celano , quasi la maggior parte del paese avea , e
mettea sotto sua signoria , e quelli alquanti che si difende*
vano guastava e distruggeva: sicché non molto curava del
contasto di pochi e piccoli , quando esso avea trionfata di
molti e grandi. E con ciò fosse cosa che non avesse la Chie-
sa chi r alleviasse in quello paese , anzi avesse perdute le
molte spese che essa per te avea fatte negli uomini della
contrada di molte migliaia d'once, ricevette in tuo nome pa-
lesemente dal conte C saramento di fedeltà, tramisse
lui nel regno per rompere le corna al superbo nimico. Fu
adunque questa opera da tradire il garzone? Fu questa ope-
ra, che la Chiesa volesse rubare il pupillo da credere? E*ven-
ga la sentenza del trono di Dio , ed aprasi il giudizio della
virtù dell'Altissimo, se alla tua altezza si conveniva di cre-
dere colali cose contro alla madre Ecclesia , o se la conce-
puta credenza doveasi comparire che parola se ne trovasse.
Ma forse la divina provvidenzia ha ciò voluto, perchè si possa
avere più sicura cagione delle cose vedute intorno al conve-
nente deir uomo strano , il quale fu elevato nella sedia del
padre suo, se sedia di padre si dee chiamare quella, che si
concede non per ragione d' eredità, ma per elezione. Certo
il tuo trovamento si dovea ben tacere contro alla Chiesa,
imperocché colui che cela e niega la verità nelle cose ma-
nifeste, ritiene meno fede nelle celate. Già ben saputa cosa
è da ogni canto dello 'mperio, che dopo la morte dello 'm-
peradore Arrigo tuo padre, le volontà delle genti si divisero,
239
• e alquanti s'appresono a Filippo duca di Saayia , ed altri a
• Otto di Sassogna, il quale poi fu imperadore: ed avvegnaché
• il detto Filippo mostrasse di prima fare per te, ed a tuo no-
« me, tutta fiata venendo il fatto bene avventurosamente, con-
« Terti esso le cose si a sua utilitade , che pensando lui che
• lo 'mperio non gli potesse fallire, si mise il suo intendimen-
• to itt occupare lo regno di Sicilia; e a torlo tramise il vésco-
• TO di Guermagi, ed altre genti. Né in questo non ti falli la
• provvidenza deirapostollca sedia, anzi mandò a rincontro il
• detto cardinale Carlo , e molti vassalli della Chiesa , i quali
• abbatterono le forze de'nemici intro la Marca, e non gli la-
• sciarono approssimare a' confini di detto regno. Poi veramen-
• te passato il detto Filippo di vita, convenne che noi consen-
« tissimo alla elezione del detto Otto di Sassogna la quale ne fu
« presentata per concordia di tutti i prencipi in tal maniera ,
• che a noi non fu lecito vietargli la imperiale corona. Ma es-
« so, siccome tu scrivesti , subitamente divenne ingrato , vol-
• gendo le reni nella faccia a santa Chiesa, e avvegnaché esso
« la provocasse di molta ingiurìa, tutta volta la Chiesa infignea
« la misericordia per Fusata pazienza. Ma dacché esso pure si
« ruppe nelle tue ofl'ese, non potè la Chiesa patire tanto con-
« trarlo in te , siccome luce del suo occhio, anzi pensò molte
• vie per le quali ella potesse pienamente sovvenire al suo pu-
« pillo. come tu eri prossimano a'pericolil come tu eri appa-
recchiato alla caduta! Per la qual còsa la Chiesa chiamò Taiuto
di colui che contasta a'superbi, e dà grazia agli umili, e che
,, comanda al mare ed avventi, e cassa le tempestadi, che dipo-
ne i potenti dalla sedia e gli umili pone in alto. Chiamò an-
cora i cuori de' fedeli principi , sollecitando i grandi e i pic-
coli, perchè gli porgessero le loro aiutatrici mani al rileva-
mento della tua rovina. Ma alla fine la divina potenza con-
trastette allo sforzo del detto avversario, e fece in te segnale
di bene, perchè lui cadesse, e tu montassi; esso indebilisse,
e rinforzasse gastigo lui alla sua malizia: e riprese lui la sua
iniquità per tal maniera, che esso , che troppo avaramente
desiderava l'altrui cose, per giusto giudicio di Dio perde le
sue proprie. Il perchè tu, a cui appena eran rimase Festremi-
tà del tuo regno, acquistasti lo *mperio, e tutte le colui cose,
„ con tale rimedio di salvamento, con l'aiuto de'prencipi, e con
„ la virtù della divina provvidenza^ innanzi riprovide la madre
9»
^9
9>
9>
»
99
9>
9»
99
240
„ Ecclesia. Cotali beneflcii porse a te pupillo. Poscia cresciuto,
,, che dunque poteva più fare^ e non lo fece? quando essa non
,, lasciava a fare niente di quello si conveniva, e di quello v'ag-
,, giugneva ond'elia non era tenuta? Onde noi ci maravigliamo,
„ che tu in questo ricordi le tue fatiche, dicendo, che "venisti
9, mettendoti in grande avventura, venendo a quello, onde al-
„ tri si procacciava. E cosi entrasti neir altrui opere mietendo
9, quello che tu non seminasti , e ricogliendo ciò che tu non
^, spargesti. Ancora ne'tuoi trovamenti non dimenticasti la no-
^, stra persona , cioè che noi trovammo buono seguitatore nel-
„ l'opera del nostro antecessore, non bene considerando^ che
„ quanto era nelle tue proprie utilità, noi desiderammo in tut-
„ te guise ciò che lui aveva incominciato intorno al proponi-
,, mento de'tuoi onori. E a ciò fare noi mettemmo potentemen-
„ te e palesemente molte cose: patimmo di menomare il nostro
„ onore per accrescere il tuo; divenimmo guastatori della nostra
,, fama, e della tua scarsi. Ma per questi, e per altri benefici!,
„ ne rispondi tu di cotale guiderdone, che di che noi menomam-
„ mo nelle nostre costituzioni la ragione, la quale i re di Sici-
„ lia sogliono avere per usanza nelle elezioni de'prelati. Ma se
„ tu avessi con sollecita mano rivedute e rivolte le scritture
,^ tue e della tua madre, e vedessi bene le costituzioni de'santi
„ padri, non incolperesti la Chiesa intorno alla defeusione della
„ ecclesiastica libertà, perciò, con ciò fosse cosa che non deb-
„ he altrui biasimare della giustizia colui il quale contende del-
„ la mala usanza. Dicesti ancora, che oltre alla forma comune-
„ mente usata, noi sanza tuo consiglio abbiamo messi prelati in
„ alquante chiese del regno vacanti. Ma chente si sia quella
„ forma noi non sappiamo, se non che troppo sarebbe sformata,
„ se il giudicio deirapostolicale sedia pendesse dal tuo arbitrio.
„ Ma per tanto non è di nostra intenzione di promuovere per-
„ sona suspetta, purché tu non apponga più sospezione, che Tor-
„ dine della ragione non patisca. Dopo tutto ciò non volerne
„ noi lasciare l'arcivescovo di Taranto, il quale essendo appresso
„ di te in altezza di grazia, subitamente rabbattesti in profon-
„ do di malavoglienza; sicché chi poco dinanzi era tenuto uno
„ cuore ed una anima con teco insieme, di subito fu chiamato
„ furo e ladro, e detto traditore del tuo sangue. E maravigliam-
„ ci, che più n' aspetti: che cacciato lui della sedia, e toltogli
„ le sue possessioni, e contro a Dio e contro a ragione, seguen-
241
do tuo arbitrio di già l'hai ^punito, e la pena è venuta prima
che la sentenza: sicché l'esecuzione non attese libello. Ma for*»
se è alcuno che dice ^ che la sua persona dispiacque a' tuoi
servigi, perocché ti piaceano le sue cose. Ancora non voglia*
mo obliare il vescovo di Gattania, per la cui superbia e lar^
ghezza, vai dicendo, che tutto il regno é divorato. Ma se la
divorazione é già cosi fatta in tutto, onde sono soperchiate co-
tante remanenzie a divorare? Ed a colui se merito rispondesse
allo studio suo, e frutto alle sue fatiche, altro sanza fallo a-
vrebbe^ che non gli é dato di quello che tu promettesti a noi
nella terra di Fiorentina. Quello ancora che tu promettesti ai
nostri frati in san Germano tu lo sai bene. In questa manìe-
ra, e in molle altre^ percuoti tu le colonne della santa Chiesa
quando l'asprezza del tuo gravamento si stende nelle persóne
de*prelati, e ne^gradi e negli ordini de'cherici^ e quasi volendo
coprire e emendare gli altrui difetti, vai dicendo la negligenza
de'prelati, non pensando, che ancora non é venuta manco l'au-
torità della maggior sedia, la quale i peccati esaminati in dili-
gente giudicio punisce con tanta giustizia, che la distruzione
della pena toglie esemplo di colpa^ e la severità della vendetta
puote agli altri esser termine di mal fare. E perciocché noi
non potemo, né vogliamo, né dobbiamo venire alla santa
Chiesa di Dio sopra tutte queste cose, e altre che toccano
air ecclesiastica libertade, però seguiremo noi in tal manie-
ra il debito dell' uHcio nostro, che noi satisfaremo a Dio ed
al mondo. E di ciò faremo utilemente la vicenda della nos-
tra salute e della tua, con ciò sia cosa che piacere agli uo-
mini contro a Dio sia nuocere; il perdonare sia condannare;
acciocché le mani delle pietose madri cucchino agli loro fi-
gliuoli, perciocché 'l verace amore ha sue piaghe, le quali
diventano più dolci quanto elle si danno più amaramente.
Dicesti ancora, che dopo la tua tornata nel regno, dacché
avesti reintegrate le tue forze, le quali erano disperse per
lo svariamento de' tempi, e che avesti cacciati i tuoi ribelli
la madre Ecclesia, contro all' uilcio di madre, aveva rite-
nuti i suspetti del figliuolo. E certo del reintegramento delle
forze siamo allegri. Ma Dio volesse, che 1' efifezione del re-
integratore fosse si contenta de' diritti termini, che della
giustizia del rìcoveramento delle sue cose non trapassasse ad
ingiuria, e ad usurpamento dell* altrui; perciocché fuori di
Gio. Villani. T. lY. 3i
242
quello che al novìssimo giorno si renderà per discreta ven*
detta del sovrano giudice, conviene che la sustanzia ci con*
sumi, la quale nel beneavventuroso tempo sarà ammassata
per non leggittimi accrescimenti Sopra al fatto degli scac-
ciati del regno potemo noi bene sofferire la risposta; se non
che alcuna gente potrebbe credere^ che il tardamente di
nostra responsione giustificasse questo tuo richiamo fatto già
per più volte. Ora risponderemo per dimostrare che V aflOg-
gimento del rispondere è ritardato, ed ora viene innanzi ad
istanzia di richiarimento. Né non crediamo noi che sia del-
la tua memoria caduto, che al conte Ramondo, e a Rinaldo
d' Aversa, ed a' loro fattori, anzi che essi rendessero le ca*
stella che tu per forza avere non potevi, intra V altre cose,
le quali sono scritte in patti piuvichi ed autentichi^ si con^^'
tiene spressamente la piena sicurtà che tu desti loro, e fa*
cesti. E perchè ella avesse fermamento di maggiore sicurtà,
pregasti tu boi ed 1 nostri fratelli per messi e per lettere
speziali, le quali sono probate per chiara testimonianza, che
la Chiesa di Roma sicuramehte gli ricevesse sopra se, e che
tu pienamente atterresti loro tutte sicurtà e promessioni.
Ma come i fatti seguono alle parole, e come fede segue la
promessione, più che non conviene ali* apostolicale sedia, e
air imperiale altezza dimostrano le pubbliche afflizioni, e le
manifeste pene di molti di loro, i quali dopo V aspettata fi-
danza hai cacciati e sbanditi, ed altri dannati a vituperosa
morte; e perciò non sanza verace cagione potemo noi teme-
re nella nostra pazienza, per dare nome ed effetto di verace
pazienza. Per la qual cosa non credere che ciò sia dimen-
ticato, avvegnaché sia stato sospeso» Ma perché nelle simili
cose il simigliante vedranno per tuo esemplo commettere i
minori; e da questo pìccolo esemplo potranno prendere
specchio e veduta, nella quale quanto sia menomata la uti-
litade deir aposlolicale sedia, l!\ quale per molti tuoi prieghi
aveva ricevuti loro sotto sua sicurtà, dicanlo quelli che san-
no il fatto del conte Matteo , il quale tu hai dispogliato di
tutti i suoi beni, stando lui a defensione della croce, ed in
servigio del Crocifisso; e del conte Ruggeri imperaddietro
preso, siccome sai tu, e dappoi deliberato, come sapemo
noi; e di molti altri i quali per la tua persecuzione sono
fuggiti a Roma, ed in quelle parti. Non vogliamo ora più
243
dire parole, ma tacciano e raffreninsi le dogliente dell' alto
prencipe, né pure smuova fuoco contro alla Chiesa, né mo-
stri scendere contro a lei la sua potenzia. Già non truovi lu
questo nella memoria di Giulio Cesare^ il quale riserbò in
vita Domizio desideratore di pena, e dispregiatore di perdo-
no. E Metello, che pure si offeriva alle coltella, 1' ira di
cotanto prencipe riputò che esso non fosse degno di morte.
Ma certo le città erano refugio del popolo d' Isdraelle, e il
popolo cristiano non troverà città dove rifugga? David era
sostenitore degli afflitti^ ed il sommo pontefice vicario del
grande David non mostrerà la faccia ai molestati e massima-
mente quando essi contro a te non fanno alcuna cosa? se
forse tu non ti voglia recare a ingiuria che essi si lascino
vivere. Del conte I di Brenna^ nobile suocero
tuo^se noi avessimo saputo che non facesse verso di te
quello che dovea^ noi certo V arefmmo ammonito, e pregalo,
desiderando che esso sempre ti fusse grazioso. Ma in lui si
maravigliano molte gentil che sogliono gli altri crescere del
parentado de' maggiori; ma esso ne pare che ne sia meno-
mato, non senza scandolo di molti^ né senza gran danno del-
la terra santa, né sanza grande biasimo del nome tuo. Cer-
to cosi fatte cose non si trovano nei memoriali degr impe-
radori; queste non sono V usanze degli altri prencipi; cosi
non si procura V utilità della terra santa^ sopra la quale tu
di* che noi ti ponemo forti legami, e j^esi da non portarne.
Ma non ti ricorda, che tu medesimo per tua spontanea vo^
lontà ti sottomettesti a questi pesi^ già sono molti anni pas-
sati, quando nella Magna tu prendesti il segno della croce?
E non ti ricorda quanta gente, e grandi, e piccoli^ si sono
botati al servigio della croce? E non ti ricorda quanto
grande carico n' ha sofferto la Chiesa nelle decime dei pre-
benti, e degli ecclesiastici. Per gli mercatanti di Roma sap-
piamo bene, che t'avemo più volte scritto, siccome tu dice-
sti. Ma poiché essi non sono uditi di loro ragione, non deb-
bo loro fallire V ecclesiastica giustizia. E de' vassalli, dei
quali tu ne scrivesti come piacque a te, la ragione che tu
v' hai si vede ne' privilegi e della tua madre e de' tuoi an-
tecessori. E non per quanto se tu avessi voluto di grazia al-
cuna cosa in aiutorio della Chiesa santa, noi aremo volen-
tieri intesa la tua petizione^ se tu l' avessi voluta dare. Però
244
• vedi ancora, che *1 nome che tu ti ponesti d' avocheria più
„ sono fiate^ tu non lo tragga a mala usanza. Poiché avvocato
,, di Chiesa, si debbe intendere quello medesimo che n' è di-
,^ Tensore. £ se tu lasci V effetto delle difensioni, per niente
,, ritieni il nome dell' avocheria. La qual cosa tu hai ben
9, mostra in Arcovata, ed in altre castella di nostre fedeli, le
^, quali tu tieni occupate sanza ragioni. E quando elli se ne
^y richiamano, tu di' che farai ragione nella tua corte. E sopra
,^ questo si ritrovano novelle leggi, e regnano innanzi che
,, V antiche non patiscono. Ma perciochè la mano di Dio non
y, è si abbreviata, eh' ella non possa piegare V altezza degli
,^ uomini, ed umiliare la grandezza de' grandi^ guarda, che
„ quando lo splendore dei beneavventurosi avvenimenti t' al-
„ lumano ai tuoi piaceri^ tu non ti dimentichi nel sereno quel-
^$ lo che tu profferì nel turbato. Noi crediamo, ed aviamo spe-
,, ranza,che dimenticanza non adducerà tanto votamento nella
„ memoria di cosi discreta persona, eh' ella caggia in vizio
^, d' ingratitudine. Non t' ingannino dunque le prosperitadi.
„ Tanto ti debbiano avere insegnato V avversitadi, che la lu-
^, miera della nobiltade è tale, che 1' altre cose non inorgoglis-
^, cano le menti de' nobili, né le dolorose non le abbassino.
„ Per la qual cosa^ figliuolo carissimo, poiché hai provato
^, r efletto deir apostolica sedia, non ti lasciare sconvolgere ad
„ altrui suggezione, perciocché se troppa devozione non in-
„ gombra, ella non ristrignerà la mano degli usati beneOcii,
,^ né non nasconderà il dolce volere; che non é cosa verisiml-
^, le che ella voglia di fatto del desideroso cuore ritrarre da
,^ colui, cui essa con molte fatiche mantenne nel tempo della
^, fanciullezza, e con molta sollecitudine inalzò nel tempo del-
^, la maggiore etade.
LETTERA
IDiiK IPiaiOVD (ft Q D T ii Q Hit
LI QDUB, PZm LA GRAZIA DI DIO,
MANDÒ ALLO IMPESATOKE
FEDERIGO DI ROMA
F
arlando il Villani, al capitolo ventesimonono del libro quinto,
dei Tartari che scesero le montagne di Gog e Magog , dice
che guidati da Gangius entrarono in India, e vinsero il Presto
Giovanni, e sottomessero tutto il paese. Il presente documento
fa conoscere chi fosse questo Presto Giovanni^ e parla ancora
dei Tartari di quelle montagne. Noi potremmo discorrere a lun-
go di questo importante soggetto , ma conosciamo non esser
questa una circostanza opportuna y e solamente faremo osser-
vare a coloro che lo desiderassero che Marco Polo ne' suoi
viaggi parla molto di questo re , e il Moreri nel suo Diziona-
rio^ e il Fleury lo rammenta nella sua Storia ecclesiastica.
Nella nuova edizione di Marco Polo , procurata da un nostro
illustre letterato, e da si gran tempo desiderata, vi si trove-
ranno probabilmente erudite notizie su questo Presto Giovan-
ni. Possiamo credere con tutta sicurezza che questa lettera fos-
se scritta prima del 1200 all'imperatore Federigo primo , poi-
ché nel 1202 seguii secondo il Villani, l'uscita de'Tartari dalle
montagne di Gog e Magog, e nella lettera seguente si legge
che questi Tartari erano stati rinchiusi dal grande Alessandro
in quelle montagne, e che non ne sarebbero esciti fino al tem-
po d' Anticristo , vaticinio che presto fu smentito. Dispiacerà
veder miste le cose vere con le favole più grossolane , ma
questo era il costume degli orientali e di quel tempo , doven-
dosi anche credere che colui che ne fece la versione dal te-
sto primitivo v'aggiungesse qualche cosa di suo, e rincarasse
246
la maraviglia del suo originale. Quest'epistola Tabbiamo (ratta
dal codice riccardiano segnato di numero 1475 in pergamena ^
lo scritto sembra sul finire del secolo XIV. Noi la diamo per
inedita^ poiché non ne conosciamo nessuna altra copia a
stampa*
,^ X resto Giovanni, per la grazia di Dio re cristiano , manda
^, salute ed amore a Federigo imperadore di Roma. Noi siamo
„ certi che voi desiderate di vedere per certe insegne 1' esse-
,, re nostro e de' nostri fatti , e imperciocché a noi è dato ad
„ intendere che voi dicete che li nostri Greci non credono fer-
9^ mamente la vostra legge^ e non adorano Iddio siccome fate
9> voi 9 ora sappiate che noi vi mandiamo dicendo di vero ,
,f che noi crediamo il Padre e '1 Figliuolo e Io Spirito Santo
„ in tre persone in uno Iddio solamente , e questo crediamo
f, noi fermamente; e imperciò vi preghiamo che voi ci faccia-
99 te assapere la vostra credenza e la maniera della vostra
9, gente e della vostra terra per vostre lettere; e noi vi roan-
99 diamo significando la nostra maniera e la nostra legge; e se
,9 a voi piacesse alcuna cosa che noi potessimo fare o trovare
^, nel nostro reame si ce lo fate assapere, e noi ve lo mande-
„ remo volentieri. E s' egli vi piacesse di venire infìn qua a
„ noi^ noi ne saremmo molto lieti , e faremmovi siniscalco di
„ tutta la nostra terra. Ora sappiate di vero che noi abbiami
9, la più alta corona e la più ricca che sia al mondo , sicco^
„ me d' oro e d' argento e di pietre preziose , ed abbiamo iA
„ tra noi di molte forti tenute, siccome sono città e castellai^
,9 Ancora vogliamo che voi sappiate di vero che settantadud
,y re coronati sono sotto al nostro podere e di sotto alla nostra
9, corona9 li quali sono tutti buoni cristiani; é si abbiamo ann
99 Cora altri re coronati li quali non sono cristiani 9 e sono
99 sotto il nostro comandamento. Ancora sappiate di vero 9 che
j, tutti i poveri della nostra terra noi sosteniamo di limosine
,9 per l'amore di Dio^ sicch' elli hanno assai per vivere. Ancora
„ vogliamo che voi sappiate veracemente9 che il più tosto che
,9 noi potremo noi anderemo a visitare il sepolcro del nostre
^9 signore Iddio in Gerusalem e tutta la terra di promessìone,
99 nella quale Iddio ricevette morte e passione per noi ricom-
247
y, perare delle pene dello 'nferno ; e crediamvi andare onora-
„ tamente con grande compagnia di baroni e di cavalieri, per
9, adorare la santa verace croce di Gesù Cristo, e aggrandire-
„ mo la nostra fede e la nostra legge, e confonderemo gl'ini-
„ mici dlddio. Ancora vi facciamo assaporo che le nostre par-
^ ti sono tre Indie, la maggiore, e la mezzana, e la minore.
,^ Nella maggiore India, dov^è il nostro stallo^ s! giace il cor-
9, pò di santo Tommaso Apostolo, ed è divisata in verso orien-
9, te ; neir altra India appresso troviamo noi Babilonia la di-
9, serta , la qnale anticamente fu chiamata la torre di Babel ;
9, l'altra India é la terza parte di settentrione, diviziosa d'ogni
9, vivanda che al corpo dell' uomo bisogna ^ ed è quest' India
9, tutta legittima nostra. Nella nostra terra nascono i leofanti
„ e molte altre bestie divisate , siccome sono morris , torma-
9^ darle, dromadarie, bianchi, e cammelli bianchi^ e nasconci
9^ tori salvatichi e lupi bianchi, i quali pigliano i cervi. Anco
^ ci nascono asini salvatichi e leoni bianchi e neri e rossi e
99 taccati di diversi colori^ e sono di grandezza come buoni
„ bufali. Ancora vi facciamo assapere che noi abbiamo bufali
99 salvatichi e molte altre bestie^ le quali voi non avete in
9, vostre contrade. Noi abbiamo uccelli grifoni , i quali sono
^ di tanta virtù ch'elLi ne portano un bue tutto intero al ni-
99 do de'loro pulcini , e tanto come queste bestie salvatiche e
99 maniere d'uccelli trovano che mangiare non escono mai del
9, deserto. Ancora vi facciamo assapere che noi abbiamo in
99 tra noi li rodioni, i quali sono sopra tutti gli uccelli del mon-
,9 do^ e sono un poco maggiori che non è l'aquila, ed enno di
99 colore di fuoco, e le loro alle sono taglienti come rasoio^ ed
f, in tutto il mondo non ha più ch'uno paio. Ancora vi faccia-
99 mo certi che in questo modo nasconb questi rodioni ; che
,9 quando il paio di questi rodioni sono vissuti sessanl*anni, ed
^ eli! fanno due uova^ e covanle sessanta di; poi s' aprono ed
^9 esconne fuori due pulcini, e quando il padre e la madre veg-
„ gono nati i pulcini si si partono fuggendo il più tosto che
^, possono volare, e sono accompagnati dagli altri uccelli della
„ contrada infino a tanto ch'elli vengono al mare, ed ivi s'affo-
,9 gano entro il mare^ e quando sono affogati, tutti gli altri uc-
y, celli i quali sono andati in loro compagnia si si ritornano ad-
,^ dietro infino alli due pulcini , e si guardano e nutricano li
,9 detti due pulcini sessanta di: allora sono drudi i due pulcini^
24S
,y sicch' elli possono volare ^ e tutti gli uccelli che gli hanno
„ guardati se ne partono immantinente. Ora avete inteso come
„ i rodioni nascono^ e quanto ènne la loro vita. Ancora noi ab-
,^ biamo una maniera dì bestie chiamati tigri^ i quali sono mi-
„ nori de'leofanti^ e questi tigri divorano molte altre bestie. E
,> nell'una parte del nostro deserto hanne uomini cornuti^ e al-
,^ tre genti le quali hanno orecchie dinanzi e didietro, e li lo-
„ ro nomi sono Fanturi, Pincefali, Tigrolope, e femmine hanne
„ in tra loro di quello medesimo lignaggio. Ancora abbiamo
,^ altra gente li quali vivono pure di carne cruda , e cosi si
,, mangiano gli uomini come le bestie^ e questa gente non te-
„ me la morte. E quando alcuno di loro muore, scegli ha alcu-
„ no parente ovvero amico egli so lo mangia^ e dicono che ciò
„ è la miglior carne del mondo; e il nome di quella gente si
„ è Got, e Magot, e Amie, e Vegene, Arcennes ^ Farfor, Cinc-
„ pi, Gangamare , Agimodi. Tutte queste generazioni, e molte
„ altre, rinchiuse Alessandro il grande re di Macedonia in tra
,j due monti, ciò sono Gor e Magor, e sono nelle parli d'aqui-
„ Ione dove noi abbiamo castella nelle quali noi teniamo gran*
„ de fornimento di gente per aitare uno nostro re che per xm
^, combatte contra quella setta; ed ivi appresso hanne una cit-
„ tà la quale si chiama Orindie. Né queste generazioni di genti
„ non furono de'Ggliuoli d^lsdrael nò sono, ma elli furono di
,^ Gos e di Magos. E quando noi vogliamo menare di questa
„ gente in battaglia noi si ve ne meniamo, e facciamo a loro
^, divorare tutti i nostri nemici e mangiare^ e poi li rimettiamo
„ addietro nelle loro luogora, imperciocché se lungamente con-
„ versassero intra noi^ elli consumerebbero tutta la nostra gen-
,^ te e le nostre bestie; e questa gente non uscirà fuori infine
9, a tanto che il secolo durerà nel tempo d^Anticristo: allora si
^, spanderanno per tutte terre* E sappiate che nulla persona
^y potrebbe assommare il grande numero di loro, se non come
„ della rena del mare, nò tutta l'altra gente del mondo non li
„ potrà contastare: e questi sono coloro de'quali il Profeta di-
^, ce y che per loro peccato non saranno al di del giudicio al
,^ giudicamento^ ma il nostro Signore manderà sopra di loro il
yy fuoco ardente che tutti gli arderà, e in questa maniera saran-
y no distrutti questa generazione delle genti, e il vento ne por-
,^ terà la loro cenere. Ancora in una parte del mare arenoso
,> si hanne una maniera di gente le quali hanno i piedi tondi
„ siccome camaielli, e sono fessi io tre parli, e questa gente
» sono sotto il nostro comandamento; ma elli non sono gente
9> d'arme, anzi sono lavoratori di terra, e ninna gente non può-
„ te entrare nella loro provincia se non noi , che guardiamo
„ l'entrata e l'uscita, e perciò prendiamo noi tributo da loro
„ continuo, e intanto non facciamo noi loro guerra. Nell'altra
,, parte del deserto si hanno una città la quale ha nome Femi«
,, nia, dove neuno uomo non può vivere se non uno anno; e
„ quella terra si é molto grande, ch'io voglio che voi sappiate
„ di vero ch'ella tiene cinquanta giornate per lungo ed altrel-
y, tante per largo, ed havvi tra loro tre reine senza l'altre don-
t, ne che tengono la città e le castella da loro; e quando elle
„ cavalcano sopra d'alcuno loro nemico, elle menano cento mi-
„ gliaia di donne di pregio bqne a cavallo , senza quelle che
^ menano l'arnese e la vivanda. Ancora sappiate che la nostra
„ terra ènne avvolta d^uno fiume il quale esce di Paradiso, il
„ quale ha nome Fìson, che non si puote passare senza nave.
„ Di là da questo fiume si hanno una terra la qual^^ si chiama
„ Picconie, nella qual terra abitano gente piccìole^ siccome fan-
,, ciuUi. di cinque anni ovvero di sei, ed hanno cavalli di gran-
,, dezza di montoni: e sono cristiani, e non è neuno che loro
„ faccia guerra^ se non una maniera d'uccelli che vengono so-
^, pra di loro ciascuno anno due volte: V una volta vengono
„ nella vendemmia. Allora il loro re esce fuori a battaglia con-
,^ tra quelli uccelli, e già non se ne partono questi uccelli infi-
„ no ^ tanto eh' elli non hanno fatto grande mortalità di que-
„ sta gente: e questa pistolenza diede loro Iddio per li peccati
„ de'lorp anticessori. Ancora abbiamo tra noi una gente di sa-
^ racini, i quali sono dalla cintola in su uomini^ e di sotto ca-
„ valli, e portano archi, e stanno nel deserto, e appresso de'lo-
^ ro confini stanno uomini salvatichi, i quali mangiano erba e
„ carne cruda, e questa gente non escono del deserto, imperoc-
,y che a Iddio non piace, e giacciono continuamente in su l'er-
„ ba, e questi uomini salvatichi fanno guerra contro questi sa-
„ gittari, e i sagittari centra di loro, e perciò giacciono costo-
„ ro in su l'erba che li serpenti non nocciano loro. E voglio
„ che voi sappiate che noi ne facciamo prendere per ingegno
„ a' nostri uomini , e guardiamli nella nostra corte perchè la
^, strana gente li veggano. Ancora abbiamo una maniera di be-
;, stie le quali hanno uno corno in fronte dinanzi lungo uno
Gio. Villani T. IV. 32
250
9, braceio: a queste bestie sono detti colori , biaitcM e Beri e
„ rossi ; ma i bianchi sono più forti che gli altri , eh' elH si
„ combattono contra il leone^ e il leone per ingegno V uccide;
„ che quando elli si combattono insieme il leone si mette do*
^, pò uno albero ben forte, e poi viene verso Tunicorno, e Funi*
„ corno il crede ferire, e '1 leone fugge il colpo, e Timicomio
„ fere nell'albero si forte ch'egli non pud riavere il como^ al-
„ lora viene il leone a lui, e si l'uccide, e l'unicornio uccide lui.
„ Ancora sappiate che noi avemo appresso di noi i giganti, i quali
„ solfano avere per antico tempo di lungo sessanta gomita, ma ora
„ non sono se non quindici, e non possono uscire del deserto se
„ non quando noi vogliamo, imperciocché sono al nostro coman-
„ damento. Ancora abbiamo una maniera d' uccelli i quali
„ hanno nome fenice, che in tutto il mondo non ha se non uno
„ solo; e questo uccello vive cinqnecent' anni, e poi fa uno ni-
„ do ed entravi dentro^ e tanto il batte dell' alle che '1 ftioco
„ vi s' accende, ed arde lui e '1 nido; poi quello nido diventa
^, polvere, e di quella polvere nasce uno simigliante uccello.
„ Ancora vi facciamo assapere che neir una delle nostre Indie
,, non ha né verme né serpente, tanto é netta, e correvi uno fin-
,y me il quale é chiamato Ydal, il quale viene di Paradiso (erre-
„ stro: e questo fiume si divide in sei parti, e va per la con-
„ trada d*India, e mena oro e pietre preziose, siccome smeraldi,
,^ zaffiri, aspi e calcidoni, once, topazzi, rubini, grisopasse , ia-
„ chinte, grìsolette, bericche e molte altre pietre preziose. An-
^, Cora abbiamo intra noi un* erba che chiunque porta sopra
„ la barba puote cacciare via il diavolo^ e farlo venire a se e
,^ favellargli; ed egli ti dice di ciò che tu il dimandi, e imper-
„ ciò non osa abitare il diavolo intra noi. Nel nostro deserto
„ estremo cresce il pepe e si h) cogliamo ciascuno anno^ e la
„ terra dove cresce si é tutta piena di serpenti, e quando il
„ pepe é maturo in su gli alberi^ che sono drudi e folti, e
„ ramomti e bene caricati, allora i paesani vi mettono il fuoco
„' e il bosco arde, e il pepe cade in terra, e i serpenti fuggo-
„ no tutti dinanzi al fuoco, e quelli che ardono il bosco d' in-
„ torno si gli uccidono tutti; poi quando il fuoco é spento, gli
„ uomini si tolgono forche e rastrella e fannone grandi monti,
^, e lo mondano al vento: poi lo cuocono neir acqua per trar-
,y rene il Veleno de' serpenti. E questo bosco si é d* intorno ad
„ un* alta ihontagna la quale ha nome Olimpus, e di quella
j, montagna esce una fontana che pare distemperata» quando
„ Tuomo ne beve, di tutte le buone spezie del mondo, e qua-
,, lunque persona ne beve di queir acqua non sente niuna in-
,, fermitade da indi a trent' anni , se tanto potesse vivere. E
j, in quella fontana nascono pietre chiamate indevoiro, e sono
„ dì tale virtù quelle pietre, che V aquila le porta al nido dei
^ suoi pulcini per riconfortare loro veduta^ eh' elle rischiarano
„ gli occhi. Ancora vi facciamo certi che noi abbiamo un' aN
„ tra fontana la quale è di tanta virtù^ che se un uomo vivo
j, vi si bagna dentro egli si trova dell' età di trentanni. Anco-
y, ra abbiamo uno mare di rena pericoloso siccome mare
fj d' acqua, ed è molto grande, e ninno corpo d' uomo non
„ y' osa entrare dentro, e imperció non puote neuno uomo sa-
„ pere la grandezza della nostra terra, se non noi che n'ab^
„ biamo la scritta. E si abbiamo un altro paese per lo quale
„ noi possiamo visitare la nostra terra e andare oltre a quel*
,, lo mare per uno fiume eh' esce d' una montagna, che è in-
9, tra noi e i figliuoli d' IsdraeL E questo fiume mena molte
„ pietre preziose^ e fa il suo corso per lo mare arenoso, e sem-
„ pre corre molto forte, se non se il sabato, che non si muta
„ in tutto il di, anzi sta quoto e riposasi. Dall'altra parte del-
^, la montagna d' onde questo fiume nasce abbiamo noi settan-
„ tadue castella delle più forti del mondo , ed è T uno presso
^ all'altro ad una balestrata, e in ciascuoo castello avemo noi
9» per guardia quattrocento cavalieri; e tremila sergenti, e cin-
„ quemila balestrieri, e dugentomila arcadori, i quali guardano
„ il monte e i monti , che la gente del Grotto del lignaggio
„ de' figliuoli d' Isdrael non se ne potessero escire , impercioc*
y, eh' elli guasterebbero tutto il mondo , tanti sono. E voglio
„ che voi sappiate , che per ciascuno castello ovvero città la
,5 quale noi abbiamo, elli n' hanno quindici , e per la grande
„ spesa la quale noi facciamo nel fornimento di queste castel-
,y la lo grande re d' Isdrael si ci dà ogni anno trecento cam-
„ molli carichi d'oro e d'argento e di pietre preziose; e que<
„ sto ci dà perchè noi atteniamo la triegua che noi abbiamo
9, con lui. E questo re d' Isdrael si hanno dugento re sotto la
,j sua podestà, i quali tutti ubbidiscono a lui, e si ^anne sei-
», cento principi , e tra duca e conti millequattrocento : e per
,, la sua terra corrono due fiumi i quali escono di Paradiso. E
„ il monte dove noi abbiamo le castella si ha nome Gor e Ma-
252
^, gor , ed è cosi chiamato per due fratelli i quali uscirò del
„ lignaggio de'figliuoli d' Isdrael , e guardarono quella monta-
„ gna; e appresso di quella montagna stanno di nostri re per
„ guardarla , i quali ricevono il tributo del grande re d' I-
^, sdrael , e i loro mercatanti ranno sicuramente per la nostra
^, terra, e i nostri vanno per la loro; ma noi non lasciamo en-
„ trare neuno di loro nelle nostre fortezze , e quando noi vo-
^, gliamo a loro far guerra noi li prendiamo siccome noi vo-
^, gliamo, e si uccidiamo tutti i vecchi , e i fanciulli teniamo
„ per noi servire, e tutti li facciamo sanare, imperciocché gli
„ uomini e le femmine di quella terra sono la più calda gente
„ che sia al mondo , e la più orgogliosa. Appresso di quello
,^ monte si ha uno deserto dove neuno uomo non puote abitare
,^ per lo grande caldo che v*ha, e correvi uno fiume di polve-
^> re d'onde che neuna persona vi puote passare^ se non quan-
„ do il vento vi fiere entro ben forte, e fallo partire della ter-
„ ra allora vi si puote passare^ ma se lungamente vi stesse to-
„ stamente vi perirebbe; e qualunque persona ne puote uscire
„ tutta la polvere eh' egli ne trae diventa pietra preziosa , e
„ quelli che ne traggono la polvere non possono vedere le pie-
„ tre infino a tanto che non V avemo vedute noi ^ e se a noi
„ piace noi si le teniamo, e se non, si le rendiamo. Ancora in
,^ quella terra si nutricano molti fanciulli nell'acqua per acce*
j, stumargli d'andare cercando per le pietre preziose in del fin*
„ me. Ancora presso del deserto si hanne una terra dove neu-
„ na persona non può abitare per lo grande caldo che v' ha,
„ ed in quella terra nascono una maniera di vermini i quali
„ non possono vivere se non in fuoco, e questi vermi sono chia-
„ mati salemandre, ed hanno la loro pelle siccora' e' verri che
„ fanno la seta. E di quelle pelli facciamo noi robe alle nostre
„ donne della nostra terra, e queste robe non si possono lava-
„ re se non in fuoco ardente. E imperció vi diciamo che noi
„ abbiamo intra noi tante ricchezze^ che non è neuno^ se vuo<
„ le guadagnare, che possa essere intra noi povero. È i santi
« pellegrini i quali vengono a messer santo Tommaso apostolo,
„ e agli altri buoni santi nella nostra terra, per li quali Iddio
„ fa di iholti miracoli, noi li governiamo delle nostre limosino
„ per ambre di Gesù Cristo. E il nostro signore Reno fa di mol-
•, ti belli miracoli per amore di messer santo Tommaso aposto-
,, lo , più che non fa per ninno degli altri santi della nostra
y, terra^ clie ciascuno «mio esce fìiori del tópolcro in cotal di
^ come fa martoriato, e ai fa piredicaziobe a tàtta la gente del*
„ la nostra cittade, e annunziaci il salvamento dell'anima; sic-
,y come noi ci dobbiamo contenere. E anco tra noi non abbiamo
,9 ninno ladrone né ninno avaro, imperocché Domeneddio nostro
„ signore non lo sofferrebbe nemico, che incontanente manda
„ distmggimento sopra di loro. Ancora vi facciamo assapere che
„ noi abbiamo i migliori cavalli del mondo, e sono molto cor-
,y renti, e sono tanto grandi, che quando noi vi vogliamo salire
,9 suso si ci conviene salire per iscale, e si portano uno cava-
„ liere a giornate tutto armato, tutta via correndo, colla vivan-
„ da di tre di, se mestiero gli è. Ancora sappiate che in tutto
j, il mondo non ha re che sia tanto ricco come siamo noi, sic-
„ come di buone castella e di buone città, e d'oro e d'argento,
y, salvo che il grande re d'Isdrael. E avemo di molti buoni ca-
^ valieri , e grande quantità di pietre preziose , e si" abbiamo
„ molti drappi d'oro e di seta^ e quanto conviene a corpo d'uo-
^ mo e di femmina , per istare ad agio e ad onore. E quando
„ noi andiamo a battaglia noi ci facciamo portare dinanzi noi
^, quattro croci d'oro, e gonfaloni ed insegne , e gli altri re e
,9 duca e principi e baroni e conti i quali vengono con noi, hao-
9, no insegne e conoscenza di palio e di zendado siccome deb-
9, bono nelle loro insegne: e meniamo con noi trenta migliaia
„ d'uomini 1 quali sono tutti cherici, e ancora meniamo con
„ noi cento migliaia di cristiani latini senza gli altri cavalieri, e
,^ ancora meniamo cinquantamila balestrieri , e quarantamila
„ arcadori, senza coloro che vanno colla vivanda e coll'arnese:
,, e tutta questa gente mantiene la nostra corte. Ancora abbia-
,y mo, siccome noi v'avemo detto, sessantadue re cristiani, i qua-
,^ li sono sotto di noi, senza quelli che non sono cristiani , e
,, stanno sotto il nostro comandamento; e possiamo menare lo-
„ ro e la loro gente là ove noi vogliamo , e ciascuno hanno
j, per se la sua terra bella e ricca. Ancora signi 6chiamo a voi,
„ che quando noi andiamo a battaglia noi lasciamo la nostra
„ terra nella guardia di quattro patriarchi di santo Tommaso; E
„ quando noi cavalchiamo per la terra noi facciamo portare
„ una croce dinanzi da noi, la quale non è adornata né d'^oro^
„ né d'ariento, né di pietre preziose, perciocché noi abbiamo in
9, rimembranza la passione di Gesù Cristo nostro signore. E cìa-
„ scuna delle nostre città ha due porte senza arco volto^ che noi
254
^ non vogliamo che la croce vi si bassi né airentrata né alFo-
^ scita. E quando noi entriamo nella cittade noi facciamo por-
,^ tare dinanzi da noi quattro vasella d' orerie quali sono pie-
„ ne di terra per ricordanza che noi fummo fatti di terra, e
5, terra diverremo: e ciò è dimostranza che noi siamo di buonV
,9 ria. Ancora facciamo portare un altro vasello pieno d' oro ,
,9 perciocché quelli che ci vedranno conoscano la nostra si-
„ gnoria , e siccome io sono il più grande re che sia da Gor e
,, da Magor infino in occidente. E neuno é tanto ardito che o-
,, si mentire in tra noi d' alcuna cosa ,che s' egli mentisse, noi
^9 11 testimonieremmo a falso e a disleale , né giammai non a-
„ verehhe onore, che Gesù Cristo comandò che Tono amasse
„ r altro in buona Iealtade,e comandò che avolterio^né fomi-
,y cazione, né micìdio, né falso giudicamento non si facesse; e
„ se alcuno di noi fosse trovato in avolterio^ noi V ardiamo sen-
„ za alcuno indugio, pertanto che sia peccato o di fomicazio-
„ ne o d' avolterio, che Domeneddio ordinò che fosse matrUno-
„nio, e che ciascuno avesse moglie, perciocché non facesse
„ peccato coir altrui. Ancora vi facciamo certi che noi visitia-
„ mo il corpo di santo Daniello profetagli quale è presso di
^ noi, e meniamo con noi in nostra compagnia diecimila ca-
,^ valli, e bene armati, e duemila balestrieri, e cento castella
,9 fatte sopra leofanti in tale maniera, che ciascuno castello é
^, fatto sopra quattro leofanti;e andiamo in questo modo perchè
,, noi ci difendiamo da' serpenti e da' dragoni, i quali hanno
y, otto teste i quali stanno in Babilonia la diserta; e conviene!
„ andare in prima otto di per deserto prima che noi siamo la
•, Babilonia; e questo facciamo noi ogni anno, ma noi troviamo
„ molte vivande per mangiare, siccome cervi rossi e unicorni
yy di tre colorile altre maniere d'uccelli chiamati fenice, ed
,^ é la miglior carne del mondo a mangiare. E in queste otto
,^ giornate del deserto troviamo noi Babilonia deserta , dote
,, giare il corpo di santo Daniello profeta ; poi di là infino nel-
„ la fine del deserto hanne cinquanta giornat'' a uno tegnente,
,y e poi di là sono i giganti, i quali ci rendono tributo^ e del
„ tutto sono al nostro comandamento: ed é tanto grande la lo-
„ ro terra ched ella dura cento giornate per lungo e sessanta
>, d' ampio : che s' elli fossero prodi siccome elli son grandi ,
,,. elli potrebbero combattere centra tutta V altra gente del
M mondo; ma il Signore si diede loro cotale. dono ^ eh' elli non
355
^ s' intramettessero se non in lavorare la terra od altro lavo-
,, rio; e perciò lo fece Iddio, che nello antico tempo i loro pa-
yy dri fecero e fondare la torre di Babel per combattere il
^ cielo. E di questa g^nte abbiamo con esso noi incatenati,
,9 siccome bestie, per mostrarli alla g;ente che non li conosco-
^, no, e in nonno modo noi non sofferlamo eh* altra gente n' a-
9, vesso nonno, perciocched elli sono nostri le~gittlmi, e tutta
,9 la terra loro, che tanto è lunga e larga. Ancora vi facciamo
9, assapere che il nostro palazzo è fatto alla maniera ed alla
9, similitudine di quello che santo Tommaso ordinò al re God-
9^ dofredi d'India; e il tetto del palazzo si è coperto d' uno
Ì9, legno che ha nome libano y e tutto il legname che '1 sostiene
,, si è di ceti no; e quello legno che ha nome libano non può
,, ardere in fuoco. E in su il palagio hanno due mele d' oro ,
V9 è in ciascuna mela si ha due scarboncoli ^ e perciò riKice di
9, giorno, e lo scarboncolo riluce dì notte. E le più grandi por-
,9 te del palazzo sono d'uno legno che ha nome cestro, lavo-
99 rate con pietre preziose e con oro molto sottilmente; ed han-
9/^0 tale virtù quelle porte, che ninno malvagio non vi puote
9, entrare dentro; e V altre porte sono di libano, e le finestre
9, sono di cristallo. E le tavole dove noi mangiamo sono d' a-
99 ro lavorate con pietre preziose riccamente^ e sono in quattro
9, puntelli d'almastica, la quale è ijTna pietra che bave tale vir-
.9, t69 che neuno uomo si puote adirare al mangiare; l'altre ta-
9^' vele sono d'almastica^ e i puntelli d'avorio e d* alroastica^ i
yi qnali li sostengono, riccamente Intagliate. E dinanzi dal no-
^ stro palazzo si hanno nna piazza dove noi stiamo quando noi
99 vogliamo vedere i nostri giovani giostrare , ovvero fare al-
^ icnn altro giuoco. E il nostro palazzo è fatto d'una pietra che
yf si chiama orìrople, perciocché i giovani abbiano i cuori mi-
99 gliori e più arditi. La camera del palagio dove noi giaciaroo
99 si è coperta d'oro ed ornata di molte pietre preziose, e cia-
9, scuna notte v'arde una lampana piena di balsamo, e là tene-
9, mo noi corte alle nostre grandi feste , perciocché il balsamo
,9 rende molto buono odore. E nello letto dove noi dormiamo
^ si hanno molti safRri da tenere Tuomo casto: che noi avemo
^9 di molte belle femmine y ma noi non giaciamo con loro se
9, non quattro mesi dell'anno, e solamente per cagione d'inge-
9, nerarè figliuoli ; e cotale costume teniamo noi , ma V altra
^ gente fanno a loro volontà. E ciascuno giorno vengono alla
M nostra corte trenta uomini tra istrani e trapassanti, i quali tutti
9^ quanti lianno al corpo quanto bisogna loro e per loro cavalie-
99 ri. E dinanzi dal nostro palagio alla nostra entrata avemo noi
„ ordinato uno specchio per mei la porla , per molto grande
9> ingegno fatlo, ed è molto bello e lucente, e quelli della. città
„ il veggono di di e di notte. Con tutto ciò cb'è la città 4^t9l
,,» sette giornate, ed è tutta intorno murata di profferito di di-
,,;i versi colori. E qualunque persona vuole andare là ov' ò lo
9i specchio^ e'ne si gli conviene montare ceotosessantasette sca-
,^ Ioni, e tutti gli scaloni sono di cristallo lavorati eoo pietra
,1' preziose, siccome sardine, bericche, e aspe, baleste^ aknati-
',,w3te, e di molte altre maniere; e facciamovi certi che sopra
9, questi scaloni sono posti quattro pilastri, e ivi suso una capi-
^^ ielìo, e in su questo capitello si hanne otto pilastri^, e in su*
^, so questi otto pilastri si hanne uno capitello^ e in su questo
„ capitello si hanne dodici colonne, e in su queste dodici .co-
j, lonne si ha uno capitello, e in su questo capitello si hanne
„ trentadue colonne, e su ivi hanne quattro capitelli, e. sopra
.,> questi quattro capitelli si hanne sessantaquattro colonne. pie-
,9 cole, e in su queste scssantaquattro colonne si hanne ubo ca-
„ pitello sopra al quale dimora la grande colonna dove Io spec-
9, chio è commesso tanto sottilmente, che neuna persona di^'l
,^ veggia non sa dire come fu fatto , e non lo farebbero tutti
,^ quelli del mondo; e neuOo monta lassuso senza commiato. E
ì, continuamente si lo guardano di di venti cavalieri armati di
„ tutta arme, e trenta sì lo guardano di notte, perchè neuna
^ persona vi montasse senza parola. Ancora vi faccìanio. assa-
«y.IH^re che ciascuno mese dell' anno servono dinanzi dalla no-
„ stra tavola sei re incoronati, e cinquanta in tra duca e con-
^, li, di quanto che noi comandiamo loro, senza altra gente i-
„ strana, e una parte de' nostri sergenti stanno beli* e armati
j, Ancora avemo con esso noi duemila Franceschi , i quali noi
„ avemo tutti fatti cristiani, e servono tutti alla nostra tavola
^^ o alla nostra camera, e stanno in nostra corte. E quanti che-
», cici vengono alla nostra corte, siano cherici o laici, noi dia-
^, mo loro Tordipe di cavalleria,, e perciò il facciamo noi, per-
„ ch'elli sono bene perfetti nella fede di Gesù Cristo , e sono
„ buoni cavalcatori e leali in castella, e sono buoni balestrieri.
,9 E quando noi andiamo in battaglia, i Franceschi stanno d'io-
9f 'torno noi per guardare la nostra persona e '1 nostro corpo* E
^57
^^ avemo con noi gente di tutte terre , i quali ci dicono i co*
^, stumi e le maniere de'loro paesi. I Franceschi ci dicono buo*
y^ ne novelle del papa di Roma, nostro buono amico e fratello
,y in Dio. E tutti i re, e duca, e conti, e'Franceschi tutti man-
„ giano alla nostra tavola ordinati. E quanti re, e duca^ e con*
yy ti muoiono senza rede noi diamo la sua terra a' Franceschi^
„ e tengono il luogo di colui ch'è morto. E in tra questi France-
„ schi che mangiano alla nostra tavola si ve n^ ha dodici arci*
„ vescovi e ventiquattro vescovi, e i quattro patriarca di san-
„ to Tommaso apostolo: e si avemo altrettanti abati quanti di
„ hanno neir anno, e ciascuno canta messa dentro alla nostra
yy chiesa, che tanto è ricca che niuna persona non lo potrebbe
„ credere se non lo vedesse. E quando elli hanno cantato la
yy messa si ritorna ciascuno alla sua badia a visitare i loro fra-
„ ti. E io sono chiamato Presto Giovanni, imperciocch' io deb-
,9 bo avere umilità siccome prete , che il nostro signore Gesù
„ Cristo fu ungile e prete, e dacché Iddio ebbe l'ordine di pre*
„ te, dunque è il prete la più alta persona che sia, e imper*
iyy ciò dee il prete avere in lui umiltà e castitade e pazienza ,
„ che Gesù Cristo fu prete e re; e imperciocché il nome é tan-
„ to grande, sono io chiamato Presto Giovanni. E facciamvi as*
9, sapere che coloro che guardano noi v'ha con loro re e arci-
yy vescovi, e quelli che guardano i nostri mercatanti sono arci*
,^ vescovi e re, e coloro che ci mantengono per ordine sono ar-
„ civescovi e re ; e avemo la corona del patriarca di santo
9, Tommaso , e la corona per essere imperadore e re. E im*
yy perciocché tanti nobili signori servono alla nostra corte , e
,, mangiano e beono, si ci conviene molto ispendere. Ancora
y, vi facciamo assapere che noi teniamo consiglio ogni otto
,y anni nella città di santo Tommaso apostolo , e fa que->
„ sto benedetto apostolo corporalmente predicazione a tutto
„ il popolo , e tutta la gente della nostra terra vengono al
„ concilio, il quale dura due mesi poiché noi siamo assem*
,, biati là, e quelli a cui noi diamo commiato si se ne partono^
y^ e gli altri rimangono con noi. Ancora vi facciamo assapere
„ che noi avemo un altro palagio , il quale é tanto forte e
„ bello e grande come quello che noi v' avemo detto , e fu
^, fatto in questa maniera. Che prima eh' io fossi nato si ven-
^y ne al mio padre una boce,e disse: farai uno palagio al tuo
Gio. Villani T. IV- 33
258
,, figliuolo re, ancora è a nascere, il quale sarà il sovrano re
„ terreno , e quello palagio avrà lauta di virtù da Dio ^ che
^ chiunque v' anderà a quello palagio, sia istrano di paese, ov-
„ vero sia della nostra terra ^ ed egli v' entrerà dentro, non sa-
„ rà tanto famoso che incontanente non sia pieno^siccom' e-
„ gli avesse mangiate tutte le buone vivande del mondo. Go-
y, si fu detto al mio padre, e quando venne la mattina^ che '1
yy mio padre fu desto y egli fu molto sbigottito di quello che
yy la boce gli aveva detto y incontanente comandò che il pala-
„ gio fosse incominciato^ e che i maestri e i lavoratori fossero
^, apparecchiati. E questo palagio fu fatto di cristallo di fuori,
yy e dentro di pietre preziose, e di sopra di zaffiri e di lopazzi
^, in somiglianza del cielo stellato ; lo lastrico dentro si é di
yy grandi tavole di cristallo. Tutto fu fatto nella maniera co-
yy me il mio padre comandò, e dì ficaio e sostenuto da cinquan'
,^ ta colonne d'oro^ e ciascuna è alta sessanta gomita, di sotto
„ grosse e disopra sottili per più fortezza; la grossezza è ian-
^, to quanto uno avignasse due volte colle braccia. Né in tutto
„ Il palagio non è né uscio né finestra y che li scarboncoli e
y^ le pietre preziose che vi sono dentro rendono grande lame
^, al palagio. Ed havvi tre sovrane pietre che niuna persona
yy le potrebbe pregiare y e sono tanto chiare che niuno occhio
„ d'uomo le potrebbe guardare. Ancora vi facciamo assapere
^ che noi teniamo corte sei di dell' anno^ siccome per Natale,
^ e per Pasqua, e la Pentecosta , e T Ascensione^ e due di di
yy santa Maria, e stiamo dentro del palagio per queste feste
„ infino alla sera^ e facciamo predicazione al popolo; e quan-
,^ do la notte viene e noi usciamo del palagio , pieni e sazii
yy solamente del buono odore che noi vi sentiamo, siccome noi
yy avessimo ciascuno mangiato le migliori vivande del mondo.
„ E neuno entra in questo palagio se non questi sei di delFan-
„ no , se non quando noi volessimo trattare d' alcuno nostro
^y consiglio segreto. E voglio che voi sappiate che quaranta
y^ cristiani franceschl e cento sergenti lo guardano di di e di
,, notte. Noi n' avemo significato una parte de' nostri miracoli
„ e de' nostri costumi e della virtù di messer santo Tommaso
,, apostolo, ma noi non v'avemo fatto certi degli altri santi, nò
^ delle nostre chiese, né de^palagi di quattro patriarca, i qua-
,9 li sono si maravigliosi che voi non Io potreste credere. £
,^ quanto che noi v'avemo mandato dicendo è cosi vero, come
259
• voi credete che '1 vostro signore Iddio onnipotente sia tutto
« in cielo e in terra, e sì com'egli è in tre persone, ed è uno
« solo Iddio. E ìmperciò vi facciamo certo ctie noi non v'ave-
« mo detto alcuna cosa se non pura verità. Colui vi guardi
• che regna senza fine.
EPISTOLA
CHE SCRISSE IL GRAN TURCO
IPàlPii (B&BttBBVB SaSVdk
A ROJHA
V^^s^' ^P^s^oIa fu pubblicata dal Doni nella sua raccolta di
Prose antiche nel 1547. La sua lezione s'avvicina a quella d'un
codice laurenziano^ Pluteo 40 Codice 49; ma un altro codice
riccardiano ci ba dato migliori varianti, e noi eseguiamo que*
sta nostra ristampa servendoci della lezione del medesimo co-
dice riccardiano di numero 2322. Parla il Villani di Harba-
sciano signor de'Turchi nel libro duodecimo capitolo trentano-
ve. Tomo quarto, della nostra edizione, ove racconta la presa
di Smirne sopra i Turchi operata dai cristiani crociati nel
1344 , i quali dopo essere stati sconfìtti e tagliati a pezzi dal
soldano, resisterono valorosamente contro la potenza de* Mussai*
mani nella conquistata città delle Smirne.
M,
arbasciano Eben Jesj , con li suoi fratelli Cerab e Luy-
8baye,e collaterali, combattitori dello 'mperadore Organerà
signori nelle parti d'Acaia,al grande sacerdote de' Romani
diletto secondo i meriti.
• Novellamente è pervenuto agli orecchi nostri che a' prie-
ghi e domande del popolo veneziano nelle parti d' Italia fate
pubblicamente divulgare nelle vostre chiese, che qualunque
persona prenderà V arme contra di noi e nostra gente pro^
mettete remissione de' loro peccati in questo secolo , e vita
beata nel futuro i della qual cosa la verità abbiamo intera
con segreta fede per lo avvenimento d' alquanti pedoni cru-
ciferi, i quali nuovamente hanno falto passaggio in navili dei
Veneziani. Per la qual cosa siamo costretti maravigliarci som-
mamente, imperocché dato che dal sommo Iddio vi fosse da-
ta podestade d'assolvere e legare 1' anime, doveresti niente
di manco procedere in questo più maturamente, né doveres-
ti inducere sopra di noi i cristiani , e massimamente gì' Ita-
liani, ornati del segno della croce. Con ciò sia che, secondo
i nostri padri hanno informato, noi e il nostro popolo fu in-
nocente della morte e ingiuria del vostro Cristo , e con ciò
sia che le terre e' luoghi dove sono i vostri oratori! non so-
no posseduti per noi , anzi sempre mai abbiamo avuto in o-
dio, ed abbiamo , i popoli de' Giudei , perocché, siccome noi
abbiamo inteso per le antiche storie e per le nostre croni-
che, essi a tradimento e per invidia misono nelle mani del pre-
side romano in Gerosolima il vostro Cristo e profeta , il qua-
le lo fece morire in sul legno della croce. E oltre a questo
siamo costretti maravigliarci che gì' Italiani si levino contro
a noi con ciò sia che secreto amore e' infiammi di dovergli
amare, considerando che essi e loro magnificenze sono proce-
duti dal sangue de' Troiani, gli autori de' quali sappiamo che
furono Antenore ed Enea discesi della stirpe del magno Pria-
mo, in cui scambio noi dobbiamo tenere lo 'mperio nelle par-
ti d' Europa. E secondo le promesse che i nostri antichi han-
no avute da' nostri Iddìi, intendiamo rifare la magna Troia,
e vendicare il sangue del forte Ettore, soggiogando al nostro
imperio la ruina de' nobili Greci, e punire il furto della no-
stra Dea Pallade negli eredi de' trasgressori. E ancora inten-
diamo riacquistare in tutto il nostro impromesso imperio Gre-
ti e r altre isole marine, le quali ci ha rapito il popolo dei
Veneziani, e quelle sottomettere alla nostra potenzia. E per-
tanto domandiamo e preghiamo la vostra prudenza che di
grazia pognate silenzio agli atti vostri mandati per lettere
d'Italia ad istanzia del predetto popolo veneziano, non pro-
curando più contro a noi il popolo cristiano sotto spezie di
pietà : con ciò sia che tra noi e loro non abbiamo alcuna
guerra per la fede , considerato che niente ci porla se voi
adorate Cristo, imperocché noi lo reputiamo essere stato pro-
feta, né secondo la legge sua, siccome abbiamo inteso, pote-
te costringere alcuno alla legge vostra. E se alcuna lite e
962
discordia é tra noi e 1 popolo veneziano ^^esto è interve-
nuto perchè loro indebitamente , non fortificati da alcuno co-
lore di giustizia , non sotto nome dello 'mperio o ó* alcuna
monarchia alla quale sieno commesse per alcuna legge le co-
se temporali, ma per sua superbia e temeritade hanno sog-
giogato con crudele tirannia grande tempo alcune isole ma-
rine e altri luoghi che sono ripromessi, come disopra dicem-
mo, allo 'mperio nostro, le quali cose non possiamo soppor-
tare. Con ciò sia che venuto è il tempo de' fati e della nos-
tra ripromessione,per le quali tutte cose e per altre cagioni
voi dovete e potete meritamente ritrarvi dall' impresa, e spe-
zialmente avendo noi udito il predetto popolo veneziano es-
sere molto istrano della vita e costumi de* Romani, perchè
non si convengono con li Romani , poiché non si convengono
con seco né in legge né in costumi, ma solamente si repu-
tano migliori che gli altri popoli circustanti, la cui super-
bia noi estermineremo con V aiuto di Giove e dell! nostri
Iddii . Altrimente se la prudenza vostra non si ritrarrà
dair impresa fatta , noi attenderemo ad ampliare le for-
ze nostre prendendo T aiuto del divino imperadore Orga-
ne, e degli altri re e primati orientali, i quali oggidì fanno
vista di dormire , coli* aiuto de' quali fortificati trarremo
da'confini della terra copiose schiere di gente d'arme, me-
diante le quali noi faremo resistenza non solamente a'vostri
pedoni crucifóri , ma eziandio intendiamo obliare inimiche-
volmente, centra voi, milizia romana, germana, e francesca,
e finalmente col favore di Nettuno intendiamo passare pel
mare Ellesponto e Dalmatico con innumerabili navi condotte
da' venti o da Zeflìro , e con artificiosa armata visitare le
parti orientali, e spezialmente circa Dalmazia e Oloazia. .
Data l'anno di Maometto 745 nell'entrata del mese ChaU^m;
« sia Vanno di Cristo 1346.
DICERIA
CHE FEGB
PANDOIFUCCIO DI GUIDO DI PANDOIFO DE^ FBANCDI
AMBASCIADORE HfSlKME CON ALTRI
D I
COLA DI BXEXm
TEIBUNO DEL POPOLO DI ROMA
HEL CONSIGLIO DI FIBENZB
^ !>/ 3 Di l*VOLIO 1 347*
I<
.1 Doni nella sua rarissima raccolta di Prose antiche pubbli'*
co le sef^enti tre dicerie sotto il mentito titolo d'orazioni men-
tre i codici tutti le intitolano dicerie. Noi le riproduciamo al-
quanto emendate con l'aiuto d^un codice laurenziano, pluteo 40
<;odice 49. Cola di Rienzo si distinse moltissimo fra gli uomini
del suo secolo, né v'è alcuno mediocremente versato nella pa-
tria istoria, che non Tammiri e lo consideri come uomo singo-
lailssimo: quindi crediamo che debbano esser graditi alcuni do-
cumenti che lo riguardano , benché indirettamente , mentre ci
fanno conoscere in quanta stima era tenuta allora la repubbli-
ca di Firenze. Parla il Villani di questa solenne ambasceria al
Libro duodecimo capitolo novanta , accennando che '1 Rienzo
spedi al comune una sua lettera, della quale non é slato possi-
bile trovarne copia.
4,, il rnter enim et tarò nostra est. Signori Fiorentini , tutte
99 le cose che sono state dal principio del mondo insino a ora
264.
si sanno, e possonsi sapere per tre ragioni : principalmente
per scrittura^ per pintura, e per viva parola. Sicché noi tro-
viamo nelle nostre antichissime croniche^ che voi sete tlisce-
si del nostro sangue romano e pure del più nobilissimo e
del più magno. E ciò si vede molto chiaramente^ guardando
alle vostre magnifiche e gloriose imprese, alli vostri discreti
e ragionevoli ordinamenti, alla vostra grandissima virtù e sa-
pienza, la quale è singoiar confessione delP universo mondo;
sicch'ìo posso dire a voi in persona di quella nostra e santa
città di Roma e popolo la parola di Salomone: Gaudet pater
tuu8 et mater tua, qvae te genuit sapientem: allegrasi il tuo
padre e la tua madre^ la quale t' ha ingenerato sapiente. E
però considerando a tanta congiunzion di sangue, tanta con-
giunzione d'amore , pare cosa molta degna e giusta che noi
siamo venuti qui a farvi parte della nostra allegrezza , e a
notificarvi il nostro felicissimo stato , il quale potete riputa-
re vostro proprio, e userò la parola di Isaia al nono capitolo:
Populus qui ambulabat in tenebrie vidit lucem magnam. Se
ninno popolo al mondo fu in tenebre, fu in pericolose e mor-
talissime guerre, fu in pestilenzia, sì è stato il nostro popolo
di Roma, né mai imperio, papa , né altro principe del mon-
do vi potè porre rimedio di salute. Ora quello signore che
tutto sa , e puolte ristorare , per la sua santa misericordia
s*é mosso a pietà di noi , e per la grazia del santo Spirito
ha creato novellamente virtudioso padre e signore , che si
chiama Niccola. E veramente si può interpetrare Nicolaus 9
nitens laus , una risplendente laude , la quale vi ha allumi-
nati tutti: di che? di giustizia, di pace, e di libertà^ eh' ella
è si cara. Come sa chi per lei vita rifiuta; come disse il vo-
stro Dante. Il quale nostro signore e tutto il popolo univer-
salmente vi mandano mille saluti , confortandovi a ben fa-
re , e offerendo ogni loro potere in tutte quelle cose che
sieno di vostro stato, di vostra pace, di vostra grandezza; e
in ciò ha preso ordine di poter compiacere a voi e agli al-
tri amici, perciocché tutto il mese d'Agosto egli avrà in or-
dine ottocento barbute a soldo , e fino a ora n'ha cinque-
cento, tutti nobili romani caporali, sanza cavalcante alcuno.
E però in tutti i vostri bisogni con grandissima fede potete
richiedere quello signore e popolo , come carissimi fratelli
discesi d*uQ sangue e d* un padre. Io non voglio dire più
1 parole , perocché messer Matteo dottor di legge , il 'qaale è
• qai , e questi altri signori ambasciadori sporranno 1* amba-
• sciata tutta ordinatamente , e prego quel Signore il quale è
« supplitore d'ogni difetto^ che di tutte le cose ch'avete a fare
• vi lasci eleggere il migliore.
tr
i#. nUani T. ir U
DICERIA
CHK FECB
FRANCESCO CHIAMATO LO SCHIAVO DB' BAftONCEtLI
DI ROMA
AMBASCIADORE INSIEME CON ALTRI
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COLA DI RIENZO
TAIBUNO DEL POPOLO DI ROMA
KEL CONSIGLIO DI FIRENZE, A DÌ 2 DI LUGLIO 1347.
ANMl DOMINÌ l347*
?>
il Oli è per temerilà né per soverchia audacia essermi
9, levalo a sporre la presente ambasciata a tanta presenza quan-
^^ ta è la vostra , perch' io conosco me essere insolfìciente a
99 tanto: e potrei ben dire quella parola di Geremia: Nam puer
,9 ego nesciens loqui , iardioris et impeditioris linguae «nm^ per
,9 la qual cosa nessuno ardire m'aiuterebbe a dover dire 9 ma
59 piuttosto mi osterebbe una propria cagione di dover tacere.
,9 Ma tuttavolta per considerazione di due cose , la prima , il
,. comandamento di questo nostro signorevole Pandolfo che del-
99 to ha, e di questi altri miei maggiori e onorevoli compagni:
99 la seconda 9 la discrezione e bontà di tutti voi , per li quali
,, mi confido che ogni mio difetto si sosterrà 9 dirò quello che
i, io ho da dire 9 cominciando col nome del nostro signor Id-
,, dio e con quella parola nel salmo: Os meum aperiam, attrù'
9, ham spiritum,et dilaiabo eum, et ipse implebit ìllud, E prima
« eh' io proceda più avanti , non parlerò della disposizione e
« discrezione dell'autorità^ le quali a questo dire mi muovono.
267
né della seconda, perchè son certo che a toì sono ben ma^
nifeste. Dedit Dominus salutem magnam populó 8uo. Signori,
la presente ambasciata contiene più cose, ma potissìmaroente
tre, le quali cose distintamente proseguirò per far aiuto alla
difettuosa mia memoria. Come già udito avete , il nostro si-
gnor Tribuno e liberatore, e '1 popolo tutto di quella santa
nostra città di Roma, vostra madre, sorella e amica, si man-
da a voi grandi e cari saluti con caritativa pace , rinnova-
zione e confermazione d'antica parenlezza : la quale pace
insieme con esso lui potete e dovete avere e partecipare co-
me strettissimi d'essa santa città e popolo, fratelli e amici. E
si può dire a voi quella parola di Geremia : Quaeriie pacem
eivitatis, et orate prò ea ad Dominum, quia in pace illius
erit paco vesira: e questo è quanto al primo. La seconda co-
sa si è , che vi notìGcbiamo, a grande allegrezza ed esulta-
zione , la liberazione e riduzione di essa santa città nostra
da tanta servitù , tribulazione , oppressione ed oscurità dove
ella era, e in questo, come manifesto si è a voi e a tutto U
mondo, per proprie colpe e difetti de' suoi tiranni rettori e
pastori fatti lupi, dei quali si potrebbe dire quella parola:
Reetores raptores. Ed era fatta vedova e ignuda d'ogni virtù
e d'ogni bene, madre e vestita d'ogni vizio e d'ogni difetto
divenuta, in tanto eh' eli' era selva d' ofiTensione , spelonca di
ladroni, ricetto di micidiali, falsi, e d'ogni altra rea gente ,
e solamente a'buoni le porte si chiudeano, e infra gli altari
e ne' luoghi santi ogni impresa crudele si trattava e com-
metteva. Le donne lagrimose e '1 popolo, lacerato, i romei,
religiosi e altra gente , tutti travagliati e oppressi , quale
per uno modo e quale per un altro mostravano le loro pia-
ghe delle loro ingiurie a mille insieme , che non solo, altri ,
ma Annibale crudelissimo avrieno fatto pietoso. E i vostri
viaggi, si di mercatantare , e si di visitare quei beatissimi
principi nostri cittadini, messer san Piero e messer san Pao-
lo, e gli altri innumerabili martiri , e gli altri santi che vi
sono , erano tronchi e in tutto tolti , e altre cose scellera-
tissime vi si commettevano tutto giorno , le quali ometto
per non impedire il tempo, e per non. fare tristore nell'orec-
chie vostra. E per questo modo non potevate bene fare salve
le vostre anime, e visitare quella sacratissima nostra città,
la quale non è fondata né di pietre né di calcina, m« d' os-.
266
sa, polpe e sangue di «anti. E già parea che la sentenza fos-
se data nel cielo contro a lei ; ma quel signore che tutto
regge , lo quale molte volte quando si mostra più lontano ,
allora è più d* appresso^ non permettendo lasciar perire il
santuario suo, ma volendo che si riconoscesse^ ispirante esso
nostro signore Iddio, e esso popolo vigilando dei lunghi sod>
ni delle molte angosce, volendosi adducere a lume di verità,
conferendo infra loro medesimi, e dicendo quella parola del
profeta Geremia : Num invenire poteritis virum qui spiritu
Dei plenus st^? parlando della persona del nostro signor tri-
buno e liberatore. £ considerando le universe virtù di esso,
coadunato esso popolo tutto insieme, di uno animo e d'una
volontà, come uno uomo fosse, gridando chiamarono: 7>, Nie-
cola , chiamiamo aiutatore; te chiamiamo nostro signore: tu se*
nostro liberatore^ te conosciamo tribuno. Tu ci aiuta, tu ci li-
bera ; tu ci ordina , difendi e salva , e questo popolo sedendo in
tenebre e in ombra di morte chiarifica; perocch* è venuta l' a-
ra,(Ì2i quale voglia Iddio che non si parta) concedendogli
ogni potestà che dire si potesse , e dicendogli quella parola
della santa Scrittura : Omnia quae locutus eris faciemus , et
erimus obedientes , ut bene sit nobis. Lo quale nostro signore
vedendo queste cose , e considerando eh' era opera dello Spi-
rito santo (della grazia del quale esso manifestamente era
ed è pieno) e ricordandosi del gran valore di quelli eccel-
lenti nostri cittadini, i quali passarono di questa vita già ò
più che '1 millesimo anno, e che la fama loro non perirà mai
se l'universo prima non si dissolve: come fu Giulio Cesare,
Scipione, Fabrizio, Ottaviano e gli altri^ che per loro virtù
aveano locata Roma dove ella era al loro tempo. Ricordan-
dosi ancora delle maniere e fatti loro, i quali esso nostro
signore ha tutti bene a memoria^ ed ebbe dal principio di
sua gioventù, virilmente egli accettò la signoria, e comin-
ciando a reggere e a correggere, e* ci ha salvati, ordinati,
chiarificati. E puossi dire di lui quella parola che si legge
de* detti degli Apostoli: Signa et mirabilia fecit apud nos,
signa et prodigio magna in'populo , tantaque gratia eum
fortitudine plenus . E infra 1' altre cose che ordinate ci
ha , e*ci ha ordinata e fatta una nobilissima milizia dei
nostri cittadini , in numero di cinquecento , e avanti che
passi il mese saranno mille, i quali tutti con tutto il pò-
269
ter suo vi si ofifera liberamente a tutti ì vostri servigi e
piaceri, come a strettissimi fratelli e amici, che sempre del>-
bono e intendono d' avere. La terza e ultima cosa si è , che
certi gravi bisogni eh' esso nostro signore e santo popolo si
ha a fare di presente, per volersi fortiOcare e fermare in
questo felicissimo suo e vostro stato, lo quale sia preambulo
e confermamento del giubbileo, il quale sarà di qui a breve
tempo, del quale si ragiona nel libro de' Levitici, secondo il
comandamento di Dio a Mo\sè : Sanctificabis annum quinqua-
gesimum , vocabisque remissionem eunctis habitantibus terrae
tuae: ipse enim est jubilaeus: e ancora per intendere ad estir-
pazione di qualunque male piante in esso bello viridario, e
in essa santa città fiorire non sapessero , e a confusione di
qualunque questo stato contradìcesse , dimanda a voi con
grandissima affezione e fede che vi piaccia di sovvenirgli d'a-
iuto, consiglio e favore, al presente senza nessuno intervallo
di cento cavalieri più o meno del numero del tempo come a
voi piacerà , faccendo questo servigio prima a Dio. E potras-
si ben dire di voi quella parola che scrisse Matteo : Merces
vestra copiosa est apud Deumre giustamente, perchè aiutere-
te osservare quella santissima città sua comune patria, legit-
timo ovile, fondamento della fede cristiana, gente santa, po-
polo da aquistare, lo quale Iddio in eredità se lo elesse, e
della militante Chiesa. Obbligherete perpetuo quel santo po-
polo a voi e a vostre generazioni, lo quale mai non si scor-
dò de' benefizi ricevuti ma rlconoscitore sopra gli altri po-
poli del mondo. Anche intende e vuole, quando a voi piac-
cia, come anticamente fé' con esso voi f^re de* suoi fatti, jac-
ciocchè de' vostri, quando bisognasse facciate con loro. Pre-
go il nostro signore Iddio che vi faccia deliberare quello che
sia di sua laude, riverenza e piacere.
Recitata a di 2 di Luglio del 13i7.
RISPOSTA
JOltàtCìAXHÌUB DEL DETTO ALtA PB03VEBTA
BEI
FIORENTINI
I ■ ' 1 1
l^uando considero alla vostra perfettissima e buona to^*
lontà , e sento il vostro animo liberale , conosco bene che
questi signori ambasciadori^ ed io, non bastiamo a rendere
quelle mirabili grazie che si converrieno a voi; tuttavolta
sono molto certo che '1 nostro magnifico e virtuoso signore
col popolo insieme, i quali hanno il potere e'I sapere, vi sa-
ranno in perpetuo obbligati in cose simili e maggiori. Ri-
cordomi di una parola la quale fu detta a Cesare stando in
Arimìno per un cavaliere al quale pareva che la presenza
di Cesare in Roma fosse splendente e subita , considerando
ciò eh' avea a fare , e però disse : Tolte moras: semper nocuit
differre paratisi e però vi preghiamo che tegliate via ogni
dimoranza e tardità^ ed eCTelluaimente mostriate la vostra li-
bera volontà in breve.
• Recitata nel consiglio di Firenze in risposta alla profferta
ch'avea fatta messer Tommaso Corsini per lo comune, s^ di 3
di Luglio 1347,
VOCI
LORO SIGNIFICATI
ED
ESEMPI MANGAINTI NEL VOCABOLARIO
CttB 81 LBÒGOHO
NEI QUI RIPORTATI DOCUMENTI
ISTORICI
mmibi
jflLtMASTiGA. : pietra preziosa di questo nome. Presto Giov.
Epist. p. 255. Le tavole sono d'oro lavorate con pietre
preziose riccamente, e sono in quattro puntelli d'almastica, la
quale è una pietra etc. L'altre tavole sono d' almastica^ e i
puntelli d'avorio e d' almastica.
AssoSmAbe: sommare , annoverare. Presto Giòv. Epist. p. S^S.
E sappiate che nulla persona potrebbe assommare il grande
numero di loro, se non come della rena del mare.
AviGicABB : avvinghiare , stringere colle braccia. Presto Giov.
Epist. p. '25S. La grossezza è tanto quanto uno avignasse
due volte eolle braccia, li Vocabolario riporta soltanto av-
vinghiare
B1FVOBCABE9 o biforcare: dividere^ partire in due, o a modo dì
forca, e axicb« diramare. J)ante £p. agrital. p ^26. Àccioc-
272
che 'l celeste pastore voi mandria del suo ovile cognosea
e la sua bontà spanda V odore dal quale siccome da un punto
si bifforca la podestà di Piero. U Vocabolario ha biforca-
mento, biforcato, e biforcuto j e non riporta il verbo bi forca-
care o bifforcare.
Cestro : sorta di legno prezioso. Presto Giov. Epist. jp. 255.
Le più grandi porte del palazzo sono d*uno legno che ha no*
me cestro.
6
Cetino: specie di legno deir Indie. Presto Giov. Epist. p. 255.
E tutto il legname che 'l sostiene si è di cetino.
GoADuifATo: adunato, raccolto. Baróncel. Fr. Die. p, 268. Con-
siderando le universe virti^ di esso (Gola di Rienzo) coadunato
esso popolo ( romano ) tutto insieme^ di uno animo gridarono
ec. 11 Vocabolario ha bensì eoadunare.
8
Conoscenza; insegna, bandiera. Presto Giov. Epist. p. 253. E
gli altri re e duca e principi e baroni e conti i quali vengono
con not, hanno insegne e conoscenza di palio e di zendado.
Crucifero: crociato^ insignito di croce. Gr. Turco Epist. p. 261
La verità abbiamo intesa. . . . per lo avvenimento d' nUquanti
pedoni crueiferi. E ivi p. 262 Noi faremo resistenza, . . a'vo-
stri pedoni crueiferi. Il Vocabolario non ha neppure crocifero.
10
Drudo : adulto 9 grande , e si riferisce a cose animate. Presta
Giov. Epist. p. 247. Allora sono drudi i due pulcini^ siceh'el-
ti poiiono volare. E p. 450. E quando il pepe è wuituro in su
gli alberi^ che sono drudi e folti , e ramoruti e bene caricati ,
allóra i paesani vi mettono il fuoco.
11
Innanziporre: anteporre. Greg. IX. Epist. p. 435. I fatti si deb-
bono innanziporre alle parole. E. p. 436. À coloro ( che inal-
zarono di molte ricchezze la Chiesa) non s'agguagli^ né s'in-
nanziponga la tua altezza.
12
Labio: labbro ; dal latino. Dante Ep. agi* Ital. p. 224. Il nuovo
di comincia a spandere la sua luce e'I cielo risplende
ne* suoi labii , e contra quella chiarezza conforta gli augurii
delle genti. Qui ò usato metaforicamente per il confine del-
Torizzonte.
iZ
Martoriato: martirizzato. Presto Giov. Epist. p, 453. Ciascuno
anno^ esce fuori del sepolcro (santo Reno) in cotal dì come fu
martoriato. II Vocabolario ha questa voce, ma senza esempio.
14
»
Mei: col per innanzi, vale per mezzo. Presto Giov. Ep. p. 456.
Dinanzi dal nostro palagio .... avemo ordinato uno specchio
per mei la porta. Il Vocabolario riporta questa voce tronca-
ta dall'apostrofo, cioè legge me'.
15
Patriarca: Dignità sacerdotale. Presto Giov. Epist. p. 257. Tra
questi che mangiano alla nostra tavola si ve n'ha dodici arci"
vescovi .... e i quattro patriarca di santo Tommaso. E. p.
112. Non v' avemo fatti certi . ... de' palagi di quattro pa*
inarca. Manca nel Vocabolario la desinenza plurale in a a
questa voce..
Gio. Villani T. IV. 35
174
16
Potissimamente : principalmente. Barone. F. Die. p. 267. La
f resente ambasciata contiene piti cose, ma potissimamente tre»
n Vocabolario non ha che potissimo,
17
Prebente: colui che ha prebenda. Greg. IX Epist. p. 243 E non
ti ricorda quanto grande carico n' ha sofferto la Chiesa nelle
decime de'prebenti^ e degli ecclesiastici. Il Vocabol. ha soltanto
prebenda^ con significato di rendita ferma di cappella o di
canonicato.
18
Preside: presidente, prefetto. Gr. Turco Epist. p. 261» Èssi (E-
brei) a tradimento e per invidia misono nelle mani del prt*
side romano in Gerosolima il vostro Cristo.
Ì9
Puntelli: le gambe che sostengono una tavola . Presto Giov.
Epist. p. 45.5. Le tavole dove noi mangiamo . . . sono in quat-
tro puntelli d*almastica. E ivi. L'altre tavole sono d'almastica^
e X puntelli d'avorio e d'almastica.
• 20
Rastrello: arnese rurale. Presto Giov. Epist. p, 450. Gli uomi-
ni si tolgono forche e rastrella, e fannone grandi monti ( del
pepe) e lo mondano al vento. Il Vocabolario riporta questa
voce , ma nessuno degli esempi che vi si leggono ha la de-
sinenza plurale in a.
ai
*
SCARBONCOLÒ: pietra preziosa lucentìssima. Presto Giov. Epist.
p. 255. E in su il palagio hanne due mele d'oro, e in ciascu-
275
na mela sì ha due searboncoli , e perciò riluce il giorno 9 e lo
scarboncolo riluce la notte. E p, 258. Li scarboncoli e le pie-
Ire preziose che vi sono dentro rendono grande lume al palagio.
11 Vocabolario ha carbonchiose carboncuio.
22
Tega: frode , inganno. Greg. IX. Epist. p. 436. Il ricevimento
della tutela . . . non ti doverrebbe tornare così sconoscente , che
. tu Ma tutrice ponessi tega di frodolente amministrazione»
Questa voce ha un caratlere assai singolare ^ e non gli sa-
premmo dare altra provenienza che dalla voce legna, dal la-
tino barbaro, che riporta il Du-Fresne nel suo Glossario^ col
signiGcato di dolus fraus.
23
Trapassante : viandante^ passeggero^ che passa da un luogo
per andare in un altro. Presto Gì ov. Epist. p. 456. E ciascu-
no giorno vengono alla nostra corte trenta uomini tra istrani
e trapassanti.
24
Travogliere : ueut. pass, volgersi in tutti i sensi. Dante Ep.
agrital. p. 226. Adunque se vecchia colpa non nuoce, la quale
spesse volte come serpente si storce, e in se medesima si travo-
glie, . ... di sperata letizia le primizie assaggiar potete. Il
Vocabolario riporta soltanto, travolgere, e travolvere.
25
Unbahento; le rughe che si fanno nel volto in segno di grave
ambascia. Dante Epist. aglltal. p. 225 Asciuga, bellissima, 1$
tue lagrime e gli undamenti della tristizia disfa*. Questa voco
ci sembra bellissima e molto espressiva
276
26
Vbrre: verme ; dal frane. Presto Giov. Epist. p. 452. E que-
sti vermi sono chiamati salemandre , ed hanno la loro pelle
siccome verri che fanno la seta.
27
Vicaria: adiet. Dante Ep. agi' Ital. p. 227. Pilato . . , , si van-
tava che in quel luogo per vicaria autorità di Cesare e' tenea
officio»
28
ViRiDARio : giardino , luogo dove son piante che verdeggiano.
Barone. Fr. Die. p» 269. Per intendere ad estirpazione di qua-
lunque male piante in esso hello viridario, e in essa santa città
fiorire non sapessero.
APPENDICE
DI DOCUMENTI E NOTE
DI
FRANCESCO GHERABDI DRAGOIANin
CATALOGO
IDISQ (&(DSI9iiI&(DaiISiaiI BH (&I98VI3IIÀ
DELLA
AEPVBBLICA fflOBEiraiIVA
1293. JJaldo Ruffoli. Migliore Guadagni. Dino Compagni. Gio-
vanni Buja monte. Goso Mancini.
1294. Lapo Angiolieri. Rosso degli Strozzi. Tingo Altoviti. Da-
Yizzino Davizzi. Botto Rinaldi. Bonaccino OttobUoni.
1295. Pacino Angiolieri. Gherardo Lupicini. Nuto Marignolli.
Vieri Baldovini. Chiaro del Cantore. Neri Corsini*
1296. Cambio d* Aldobrandini Bellincioni. Ardingo di Buona-
giunta de' Medici. Gante Guidalotii. Lapo Minutoli. Gino
Cotti. Spinello Girolami.
1297. Duccio Anselrai. Lippo di Manno MannL Cione Canlgia-
ni. Pacino Peruzzi. Arrigo Rocchi. Pagno di Strozza de-
gli Strozzi.
1298. Lapo Ulivieri. Mannino Acciajuoli. Pagno Bordoni. Lapo
degli Orcioli ni. Borgo Migliorati. Andrea de' Ricci.
1299. Guccio de' Medici. Lapo Bucelli. Borgo Rinaldi. Durante
di Buonfantin Carnesecchi. Niccolò Ardinghelli. Tuccio
Ferrucci.
1300. Cecco di Cinjo di Ristoro. Filippo Rinucci. Guido Ubaldi-
ni. Fazio da Micciola. Braccino Trinciavegli. Tedaldo Te-
daldi.
1301. Orlandino Orlandi. Chiarissimo Buonapace (de' Cionacci).
Guido Baldovinetti. Lapo di Vinci. Spinello Girolami. Pie-
tro Brandani. Tedice Manorelli.
1302. Neri de'Ricci. Duccio Mancini. Gerì Rosoni. Simone Guic-
ciardinl. Simone di Guazza. Mari da Mosciano.
280
1303. Lapo Minerbetli. Bezolo de'Be^oli. Vanni Gherardini. At-
vocato del Bello. Cenni del Giudice. Agitone Aglioni.
1304. Clone Magalotti. Jacopo de' Ricci. Vanni Accolti. Bartolo
Bandini. Bartolino Alberti. Nello Malegonnelle.
1305. Lotto Belli. Taccio Ferrucci. Dolfo della Rena. Neri Al-
dobrandini BelUncioni. Niccolò da Cerreto. Piero Gua-
dagni.
1306. Arrigo Sassolini. Ciangberi Beccanugi. Caccino Bonciani.
Neri Pepi. Lapo de' Magli. Giannozzo Bucelli.
1307. Chele Bordoni. Bardano Acciajuoli. Ardingo de' Medici.
Giovanni de' Ricci. Vita Altoviti. Passa de' Passa vanti.
1308. Banco di Guernieri. Deo Benlaccordi. Lippo Benvenuti.
Tuccio dal Pino. Lapo Velluti. Naddo di Giunta (Rucellai).
1309. Vieri Baldovini. Bianco Aglioni. Uguccione Tizzoni. Bar-
dano Acciajuoli. Lapo Strozzi. Vieri Rondinelli.
1310. Bezolo de' Bezoli. Arrigo Sassolini. Giovanni Siniioetti.
Lapo Bucelli. Maruccio del Beccuto. Ruggiero di ser
Bencì.
1311. Vieri Rondinelli. Simone del Bello. Clone Alberti. Fran-
cesco Sassolini. Spinello da Mosciano. Gianni Alfani.
1312. Loso di Lapo Strozzi. Gherardo del Baldese. Bellincìone
Aldobrandino Giannozzo Bucelli. Benino de'Medici. Cam-
bio di Geri Jacopo.
1313 Mosciano da Mosciano. Battezzino de'Battezzini. Francesco
di Corso. Zato Passavanti. Bello Mancini. Betto Betti.
1314. Banco Gianni. Cipriano di Buonaguida. Ruggiero di Ser
Bcnci. Vanni Bonnini. Pierozzo degli liberti. Averardo
de'Medici.
1315. Giovanni Malegonelle. Jacopo Marsigli. Cionelto Bastari.
Migliorato Bomenichi. Coppo Buonajuti. Nello Rinucci.
1316. Michele Maffei. Gino Martini. Fazio de'Giugni. Fazio Ubal-
dini da Signa. Bellincione Cacciafuori. Gherardo da Ca-
stelfiorentino.
1317. Alberto del Giudice. Giovanni Strozzi Giovanni Rustichel-
li. Ploracelo Guadagni. Tuccio Ferrucci. Medico Allotti.
1318. Lotto Ardinghi. Ciampo Bucci. Giovanni de'Ricci. Bonaio
Peruzzi Giovanni Marignolli. Benino Borgoli.
1319. Zanobi Arnolfi. Tuccio Compagni. Gherardo Guadagni.
Feduccio della Marotta. Piero Strozzi. Bindo da Quarata.
1320. Guerriante Marignolli. Naddo Bucelli. Francesco Boncia-
L.
381
ni. GidTaimi de' Ricci. Filippo Aldobraodini. GlovaBoi
Compagni.
tasi. Buòninseipia Gherardi. Banco Beacivenni. Benciveont
Bdonbostegni. Giovanni Flnucci. Ardingo de' Ricci. Forese
da Rabatta.
1322. Currado de'Gìotti. Bernardo Cattani. Gerì Giberti. Zano«
. bi Arnolfi. Rinleri del Forese. Albjzzo Soderini.
1323. Tegghia Tolosini. Giotto Angiolotti. Piigio di Jacopo Mon-
ti» Goerriante Marignoili. Giovanni de' Ricci. Francesco
Baroncelli.
1324 Lapo del Buto. Nigi Spigliati. Barlolommeo Siminetti. Fé-
dnccio della Marotta. Grazia Gutttomadni. Bartolo de'Ricci.
1325. Alessandro Caccinfuori Odaldo del Cianga. Bartolo Benci.
Manetto degli Scilinguati. GioTanni Viviaoi Guglielmo
AllOYitl.
1326. Dnrantozzo Buonfantini. Buòninsegna Machiavelli. Bardo
. :Riftaliti. Francesco Acciainoli. Bencivenni Rucellai. Daldo ^
Marignoili.
1327. Covone Covoni. Luigi de' Mozzi. Lapo Buonaccorsi. Ber-
nardo Ardinghelli. Jacopo Beccanugi. Ghino Rondinelli.
1328. Filippo degli Albizzl. Bartolo Ridolfi. Piero Baroncelli.
Francesco Acciajuolì. Spinello da Mosciano. Cecco Spina
Falcóni.
1329. Zato Passavanti. Filippo Benci. Gione Bisarnesi. Giovanni
Siminetti. Bartolo Benci. Niccolò Rinucci.
1330. Lapo di Rinuccio Serguidalotto. Duccio Mancini. France-
sco Baldovinetti. Falconieri Baldesi. Cenni Ghetti. Lapo
Covoni.
1331. Pugio Buòninsegna. Donato Peruzzi. Bartolo Paradisi.
Tegghino Tecchi. Ricco d'Avanzi. Francesco Salviati.
1332. Banco Bencivenni. Giovanni dell'Antella. Bernardo Ardin-
ghelli. Piero Guglielmi. Daldo Marignoili. Maso degli Uc-
cellini.
1333. Clone Falconi. Giovanni Arnolfl. Rinieri del Forese. Gino
Michi. Giovanni di Bernardino de' Medici. Lapo Covoni.
Giovenco Bastari.
1334. Biliotto Biliotti. Jacopo degli Alberti. Giotto Fantoni. Ma-
so Valori. Cecco Spina Falconi. Lottieri da Filicaja.
1335. Geri Soderini. Bonaccorso BentaccOrdL Bartolommeo Si-
«0. TtHant T. lY. / 36
S89
mlnetti. Francesco di Lapo GiaDoi. Benedetto Gennai.
Cambio Salviati.
1336. Rinaldo Casini. Filippo Buonfigliuoli. Coppo di Stefano
Buonajuti. libertini Strozzi. Gherardo Paganelli. Zato Pas-
sayanti.
1337. Alesso Rinucci. Giovanmanno Rinaldelli. Ugo Altoviti.
Strozza Strozzi. Nerone Diotisalvi. Tano de'Cionacci.
1338. Giorgio di Barone. Nastagio Bucelli. Rinieri del Forese.
Chele Bordoni. Simone Gaasconi. Bellincione degli Al-
bizzi.
1339. Lione Guicciardini. Taddeo delPAntelIa. Bartolorameo Si-
minetti. Consiglio d'Ughi. Forese da Rabatta. Antonio de-
gli Albizzi.
1340. Piuvichese Brancacci. Michele Medico. Neri di Pagno.
Naddo Casini. Giovanni de' Medici. Taldo Valóri.
y/ 1341. Ruggieri Gianni. Porcello da Diacceto. Iacopo Acciajnoli.
Strozza Strozzi. FranceBco Fiorentini. Lapo Sirigatti (Nic-
colini).
1342. Gherardo Corsini. Maso dell'An iella. Francesco Accia-
juoli. Luigi Aldobrandini. Grazia Guittomanni. Piero
Giugni.
1343. Arrigo Guidi. Giovanni dell' Antella. Rettone di Cino
Cini. Francesco di Pacino. Sandro da Quarata. Orman-
nozzo DetL
1344. Filippo Soldani. Spinello da Mosciano. Vanni Rondinelli.
Vanni del Migliore. Ruggieri da Castiglione. Paolo Bor-
doni.
1345. Maso degli Uccellini. Paolo Vettori. Giovanni Arnolfi.
Paolo del Buono. Lorino Buonajuti. Luigi de'Mozzi.
1346. Giovanni Covoni. Primerano Serragli. Giovanni da Cer-
reto. Francesco Pegolotti. Agnolo degli Alberti. Filippo
del Sagina.
1347. Piero del Papa. Giovanni Lanfredini. Gianiano Rinal-
dellL Ubaldino ArdinghellL Matteo RinaldL Giorgio di
Barone.
1348. Forese Sacchetti. Francesco Giovanni. Francesco de' Me-
dici. Luigi Guicciardini. Giovanni de! Bello. Francesro
Strozzi.
1349. Naddo 'Ida FiUcaja. Sandro Biliotti. Giovanni Raffacani.
Luigi Aldobrandini. Giovanni de'Medlci. Iacopo Ridotti.
v/
i$M* J^ili^po Magalotti. Niccolò Malegonaelle. Nerone Dioti-
salvi. Niccolò Ridolfl. Filippo Bastari. BlnOo d* OUo Al-
• *r toViti.
1331. Francesco Rocchi. Donato Velluti. Simone deir Antella.
.' Paolo Bordoni. Biodo Cruasconi. Giorgio di Barone.
1352d Nastagio Bucelli. Benci venni Mancini. Francesco Accia-
juoli: Landò degli Albizzi. Luigi de' Mozzi. Iacopo degli
Alberti. Iacopo del Bene.
1853; Gio^nAi de' Medici. Manette da Filicaja. Tommaso Cor-
sinL' Guglielmo Lupicini. Bernardo Ardinghelli» Uguc-
clone de'Ricci. Castello da Quarata.
1354. Mugnajo da Diacceto- Niccolò Bucellai. Mari de' Medici.
Alblzzo Rinucci. Paolo Covoni. Piero Aldobrandinì.
1355. Giovanni di Neri. Schiatta Ridolfi. Guglielmo Lupicini.
: < : Iacopo del Bene. Lapo Viviani. Lippe TinghL
1356. Dino TagliamochL Domenico Donnini. Giovanni de' Me-
dici. Alamanni VettorL Giovanni Salviati. Giannozzo
StrozzL
1357. Chiarissimo Cionacci. Sandro Quaratesi. Simone dell' An-
. = 1 tella. Bartolo Ubaldini. Simone Ristori. Bartolo Sonarli.
1358. Sandro Covoni. Ghino Bonciani. Berto Duranti de' Car-
nesecchi. Iacopo Strada. Geri Risaliti. Ghino AnselmL
1359. Manetto da Filicaja. Tommaso Guidetti. Michele Nardi.
Barna Yalorini. Bianco Bonsi. Taddeo Aglioni.
1360. Bardo Corsi. Francesco Borghi. Bencivenni Benivieni.
Ugolino di Vieri. Filippo Tolosini. Iacopo Brunetti.
136 i. Giovanni Alfani. Lippo dello Scotto. Filippo Baroncelli.
Ghino Bonciani. Francesco Nelli. Pierozzo di Banco.
136SL Francesco Corsi. Bernardo Ardinghelli . Zato Passavanti.
Ormannozzo Deti. Francesco di Coso. Luigi Aldobran-*
dinL
1363. Tommaso del Palagio. Schiatta Ridolfi. Niccolò degli
Alberti. Maffeo de' Pigli. Chirico da Somma ja. Guido del
Pecora. Giovanni di Giunta.
1364. Andrea Villani. Niccolò Malegonnelle. Simone Ristori.
Ugolino di VieH. Simone Peruzzi. Paolo Rucellai.
1365 Alessandro degli Albizzi. Francesco Falconetti. France*
SCO di Bonifòzio. Maffeo de' Pigli. Giorgio Aldobrandini.
Banco Bencivenni.
1366. Michele Castellani. Iacopo del Bene. Manetto da Filicaja.
S84
Lionardo Ferrucci. FrancescQ di Caccino di BicOtero.
Baldese Baldesi.
1367. Niccolò Valori. Sandro da Quarata. I^ilippo Ba^oncelll
Luigi Aldobrandìni. Biudo Guascóni. Piero Guicciardini
1368. Tommaso di Dino del Garbo. Dego Spini. Giovanni So-
stegni. Filippo Corsini. Niccolò Giugni. Cuccio GdccL :
1369. Migliore Guadagni. Luca da danzano. Filip^ Bastarl.
Guido de'Baldi. Geri Ghiberti. Giovanni de'« ìi&iiL
li)70. Lapo Bucélli. Bartolo Ubaldini. Salvèstro de' Medici^ Do-
nato Vellnli. Sandro da Quarata. Giavanni • Salviati.
Baldese Baldesi. : , ♦'
1371. Andrea BondineYli. Iacopo Bencivenni. Buonaocorso Gio-
vanni. Ghino Anselmi. Uguccione de' Bicci. Niééold So-
derini. •- •'•••»
1372. Lapo Bucelli. Andrea Mangioni. Iacopo del Pecora. Fran-
cesco Falconi. Michele Castellani; Dego Spirti.
1373. Migliore Guadagni. Niccolò Gianni. Niccolò Mancini. Nic-
colò Malegonnelle. Giorgio Aldobrandini. Tommaso Gui-
detti.
1374. Filippo Bastari. Lionardo Beccanngi. Andrea Rondinelli.
Filippo dello Scelto. Nofri Arnol6. Giorgio Scali.
1375. Iacopo Pecori. Buonajuto Serragli. Niccolò Giugni. Lui-
gi Aldobrandini. Matteo Soldi* Niccolò Rimbaldesl.
1376. Lapo Bucelli. Niccolò Malegonnelle. Biagio GuasconL Ia-
copo Strada. Massajozzo Raffacanì. Ghino Anselmi.
1377. Migliore Guadagni. Guido Machiavelli. Giovanni Maga-
lotti. Agnolo Ardinghelli. Lapo Viviani. Lodovico di Ser
Bartolo.
1378. Domenico Borghini Taddei. Lionardo Beccanugi. Salvè-
stro de'Medici. Luigi Guicciardini. Michele di Landò. Bar-
tolo di Iacopo. Francesco di Chele. Andrea Salviati.
1379. Giovanni di Mone. Francesco Ardinghelli. Buono del Pace.
Nardo Pagnini. Iacopo di Zanobi. Niccolò RinuccL
1380. Francesco di Tiero. Francesco Bruni. Benedetto di Ciarda
Tommaso Guidetti. Francesco d'Agnolo. Becco Guazza.
1381. Niccolò Pelacani. Buonaccorso di Vanni. Ventura Brunelli
Lionardo Baffacani. Matteo di Tegghia. Guido Machiavelli.
1382. Antonio Busini. Rinaldo Gianfìgliazzi. Filippo Cappelli.
Agnolo Figliamochi. Cipriano Alberti. Francesco Fede-
tlglii.
1388. MigHore Guadagni. Ubaldo UbertféL Niceold Bacelli. Pie-
ro Aldobrandini. Francesco Brunt' Giannono Bilfottl.
13M. Filippo Bastar!. Gagliardo Bonciani. Matteo Pagnini. Chia-
ro di Gasaveccliia. Giovanni l^ccialbani. Iacopo Ardin-
ghelli.
1385. Domenico Pecori. Simone Barone. Giovanni Baroncelli.
Noferi Strozzi. Francesco Fioravanti. Tommaso Sederini.
1386i Lotto Castellani. Davanzato Davanzati. Biagio Guasconi.
' Guido Machiavelli. Niccolò Fagni. Tommaso Rucellai. '
1387. Domenico Bartolini Scodellar!. Mkhele BrancacCi. Bardo
' Mancini. Andrea Minerbetti. Iacopo Gherardini. Luigi
Guicciardini
1388. Vanni Castellani. Ugo Vecchietti. Galeotto Baronci. Agno-
lo iSerragli. Buonaccorso Giovanni. Guccio Bartolini.
1389. Meeold Manetti. Zanobi dà Mezzola . Domenico di Bor-
ghlno Taddei. Gfaino Anselmi. Ardingo de' Ricci. Iacopo
Naif.
1890. Niccolò Ricoveri. Lionardo Beccanugi. Iacopo Rinaldi.
Francesco Falconi. Niccolò Giugni. Ciaropolo da Panzano.
Niccolò Baldovinettl.
1391. Niccolò da lizzano. Filippo [Corsini. Forese Salviati. Do- ^
■ nato Acciajuoli. Nofri Bischeri. Andrea del Benino.
1392. Marco Benvenuti. Arrigo Mazzinghi. Vieri de'Medici. Gio-
vanni Biliotti. Buono Busini. Strozzò di Carlo Strozd.
1393. Filippo PandolAni. Dinozzo Lippi. Nofri Arnolfl. Agnolo
Spini. Maso degli Albizzi. Niccolò dà lizzano
i894. Lionardo dell^Antiella. Andrea Minerbetti. Guido del Pa-
lagio. Agnolo Figliamochi. Rinieri Peruzzi. Donato Accia-
juoli.
1395. Giovenco della Stufa. Tommaso Soderini. Jacopo di Ser
Zollo. Giovanni Aldobrandini. Matteo Arrighi. Andrea
Vettori.
1396. Niccolò Ricoveri. Davanzato Davanzati. Piero di Firenze.
Gherardo Boveregli. Forese Salviati. Noferi Strozzi.
1397. Noferi Bischeri. Bernardo del Cane. Lionardo deirAntella.
Pera Baldovinettl. Guido del Palagio. Piero Pitti.
1398. Giovanni' Riccialbani. Simone Bordoni. Nigi DiotìsalvL
Francesco Falconi. Vanni Castellani. Filippo Ardinghelli.
1399. Francesco Fioravanti. Luigi Canigiani. Noferi Arnolfi. Gio-
vanni Aldobrandini. Matteo Arrighi. Giovanni Biliotti.
286
1400. Forese SalviaU. Guccio de'Nobili. FilipiK) PandolfinL Bar-
tolo Ridolfi. Taddeo Mancini. P^ra Baldovinetti.
1401. Niccoloso Gambi. Gino Capponi, iapo Niccolini. Rinaldo
Gianfigliazzi. Gante Ammannati. Luigi Guicciardini.
1402. Filippo Giugni. Jacopo Malegonnelle. Rinaldo Rondinelli.
Niccolò Gianni. Piero Baroncelli. Joininaso Marcbi..
.1403. Bartolommeo Valori. Ubaldo libertini. Niccolò Peruzzi.
Tommaso Ardingbelli. Ridolfo <Iìai. Bartolo Ridolfl.:.
1404. Niccolò Fagni. Gristoforo Spini Paolo Carneseccbi* Loren-
zo Machiavelli. Lott.o Gaste^lani; Paolo de' Nobili, r
1405. Maso degli Albizi.. Gristqfaiio Biliotti< BartQlomineo Gorbi-
nelli. Giovanni Bucelli. Aghinolfo Popoleschi. Niccolò GaoH
bi. Benozzo di Benozzo. .^ ^
1406. Lapo Niccolini. Francesco Federigbi* Ruggieri de' Rice:.
Ubaldo Ubaldini. Vanni Castellani. Francesco: Ardingbelli.
1407. Giovenco della Stufa. Niccolò i^a, Uzzano.,Mar^o, Benve-
nuti. Niccolò Davanzali. Piero di Firenze. Lorena») Ridolfl.
1408. Piero deirAntella. Giovanni Ubaldini. Filippo Arrigiijcci.
Filippo Corsini. Piero Baroncetli. Gipy9nnl Ald<^andini.
1409. Bartolommeo Valori. Lorenzo Machiavelli. Taddeo Manci-
ni. Gristofano Spini. Niccolò da Filicaja. Nicjcold Gì^mì*
1410. Filippo Giugni. Antonio Mangioni. Giorgio Aldobrandino
Barduccio di Gherichino. Giovanni Bucelli. Sandro Altovitt.
1411. Bernardo Guadagni. Bartolommeo Gorbinelli. Giovanni Rie*
cialbani. Rinaldo Gianfigliazzi. Rinaldo Rondinelli. Van-
nozzo Serragli.
1412. Antonio da Panzane. Giovanni Aldobrandini. Nofèri Bi-
scheri. Lorenzo RidolQ. Lapo Niccolini. Antonio Da van*
zati.
1413. Jacopo Guasconi. Filippo Corsini. Filippo Giugni. AntonlD
Mangioni. Guidacelo del Pecora. Barduccio di Gherichino.
1414. Ridolfo Peruzzi. Arrigo Mazzinghi. Maso degli Albizzi. U-
baldo Ubertini. Vanno Castellani. Paolo Bordoni.
1415. Agnolo PandolfinL Bartolo Ridolfi. Antonio da Panzano.
Giovanni Temperani. Paolo Carnesecchi. Francesco Cani-
giani.
1416. Giovanni Riccialbani. Piero Bonciani. Vieri Guadagni.
Gherardo Machiavelli. Giorgio Berlinghiert. Marco Bartoli.
1417. Filippo Arrigncci. Buonacoorso Pilli. Filippo Giugni. Fi-
, lippe Carducci. Ugo della Stufa. Filippo Corsini*
Iff8. Antonio di Ribitta. Teminaso AriHiiifliélM. Glovinni Bi-
scheri. Gino Capponi. Giovanni Buselli. Francesco della
Luna.
1419. Jacopo da Filicaja. Bernardo da Quarata. Niccolò Sacchet-
ti. Rinaldo GianGgUazzi. Rinaldo Rondinelli. Giovanni So-
derini.
1420. Giovanni Riccialbani. Giovanni Minerbetii. Agnolo Pandol-
fini. Gherardo Canigiani. Piero Baroncelli. Luigi Spini.
1421. Bartolommeo Valori. Niccolò da lizzano. Lapo Niccolini.
Piero Bonclani. Giovanni de' Medici. Piero Guicciardini.
1422. Giannozzo Gafferelli. Giovanni Altovili. Jacopo Ciai. Buo-
naccorso Pitti. Bernardo Nardi. Giovanni Aldobrandino
1423. Rinaldo Rondinelli. Giovanni Barbadori. Bernardo di ser
Zello. Tommaso Minerbetii. Piero Ginori. Gherardo Cani-
giani.
1424. Tommaso Borghini TaddeL Lionardo Fantoni. Filippo Ar-
rigttcci. Bartolo Bencivenni. Matteo Castellani. Piero Bec-
eanugi.
1425. Piero della Rena. Vannozzo Serragli. Lapo NiccolinL Lo-
renzo Lenzi. Niccolò Manovelli. Schiatta Ridolfi.
1426. Crislofano Brandolini. Jacopo Federighi. Vieri Rondinelli.
Lorenzo Ridolfi. Giovanni Salviati. Salvestro Popoleschi.
1427. Guidacelo Pecori.'^Astorre Gianni. Fruosino da Verrazza-
no. Carlo Bonciani. Bartolommeo Gherardini. Sandro Bi-
liotti.
1428. Rinieri Bagnesi. Paolo Rucellai. Neri Fioravanti. Parigi
Corbinelli. Zanobi Arnolfi. Giannozzo Gianfigliazzi.
1429. Lorenzo della Stufa. Goro Dati. Andrea Giugni. Carlo Bar-
tolo Berto da Filicaja. Tommaso Barbadori.
1430. Antonio da Rabatla. Piero Bonciani. Niccolò Rittafè. Gio-
vanni di Cherichino. Bartolommeo Peruzzi. Lionardo Fan-
toni.
1431. Giovanni Arrighi. Filippo del Bugliaffo. Jacopo Giugni.
Luigi Aldobrandini. Agnolo Pandolfini. Antonio Serragli.
1432. Ubertino Risaliti. Dosso Spini. Piero Pecori- Lorenzo Ri-
dolfi. Ridolfo Peruzzi. Oddo Altoviti.
1433. Andrea Rondinelli. Guido Doti: Giovanni Salviati. Tomma-
so Minerbetii. Bernardo Guadagni. Bartolommeo Ridolfi.
1434. Manetto Scilinguati. Tommaso Lucalberti. Aldobrandino
28S
Aldobrafidini. Donato Velluti. Niccolò CocchL Gioraaiii
Minerbetti.
1435. Cosimo de' Medici. Filippo del Bugliaffa. Taddeo delF An-
tella. Domenico Buoninsegni. Berto da Filicaja. Piero Guie*
ciardini.
1436. Bernardo Gherardi. Giuliano Davanzati. Niccolò Valori.
Neri Capponi. Jacopo Ciacchi. Manno Temperani.
1437. Simone Garnesecchi. GioTanni Nasi. Bernardo Ciacchi. Pie-
ro Beccanugi. Niccolò degli Albizzi. Antonio Boverelli.
J 1438. Niccolò Cocchi. Niccolò Malegonnelle. Bartolommeo Orlan-
dini. Luca libertini. Bartolo Corsi. Dardano Acciajuoli.
1439. Cosimo de'Medici. Piero Guicciardini. Alamanno Salviati.
Filippo Carducci. Neri Bartolini Scodellari. Guido Machia-
velli.
1440. Paolo del Diacceto. Lionardo Bartoti. Giuliano Martini Guc-
ci. Lutozzo Nasi. Andrea Nardi. Domenico Pescioni.
1441. Alessandro degli Alessandri. Daniele Canigiani. Giovanni
Morelli. Domenico Buoninsegni. Bartolommeo Orlandini.
Castello Quaratesi.
1442. Taddeo deirAn^tella. Carlo Bonciani. Luca degli Albizzi.
Giovanni Falconi. Bernardo Gherardi. Manno Temperani.
1443. Francesco Gherardini. Giovanni Boveregli. Bartolommeo
Spinelli. Simone Guiducci. Antonio Masi. Giovanni Benci.
1444. Antonio Serristori. Francesco Venturi. Giuliano Martini
Gucci. Sandro Biliotti. Francesco Berlinghieri. Carlo Fe-
derighi.
1145. Nerone Neroni. Giovanni Corsini. Niccolò Giugni. Darda-
^ no Acciajuoli. Cosimo de'Medici. Tommaso Corblnelli.
1446. Galileo Galilei. Ugolino Mazzinghi. Giovanni degli Albizzi.
Buberto Pitti. Andrea Nardi. Domenico Pescioni.
1447. Bernardelto de'Medici. Lutozzo Nasi. Lodovico Verrazzani.
Giovanni Bartoli. Puccio Pucci. Castello Quaratesi.
1448. Bernardo Gherardi. Manno Temperani. Alessandro degli
Alessandri. Luca Pitti. Alamanno Salviati. Agnolo Accia-
inoli.
1449. Ugolino Martelli. Tommaso Sederini. Niccolò Giugni. Pie-
ro Davanzati. Diotisalvi Neroni. Piero del Benino.
1450. Francesco Sacchetti. Niccolò Malegonnelle. Simone Carne-
secchi. Luigi Bidolfl. Lorenzo Spinelli. Giovanni Popole-
schi.
289
1451. AldobrandiDO Aldabraadini. Simone GaDì^iani. Bernardo
Giugni. Niccolò Mori. Bernardo Garnesecchi. Niccolò Sode-
rini.
1452. Mariotto Benvenuti. Domenico Buoninsegni. Ugolino Mar-
telli. Giannozzo Pitti. Francesco Orlandi. Federigo Fede-
righi*
1453. Francesco Neroni. Luigi Guicciardini. Bernardo Gberardi.
Martino BencivennL Matteo Palmieri. Luca Pitti.
1454. Matteo Morelli. Manno Temperani. Diotisalvi Neroni. Tom- ,
maso Sederini. Giovanni Niccolini. Agnolo Acciajuoli.
1455. Agnolo della Stufa. Bernardo Ridolfl. Piero Orsi. Piero
Rucellai. Bernardetto de' Medici. Francesco del Benino.
1456. Mariotto Benvenuti. Francesco Venturi. Domenico Martelli.
Daniele Ganigiani. Donato Cocchi. Bartolommeo Lenzì.
1457. Andrea della Stufa. Francesco Bonsi. Matteo Morelli. Si-
mone Guiducci. Francesco Ginori. Luigi Guicciardini.
1458. Noferi del Gaccia. Matteo Bartoli. Ugolino Martelli. Luca
PittL Otto Niccolini. Bardo Altovìti.
1459. Ruberto Sostegni. Agnolo Vettori. Bernardo Gherardi. Lio-
nardo Bartolini. Niccolò degli Alessandri. Giovanni Gani-
giani.
14(10. Francesco Orlandi. Jacopo Mazzinghi. Salvestro Lapi.
Tommaso Soderini. Giovanni del Gaccia. Francesco Tiglia-
mochi.
1461. Piero di Cosimo de' Medici. Bernardo Gorbinelli. Franco
Sacchetti. Guido Bonciani. Garlo Pandolfini. Alessandro
Machiavelli.
1462. Garlo da Diacceto. Giuliano Vespdcci. Piero de'Pazzi. Luigi
Pitti. Francesco Bagnesi. Gherardo Gianfigliazzi.
1463. Antonio Pucci. Cristoforo del Bugliaffa. Francesco Salvia-
ti. Manno Temperani. Giovanni Lorìni. Antonio Ridolfl.
1464. Orlando Gherardi. Andrea Cardùcci. Nigi Neroni. Giorgio
Ugolini. Giovanni Serristori. Giovanni Venturi.
1465. Maso della Rena. Niccolò Capponi. Lorenzo Niccolini. Mar-
tino Scarsi. Niccolò Soderini.
1466. Francesco Bagnesi. Bartolommeo Lenzi. Maso degli Ales-
sandri. Bernardo lotti. Ruberto Lioni. Paolo Federighi.
1467. Carlo Pandolfini. Tommaso Soderini. Giovanni dell' Antel-
la. Bongiannl pianfigliazzi. Andrea di Cresci. Bertoldo
Corsini.
Gio, Villani T. IV. ^7
290
1468. Piero Mellini. Cipriano di ser Nfgi. Carlo de'Medici. Ma-
riotto Lìppi. FraDcesco Diai. Niccolò Toroabuoni.
1469. Jacopo de' Pazzi. Jacopo Guicciardiai. Francesco Cocchi.
Piero Minerbetti. Giovenco della Stufa. Piero Nasi.
1470. Bernardo Salviati. Antonio de' Nobili. Carlo Pandolfini.
Giovanni Ridolfì. Ristoro Serristori. Bongianni Gianfi-
gliazzi.
1471. Agnolo della Stufa. Gino di Neri Capponi. Bardo Corsi.
Piero Malegonnelle. Antonio Taddei. Zanobi Biliotti.
1472. Giovanni Salviati. Giovanni Compagni. Antonio Martelli
Tanai de'Nerli. Giovanni Orlandini. Piero Berardì.
1473. Piero de'Medici. Luigi Guicciardini. Chirico Pepi. Barto-
lommeo del Vigna. Antonio degli Alessandri. Jacopo Ri«
dolfi.
/ 1474- Jacopo Cocchi. Donato Acciajaoli. Maso degli Albizzi. Ber-
nardo Antinori. Paolo Ntccolini. Tommaso Davanzati.
1475. Alessandro da Filtcaja. Bernardo Del Nero. Ruberto Lioni.
Giovanni Rucellai. Giovanni Carnesecchi. Giovanni Ca-
nigiani.
1476. Cristoforo Spinelli. Carlo Carducci. Domenico PandolOni.
Tommaso Ridolfi. Girolamo Morelli. Filippo Tomabuoni.
1477. Giovanni Aldobrandino Iacopo Guicciardini. Giovanni
deirAntella. Francesco Federighi. Giovanni Lorini. Iacopo
Lanfredini.
1478. Berlinghiero Berlinghieri. Cesare Petrucci. Iacopo degli
Alessandri. Paolo Machiavelli. Simone Zatì. Piero Miner*
betti.
1479. Andrea di Cresci. Piero del Benino. Giovanni Serristori
Lorenzo Davanzati. Cristofano Carnesecchi. Doto Masi.
Tommaso Sederini.
1480. Averardo Salviati. Bernardo Lucalberti. Bernardo Bongi-
rolami. Giovanni BonsL Piero Mellini. Bernardo Ru-
cellai.
1481. Antonio Pucci. Bernardo Corbinelli. Cristofano Spinelli.
Cosimo Bartoli. Attilio de'Medici. Lorenzo Nasi.
V, 1482. Laj[)0 Niccolini. Noferi Acciajuoli. Pier Filippo Pandolfini.
Ruggieri Corbinelli. Carlo Serristori. Giovanni Tornabuoni.
1483. Francesco della Stufa. Antonio RidolG. Niccolò Sacchetti.
Lorenzo Carducci. Alamanno de'Medici. Giovanni Lanfre-
dnì.
14M. Galeotto del Caccia. Antonio Spini. Francesco Valori, An-
fonio Ganigiani. Ruberto Lionl. Mariotto Rucellai.
1485. Averardo de' Medici. Agostino Biliotti. Averardo Salviati.
Iacopo Venturi. Antonio Lorinì. Antonio Paganelli.
1486. Ristoro Serristori. Piero Berardi. Bartolommeo Scala. Ri-
dolfo Ridolfi. Giovanni Bini. Tommaso Mincrbetti.
1487. Sigismondo della Stufa. Buonaccorso Pitti. Averardo Ser-
ristori. Guido Vespucci. Giuliano de' Medici. Bernardo
del Nero.
1488. Niccolò Sacchetti. Domenico Bartoli. Maso degli Alessan-
dri. Domenico Bonsi. Giovanni Serristori. Nero Cambi.
1489. Francesco Valori. Tommaso Antinori. Agnolo Niccolini.
Ruggieri Minerbetti. Braccio Martelli. Niccolò Ridolfì.
1490. Andrea Giugni. Bernardo Bartolini. Bartolommeo Pucci*
Piero Alamanni. Francesco Dini. Giovanni Davanzali.
1491. Iacopo de' Medici, Piero Corsini. Lorenzo Morelli. Piero
Altoviti. Francesco Taddei. Girolamo Corbinelli.
1492. Niccolò Cocchi. Niccolò Federighi. Domenico Pandolfini.
Matteo Canigiani. Andreuolo Sacchetti. Mariotto Rucellai.
1493. Dionigi Pucci. Francesco Nasi. Giuliano Salviati. Giovan-
ni Francesco Tornabuoni. Francesco Valori. Fiero Cap-
poni.
1494. Filippo dell' Antella. Tommaso Minerbetti. Niccolò Mar-
telli. Giovanni Paolo Lotti. Francesco Gherardi. France-
sco Scarti.
1495. Filippo Corbizzi. Tanai de'Nerli. Bardo Corsi. Lorenzo
Lenzi. Gino Ginori. Antonio Manetti.
1496. Matteo del Caccia. Domenico Mazzinghi. Piero degli Al-
bizzi. Tommaso Antinori. Giuliano Orlandini. Piero Lenzi.
1497. Francesco Valori. Bernardo del Nero. Piero degli Alberti.
Domenico Bartoli. Paolo Carneseccbi. Paolo Antonio So-
derini.
1498. Giuliano Salviati. Piero Popoleschi. Vieri de' Medici. Ri-
dolfo RidolO. Bardo Corsi. Guidantonio Vespucci.
1499. Paolo Falconieri. Tommaso Giovanni. Francesco Gherardi*
Salvestro Federighi. Giovacchino Guasconi. Giovanni Ba«
tista Ridolfi.
LE
BELLEZZE DI FIRENZE
® ii n V (D
DI ANTONIO preci
T-r
1. i^ettantrè mille trecen correndo
Mi veggio vecchio^ e non mi dice il core
Poter più oltre seguitar volendo.
2. Lasciando adunque il dir dell'Autore
Ad altro di maggior sofficienza^
Bli parrebbe commetter grande errore^
3. S' io non dicessi della mia Fiorenza
Alcuna cosa, come situata.
Ed adorna la veggio in mia presenza;
4. Perchè alla gente^ eh' ancor non è nata
Memoria sia, ed a que'che non sanno^
Gom' eli' è |j;él1à, e 'n pregio sormontata.
5. E ciò si vede per gli stati, e' hanno
Racconto i versi miei del tempo antico.
Nel qual si fé memoria del suo affanno.
6. Secondo il mio parer^ comincio, e dico^
Che le tre parti di Firenze è posta
In piano, allato all'Arno, e come a bico^
7. L'altro quartier di là dal fiume sosta^
E quasi inver Levante alza le fronti.
Perocché 'n parte piglia della costa.
2>3
8. E 'n sopra *1 detto fiume ha quattro ponU
Bellissimi di pietra, e di calcina^
Con altri adornamenti lion qui conti.
9. Appresso ha del Gomun belle mulina,
Onde non ha temenza, che per guerra
Poss* essere assediata di farina.
10. Le mura poi» che cerchian questa Terra
Hanno tre braccia, e mezzo di grossezza.
Di sopra, dico, e quattro, e più sotterra.
11. E dal lato di fuori hanno d'altezza
Ben trenta braccia di buona misura.
Gol barbacan, eh' è fatto per fortezza,
ti Ed infra '1 cerchio delle belle mura
Tredici porti son, braccia settanta
Alta ciascuna, e venti di largura.
13. Le Torri, che Tadornan son sessanta.
Golia grossezza ognuna, che 1' è tocca,
E ciascun' alta il men braccia quaranta.
14. E li fossi di fuor son larghi in bocca
Ben ventìcinque braccia colla sponda
Ghe '1 terren della via sostiene in cocca.
15. Sedici braccia poi la via seconda
Gon termini, che mostran veritade,
Perchè il terren comun non si nasconda.
' 16. Quindicimilia braccia la Gittade
Gira d'intorno, e non è maraviglia,
Gontando il fiume nella quantitade.
17. Se alcun dice, che gira cinque miglia,
Gh' è per misura anticamente usata ^
Tremila braccia per miglio si piglia,
18. Firenze è dentro tutta lastricata,
E fra l'altre ha due vie, che stanno in croce,
Ghe ti dimostran, quant'ò lunga, e lata,
19. L'una si muove alla porta alla Groce,
Gh' è dal Levante, e poi verso '1 Ponente
Alla porta del Prato è l'altra foce.
20. Dall'una all'altra andando rittamente
Ha quattromila settecento braccia;
Mercato vecchio è il mezzo veramente.
29*
21. K misurar volendo Taltra faccia
Dalla Porla a san Gal, ch'é a TramonUnt,
Ed al diritto seguitar la traccia,
22. lofin al sito di Porta Romana,
La qual si chiama San Pier Gattolino>
E tiene in mezzo TArte della lana,
23 Son cinquemila braccia di cammino:
Deh come naturalmente comprese
Qualunque fu quel caro Cittadino!
24. Appresso ha dentro più di cento Chiese,
Sanza contar gli spedali, eh' a onore
Di Dio son fatte tutte queste spese.
25. Lascio deiraltre, e vo' della Maggiore
Alquanto dir, di Santa Reparala,
voglìam dir Santa Maria del Fiore.
26. S'ella si compie, com* è stanziata.
Si bella Chiesa non fu già milFanni^
Come sia questa, né si adornata.
27. Appresso questa si è San Giovanni,
Ch'a tutto '1 mondo debb'esser notorio,
Ch'ogni altro Tempio avanza senza inganni.
28. Di nostra Donna ci è poi TOra torio.
Che costa più, che non vale un Castello
Qualunque ci è di maggior tenitorio.
29. Ècci il Palagio de' Signor si bello.
Che chi cercasse tutto l'universo,
Non credo, eh' e* trovasse par di quello.
30. Cercando la Città per ogni verso,
È piena di palagi, e di giardini.
Più bello Tun, che l'altro, e più diverso.
31. E più di ventimila Cittadini
Dentro ci son tra Grandi e Popolari
Lasciando star da parte i Contadini.
32. E questi sono i Casati più cari:
Ciò sono i Bardi, Rossi, e Frescobaldi^
E Cavicciuli insieme, ed Adimari,
33. E Pulci, Gherardini arditi, e baldi,
Tornaquinci» Bisdomini, e Donati^
E Cavalcanti, e Buondelmonti caldi^
295
34. Cerchi, e NerlI^ e Pazzi, e Giandonati,
liberti. Abati, Amidei, e Lamberti
Ancor ci son, bencliè sieno scemati ,
35. Bosticlii^ Berlinghieri savj, e sperti^
Franzesi, Brnnelleschi; ed or di quelli,
Che soQ di popol, ti conterò certi.
36. Albizzi, Riccia Strozzi, e Baroncelli,
Medici^ All>erti^ Altovitl^ e Guasconi,
Vettori, Castellani, e Rondinelli,
37. Per uzzi, Giugni, Bastari, e CoToni,
E Salviati, Mancini, e Magalotti ,
Oricellai, Beccanugi, e Bordoni,
38 Sacchetti, Pigli, Serragli, e Biliotti,
E Soderini, e Mozzi, e Quaratesi,
Ridolfi, Pitti, Pepi, e Pegolotti,
39. Que' da Panzano, Davizi, e Bagnesi^
Boscoli, Risaliti, e Rinuccini,
Ricoveri, Acciajuoli, ed Antellesi,
AO. E Gianfigliazzi, Cocchi, e Scali, e Spini,
Baldovinetti, Bucelli, e Barrucci,
Cederni, Macchia velli, e Guicciardini,
41. Agli, Vecchietti, ed Asini, e Ferrucci,
E Ramaglianti, Magli, e Canigiani,
E Bonaccorsi, Velluti, e Rinucci,
42. Aldobrandin, Bombeni, e Raffacani,
Razzanti, Filicaja, e Manovelli,
Ed Attavanii, ed Ughi, e Cerretani,
43. Guadagni, Lupecani, e Boverelli,
Busini, Siminetti, e Sassolini,
Manetli, Lanfredini, e Belfredelli,
44. Aglioni, e Sìrigatti, e Valorini,
Que* da Strada, Marsili, e Tigliamochi,
E MarignoUi, Fagiuoli, e Benini,
45. E Passavanti, Usimbardi, e Giuochi,
E Campiobbesi, Corsi, ed Aldighieri,
E Macci, Foraboschi, e Tigliamochi,
46. E Soldanier, Pretasini, e Manieri,
Duranti, Rocchi, Armati, e Scodellarl,
Malegonnelle, Mangioni, ed Armieri,
296
47. Marchi,. Magaldi, ed Erri, e GiamboUafi^,
£ Biffoli, Garucci, ed Avviati,
Guidalotti, Ammoniti, e Portinari,
48. Manfredi, Michi, Figliuopetri, e Zati,
Arnolfi, Guidi, Orlandi, e Corsini,
E que' da Gastiglionchio, ed Infangati,
49. Gìrolami, Brancacci, e Ferrantini,
Ed Arrigucci, Donarli, e Viviani,
Ed Ardinghelli, Ardinghi, e Tolosini,
50. E Falconier, Fallarcioni, e Villani,
E Caponsacchi, Guardi, e Salterelli,
Ed Orlandini, Arcagnoli, e Soldani,
51. Benizi, Botticini, e Gafferelli,
E Gorbinzi, Bellandi, e Riccomanni,
Gìuffagni, Vai, GattoK, e Carcherelli,
52. Angiolinì, Uganelli, e Figiovanni,
Bianciardi, ed Ammirati, e Tedalbini,
Sigoli, Sannambenci, ed Alamanni,
53. E Falconi, Sassetti, e Porcellini,
Que' da Sommala, Ghiamontesi,,e Baldi,
Baronci, Cosi, Alfieri, e Cornaccbini,
54. Allotti, Bellincion, Casi, e Tedaldr,
Lottini, e Bersi, e poi que' da Rabalta,
Que' della Casa, Mazzinghi, e Monaldi,
55. Boncìani, Ardinghi, e di più non si tratta,
Perch' al presente non ebbi notizia,
Bastìnti que' , de' qua' memoria è fatta.
56. Firenze governa oggi sua grandizia.
Per otto Popolan, che son Priori,
Ed un Gonfalonier della Giustizia;
57. De* qua' son due Artefici minori.
Che per due mesi han del Comun pensieri
Nel Palagio maggior, come Signori.
58. E dodici altri son lor Consiglieri ,
Il cui uficio per tre mesi dura,
E sedici son poi i Gonfalonieri,
59. Che duran quattro mesi per misura,
E quel, eh' è per costor diliberato.
Per due Consigli ancora si procura.
J97
60. l/uno è Consiglio del Popol chiamato^
Che soQ dugento, e delle ventun'Arte
Convìen^ che T'abbia d'ogni Consolato^
61. E capitani della Guelfa parte:
E per non voler far le cose brune^
Quel^ che si vince qui per le due parte,
62. Appresso va al Consìglio del Comune,
Che son dugento, Popolani, e Grandi ,
E 'n simil modo tirando una fune,
63. Convien^ che poi a secuzione il mandi
Podestà, Capitano, e Asseguilore^
Quando per gli Signor ciò si comandi.
64. E niuno Grande può esser Priore,
Dodici ancora, né Gonfaloniere,
D'ogni altro ufficio han parte dell'onore.
65. Né Ghibellino alcun, né forestiere,
(Secondoché per légge par, che sia)
Cittadinesco uficio puote avere.
66. Firenze è terra di mercatanzia.
Ed eccl ogni Arte; pognam, che ventuna
Son quelle, ch'hanno del Comun balla.
67. Le qua'ti conterò ad una, ad una,
E chiaramente poi conoscerai.
Che par Città non è sotto la luna.
68. La prima è di Giudici, e Notai,
E la seconda sono i Fondachieri
Di Calimala, slccom'udit* hai.
69. La terza. Cambiatori, e Monetieri,
Che risedenti a i loro banchi stanno.
Cambiando lor pecunia volentieri.
70. La quarta è Lana, come molti sanno^
Che molta gente pasce tuttavia,
E fa ben trentamila panni Tanno.
71. La quinta si è Porta Santa Maria,
Di Setaiuoli, e di molti altri, i quali
Legati son con loro in compagnia.
72. La sesta sono Medici, e Speziali,
E Dipintori, e di più altri assai,
Ched in quest'Arte son con loro iguali^
Gio. Villani 1\ IV. 38
29S
73. La settima Vaiai, e Pellicciai;
L'ottava son Beccai*, e poi la nona
Sanza compagna sono i GalzolaL
74. La decima de'Fabbri grossi suona,
L'undeci Rigattieri, e Panni lini,
Gh' è 'nsieme un'Arte con lor, si ragiona.
75. Maestri della pietra Cittadini
Gh'a' Fornaciai s'accostan di leggieri,
Dodecim'arte son tra'Fiorentini.
76. La terzadecima è de'Vinattieri,
Che vendon vin, che ne berebbon gli Agnoli,
L'altra gli Albergator de'Forestieri.
77. Quindecima, sono i Pizzicagnoli,
La sedecima sono i Caligai,
Che sentir fan da lungi i lor rigagnoli.
78. Seguitan poi Corazzai e Spadai.
Della diciottesima son figliuoli.
Con altri membri insieme, i Coreggiai;
79. Diciannovesima sono i Chiavaiuoli,
Con Calderai, ed altri lor mestieri ;
E ventesima sono i Legnaiuoli.
80. L'ultima son Fornai, e Panattieri;
E ciascun' Arte di queste è reggente.
Sicché il governo è quasi degli Artieri.
81. Questa città è ricca, e soificiente
D'avere, e di persone, e di sapere,
E delle ingiurie molto sofiferente.
82. Ma quand'ella dimostra suo potere.
Non ha Città d'intorno a più giornate.
Che la sua forza non faccia temere.
83. Quando alle spese le mancan l'entrate.
Ed ella accatta da'suo' Fiorentini,
E le prestanze assegna meritate ,
84. E impon cinquanta migliai' di fiorini.
Tre per miglia, di ciò, c'ha di valsente,
Benché si stenda a' più bassi vicini.
85. E chi n'ha due, o men, sicuramente
Può venti soldi per fiorin pagare
Ed assegnato non gUen'é niente.
Mt
86. Di maggior somma cbi non vuol prestare,
Truova chi presta eon allegra fronte
Per certo prezzo, e faglisi assegnare.
87. £ se de'creditori è grande il Monte
Non ti mararigliar, che molto ayanza
L*onor, che vendicate son più onte.
88. £ quasi d'ogni mese una prestanza
Abbiamo avuta, e ciascuna è riscossa
Abilemente, e sappi per certanza,
89. Gbed aspramente Firenze percossa
Fu pe '1 diluvio, e più bella, che prima
Oggi è rifatta, e cresciuta la possa.
90. Sicché le spese grandi sanza stima ,
Che secondo i bisogni son portate.
Del Monte han fatto più crescer la cima.
91. £ come che le cose sieno andate,
Go'danar nostri più Città d'intorno
Abbiam con noi insieme rifrancate.
92. £ il nostro Comune è, di pregio adorno^
Nella sua libertà rimase al fine,
£d ò per sormontar di giorno in giorno
93. E dico^ se le donne Fiorentine
Portar potesser qui le gioie loro ,
Che in Firenze averle mille Beine
94. Incoronate d'ariento^ e d*oro.
Con tante perle, e con tanto ornamento >
Che veramente vagliono un tesoro.
95. Ben fé' chi la chiamò quinto elimento.
Ed io, per grazia del Signor verace.
Non ne fu' mai, com'oggi son^ contento.
96. Perch'io la veggio riposata in pace,
E veggiole recate al suo mulino
Dimolte Terre ^ onde molto mi piace.
97. Veggiole sotto in parte il Casentino,
E del Valdarno di sopra e di sotto,
£ di Val d'Elsa più Terre, in dimino;
98. Agli Ubaldini tolto ogni ridotto
Dell'Alpe, del podere, e d'ogni lato.
Ed in più parte, di che non fo motto.
300
99. Non tacerei del bel Castel di Prato^
Volterra,. Valdiaievole, e Pistoia,
E 'ntera signoria di Sanminiato.
100. E veggio Pisa con Firenze in gioia,
E Lucca a parte Guelfa; laond' io
Poco mi curo ornai, perch'io mi muoia,
Poich' acquistato é tanto al tempo mio«
IDSIt (B(DI!8IDIKII 1 IFDV88VÌÌ
DI VIMEUrZE
(Delizie degli Eruditi Toscani, T. VII, ptg. i36 t sefr.)
Anni
1138. Jjueeellus et Flarenxettus Consulei civiiatis; sono nominati
nella compra fatta dal conte Uguccione di Azzone.
1172. Foeeiiui Forteguerra et Àrloitus ; ricevono la donazione
di alcane terre.
1173. Giannes Donati et Mannus ; sono nominati nel deposito
fatto dei prigionieri Lucchesi presi nella guerra che i
Fiorentini e i Pisani fecero contro i Genovesi e i Luc-
chesi.
1174. Gioseffus della Lupa, Àlbizzus, Bonella, Àstoldus , Guidue
Uberti, Amideue, Borgognonis et Prete de Odarigo; i detti
consoli sono nominati nella donazione fatta di Poggio
Petrì.
1176. Abate del Lambarda, Cavalcane, Codenaceius Foreste, Inie"
matus Boggerii, Giannue Donati, Filoearus Tornaquincie,
Balduinus Ugonie, Juda Jacobi et Berlangherius Simeonis;
sono nominati nella concordia fatta fra i Fiorentini e i
Sanesi della quale si fa parola in un'antica Storia mano-
scritta , esistente nella Biblioteca Gaddiana , che Tiene
attribuita a Brunetto Latini.
1180. Ubertus Uberti et Lambertus Lamberti.
1181. Ormannue, Ubertinus, et Marcellue; qìxesiì Consoli e quel-
li dell'anno precedente si trovano nominati nelle carte
dell'archivio dì Vallombrosa.
302
1183. Boniannes Àmidei et Uberiu$ Infangati; questi Consoli ed
i seguenti fino all'anno 1192 sono nominati nella detta
Storia cbe si crede di Brunetto Latini.
1183. Bonfantinus Bogolesis et Donatus CaponsaeehL
1184. Veechiettus Vecchietti et Gianni liberti.
1185. Scolajus Scolai et Ugholinus Tifanti,
1186. Petrus Bogtichi, Uguceto fl^etionie, et Ugus Ughi.
1 187. Caponsacehus Caponsacchi et Guarentus seu Accorri Ubai-
dini.
1188. Rustico Abati, Giocus Giochi et Ugo Albizi de Galigariis.
1189. Ubertus Macci, Carretto Compiobbesi, et Tinosus Uberti.
1190. Marianus della Tosa et Bambarone de Sitiis.
1191. Manfredi Ponzetti, Giannes Tifanti et Schiacci^ $eu Schiat-
ta Uberti.
1192. Dom. Tegrinus de Comitibus Guidis Pdatinus in Tuscia,
et Giannes Tifanti.
1193. B. Gherardus Caponsacchi Potestas Florentiae , Tedaldus
q. Tedaldiniy B. Gherardus q. Cipriani Judsx, St'rufpMus
f. Bellincionis, Conte Arrigho, Teghiarius q. Bondelmontis,
et Gianni di Filipolaj questi Consoli sono (clùainati Gmi-
siliarii Bomini Potestatis ; Barone f. Ardinghelli , Gira-
monte, Rodulfus f. Burelli , Compagnus f. Spiriti ^ Ango'
larius et Carlettus; questi hanno il titolo di Reetores ar-
tium.
1194. Catalanus della Tosa et Ubertus Uberti.
1195. Lambertus Lamberti et Ubtddus Usimbardi.
1196. Aldobrandinus Barucci; è nominato nella Cronaca di Ri-
cordano Malespini.
1197. Arlottus Squarciasacchi, Raynerius Balduini, Ubertus Ba-
rucci, Gherardus Rossus^, Giannes Bellisore, Chiaritus Pi"
gli, Spinellus Malespini, Guido q. Sanguigni, Sinibaldus
del Compare, Gianni Berto , Siiius q. Buttigelli , Ubertus
Gualducci, Aldobrandinus^ Sciancati, Rinaldescus q. Mute,
Uguccio q. Gherardini Attaviani, Gottiftedus Guidi Rossi,
Acorbus q. Falscionis, Gianni Bello, q. Tedaldini, Schiatta
Uberti, et Compagnus Arrigncciji alcuni dei detti Consoli
si trovano nominati nella ridetta Storia di Brunetto La-
tini, altri nella Cronaca di Bicordano, ed altri nel nostro
Villani.
1198. Gianni Bello, Rainerius Baiduini et Gherardus AoMtu.
SOS
Re$iauru$, Àeerbui et Compa§nu$; fanno deUe convenzio-
ìA col Conte Alberto di Gerlaldo.
Davizzinus della Tosa et Gherardus Vicedomini.
1199. Dom. Paganellui de Porcari Potestai Florentie, Tedaldus
f Tedaldini de Cantore , Àrdinghus Guernerii de Riccio ,
Ottavianue Guidonis Rossi, Àliottus Vicedominus, Gianna
Giroldi, Trinciavellia de MoscianOy Guido de ÀwogadOy
Manettus Focesis, Ugo Vinciguerra, Abate Ridolfi, Gianni
f Àzzi; questi Consoli hanno il titolo di Consiliarii Do^
mini Potestatis; Arrigo Conte di Capraja, Buoncompagno
Lamberti, Conte Arrigo della Tosa, Bamho de'Mompi sono
chiamati col tìtolo di Consules Civitatis.
1200. Buoncompagno Lamberti è chiamato Consul civitatis; Stol»
dus Musciatii è detto Consul mercatorum.
1201. Dom. Paganellus de Por carie Potestas Florentie; Sitiusf.
Burrigelli et Meliore f. Catalani hanno il titolo di Con-
siglieri del Potestà, mentre i seguenti si chiamano Con-
eules civitatis : Raynerius liberti , Raynerius de Bella ,
Raynerius Siminetti, Ubertus Bernardi , Albertinus Ala"
manni Vingonentis, Corìnzus de Caccia, Ugo Monaldi, II'
debrandinus Guittonis , Masoppinus , Lucterius f. Gianni
Gurrerii forse Guerreri, Bonaccursus de Campi,
1202. Aldobrandinus Barucd , Galganue Adimari , Franciscus
Chiaramontesis, Aldobrandinus Adimari, Boncambius Gui-
donis Ormanni.
1203. Scolajus q. Sinibaldi de Monte Buoni, Donato Tolomei y
Albertinus Vghetti Brilliuzzoli , Brodarius f. Sacchetti ,
Gianni Bellifoce f, Ubertini Donati , Brunus Jude, Bru*
nellinus Brunellini de Razzantis , Cavalcans Daini ,- At*
tavianus Gerardini, Gianni Soldanerii, Adimarus Gian»
nilieti. Bay neri Adimari , Gianni Bello q. Tedaldini del
Cantore , Davizus Megliorelli della Tosa , Acerbus ; i so-
pradetti nelle vecchie memorie sono chiamati Consules
civitatis, ed i tre seguenti Cousules mercatorum : Melior
Abbati, Tonello da Scodato, Giambertus Cavalcantis; Ca^
talanus ha in , quest' anno la carica di Consul militum.
1204. Guido Uberti , Roggerius Giandonati , Albertinus Odarigi
dello Scotta, Companius Arrigucci , Aldobrandinus Cavala
cantis, Berlengherius Jacopi , Jacobus Nerli , Gherardus
Rossus^ Baldovinettus q.> Borgpgnonis, Ugus Judex; i so^
304
praddetti sono chiamati Consulei dvitatii Florentie; Man-
nu8 Àlbonetti si trova in quest'anno col titolo di Consvi
jusiiiie , e i due seguenti sono chiamati Consules mili'
tum: Sitius et Trincavelliaj Latinus^ Giambonus, et Gua-
dagnus sono detti Priores Mereatorum et Àrtium, e Forte
Bilicozzi vien chiamato Senator Gvitatis.
1210. Catalanus della Tosa et Bonifacius Bonaguisù
1212. Àrnoldus Consul militum.
Giraldus Chiermontesi coneul mereatorum.
1214. Gonzettus f. Àlbertini dello Scótta.
Utinu» f Mbertini Caligai. J ^^^^^^ .^^j,y^
Schiatta Cavalcanti.
Àldobrandinus PassavantL
1215. Dom. Grimaldus Judex.
Guidottus del Chiarito» 1
Bonaguisa f. Vguccionis Occhio di ferro. ) °® ®^
Raynerius Rinucei. ) ««rcatorum.
1218. Arrigus Erri Gonsnl mereatorum.
Finiguerra Gonsul mereatorum artis lane.
Uguccio Cavalcanti Consui mereatorum Porte S. Marie.
1219. Àlbizzus Foresis.
Jacobus Cavalcantis. ^ Gonsules militum.
Gianna Pelavillani,
Benché questa serie incominci solamente dagli anni 1138,
contuttociò è certo, che anni prima era in Firenze incominciata
questa forma di governo. L'Ammirato il Giovane, se male noa
ho osservato , li nomina la prima volta all' anno 1102. Lib. ì,
accresc. 9 pag. 46, trovandogli esso citati in un Istrumento di
promissione tra que' del castello di Fogna ed il Comune di Fi-
renze ; nel quale / Consoli si fecero promettere con giuramento
dagli abitanti del Castello di Fogna di Valdelsa di far guerra^
e pace a volontà loro^ e di non mutare il castello di Fogna si'
tuato nel poggio dalla forma^ che si trovava: e che non solo non
anderebbero a edificare castello , fortezza nel poggio di Semi'
fonte, ma che V impedirebbero ancora ad altri, ec
E i Consoli promessero di aiutare , e difendere i Fognai, ec.
Forse da chi potesse, e avesse tempo di bene addentro penetrare
tutti i copiosi nostri Archi vj pubblici e privati , si trovereb-
bono anche qualche anno prima > e poi , non solamente ricoi-
dati ^ ma descrilU eziafidio per proprio nome diversi Consoli ,
qhe governarono la CiUà.
All'anno li 38. a quella citazione de' due primi qui descritti
Consoli, In empitone facia a Comite Uguccione Àzonis de. ....
penso , potersi con sicurezza supplire de Vico , e che possa es-
sere queir Uguiccione 9 o Vguccione d* Àzzo de* conti di Vico in
Val di Sieve , del quale è memoria nel Catasto , o Registro
de' beni antichi della mensa Vescovile di Firenze , pubblicato
già dal Lami , Tom, 11. Memorai). EccL Fior. pag. 848. nella
Parte 28. ch'è de Plebe veleria ec. iit. Jffictus perpetui de Plebe
veteri Vallis Sevis, dove apparisce questa partita : Qualiter he-
redes Uguiccionis Azzi de Vico tenentur, et debent dare , et sol-
vere annuatim perpetuo dicto Episcopatui prò eorum poderi
slarios duodecim grani. E ira' giuramenti di fedelté prestati da
diversi popoli e persone al Vescovo di Firenze, pubblicati pure
nel medesimo Tomo del Lami , tra quelli della gente di Vi-
co di Val di Sieve , pag. 925. evvi Àzzo fil. Uguiccionis. U no-
me di Uguccione nella casa Azzi si vede frequente , come ap-
parisce in uno Istrumento del 1297. nel medesimo Catasto, par.
27. ove si leggono, Àzzo^ et Cursus fratres filii Uguiccionis Àzzi
populi Sancii Niccholai de Vico Vallis Sevis.
All'anno 1176. presso l'Ammirato Giovane, l. cit. pag. 56.
trovo qualche varieté ne* nomi di questi Consoli , perchè ove
nel nostro dice Codennaccius Foreris^ egli ha Catenaccio di Fon-
fio, e in vece di Iniematus, ha Miemató, ed in cambio di Ber-
lengherius Simeonis, legge Belengario di Simone. A questi Con-
soli poi ne aggiunge altri due sotto questo anno al mese di Di-
cembre^ forse però destinati apposta, e solamente dalla Repub-
blica per ricevere da* Snnesi la rinunzia di alquanti Castelli
contenuti da dove la Burna mette nelV Arbia fino al Castagno A-
retino; e sono Ristoradanno , ed un altro Cavalcante , se pure
non è lo stesso di quello^ che è già in serie. Questo Ristora-
danno si vede poi nel seguente anno 1181. presso lo stesso Am-
mirato Giudice ordinario de'tre Consoli qui descritti e dell' /m-
peradore Federigo uno.
Air anno 1189. l'Ammirato^ in luogo di Tinosinus Uberti ,
legge Tignoso degli Uberti.
Nell'anno 1193. manca nella nostra serie uno dei Rettori
dell'Arti, ch'erano sette. Di quest'anno, dice molto a ijporoposito
il citato Ammirato Giovane, Non troviamo i Consoli ;** si trova
Gio. Villani T. IV. 39
306
bene Gherardo Caponsacchi chiamato Podestà di Firenze; onde
non so rinvenire perchè il Malespini e il Villani diano princi-
pio alla Podesteria Vanno 1207; poiché fin l'anno 1184. s*è ve-
duto far menzione del Podestà di Firenze; se però non si voglia
dire di questo^ come di molte altre cose esserne stati al btijo. La
memoria, che l'Ammiralo dice qui esservi dell' ufizio di Pode-
stà in Firenze /fin dell'anno 1184. riguarda Tlstrumento da
lui allegato di confederazione falla da' Lucchesi co' Fiorentini,
a'di 21. di Luglio, per mezzo di Tignoso da Monlecalino Con-
solo di Lucca , nel quale si dice , che in ogni altra guerra ad
ogni richiesta de* Consoli , del Podestà, o d* altro Rettore della
Città di Firenze gli avrebbero porto aiuto , ec. Ma per (ornare
al proposito del presente Podestà Caponsacchi, si vede ancor da
questo , quanto V Ammirato si uniformi al nostro MS. perfino
ne'monumenti che e' cita , per tirar fuori i Podestà, i Consoli^
e gli altri Ulìciali di Firenze ; imperocché dopo le parole rife-
rite, cosi prosegue a dire del trattato , che ebbero i Fiorentini
con que'del Trebbio, che è per avventura il trattato medesimo^
che accenna qui il detto MS. colla citazione del libro delle Ri-
formagioni 29. a 76. Comt il fatto si stia^ dice, noi siamo sieu-
riy che il Caponsacchi con i suoi consiglieri , e con i sette Ret-
tori , eh' erano sopra i capi dell' arti , accordò a' 14 di Luglio ,
nella Chiesa di S, Cecilia in nome del Comune di Firenze , con
Guido del già Ridolfino , e suoi consorti Signori del Castello del
Trebio, e con il Consolo del medesimo Castello di ricevere in esso
presidio , e guarnigione da mettervisi a volontà de' Fiorentini ,
ec e il Podestà promesse loro , che % Fiorentini non per-
metterebbero y che persona andasse contra detti Trebiesi , ec. Del
resto anche il nostro Marchionne Stefani è nel medesimo erro-
re del Malespini, e del Villani^ tardando fino all'anno 1207. a
riconoscere nella persona di Gualterotto , o Gualfredotto , eh' et
chiama Guai f redi , il primo Podestà di Firenze , col solo diva-
rio, ch'ei lo appella Rettore^ come si è visto lib, 1. Rub. 60.
All'anno 1196. è da notare la diversità del nome del Console
Barucci tra il nostro MS. ove si legge, Àldobrandinus, e 1* Am-
mirato , che lo chiama Ubaldo , /. cit. pag. 63 Ma anch' esso
Ammirato tace i nomi degli altri compagni ; siccome li ta-
ce pure Simone della Tosa , che da quest' anno incomincia la
«uà seri^ de'Consoli, ed anch' esso chiama il Barucci Aldobran-
dino.
307
Airanno 1197. dove noi abbiamo Acerbus q. Falscionis^ l'Am-
mirato legge, Acerbo del già Falserone.
All'anno 1198. in cambio di Gherardus Vieedomini ^ egli
legge Gherardello. Chi pubblicò gli Annali di Simone della To-
sa ha supplito in quesf anno il nome del Consolo mancante
nel loro Testo col Conte Arrigo di Capraia , che noi abbiamo
più probabilmente nel seguente.
Airannoll99. Ira'Consoli l'Ammirato in vece di Buoncompa-
gno Lamberti^ legge Alberti , e cosi pure qui appresso ; né no-
mina in questo anno quel primo, Arrigo Conte di Capraia , ma
solamente lo pone nel seguente. Simone della Tosa in cambio
di Conte Arrigo della Tosa in terzo luogo qui nominato^ legge,
Messer Dqvizzo della Tosa. Ecco nel celebre Pagano , o Paga-
nello de' Porcari^ il secondo Podestà di Firenze, che noi (inora
conosciamo per nome, benché certa cosa sia^ che altri molti io
precedessero in quella dignité, come abbiamo veduto ; il quale
per la sua virtù stette neir uficio , confermato per tre anni ,
cioè fino a tutto Tanno 1201. Di lui si trova neirArchivio delle
Kiformagioni , forse al lib. citato dal nostro MS. questa ricor-
danza, riportata così dal sig Domenico Maria Manni, Tom. XIIT.
de^Sigilli pag. 99. e dal Lami Memorab. EccL Floren. T. 1. p. 392.
Dominus Paganellvs^ sive Paganus de Porcaria^ sive de Porcari
de Luca Potestas^ erat in officio pridie Idus Februarii 1199. In-
dici. 3. et finem habuit Kalendis lanuarii 1201. Indici. 5. Que-
sti pure è quegli, che accettò in quest'anno medesimo, pridie
Idus Februarii^ che vuol dire il giorno medesimo della detta
memoria , la donazione del combattuto castello di Semifonte
dal Conte Alberto f. del Conte Nottigiova^ e da Maghinardo suo
figliuolo , fatta al Comune di Firenze ^ come accenna il nostro
MS. e più distesamente V Ammirato , l. cit. sotto quesT anqo
medesimo^ e nel Catalogo de* Vescovi di Volterra pag. 114. fer-
mandone a nome della Repubblica il contratto^ che è riportato
a disteso da Messer Pace da Certaldo nella sua Istoria di Se-
mifonte^ e dal Lami, luog. cit. pag. 391. Nel qual luogo il detto
F^ami corregge anch' egli il Malespini, ed il Villani del soprad-
detto errore preso nell' assegnare il primo Podestà di Firenze.
An. 1200. Qui vi s' intende in primo luogo il Podestà, eh' e-
ra lo stesso rfc' Porcari come lo pone l' Ammirato l. cit. pag.
64. e Simone della Tosa^che lo nomina solo^ anche per Tanno
seguente. Vi s' intendono ancora i suoi Consiglieri , che pure
.^Udi:»/
308
orano gli stessi, o almeno parte degli stessi dell' anno passalo;
cioè, Tedaldo del Cantore^ Àrdingo del Riccio, Ottaviano di Gtit-
do de* Rossi , Trinciavella da Mosciano , e Guido Àvogadi , come
gli appella lo stesso Ammirato; il quale quello Stoldus Musciat-
ti Consnl Mercatorum^ lo legge Stoldo di Musetto^ ivi pag, 65.
cui aggiugne anche un Rainieri della Rella^ non so, se per al-
tro Consolo, per Consigliere.
All'anno 1201. si possono aggiugnere ancora due Consoli dei
Soldati , che si scoprono in uno istrumento di pace giurato
pe'Fiorentini a'Sanesi, presso TAramirato suddetto pag, 65. e so-
no Guido d* Uberto , e Vavizo Visdomini , del qual giuramento
veggasi qui appresso Num. iV.
Air 1202. il medesimo Ammirato assegna, o nomina due so-
li Consoli , cioè Aldobrandino Rarucci , e Nerlo de' Sizj , che a
noi qui mancava: ed altro pure ne riporta , |>a^. 66. cioè Hdc'
brandino di Guttone o Guittone^ che giura in nome del Corna-
ne di Firenze a favore de' Montepulcianesi , di non essere né
del Vescovado, né del Contado di Siena. Neil' istrumento di ix)D-
eordia giurata tra' Fiorentini da una, e i Semifontesi e Sange-
nfiignanesi dall' altra parte, si trova quel Chiarito Pigli Consolo
de' Mercatanti 9 che fece le parti tutte della Repubblica in quel
contratto , il quale fu fermato parum longe a Ponte , qui est
'subtus Vicum Vallis Else^ anno Domini millesimo ducentesimo se*
cundo^ tertio Nonas Àprilis, Ind. quinta; ed è riportato distesa»
mente dal detto Pace da'Certaldo, Istor. di Semi fonte ^ pag. 55.
e segg.
Air anno 1203. Nerlo de' Sizj è similmente assegnato trai
Consoli dal detto Ammirato pag, 66. che a noi pur manca. Si-
mone della Tosa in vece di Rrunellinus Rrunellini^ legge Rru'
nellino Rrunelli. La nostra lezione è la più sicura , perchè ca-
vata dalle Riformagioni.
All'anno 1204. Raldovinettus q. Rorgognone, l'Ammirato pag.
67. legge Raldovinus: e Mannus Albonetti , lo scrive d' Àlho'
nizio. Ma qui piacemi riportare quel, che scrive in detto luo-
go lo stesso Ammirato intorno al governo di Firenze di quei
tempi, perchè conferma maravigliosamente quanto intorno a
ciò abbiamo detto di sopra col sentimento del Lami . Dic«
dunque cosi: Presono il Consolato in Firenze V anno 1204.
Guido libertine compagni^ nel quale non sarà forse inutile il
dimostrare quaV era in que' tempi il governo della Repubblica.
309
// quale in una proccura fatta a* 15. di Maggio nella persona
di Tignoio di Lamberto uno de* Consoli a comparire avanti
del Papa, come Procuratore del Comune apparisce assai ehia»
ro. Del numero de' Consoli non mi assicuro già trovandone
quando jnù, e quando meno, e pur dovea essere determinato, es^
sendo i Consoli delle Arti gli stessi che quei del Comune, onde vi
erano quei de'Giudici, e Notaj, de* Cambiatori, di Calimala, de'Mer-
canti del Comune, dell'Arte della Lana^ e di Porta 5. Maria. No'
minati nella proccura sono Guido d'Uberto, ec, (come nella
nostra serie) e così con Tignoso di Lamberto si veggono undici
Consoli; ne'quali par che si riconoschino le famiglie degli liberti,
de' Giandonati , degli Arrigucci , de' lacoppi consorti de' Rossi ,
de' Nerli , e de' Lamberti. Oltre a' suddetti uno era Proposto
all' Amministrazione delle cose della Giustizia , il quale era
Manno d* Albonizio- Lue erano i Consoli de' Soldati, i cui nomi
furono Sicio, e Trinciavello. Tre erano i Priori delle Arti, e co-
storo ebbero in quell'anno nome. Latino^ Giambono e Guadagno,
da cui per avventura i Guadagni derivano. Onde si può scorgere
il nome de' Priori dell'Arti non essere stato nuovo nella Repub-
blica quando l'anno 1282. levato quel de* Consoli fu primiera^
mente introdotto per supremo Magistrato nel governamento della
città. Oltre questi nomi d' ufjicj , e di dignità vi era ancora il
Senatore, che fu Forte di Bilicozzo: questi i Gondi pretendono ,
che sia de'loro. Ci era un Consiglio generale, uno speciale e dieci
buoni uomini per Sesto. Da questo anno poi sino al 1210. nò
pure r Ammirato mentova più i Consoli , e ciò forse perchè
com' egli stesso osserva , pag. 68. fu data quasi tutta la forza
del governamento al Podestà , che era sempre forestiero , non
per altro, che per non tirarsi i Magistrati addosso l' odio dei
lor^eittadini; benché poi tanta se ne arrogassero oltre misura,
che fosse d'uopo raffrenarla. Ma frattanto più del Podestà, che
de* Consoli , faceasi stima ; ond' è , che anche i nostri storici
rammembrano più quelli , che questi; de' quali ancor noi ne
daremo qui brevemente la serie ^cavala dal più volte nomina-
to Simone della Tosa , dal Villani , e dallo stesso Ammirato , fi-
no air istituzione del nuovo reggimento de' Priori.
An. 1207. Podestà di Firenze, Gualfredotto, o Gualterotto Gras-
selli Milanese , dal Malespini , e dal Villani detto falsamente il
primo; che fu confermato anche per l'anno seguente 1208. e for-
se anche in quelli appresso, ne'quali non ne trovo altri descritti.
310
Air anno 1210, tanto T Ammirato, che il Villani, L 5. eap.
32. nominano Consolo il solo Catalano della Tosa^ benché ag-
giungano, e compagni; presso del quale pare^ che stesse il fiore
migliore dell' autorità. Mi fa maraviglia il veder vóto quest' an-
no nella serie di Simone della Tosa, che non mentova neppure
quel Catalano eh' era di sua famiglia.
An. 1211. Si può supplire il voto col catalogo del detto Si-
mone della Tosa, che pone Mess, Ruggieri Giandonali^ benché
10 per me creda, che con esso vi fossero confermati molti del-
l'anno antecedente.
An. 1212. Si supplisca il Consolato della Città col suddetto
Simone , che vi pone Messer Ridolfo Conte di Capraia.
— 1213. Podestà, Uguccione Leoni di Roma. Simone della Tosa.
— 1214. Iacopo di Giovanni Rosso di Roma. Detto.
— 1215. — — Gherardo Orlandi. Simone della Tosa legge
Orlandini.
— 1216. — — Messer Arnaldo da Bologna sette mesi ^ con
Piero, Condoli un anno, Sim. della Tosa.
— 1217. Messer Bartolommeo Nasi da Bologna. Dello.
— 1218. ' Otto da Mandella. Milanese. Simone della
Tosa, da Bandella, e cosi sotto.
— 1219. ' Alberto da Mandella.
— 1220. Ugo del Grotto Pisano.
— 1221. Messer Bambarone di Perugia. Simone della
Tesa.
— 1222. Messer Oddo di Pietro Gregori. Detto.
— 1223. Gherardo Orlandi. Simone della Tosa Orlan-
dini.
— 1224. Torello da Cbn^rarfa. Simone della Tosa Messer In-
ghirano da Magreta.
— 1225. Bernardo di Pio de'Manfrediy riceve per la
Repubblica la vendita del Castello di Travalle; e perciò era o
Consolo, o piuttosto Podestà, immtr. l. 1. pag. 76. Simone sud-
detto legge Bernardino di Pio.
— 1226. Messer Guido Giovanni di Guido. Simone del-
la Tosa.
— 1227. Messer Guido da Monastero. Detto.
— 1228. — — Andrea di Iacopo da Perugia.
— 1229. Érto. Bottacci. Ammirato , Giovanni di Boc-
caccio.
Mi
Ad. 1230. Podestà. Of/o (fa Mandella Milanese.
— i231. ' Messer Otto medesimo. Simone della Tosa.
— 1232. ' Iacopo da Perugia* Meglio Simone della Tosa
Andrea di Iacopo,
— 1233. Torello da Strada.
— 1234. Giovanni d^l Giudice Romano.
— 1235. Compagnone del Poltrone Mantovano.
— 1236 Rubaconte di Mandella^ al cui tempo fu fab-
bricato il Ponte , che perciò porta il suo nome ; perlochè fu
confermato per Tanno seguente, e forse ancora per lo 38. Si-
mone della Tosa in cambio del suddetto pone qui Messer Gui'
glielmo Venti di Genova ^ e Messer Bernardo d* Orlando Rosso ,
«n anno. Il Rubaconte lo pone ne' due anni seguenti; ma nel
1238 vi aggiugne: E Mess. Àgnolo Malabranca, un anno.
— 1239. Podestà, A', de Gesso. Sim. della Tosa ci dà per Con-
soli di quest'anno, Mess. Guiglielmo Usimbardi , e Mess. Guido
di Rosso da sesto, un anno.
— 1240. Castellano di Cafferi.
' — 1241. — — Mess. Ugo Ugolini da Castello. Simone della
Tosa.
— 1242. Alberto Canale. Simone della Tosa. Messer
Goitiftedo.
— 12i3. — ' — Bernardino Rosso. Simone della Tosa, Mess.
Ugolino q. Ugoni Rosso^ e all'anno seguente.
— 1244 ' Messer Bernardo Orlando Rosso, ch'è lo stes-
so che Rernardino suddetto.
— 1245. — — Messer Pace Pesamiola. Simone della Tosa.
— 1246. Messer Federigo d'Antioccia^ e Messer Mano-
vello Boria da Genova, un anno. Detto.
— 1247 Messer Federigo d'Antioccia , e Messer Rug-
gieri da Ragnuolo, un anno. Detto»
— 1248. Alessandro Iacopo da Rota. Detto.
— 1249. Messer Ubertino da Lucca. Detto.
— 1250 Messer Rinieri da Monte Merli. Detto. Capitano di
popolo, Uberto Rosso da Lucca, essendo stata o tolta, o depres-
sata la signoria al Podestà Ammir. lib. 2 pag. 90.
— 1251. Uberto di Mandella Milanese, perchè fu ri-
messo questo ufìcio, ivi pag. 93.
— 1252. Filippo degli Ugoni da Rrescia.
— 1253. Paolo di Soriano.
312
Capitano di popolo Lambertino di Guido Lamberiini,
An. 1254. Podestà. Guiscardo da Pietrasanta.
Capitano di popolo Giuliano de' Rangoni.
— 1255. — ' — Alamanno della Torre da Milano. Vili. L 6.
e. 63. e Ammirato. L 2. pag. 105.
Capitano di popolo^ Bartolommeo de'Nuvoloni.
— 1256. il suddetto Alamanno della Torre,
Capitano di popolo Pancuocio da Concesio.
— 1257. Gherardo da Corregio di Parma. Simone della
Tosa legge Matteo^ e vi aggiugne Mess. Luce de'Grimaldi,
— 1258. Bernardo d'Orlando de'Rossi da Parma. Sim
della Tosa legge Jacopino Bernardo.
Capitano di popolo, Guidelto da Pontecarrali. Ammir. l 2.
pag. 109. Vedi sopra pag. 117.
— 1259. Dianese (o Danese^ Crivello Milanese.
»— 1260. — — Jacopino Bangoni Modanese.
Capitano di popolo, Filippo de* Yisdomini.
— 1261. Vicario del Re Manfredi, e Capitano di guerra Con
le Guido iVbv€//o, succeduto al Conte Giordano^ nel tempo de'qua-
li, e de'seguenti Vicarj quasi tutto il governo della città si ri-
strìnse a loro.
— 1262. — — Conte Guido medesimo. Sim. della Tosa.
— 1263. Podestà, Manfredi di Lupo de' Canuli.
— 1264. Marco Giustiniano da Venezia
— 1265. — — Mess. Marco medesimo.
— 1266. due, Loderingo di Liandolo ^ „ -. ...
Institutore, e Catalano de'Malevotti. ) ®
Simone della Tosa pone in primo luogo Mess. lo Conte
Napoletano.
NUOVA FORMA DI GOVERNO IN FIRENZE.
• — 1267. Podestà, Ormanno de* Monaldeschi Orvietano. Sim.
della Tosa aggiugne , Amelio di Corbano , e Mess. Gottifredi
della Torre, un anno.
— 1268. Gottifredo della Torre. Simone della Tosa vi
unisce Isinardo Ugolini, Mess. Malatesta da Rimini un anno.
— 1268. Mess. Malatesta da Rimini. Detto
— 1270. Mess. Berardo Ariani di Puglia. Detto.
— 1271. Vicario Regio, Isinardo Ugolini Provenzale.
313
— 1272. Me$8. Taddeo Conte di Molle Feltro , Sim.
della Tosa.
— 1273. Ruberta-de'Ruberti da Reggio.
*— 1274. Palmerolo di Fantino da Fano. Sim. della
Tosa legge Mess. Palmeriolo figliuolo di Mtss. Martino da
Fano.
— 1275. — — Guido Marchese di Valiano,
.— 1276. '^- — Currado di Palazzo da Brescia.
•— 1277. Pietro de' Gonfalonieri da Brescia.
— 1278. Vicario , Tedice da Sanvitale. Sim. della Tosa dice
cosi: Mess. Gianni di Braida di Piemonte , e Mess. Tedice di
Parma^ un anno; e qni finisce egli la sua serie deT4onsolit
— 1279. ^- — Baglione da S. Giovanni.
— 1280. — -»- Podestà, Stefano Raineri Romanoi
— 1281. — — Maffeo de' Madii, o Maggi.
— 1282. ^ Iacopino da Rondelia. Simone della Toga:
da Rodiglia di Reggi, ma lo pone di sopra.
Gio. Villani. T. IV. 40
:!••:';
; t
IPPUNDICE
(ì) A Completare ciò che nztfà il Villani intorno al mezzi
tbe adopró il Buca di Atene per essere eletto a Yila Signore
di Firenze , credo utile il riferire ciò che scrive in proposito
nei suoi Ricordi storici Filippo di Cino Rinuccini , i quali Ri-
cordi sono stati pubblicati dall* erudito e benemerito sig. Giu-
seppe Ajazzi nella sua Storia genealogica della famiglia Ri-
nuccini, opera degtia dèi mag^ori encomi^ e che viene salutata
come un modello di?i lavori genealogici che possono servire
ainiludtrazione della patria storia*
« In questo tempo essendo la nostra città di Firenze in gran-
di afiDinni , e tribulaziodi , e divisioni per la sconfitta avuta
alla Ghiaia, e per avere cacciate e sbandite e guaste le case
a molti grandi e potenti cittadini ed eziandio per la perdita
di Lucca^ e per le soperchio spese avute nella detta guerra^
ed essendo falliti moltissini^i mercanti e compagnie , che già
erano falliti, fra' quali fu la compagnia de'Bardi, quella dei
Peruzzi, quella degli Spini, quella degli Acciajuoli quella dei
Perendoli ^ quella de'Baroncelli^ e altre compagnie e merca->
tanti che pochi anni innanzi èrano fallite. £ trovandosi a no-
stro soldo e capitano generale Messer Gualtieri, nato per stir-
pa materna de'reali di Francia, il quale s'intitolava e chia-
mava duòa d'Atene, con 350 barì>ute, che son circa 1000 ca-
vagli^ il quale stava alloggiato nell'Abituro de'frati di S. Cro-
ce in Firenze^ e vedendo lui, e considerando il cattivo stato
della nostra città, e in quanti affanni e tribolazioni ella era,
e che molti cittadini v' erano che viveano mal contenti , gli
venne in pensiero di farsene signore, e cominciQssi a inten-
dere con alquanti cittadini grandi e popolani ^ che mal
contenti viveano, promettendo loro, che se gli dessono aiuto
316 APPÈKÌ)ICÈ
• a farlo si^ore , che gli farebbe grandissimi maèstri. È ap-»
• pressandosi al tempo della sua riforma, se n'andò a' priori,
- e disse loro che Volea fare un parlamento in sulla piazza di
« S. Croce, e che 'l popolo lo raffermasise a boce viva, a cui i
« priori al tutto lo negarono , assegnandogli molte ragioni , e
• mostrandogli i pericoli che ne potevan ben seguire, metfen-»
« do Tarmi nelle mani al popolo; e dopo molte disputazioni ^
« lui rispose che intendeva in ogni modo di cosi fare. Il per-
• che Teggendosi i priori mal parati a potere resistere , con-
« sentirono a questo, tiia feciono che dove il parlamento si do-
• veva fate a S. Croce , si facesse in piazza de' Signori i e a
• di 8 di Settembre 1342 il parlamento si fece dove Tenne
• tutto il popolo armato in piazza^ e simile Vi venne il detto
• duca con tutta la sua gènte d^arme e bene in punto, aven^
« do prima ordinato coti gli amici suoi, che come il notajo a-
« vesso ietto i capitoli della siia rifórma, che era per 5 anni,
• che gridassono a vita à vita , evviva il Signore : e simile fa
« seguito da molti del popolò; il perchè di presente fu messo
• nel palagio de' priori^ e fatto signore. Come egli fil entrato >
« ne mandò di sotto i priori, e fece raguoare i collegi e pro^
• pose loro, che poiché gli era piaciitto alFAltissimo Iddio e al
^ popolo di Firenze d'averlo fatto signore a boce ^ che voleva!
« essere confermato per la via ordinaria degli opportuni òonsi-^
« gli, e che piacesse loro di confermarlo, il perchè il proposto
« moltissime volte lo mise a partito tra' signori e collegi ;
• veggendò il duca che questo non si vinceva , comandò che
• le fave fusson ricotte; allora veggendosi sforzare, e per pan-
« ra di non si scoprire sìt&i nemici, vi renderon le fave; e vin^
« sesi. L'altro di fece sonare a consiglio di popolo, e a questo
« non bisognò durare troppa fatica , che alla pdma fu veriti.
• E l'altro di fece soìoare a consigflio di comune^ e simile alla
« prima si vinse. 11 perchè essendo lui signore ordinò circa
« 300 provigionate alta guardia della piazza , fra' quali tolse
« molti gióvani bisognosi ma di buone famiglie della Città, dan->
« do loro buona provigione: e di mano in mano cominciò a la-
« re riveder molle ragioni , e massime di qriegli che avevano
« trassinato la pecunia del comune : e quando gli trovava in
• errore, gli condannava secondo gli ordini di Firenze, e co-
• me a lui'^parevà, mandando per molti cittadini ; e in molte
« cose si gluslificflvà^ e anche faceva pagare danari sanza giu'
stificazi(^d ^tto nome d'attaccare; e ^eci9 tagliare la testa a
Giovanni di Bernardino de'Medici, e fece impiccare Gennii di
Naddo Orieellai , é ihòlti altri cittadini coiranno in pecunia
per modo che si dice che in mesi 10 e di 18 eli* egli stette
signore di Firenze^ ne trasse tra dell'entrate della città ^ e
di dette condennagioni, più di quattrocento migliaia di fiori-
ni. Sicché carissimi miei cittadini, guardateri di non venire
a tiranno ••
(2) I £atti che precederono e seguirono la cacciata del dùca
d' Atene vengono nfei modo segdente narrati dal sopraccitato
Filippo di Gino Rinuccini:
» In questo tempo essendo già rincresciuta la signoria del
duca a molti potenti cittadini, cosi a' grandi come a' popo-
lani , per le molte storsioni che da lui avevano ricevtite , e
perché a' grandi non aveva attenuto cosa, che da lui fosse
stata lor promessa^ deliberarono di cacciarlo, e molti grandi
e j)opo]aìli s' intesono insieme e trattarono di sua cacciata «
E acciocché i grandi fussino più favorevoli, fu lor promesso
di dar loro il terzo degli ufici della città : ed eraci in Fi-
renze cinque trattati, che ognun trattava di cacciarlo^ e l^nn
non -sapeva dell' altro , che dell^ un trattato era capo il ve-
scovo di Firenze degli Acciajuoli, e un altro n' avean fatto a
casa i Bordoni; e avevano ordinato, che quando il detto du-
ca vi passasse, di dargli da una certa balestriera d' un ver-
rettone perocché spesse volle vi passava, perché gli era in-
namorato d'una delle lor donne. E d'un altro trattato, che
fu quello che.ptir ebbe effetto n'efa capo Andrea di Filip-»
pozzo di messer Gualterotto de'Bardi e Manno Dottati, che
allor non era cavaliere^ e messer Antonio di Baldinaccio Adi-
mari^ e altri lor seguaci, cosi grandi come popolani ; e dua
altri trattati ci era oltre questi tre sopraddetti. Avvenne che
avendo il duca alcun sentore del trattato che guidava me$ser
Antonio di Baldinaccio Adimari sopraddetto , subito lo fece
pigliare e mandare al capitano; il perché i fratelli del detto
messer Antonio di subito n^andarono ad Andrea di Ftlippozzo^i
e a Manno Donati e agli altri capi del trattato dicendo loro>
che se prestamente non mettevano in esecuzione il trattato,
che a messer Antonio lor fratello sarebbe tagliato la testa. Ai
quali Andrea e gli altri contrardiceano , assegnando loro che
la fanteria e gli ordiai dati non ci poteano essere prima che
918 AFFEKDICS
il di a dò ordinato etc Ed essendo da casa Bardi in poesia
di^otazione Manno Donali 9 eli' 6ra liono di grande animo
trasse foori mia soa liasalarda , e eòminciò a gridare • tntu
popolo e muoia U tirammo * : e cosi gridando passò il ponts
RalMiconte^ e andossène a casa e fece armare tatti i sm^ con*
sorti e aidicl e siniiie si armò la Simiglia de*Bardi Con tntta
loro amistà, e spargendosi questo per la teria^ tolta la tèrra
si messe in arme per yenire in piazza; e vedendo che il doca
subito mandò al capitano per messer Antonio sopraddetto, e
fecelo yenire appresso di se, dieendoU clie meritaTa la morte,
perocché trattava di torgli là signorìa; ma che se egli Tola-*
▼a ffiarérgli nelle mani d*essergli baono e leal cavaliere, che
gli perdonerebbe la morte. A coi messer Antonio si scusò
non avere di ciò colpa nessuna, ma che voleva fai^ quel che
a lui piaceva, e giurò d'essergli buono e leal servidore. Al-
lora il duca Io richiese che lo consigliasse quello che gli pa-
rea che far dovesse. Al quale messer Antonio rispose che gli
parca che si dovesse armare e uscir foori alla difesa. U per-
che il duca mettendosi in ordine^ in questo mezzo venne ki
piazza tutte le arti colle loro insegne e con molto popolo ar-
mato gridando * viva il popolo e muoia U tirammo » sdvo
Che r arte de'beccal che gridavano « viva il signore • ma
presto 81 rivolsono. E passando la famiglia de'Bardi il ponte
Riibaconte con grande quantità d' armati e appressandosi il
romore al palagio, domandò il duca che tdmore quel d fos-
se; al quale fti risposto, ch*era la famiglia de' Bardi che ve-
niva in piazza; e credendo lui eh' in suo favor venissono, ed
essendogli risposto che gli ventvan contro , allora perde la
speranza della difesa, e deliberò di farli disarmare. Il perchè
il conte Simon da Poppi , che allora in Fif enze si trovava ,
s' intramisse dell' accordo fra lui e il popolo , e fece ched
e' se n* andasse salvo V avere e la persona ; con questo che,
quando e^ stesse fuor del terreo de' Fiorentini , dovesse ri-
nunziare alla Signoria. E per sospetto che villania dal po-
polo non gli fnsse fatta , stette nascoso da di 26 Luglio
1343, che fu il detto rumore, insino ai di 30 di detto mese,
e a di 30 si parti di Firenze accompagnato dal detto conte
e da alquanti potenti cittadini insino a Poppi; e quando fa-
rono a Poppi^ il conte gli disse ch'egli era fuori del terreno
dei Fiorentini, e che rinunziasse la signoria, come promesso
APPENDICE 310
a?ea. n perché Ini ricusando e non volendol fare y dicendo
ch'era stato cacciato per forza, il centegU disse, che delie
due cose gli bisognava pigliare Tuna, o che rinunziasse ,^o
che lo rimetterebbe nelle mani de'Fiorentini ; il perchè yeg-
gendosi malparato rinunziò alla signoria, e funne rogalo ser
Filippo Pandolfini da Poppi e sonno le carte in palagio de'si-
gnor! tra l' altre scritture pubbliche del comune , e il detto
notare si tagliò il pennaiuolo da cintola e gittollo via , di-
cendo, che area rogato un tal contratto, che più non isperava
avere bisogno d'esser notare, e cosi avvenne, perocché ebbe
buona provigione. Questa cacciata fu a di S6 di I^uglio 1343
il di di S. Anna, e però infino a oggidì se ne corre il palio,
e traesi fuori tutte' le insegne dell'Arti in tal di, per comme-
morazione di detta cacciata.
« Non si maravigli alcuno perchè noi autore abbiamo cosi
partieularmente raccontato detta cacciata, perocché la udim-
mo dire a Gino di Messcr Francesco Rinuccini mio padre, e
a Jacopo suo fratello, i quali l' adirono da Messer Francesco
ioro padre che a tutto si trovò presente , eh' erja allora gio-
vane di circa a ^7 anni , ma non era ancor cavaliere , e
avea per iQoglie la sirocchia carnale di de^tp Andrea di Fi*
lippozzp capo del detto trattalo,
« Poi a dJ 2 d'Agosto si chiamarono XIV. cittadini che aves-
sono balla insieme col Vescovo di Firenze per tutto il m^se
di Settembre 1343 di riformar la ferra. come a lor paresse,
e dipoi l'ebbon riformata trassono a di 28 Agosto 1343 Xll
priori, il quale ufTlcio durasse tutto il mese d' Ottobre , con
questo che IV de' detti priori fussono del numero dei gran-
di, e vni del popolo; e dove la terra era divisa in sesti, la
divisione per quartieri ; cioè il primo si chiama quartier S.
Spirito; il secondo quartier di S. Croce; il terzo quartier di
S. Maria Novella, e rultimo quartiere di S. Giovanni^ I no^
mi de'riformatòri della terra son questi:
Questi sono XIV cittadini della balia 1343.
Messer frat'Agnolo Acciainoli^ vescovo di Firenze.
Messer Ridolfo de' Bardi ì
Messer Pino de' Rossi \ Oltrarno
Sandro Biliolti )
320 APPENBICB
Messer GiaDDozzo CavalcaoU
Messer Simone Peruzzi ) S, P. S. (Su Pier Seberagglo)
Filippo Magalotli
Messer Giovanni Gtanfigliazzi \ ^
Bindo di Mescer Oddo Altoviti / ^^^^
Mes^r Testa Tornaquinci
S S, P. S. (
« > S. B. (San Brancazio)
Mareo di Rosso degli Strozzi
Messer Francesco de' Medici \ P. D, D. (porta del
)
Bindo di Mei(8er Bigliardo della Tosa / Duomo)
Messer Talano Adimari ) ^ . « ^. v
Messer Bartolo de'Ricci ( ^- ^ ^- (^'^ ^ f*^^^)
9er Bindo GilU da ArsoU ;
Ser Ugolino di Ser Tondo da Gam]l>assL ^ *^'^ '*^^^"
1
Priori da di 9 d'AgoHo a tutto Ottobre 1343.
• Messer Zanobi di Messer Lapo Mannelli
Sandro di Simone da Qaarata ^ quartiere. Spirito
Niccolò di Clone Ridolfl
Messer Razzante Foraboschi
Borghino Taddei ^ quartker S. Croce
Nastagio di Buonaguida Tolosini
Ugo di Lapo Spini 1
Messer Marco de'Marchi ( quartier & Maria Novella
Antonio d*Orso V
Messer Francesco di Lapo Adimari ^
Neri di Filippo S quarUer S. Gio-
Bellincione d'Uberto degU Albizzi G. di <1. j ^^"^
. Ser Francesco Lapi, notare.
Dipoi cbò detti priori furon entrali , e stati nel loro uflOcio
insino a di 22 di Settembre, ne furon disposti IV, ch'erano dei
grandi cioè: Messer Razzante, Ugo Spini, Messer Francesco Adi-
mari, Zanobi Mannelli, gli altri stéttono tutto il mese d' Otto-
bre; e dipoi si prese di trarne n per quartiere e non più a se-
sti^ e trarli popolani, e uno gonfaloniere di Giustizia^ toccando
a ogni quartiere il gonfalone la volta sua.
(3) Alla nota prima dell'Appendice del voi. Ili a quanto ho
parlato a lungo del Re Roberto di Napoli , ora aggiungo le
AFPBNDICB 321
lej^etìti consideraiioni. Questo monorca è siato dagli scrittori
guelfi celebrato come Tuomo più dotto e savio dei suoi tempii
e dai ghibellini è stato vituperato come uomo vile^ avaro e pie*
no di ogni vizio; e Dante più volte fa allusione a lui nella Di-
vina Commedia vituperandolo» e per ischerno lo chiama re da
Sermone'^ il Petrarca all^incontro dopo avere esaurite a favore
di Roberto tutte le formule laudative , si serve per encomiarlo
delle stesse frasi che aveva adoprate per celebrare la sua Lau-
lra$ eccone una prova tratta da una delle sue epistole i Or chi
fidasi nel tatare deWingegno suo venga^ ma non si fidi nel tempo
a indugiare, il pericolo sta nell'indugio* Egli (Roberto ) è degno
di andarsene a regno migliore, e il mondo oggimai non si meri^
ta di possederlo. B di Laura in due sonetti aveva detto : Oti
vuol veder quantunque può natura venga a mirar costei $ venga
tosto .... questa aspettata al regno degli Dei . . . ma se piiìt
tarda avrà da pianger sempre, il mondo che di aver lei non fu
degno. Chi dello studio della storia non fa un trastullo dalle
stesse divergenti opinioni degli scrittori saprà trarre il vero ri*
tratto morale del re Roberto.
(4) Oltre ciò che ho detto del duca di Atene nelle prime due
note di questa Appendice credo utile il riferire il ritrailo che
ne fa il chiarissimo cav- Inghirami nella più volte lodata sua
Storia della Toscana. « Era Gualtieri nato in Grecia ed appar-
teneva a quella tralignata stirpe eh* era in Levante succeduta
ai primi crociati, indicata perciò coU'ingiurioso soprannome di
pullani , cioè viziosi. Era costui di bassa statura , e di aspetto
deforme, ed accoppiava ad un animo sospettoso e falso un cuo-
re perGdo e costumi corrottissimi. La sua ambizione non era
frenata né dalle leggi deironestà, né dalla religione , e la sola
avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una parola, di tutte
le virtù, che avevan resi gloriosi i suoi antenati, non avea ere-
ditato che la prodezza , dote splendida benché non rara , ma
compatibile con ogni sorta di vizi, e talvolta ancora colla stes-
sa viltà d'animo. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre
da* catalani Tanno 1312; il ducato di Lecce in Puglia gli rima-
neva, e quello era il solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la com-
pagnia dei Catalani essendosi sottomessa al re di Sicilia , tre
figliuoli di Federigo avevano successivamente avuto il titolo ed
il governo del ducato d'Atene. Nondimeno Gualtieri era tenuto
come uomo d*alto conto, perchè supponevasi cb'ei godesse il fa-
Gio. Villani T. IV. *1
neDe Ae^fo*
£itto sapere
trafiHi cdi'el di-
la sgDorfa losin-
c ni i oolmi onc delFan-
a coW eh' era stato il
va indicato come
(5) Teéi le Mie pcmleafi, e la storia éèBa Toscana del
eh. inghiraai Tom. TB pop. 312 e se^. dote TÌea narrata con
■Mite paiticolarìli la cacòaia *1 éKa 4i Alene.
(€) Crcéo vtile €k «ni tejMJii c ie ciò che intomo ai Ire ca^
stelli di Qnona ha con nailU ci«diik»e pAbiicato I* efregio
iyazzi neDa prelodata Srsrìa ftneniefftos ^cUn fitmigiia Rinue-
„ Furono già in Tal di Sìeie e nd Taldamo superiore , fra
le sette e le dieci aùglia da Firenze , tre antichissimi castelli
dìstioti col coman nome di Qnona o Coona. Il primo posto alle
radici del monte di Tallombrosa , alla distanza di doe in tre
miglia area Ristonchi a Levante ^ a Settentrione Altomena , a
Ponente sant'Ellero e a Ifezzogiomo Rignano; e di questa Coo-
na ci dà ampia ed estesa notizia Lapo da Castiglionchio netta
sua Epistola al figlio Bernardo a pag. 31 con le seguenti paro-
le : — Fu un castello nel paese di Val di Sieve che si chiamò
€nona, et ancora cosi si chiama il poggio et il sito del loogo
presso alla città di Firenze a dieci migfia. Fu il detto casteUo
foriìssimo di sito e di mura e di rocca, secondo che ancora ap'
pare per li segni e per le vestigie delle cose disfatte;— e poco
dopo prosegue: — n detto castello di Cuona fu disfatto tutto per
lo comune di Firenze; e la cagione secondo la detta fama ed
altre relazioni et informazioni fu perciocché i detti da Coona
per le dette loro castella tenute e ville e fedeli erano ùitU
grandi , e potenti. — Di tal castello dunque furon possessori gii
autori della nobil famiglia degli Zanchini che si dissero da Ca-
stiglionchio, e prima da Cuona e dal 1188 in dietro si diceva-
no da Certina Vecchia. Di quest' ultimo affisso distintivo di
tal famiglia , fa fede un istrumento in cui Ardemannus della
Certina Vecchia, figlio d'Orlando, e Beatrice sua moglie, Imel-
dula^ Tribaldo e Alberto^ figlio del detto Ardimanno, e Imbo-
lata moglie di Tribaldo vendono a Terzio Abate di Vallombrosa
vari beni e rassalaggi, posti nel territorio vicino al detto ca-
stello di Giiona, fatto in Campigliole nel tiSS. I>eìV affisso poi
di Cuona ritenuto da queste nobili possessioni , e successiva-
mente di quello da Gastiglionchio , assunto dopo disfatto il ca-
stello di Cuona e acquistato quello di Gastiglìoncbio , ne rende
conto il detto Lapo nella citata Epistola pag. 34. — Rimase gran-
de tempo il nome antico di €uona al lato obe oggi si chiama
da Gastiglioncbio, infino a tanto che acquistarono il castello di
Gastiglioncbia il quale oggi tengono , et allora cominciarono a
essere chiamati quelli di Gastiglionchio, come che ancora gran-
de tempo poi erano chiamati da Guona, ed eglino stessi nelle
loro carte che poi a tempo fecero, si chiamarono da Guona ,,.
Sono questi indubitati ascendenti della famiglia da Gastiglion*
chio, e resulta dal contesto della detta Epistola , ove si riporta
il contratto della permuta che i medesimi fecero coi Ricasoll
del Gastello di Gastiglioncbio con quei di Failla, Faella e Ne-
pozziano, ove si trovano nominati pressoché tutti i rifóriti a-
scendenti.
. Tra Remole e il Pontassieve ad egual distanza era situato il
castello della seconda f4Uona9 che per le ragioni medesime per
cui fu disfatta la prima, ebbe destino consimile; seguita pur tut-
tavìa a chiamarsi col nome del demolito castello la chiesa prio-
rato in esso compresa di S. Martino a Guona, nel piviere di S.
Glo. Batta a Remole.
Ambedue le descritte Guone sono situate Tuna al Levante,
l'altra al Settentrione del castello di Volognano, onde trassero it
loro nome quella di Volognano uscite di questa seconda Guona
di cui ora si fa parola. Doppia potè essere la ragione di assu-
mere Fafflsso da Volognano : la prima per non confondere col*
l'affisso medesimo una famiglia separata dalfaltra, benché uni-
ta come vedremo , per agnazione con Y altra nel modo istesso
distinta: la seconda per significare la particolare abitazione che
questi ultimi aveano fissata nel castello di Volognano. Del resto
eran certamente agnati fra loro gli uni e gH altri, dicendo il
citato Lapo. „ Quello luogo (cioè Guona) fu a comune di colo-
ro che oggi si chiamano quelli di Volognano e della nostra fa-
miglia che oggi si chiamano quelli da Gastiglionchio , li quali
tutti in quel tempo ivi furono una famiglia et uno proprio san-
gue, e chiamavansi signori da Guona. Et ivi tutti insieme eb-
bero grande stato etc. „. E più sotto : „ il detto lato che oggi
324 AFFEHDICB
si chiama da Volognano era assai più possente che l'altro lato
che oggi si chiama da Castìglioochio: perocché erano più del*
le persone et avevano più tenute et erano più maligni e mal-
ferati ^.
E dopo aver narrato come i Fiorentini per fiaccare la so*
perbia e l'insolenza di tal famiglia posero T assedio al castello
di Cuona ed intrativi finalmente per opera di uno di quelli da
Castiglionchio ne cacciarono tatti quelli da Yolognano, e diroc-
carono le fortificazioni e ripari che lo munivano, soggiunge: „ Et
ancora al di d'oggi è il poggio, il sito , e la diiesà a comune
di quegli da Volognano e da Castiglionchio .... Dal detto di-
sfacimento del detto castello di Cuona in qua per le dette cagio-
ni sempre furono, e stettero divisi l' un dall' altro de' delti due
lati, e nemici e contrari l'on deiraltro: benché lungo tempo ri*
tennero Tuo lato e l'altro il nome da Cuona e l'arme comune,
cioè il campo bianco e le catene azzurre .... Dipoi dopo lun**
ghi tempi a poco a poco presero il predetto uno lato il nome
da Volognano, e rimase grande tempo il nome antico da Cuo-
na al lato che oggi si chiama da Castiglionchio infino a tanto
che acquistarono il castello di Castiglionchio . « . . Il detto a&>
quisto del detto castello di Castiglionchio si fece negli anni Do^
mini mille dogento quattro ec. ^^
Si conclude adunque da queste notizie^ che le due citate ut-
miglio erano Ira loro aguale e possedevano unitamente ; come
si prova chiaramente dall' osservare, che i discendenti di Ardi*
manno autore di quelli da Castiglionchio, e quelli di Aldobran-
dino autore di quelli da Volognano, possedevano beni per in*
diviso concorrendo i nipoti d'Ardimanno , cioè Aldobrandino ,
Rinieri, e Tribaldo alla conferma, che fa a Terzio abate di Val-
lombrosa, Alberto d'Aldobrandino, e Castoria moglie d'Alberto,
della cessione dei beni fatta da Aldobrandino padre e suocero
respeltivo di detti al Beato Gualdo Abate pure di Vallombrosa.
Veggasi perciò V istrumento del 1189 in cui si nominano beai
posti in Tavorra, Tosi e Pasiana, ove fra i testimonj apparisce
sul bel principio un Rinuccinus de Cuona; il quale dovendo te^
stificare in atto cbe interessava le due famiglie agnato da Cuo-
na non poteva appartenere a niuna delle due , volendo la leg-
ge che persone estranee debbano fare testimonianze ne'casi oc-
correnti, né abbiano veruno interesse in favore o contro a co-
loro per cui testificano; e stando le cose in tal guisa , ho fer-
AFPElfDICB 395
ma opinione cbe questo Rlnuccino da Guona sia uno dei posses-
sori della terza Ciuona di òoi mi resta a parlare.
La terza Guona o Quona adunque , sulla quale mi estenderò
un poco più, come quella che più interessa l'assunto mio, è un
castello fabbricato sopra alto poggio, parte del monte cbe divi-
de il Valdarno superiore dal piano di Firenze d'onde ò distante
non più cbe sette miglia. A tre miglia da tramontana ba Tan*
tico castello di Villamagna , e fra levante e tramontana quelli
di liiransù, di Gastiglioncbio e di Merlano: dal primo è discosto
circa un miglio e mezzo, dal secondo due miglia, e un miglio
dal tèrzo. A eguale distanza tra levante e mezzogiorno ha il cs^-
stello d'Antica > e poco più quello di Perticàja ; più vicino poi
di tutti gli resta a ponente S. Donato in Goliina, e lontano due,
miglia Montisoni. e
Questo nostro castello riguarda tramontana, e formava nella
sua flgura un rettangolo in larghezza di braccia quarantuho ,
settantàdue in* lunghezza e ventidue in altezza: era circondato
da una corona di merli , e sulle quattro cantonate si ergeano
quattro fortini, su quello voltato a tramontana e l'altra a mez-*
zogiorno vi erano due mulini a vento come si scorge neiranli-
cà veduta di questo castello dipinta abbasso del quadro dell'al-
tare eornu Epistolae^ esistente nella Cappella de' signori Hinuc-
ciiii in S. Grece. Sorge pure dalla parte di tramontana una gran
torre rettangola ma non quadrata avente da un lato braccia
quindici e quattro quintile dall'altro braccia quattordici di lar^*
ghezza sópra quaranta di altezza; di solidissima e mirabile strut-
tura in pietra forte si conserva intatta dalle ingiurie dei secoli
trascorsi, e provoca nella sua stabilità lunga serie di quelli che
verranno. Gontiene neir interno sei stanze V una sopra 1' altra
divise da sei volte reali^ e termina con una corona di merli al*
zati sopra sportici; nella sommità s'eleva un campaniletto con
piccola campana, che serviva a quelli del castello per dar se-
gno agli abitanti della soggetta valle che accorressero in aiu-
to, ove qualche aggressione nemica o altro pericolo qualunque
ne avesse minacciato i signori. Questa torre è del tutto separa^
ta dall' interna fabbrica , e vi si entrava per mezzo d' un pon-
te a levatoio; oggi poi vi si ha accesso da un ponticello di mat-*
toni. Accanto ad essa è Tantico ingresso principale del castello,
sopra la porta del quale è scolpita in pietra Tarme antichissi-
326 AVFSlfDlCB
ma della fisuniglia, rappresentante nno scudo con una banda di
sette punte fusate o picconi clie lo attraversa diagonalmente da
un angolo air altro , cominciando dalla deslra parte del capo
di esso scudo e scendendo fino alla punta della sinistra; yì man-
ca però il lambello , indizio certo della sua antichità , mentre
questo ornamento lo conseguirono i signori Rinuccini nel 1376
allorquando Ifesser Francesco andò ambasciatore per la repub-
blica alla regina Giovanna di Napoli, come si dirà a suo luogo.
Tuttq Tedifizio poi era ricinto da forti mura con merli e feri-
tole , cbe lasciavano' tra esse ed il castello un area di trenta-
cinque braccia Olire dunque alla famiglia
da Cuona detta poi degli Zancbini, e avanti da Cortina Yecchia,
come si legge in un istrumento di Coltibuono celebrato nel
1188, ed oltre alla famiglia similmente da Cuona poi detta da
Volognano agnata della prima \ e già estinta^ esisteva fino dal
citato anno, e molto innanzi un'altra famiglia da Cuona di cui
era allora vivente l'enunciato Rinuccino, dal quale solo deriva-
rono i nostri signori Rinuccini e non da Bene o da Volta o
d' altronde come vanamente pretese il cav. Tommaso. Del do-
minio perpetuo poi di questa terza Cuona, tenuto pacificamen-
te dai più remoti secoli in tal famiglia, fa certa fede l'avere i
primi propagatori di essa usato il decorso affisso da Cuona, un
buon secolo prima che l'usassero quegli da Castiglionchio e da
Volognano; giacché l'abbiamo veduto in Guido nel 1072, in Ri-
dolfino nel 1096 ed in Rinuccino nel 1189 ....„ Fin qui il
prelodato Ajazzi; chi poi desiderasse di conoscere per intero la
Storia della nobilissima famiglia Rinuccini troverà nella detta
opera di che appagare la sua erudita curiosità ,,.
(7) L'Agizera della quale parla il Villani è Algeziras città
ragguardevolissima, posta sopra un' altura vicino allo stretto di
Gibilterra, (xeneralmente credesi cbe nella difesa di questa cit-
tà i Mori adoperassero per la prima volta la polvere ; benchò
tal cosa sia assai dubbia giacché pare che in altri fatti d'arme
anteriori si sia adoperata la polvere. Vedi De Mendoza Hùtarim
de la guerra de Granata.
(8) Nelle seguenti Appendici pubblicherò alcune notizie in-
torno alla celebre famiglia di Corso Donati.
(9) Vedi Pignotti iS^orta della Toscana.
(10) Vedi Serra Storia dell'antica Liguria.
APPENDICE 337
(li) Le tragiche yicende della famiglia da Carrara sono ac-
4Kuratainenie descritte dal Darù, Storia di VetMxia , che merita
di essere consultato.
(12) Vedi Ammirato Stwie fiorentine.
(13) Vedi Sander Rerum Gandavensium; Meyer annàles Flan"
dricorufnj Sauvage Chroniques De Fiandre.
(14) Vedi Tburoz Chroniea Bungarorum ; Bonsinius R^rum
Hungariearum^ e potranno anche consultarsi Hichofia^ Gromer,
Neugabauer ed altri storici PoUacchi.
(15) A rettificazione di ciò che qui dice il Villani riporterò
quanto scrive l'egregio La Farina nelle sue note alle Rivoluzio-
ni d'Italia del Denina. „ Re Roberto conoscendo che il governo
dopo la sua morte cadrebbe In mano degli Ungheri , ì quali ,
dominando Andrea , cominciavano già a farla da padroni del
regno, convocò un parlamento generale^ e fece riconoscere Gio-
vanna sola per regina^ volendo che il marito ritenesse il sem-
plice titolo di consorte della regina. Non contento di ciò nel suo
testamento che si può vedere pubblicato dal Lunig^ istituì erede
universale di tutti i suoi stati, di Provenza, e del regno di Si-
cilia, Giovanna „ Francesco Petrarca che si trovò in
Napoli in questo tempo in una sua lettera che Angelo da Co-
stanzo trasportò per intero nel libro sesto delle sue storie ci
ha lasciato una molto svantaggiosa scrittura delle rozze e villa-
ne maniere degli Ungheri , che dopo la morte del re Roberto
governavano a nome di Andrea, e specialmente di uno chiama-
to fra Roberto , che esercitava la principale autorità. Intorno
alla tragica morte di Andreasso ed alle vicende della regina
Giovanna potrà consultarsi con profitto la storia del regno di
Napoli del Giannone che parla lungamente di tali avvenimenti,
6 potrà consultarsi ancora Mignet Histoire de Jeanne I.
(16) Non pare esatto che la regina Giovanna non volesse
che fossero puniti gli uccisori del suo marito giacché trovo
nel soprallodato La Farina diligente e dotto investigatore delle
patrie memorie le seguenti parole : « La regina commise al
conte Ugo del Balzo che scoprisse e severamente punisse gli
uccisori , e questi fece morire due gentiluomini calabresi uffi-
ciali del re; ed una Filippa Catanese col figlio e la nipote fe-
ce attanagliare per la via, tanto che la misera donna ne mo-
ria di spasimo, avanti che fosse giunta al luogo ove dovevasi
decapitare. U pontefice dall'altra parte, credendo che a lui si
3S8 l^PEirbiCÉ
appartenesse la punizione di questo delitto sccinitniicd , inter^
disse, dichiarò infami e ribelli i colpevoli, con una bolla data
di ÀYi^one nel di 1 Febbrajo 1346. Depató quindi Bertrando
del Balzo gran giustiziere dei regno , a procedere contro gli
uccisori dell' Unghero. Bertrando avendo fatto dili|fente inqui-
sizione trovò autori e complici del delitto molti alti personag*
gi e potenU baroni, che ritiratisi nei loro stati fu impossibile
di arrestare, con tutto che vi fosse un severo editto della re-
gina ». Vedi Lunig eodex diplam. , e Baiai in notti ad ttilas
PP. Àven. n Giannone poi narra Tallontanamento che la regi-
na Giovanna fece dai suoi stati nel modo seguente. « La re-
gina (Giovanna) che fu veramente erede della prudensea del
gran re Roberto suo avolo, volle in questo fiore della gioven^
tu sua , con una risoluzione savia mostrare quello che aveva
da essere, e che fu poi nell'età matura; perchè vedendo le po^
che forze del marito , e la poca volontà dei sudditi , deliberò
di vincere fuggendo, poiché non poteva vincere il nemico re-
sistendo : e fatto chiamare parlamento generale, dove conven^
nero tutti i baroni e sindaci delle città del regno , e i gover*
Datori della città di Napoli , pubblicò la venuta del re d' Un-
gheria , e dolutasi lungamente di alcuni che la calugnavano a
torto di tanta scelleratezza , disse che era deliberata di par-
tirsi dal regno e gire in Avignone per due cagioni , l'una per
far manifesta l'innocenza sua al vicario di Cristo in terra, co-
• me era manifesta a Dio in cielo; e l'altra per farla conoscere
al mondo coH'ajuto che sperava certo di avere da Dio; e che
frattanto non voleva che né i baroni né i popoli avessero da
essere travagliati come essa era travagliata ; e però benché
confidava che tutti i baroni e i popoli almeno per la memo'
ria del padre e dell'avolo non sarebbero mancati di uscire in
campagna a combattere la sua giustizia , voleva piuttosto ce-
dere con partirsi, e concedere a loro che potessero andare a
rendersi airirato re d'Ungheria; e però assolveva tutti i baro-
ni, popoli castellani, e stipendiari suoi dal giuramento, ed or-
dinava che non si facesse alcuna resistenza al vincitore , anzi
portassero le chiavi delle terre e delle castella senza aspetta-
re Araldi o trombette ». 11 prelodato La farina poi dice « Sai-
la questione fondamentale se veramente Giovanna fosse segreta
istigatrice dell'uccisione sono molto discordi gli storici; e forse
alcuni come sempre avviene han biasimato ed infamato il no-
j
4PPBND1CC 329
me di 6k)vanna ai di là di quanto si ooaverrebbe, ed altri per
opposizione l' hanno esaltato più del dovere. In ogni modo è
qnistione qnesta ben diflOcile a risolversi, ed impossibile a trat-
tarsi degnamente in una buona nota ».
(17) Vedi gli Annali d'Italia del Muratori, e le note apposte
alle Rivoluzioni d'Italia del Denina dal prelodato La Farina.
(18) e (19) Cbi amasse di conoscere più minutamente i fatti
della guerra di Normandia potrà consultare Barny History of
Edward HI, ed Hotjoatd come pure Gaillard Histoire de la que-
relle de PhUippe de Yaloii et d^Eduard IIL
(20) Vedi Giannone Storia del regno di Napoli.
(21) Vedi il Dizionario d'erudizione eecleeiastica del cb. cay*
Gaetano Moronì, il quale pud riguardarsi come un riccbissimo
emporio di storia universale; che come opera di un solo uomo
ha del meraviglioso, e che è desiderabile di vedere presto com-
pita.
(22) Vedi Ammirato Storte fiorentine, e Sismondi Storia del-
le Repubbliche italiane.
(23) Stolte particolarità dei fatti narrati in questo capitolo si
trovano nella Storta di Parma dell'Affo, nella Storia di Milana
del Gorio, e nel Chronieon Petri Àzarii. Luchino pretese in se-
guito di impadronirsi Vii una parte dei domini della famiglia
Gonzaga sopra i quali credeva di avere dei diritti: ma andaro"
no a vuoto i suoi disegni giacché nel 1348 rimase soccombeiji-
te; nondimeno volle mescolarsi negli affari dei genovesi e man-
dò in ajuto dei fuorusciti un esercito capitanato dal suo figlio
Bruzio: ma essendo egli in quel tempo morto, Tesercito sì di-
sperse. Luchino probabilmente mori di peste, ma non mancano
scrittori che attribuiscano la sua morte al veleno. Il detto Bru-
zio era uno dei più chiari letterati del suo tempo*
(24) Della celeberrima famiglia AcciajuoK di Firenze ha re-
centeihente pubblicata la storia il dotto e benemerito conte
Pompeo Litta nella sua non mai abbastanza lodata Genealogia
delle famiglie celebri italiane.
(25) Vedi Albertus Àrgentiniue chronieon. Gli Alemanni ten-
nero come invalida l'elezione di Carlo re di Boemia a impera^
tore, perchè fatta sotto V influenza del re di Francia il quale
dicesi che comprasse a caro prezzo i voli degli elettori. Nelle
croniche Germaniche Carlo è conosciuto quasi sempre e chiama-*
lo col nome d'imperadore de'preti.
Gio. Villani T. lY 42
S30 APPEHDIC£
(26) Questa peste della quale il nostro Giovanni Villani fy
vittima è con i più yivi colori descritta dal Boccaccio nel prin-
cipia del Decamerone. Chi poi amasse conoscere altre partico*
larità storiche intorno a questo tremendo flagello consulti l'Am-
mirata , il Pignotti , il Sismondi e la Storia della Toscana del
cav. Ingbirami.
(27) Vedi Cronaca di Alberto di Strasburg e la Cronaca E*
stense pubblicata dal Muratori.
(28) Vedi Serra Storia della Liguria.
(29) In proposito della famiglia Trìnci potranno consultarsi
le opere dell' tacobilli, ed il prelodata Dizionario del cav. Mo*
roni alla parola Foligno^
(30) Intorno al celebre Cola di Rienzo T erudita sig. Gar ba
recentemente pubblicata uit dotto lavoro che merita di esser
consultato da chiunque desideri di conoscere con qualche pre^
cisione quell'uomo straordinario.
(31) Vedi Histoire de la querdle de Philippe de Valois et
d'Edouard III par Gaillard-
(32) A rettificazione ed ampliamento dei fatti della storia
di Tunisi narrati in questa capitola pubblicherò alcune notizie
fra i documenti deirAppendice della Cronaca di Matteo l^llani
(33) iMuoga dove cadde e mori Lodovico il Bavaro d presso
il castella di Furstenfel e si chiama anche al presente il prato
dell'imperatore. Vedi Histoire d^Àllemagne par Kohlrauseh.
(34) Della nobilissima famiglia Corsini parlerò estesamente
in un opera genealogica che sto ora compilando y e che spero
di poter pubblicare in breva.
(35) I fatti accennati in questo capitolo sono con molta ac-
curatezza narrati dal sopracitato Giannone»
(36) Vedi Giannone e Costanzo Storia del regno di Napoli.
(37) Vedi le Note i5 e 16 di quest'Appendice*
(38) Vedi Tronci Annali di Pisa , Grassi Descrizione istorìca
ed artistica di Pisa, Sismondi Storia delle repubbliche italiane.
(39) Intorno ai terremoti pubblicò nello scorsa secolo un opera
assai dotta il mio concittadino prof. Cristofano Sarti f la quale
a mio credere meriterebbe di essere ristampata con l'aggiunta
di ciò che la scienza ha potuta dopo tal epoca scoprire intomo
al detto spaventevole fenomeno^
N. B. Conforme io aveva promessa nell'Appendice del Vola-
rne terzo dovrei dare io questo luogo alcune notizie risguardan-
APPENDICE 331
ti la prepotenza che nell* anno 1337 Filippo re di Francia usò
contro i mercanti fiorentini i quali avevano preso dimora nel
800 reg^o, e che erano da me accennate al n.° 81; quelle che
avrebbero servito come d'illpstra^ione alla potentissima e cele-
berrima famiglia dei Signori della Scala di Verona y accennate
al n.** 90; quindi le altre Intorno al dominio dei Mori in Ispa-
gna> al n.° 91 ; ma essendo ^tato distratto da cosiffatto lavoro
per alcune domestiche circostanze non ho potuto ^ come avrei
desiderato^ attenere la promessa: onde prego t lettori a ripor-
tarsi ai Documenti , che verranno inseriti neir Appendice che
farò alla Cronica di Matteo Villani, tra' quali potranno leggere
le predette note, da me pubblicate con diligenza e studio con-
irenìenti alla materia.
»i"»i^«
INDKE GENERALE
PELLE JHJLTEBIJE COJVTEVIJTE
NELL4
CRONICA
][// numero ramano indica il Tomo, tarato la Pag,)
Ab.
ATI^ condannati per vibel*
li. II 73.
ABATI, Lamberto^ perchè im-
piccato dal duca d' Atene.
IV 20.
ABATI^ Neri de^li, avvelena più
persone lì 46.
— inette fuoco in Firenze.
Ivi 90.
AGGIAniOLI^ quando e perchè
fallissero. Ili 345.
AGGIAIUOLI, Niccola degli, uno
deMre ambasciadori del re
Ruberto al comune di Firen-
ze, m 372.
— ; amante della moglie del
prenze di Taranto , e da lei
fatto cavaliere, ricco e gran-
de. IV 124.
*— fugge da Napoli con Luigi
di Taranto e ^arca in Ma-
remma. M 169.
— giunge verso Firenze, e gli
è negato r ingresso. Ivi 177.
ACGL4IU0LI va in Provenza, e
quindi al papa ad Avignone.
IV 177.
AGQUASPARTA, il cardinale
dì, tenta invano di pacificare
le parti in Firenze. II 45.
AGQUE, donde fatte venire in
Firenze. I 60.
— di fontane menate per con-
dotti bevevano gli antichi.
Ivi 61.
-^ loro abbondanza: come dan-
neggiassero Gipri e parte di
Spagna. U 154.
AGRI, vinta dal soldano. I 471.
ADIMARI,dove abitavano. 1 151.
-— son combattuti dal popolo
e vinti, e dove erano le loro
case. IV 45.
— erano i più virili, arditi e
possenti grandi di Firenze di
qua da Arno. Ivi ivi*
ADIMARI, Ant. di Baldinaccio ,
si fa capo di popolo* IV 40-
334
INDICE
ADIMARI, Tegghiaio Aldobran-
di degli , dissuade invano I
Fiorentini dall' impresa di
Siena. I 298.
— « Suo rimproccio allo Spedi-
to, Ivi 205.
ADOARDO I, re d'Inghilterra ,
fa accordo col re di Francia.
II 83.
*— quando mori, hi 122.
ADOARDO U, re dlnghilterra,
si ritira in Scozia per con-
trastare l'armata della reina
Isabella sua moglie. Ili 12.
— - assediato in Guales, sopra
una barchetta si dirige in Ir-
landa col Dispensiere. Ivi
13.
— il vento gli ritorna in Gua-
les, e ivi son presi. Ivi ivi.
— suo grand' animo: piuttosto
vuol rimaner prigione che
regnare perdonando alla mo-
glie, hi 14.
— è fatto morire. Ivi 15.
ADOARDO m, re d'Inghilterra,
fa impiccare il conte di Lan-
castro ed altri baroni. II 236.
— fa pace col re di Francia ,
cedendogli la Guascogna, hi
339.
— quando e come eletto m 15.
—- ha guerra con gli Scotti.
hi 40.
•— fa pace col re di Scozia.
Ivi 73.
— fa tagliare la testa al conte
di Cantibiera suo zio , e fa
impiccare il Mortimiere. Ivi
138.
— sconfigge gli Scotti a Yer-
vicche. Ili 195.
— per quali motivi muove
guerra al re Filippo di Frant-
ela, m 276.
— s'allega col Bavaro. hi 277.
ADOARDO «m, viene in Bra-
bante^e tiene più parlamenti
col legato, in 311.
— comincia guerra co'coUega-
ti contro il re di Francia.
hi ivi.
— sfida a battaglia il re di
Francia: accetta il guanto, e
si disciolgono le due arma-
te, hi 313.
— - ricomincia guerra al re di
Francia, facendosi egli stes-
so appellare in tal guisa. Iti
337.
— sconfigge in mare l'armata
del re di Francia. Ivi 339.
— dopo la sconfitta scende a
terra con sua gente, e ordi-
na generale oste a Tornai
Ivi 340.
— per quali cagioni fa tregua
col re di Francia, hi 341.
— si parte di Fiandra e va in
Inghilterra, dove fa prende-
re i suoi tesorieri, e toglier
loro i denari trafugati ni
341.
*— suoi nuovi apparecchiamenti
per la guerra contro il re di
Francia. IV 79.
— passa in Fiandra, e ritorna
poi in Inghilterra. Ivi 80.
— quali ragioni diceva d'avere
per far la guerra al re di
Francia e riconquistare il
regno. Ivi 104.
— invade colla sua numerosa
armata la Normandia. Ivi
105.
— sua fortuna nel conquistare
le terre e città di Norman-
dia. Ivi ivi.
— va verso Parigi , ardendo
molte città e campagne. Ivi
107.
— si parte da Puscl, e va ad
INDICE
335
Albavilla per nnirsi a'Fiam-
min^hi. Jm 108.
ADOARDO III., sua gente si
trova a gran pericolo di vit-
tuaglia f e come felicemente
riascisse. IV 109.
-« s'accampa e si trincera tra
Greci e Albavilla in PontL
Im ivi,
— ' gran vittoria che riporta a
Greci sopra il re Filippo di
Francia. Ivi 112.
— si pone all'assedio a Cale*
se. Ivi 115.
I — viene in Fiandra, e ordina
lega co' Fiamminghi contro
il re di Francia. Ivi 135-136.
— prende il navilio del re di
Francia destinato a fornire
Galese. Ivi 143.
-T* prende dopo lungo assedio
Calese, e vuol farne impic-
care i terrazzani. Ivi 146.
•— fa pace a suo prò col re di
Francia fino a san Giovanni.
Ivi 147.
— è eletto imperadore dagli
elettori della Magna, e come
si sospenda 1' elezione^ Ivi
159.
ADRIANO y , sua elezione e
morte. I 380.
AFFRICA, e suoi confini. I 20*
AGRIPPA Silvio. I 46.
AGUSTA, castello in Lucca. K
Costa.
ALAGNA, è presa dalla gente
del re Ruberto UI 87.
ALBA Silvio. I 46.
ALBERIGHI^ dove abitavano.
r 150.
ALBERIGO , frate , delle male
frutta. HI 27.
ALBERIGO re de' Goti. I 84.
ALBERTO d'Alamagna, è ucci-
so da un suo nipote. II 128.
ALBINO , smalta la nuova Fi*
renze. I 60.
ALBIZZI^ Antonio di Landò, uno
de'dieci ambasciadori deTlo-
renlini al re d'Ungheria. IV
162.
ALESSANDRO SANTO , marti-
rizzalo. I 97.
ALESSANDRO DI , combattuto
dal Barbarossa. I 186.
— miracola accaduto alla sua
andata in Francia. I 186.
— fa concilia generale al Tor-
so. Ivi 187.
— va a Vinegia. Ivi 188.
ALESSANDRO IV, quando elet-
to; fa guerra a Manfredi, e
Io scomunica. I 271.
ALIGHIERI, Dante, dove mori,
e dove fu seppellito. H 233.
— * sue opere, e suo carattere
Ivi 234-235.
ALLOON prende Baldacca , e
sconfigge e fa morire il calif
di quella. I 281.
— lascia il conquisto di Terra
santa in favor de' cristiani.
Ivii vi.
ALTOVITI , GuigUelmo , gli ^
fatta tagliar la testa dal du-
ca d'Atene. IV 7.
ALTOVITI , Oddo , di messer
Bindo, ambasciadore al re
d'Ungheria. IV 162.
AMAREy re di Tunisi, sue di*
scordie col fratello. Ivi 151.
AMBASCIADORI dell'imperado-
re Arrigo cacciati di Firen-
ze. H 16f-162.
AMBASCIADORI del comune di
Firenze al re d'Ungheria chi
fossero. IV 162.
AMELIA, Carlo dV podestà di
Firenze^ fugge coi suggella
del comune. U 128,
AHIJLiO SIMO. I 46.
336
INDICA
ANALDO, conte d% va in corte
del papa ad Avignone , ed
egli per paura V assolve di
lontano e lo rimanda indie-
tro III 142^143.
ANGHISE, muore nell'isola Tri-
nacria. I 39.
ANGISAn quando fatta. I 227.
ANGC» Marzio. I 49.
-— fece li tempio di Giano.
Ivi,
Andrea Pisano^ quando comin-
ciò a fondere le porte di san
Giovanni. Ili 161.
ANDREASSO, figliuolo di Carlo
Umberto, viene col padre a
Napoli, m 296. ^
— sposa la figliuola maggiore
del duca di Galavra. HI 197.
-— è fatto dal re Ruberto duca
di Calavra^ che dovesse suc-
cedere dopo di lui al reame
di Cicilia e di Puglia, hi ivi.
^- è condotto a Napoli dalla
madre con molti baroni per
dargli consiglio. IV 14.
-^ è ordinata la sua morte e
perchè^ e quali furono i tra-
ditori, /m 87.
-^ come e in qual modo è
strangolato ad Ayersa. Ivi
8S.
ANDRl, duca d\ V. conte No-
vello.
ANFUS 9 re d'Araona , quando
morto. Il 19.
ANFUS, infante d'Araona, con-
quista in nn anno la Sardi-
gna sopra i Pisani^ Ivi 305.
— fa rubare le decime del papa
raccolte in Spagna. Ivi 354.
ANGUILLARA, conte dell', è
ucciso da Stefanuccio della
Colonna. Ili 193.
ANNA, SANTA, sua festa in Fi-
renze ^celebrava come pa-
squa, per la cacciata del da-*
ca d'Atene^ lY 37.
ANTBLLESI 4 quando e percbò
fallirono. Ili 375.
ANTINORO, fonda Yinegia e
Padova. I 33.
ANTIOGGIA, quando presa da^
saracini. I 345.
APOLLINO astrolago. I 28.
APOLLO , adorato nell' isola
d'Ortigia. Ivi 39.
AQUILA , frate Piero dell', in-
quisitore, uomo superbo •
pecunioso. IV 95.
AQUINO, Tommaso d% chi fos-
se, e come morisse di vele-
no. II 281.
ARAONA, lignaggio dei suoi re.
I 408.
ARAOXA, Piero re d% s'accor-
da col re Carlo di combattere
insieme a Bordello. Ivi 418.
— sua segreta cagione. I 419.
-^ fallisce la promessa , ed ^
scomunicato. Ivi 420.
< — privato dal papa del reame.
Ivi ivi,
---• guerreggiato dal re di Fran-
cia. Ivi 433.
— sconfitto. Ivi 435-436.
• — ritorna in Cicilia. Ivi 445.
— giura d' aiutare la ribella-
zione di Cicilia. Ivi 393.
— giunge con suo navilio tn
Cicilia , e n' è fatto re. Iti
402-403.
-^ sua lettera al re Carlo, /tt
405.
— va sopra Gaeta , e ritorna
per patti in Cicilia. Ivi 465.
ARAONA, Giamo d' , fa pace
colla Chiesa e col re Carlo,
e con quali patti. II 19.
— - parte di Cicilia. Ivi 20.
-^ viene a Roma chiamato dal
papa. Ivi 23.
INDICE
337
AftAONA, Giamo d' , giura di
esser contro a suo fratello.
n 23.
-^ combatte contro suo fratel^
Io. Ivi 31.
ARCA , dell' , dove abitayano.
I 151.
ARDINGHI , dove abitavano. I
150.
AREMOLO Silvio. I 46.
ARETINI, sconGtti da' Fiorenti-
ni. I 195.
— « guastano il contado di Fi-
renze. Ivi 454.
^^ sono sconfìtti da'Fiorentlni
a Certomondo. Ivi 457.
«^ riprendono Laterino sopra
i Fiorentini. U 95-96.
*--* trattano di aver Cortona, e
va a vuoto 11 tradimento di
messer Guccio. Ili 174
*-^ sconfiggono i Perugini. Ivi
244.
- — loro statò sempre irrequie-
to. IV 13.
AREZZO, sua descrizione. I 72.
— quando e come venne sotto
il potere dei Fiorentini. Ili
283.
i— si dilibera dalla signoria del
comune di Firenze. IV 52.
— si leva ad arme contro i
ghibellini. IV 128-129.
ARGENTA, è presa da'marche-
si da Ferrara. IH 226.
ARIMINO, Malatesta d% è fatto
da* Fiorentini loro capitano
di guerra. Ili 371.
ARIMINO, Malatesta d', il gio-
vane , è fatto da' Fiorentini
loro capitano di guerra. IV
151.
ARNO esce da' suoi termini. I
363.
— allaga gran parte di Firen-
ze. Ivi 421.
Gio. Villani T. IV.
ARNO fa rovinare alcuni pa-
lazzi e case. Ivi 454.
— allaga di nuovo. I 430.
— s'intorbida per molto tempo
a cagione della rovina d'una
parte della Falterona. Ili 243-
244.
— nuovo muro^ quando fu fat-
to di costa a san Giorgio. IV
178-179.
ARNONICO, fosso, quando fatto
e perchè. I 381.
ARRIGO di Soavia viene in I*
talia. hi 201.
— • è coronato a Roma impera-
dore. Ivi 202
— prènde a moglie Costanza
sorella del re Guglielmo di
Puglia, che già ora monaca.
Ivi ivi.
— - conquista il regno di Pu-
glia , e assedia Napoli. Ivi
203.
— > acceca e castra Guglielmo
il giovane di Puglia. Ivi ivi
•7* si fa nemico della Chiesa ,
e muore. Ivi 204.
ARRIGO di Spagna , viene in
Puglia. I 334-335.
ARRIGO , figliuolo di Castrnc-
cio, corre Lucca dopo la mor-
te del padre , e se ne fa si-
gnore. Ili 81
ARRIGO Sciancato, preso e de-
posto da suo padre Federigo.
I 243-2U.
ARRIGO n^ di lui profezia. I
153.
— depone tre papi. Ivi 154.
ARRIGO III, scomunicato dal
papa. I 169.
»— viene a misericordia, ma il
papa sta fermo. Arrigo sde-
gnato r assedia in Castel s.
Angelo. J«ì 169-170.
ARRIGO IV, fa prendere papa
43
àas
tNDtCÈ
Pasquale , il qiinl^ poscia sì
riconcilia con lui. I 174.
ARRIGO IV, torna all'obbe^
dienza della Chiesa. Ivi 175.
ARRIGO di Luzimborgo, quan-
to imperiò , e suo carattere.
II 147.
'-— viene in Italia. Ivi 149.
— entra in Milano e si fa co-
ronare. Ivi 151.
— assedia Cremona, e prende
Vicenza. Ivi 155.
^— prende Cremona , e assedia
Brescia. Ivi ivi.
*^ suoi disastri all' aA^dio di
Brescia. Ivi 157.
^ l'ottiene a patti. Ivi 158.
— - viene a Genova. Ivi 161.
-^ fa processo contro i Fioren-
tini. Ivi 162.
— gli si rùbellano molte città
di Lombardia. Ivi 163 al 165.
— viene in Pisa. Ivi ivi.
— entra per forza in Roma»
Ivi 167.
-^ è coronalo in Roma, hi
169.
•-^ se ne va a TiboH e quindi
ad Arezzo. Ivi 170.
»-* Sconfigge i Fiorentini a
Montefeltro. Ivi 171.
'-— si pone a oste a Firenze.
Ivi 172.
*— se ne parie. Ivi 175.
— si trova in cattivo stato con
la sua armata. Ivi 176.
— torna in Pisa. Ivi ivi.
— fa lega con don Federigo
di Cicilia e co'Genovesi con-
tro al re Ruberto. Ivi 178.
— si parte di Pisa. Ivi ivi.
— muore a Bonconvento. Ivi
179
•— é sepolto in Pisa da' suoi
baroni. Ivi ivi.
ARRIGO lU. d* Inghilterra fa
vergognosa pace col re di
Scozia. II 272.
ARRIGUCCIO dove abitavano. I
150.
ARRIO, sua setta. I 81.
ARTIMM), quando fu preso 6
disfatto da'Fìorentini. H 324.
ARTU% re di Brettagna. I 45.
ASCANIO Giulio , figliuolo di
Creusa 6 d'Enea. M 38 e 43.
— ediflca Alba. Ivi m.
— regna dopo Enea trentot-*
Tanni. Ivi 44.
ASCIESI, si rende a' Perugini.
II 237.
ASCIESI, Guiglielmo d* , capi-
tano del Popolo, acconsente
al tradimento di dar la si-
gnoria al duca d'Atene, ed è
fatto suo carnefice. IV 10.
— dove abitava. Ivi 18.
-^ è tagliato e smembrato dal
popolo di Firenze. Ivi 36.
ASCOLI, Cecco d' , quando é
perchè arso in Firenze. Ili 41.
ASCONE, stella comata, quan-
do apparve. Ivi 295.
ASIA, la prima e maggior par-
te del mondo. I 19.
— fu abitata da*discendenti di
Sem. Ivi 20.
ATENE, duca d' , viene in Fi-
renze per vicario del duca
di Calavra. II 362
— ' va in Romania per riacqui-
stare suo paese e gli toma
invano l'impresa. IBI 169-170.
— giunge nell'oste de' Fioren-
tini a Lucca. Ivi 328.
— è eletto da' Fiorentini per
loro capitano e conservadore
del popolo. IV 5.
--- va ad abitare a santa Cro-
ce. Ivi ivi.
-— prima giustizia a torto che
fa in Firenze. Ivi 6.
INDIG B
339
ATENE, duca d* , fa tagliar
la testa a Ridolfo Pugliesi e
a Giovanni de' Medici. lY
6-7.
— giustizie di fòtto che fece
. in Firenze. Ivi ivi.
— spirato r uficio de' venti ,
cerca di farsi signore di Fi-
renze. Ivi 8.
— suoi Hianeggi e inganni.
Ivi 9.
— è proclamato dal popolac-
cio signore a vita. Ivi 9-lQ.
— fa pace co' Pisani, e con i
ghibellini e nemici del co-
mune di Firenze, hi 15-16.
— fa nuovi priori, i più arte-
fici minuti e ghibellini. /t^tm.
— fa fare V antiporte dinanzi
al palagio del popolo, e fer-
rare le finestre. Ivi 17.
-^ chiede al papa di poter di-
sfare le chiese di s. Piero
Scberaggio, s. Cicilia e s.
Romolo. Ivi ivi.
— fa fare alle porte nuovi anti-
porti di costa a'vecchi./m ivi.
— ^ rende gli ornamenti alle
donne, e fa un loco comune
per le femmine mondane.
Ivi ivi.
— - leva gli assegnamenti a^ctt-
ladini sopra le gabelle dei
danari prestati per le guerre
di Lombardia e di Lucca.
hi ivi.
«— fa far l'estimo deila città e
contado di Firenze. Ivi 18.
-^ suo carattere fisico e mora-
le. Ivi 19.
— fa a torto impiccare Naddo
degli Oricellai. Ivi.
— fa lega co' Pisani , contro
il volere de* Fiorentini. Ivi
ivi.
— ordina e fa gran festa per
attirarsi l'amore del popolo.
Ivi 20.
ATENE, duca d' , come la sua
signoria spiacesse a' grandi
e al popolo. Ivi 27.
-^ si formano tre congiure per
torgli la vita. Ivi 28.
— scuopre una congiura gui-
data da Baldinaccio degli A-
dlmari. hi 29.
— sua viltà nel pericolo, come
tosto sia vinta dalla tiranni-
de, hi ivi.
— pensa di fare un macello
di cittadini, ma non vi rie-
sce. IV 30.
-— s'arrende, e rinunzia a ogni
signoria e ragione sul comu-
ne di Firenze. Ivi 36.
— va a Vine$ria , e quindi in
Puglia. Ivi 3J^
— è dipinto per ischerno, con
gli altri suoi consiglieri ,
nel palagio del podestà, hi
62.^
-^ taglia che bandiscono i Fio-
rentini di diecimila fiorini
d'oro a chi ruccidesse./vt tei.
— manda ambnsciadori in Fi-
renze domandando l'ammen-
da. Ivi 65.
ATTALANTE, venne primo in
Europa. I 22.
ATTAULFO, eletto re de'Roma-
ni. I 478.
ATTAULFO re d'Alemagna pri-
vaio dell' impero , muore in
battaglia contro Alberto d*0
sterich. II 27 28.
AVARIZL^, nemica della reale
virtù e di magnanimità. IH
374
AVENTINO Silvio. I 46.
AZZOLINO da Romano, sconfit-
to da'Cremonesi. I 292.
— sua tirannia hi, ivi.
340
INBICB
B
B
ADIA di Firenze, quando si
rinnovò. I 432.
— avea di rendita duemila fio-
rini d'oro Tanno. HI 49.
BALDOTTO, prete e ruffiano del
re Adoardo d' Inghilterra III
13.
BALDOVINO, imperadore di Co-
stantinopoli^ viene iu Firen^
ze. I 372.
-— chi fosse. Ivi ivi.
— dove abitò. Ivi 373.
BALZO, Beltramone del^ viene
in Firenze con gente del re
Ruberto. 01,102.
.— è preso da*Fiorentini a sol-
do peF loro c|ipitano. Ivi 158.
-— cavalca sul contado di Luc-
ca, guastando. Ili 231.
BALZO, Ugo del, sconfitto e uc-
ciso da Marco Yiscopli. II
212.
BAGLIONI, Buglione de*, pode-
stà di Firenze a tempo del
duca d'Atene. IV 18.
BAIDO cane , imperadore di
Persia, cristianissimo. II 21.
BARBANICCHI, chiamavansi ì
Tedeschi dagli Italiani. U
300.
BARDI, le case della loro com-
pagnia sono rubate e arse
dal popolo di Londra. Ili 13.
— loro casa, grande in poten-
za e ricchezza, quando com-
prano Vernia e Mangona. Ivi
302,
— quando falliscono di paga-
re. Ivi 314-315.
* — quando venderorio Manorone
e Vernia al comune dì Fi-
renze, /m 350.
BARDI sono combattuti dal po-
polo, e arse e rubate le loro
case. IV 45-46-47.
-^ loro compagnia : falliscono
per cinquecentocinquaniami-
la fiorini d'oro. IV 92.
BARDI^ Andrea, è capo in Fi-
renze d'una jcongiura per ab-
battere i reggenti. Ili 346-
347.
•^ egli stesso la rivela a Iaco-
po degli Alberti ch^ era dei
reggenti, /rt 347.
BARDI , Gerozzo de* , capitano
de 'Fiorentini in Pietrasanta.
Ivi 249.
— ^ la cede vilmente a Piero
Rosso. Ivi ivi.
BARDI e Peruzzi , , forniscono
il re d' Inghilterra del biso-
gnevole per la guerra coBtro
quello di Francia, hi 314.
BARDUCGIO^ santo uomo, quan-
do morto in Firenze. Ili 162.
BARGA, s' arrende a' Lucchesi
con vergogna de' Fiorentini.
Ivi 181.
BARGELLI, quando si crearono
in Firenze , e qual fosse il
loro uficio. ni 234.
— quanto durarono. Ivi 235.
BARGELLINI , moneta falsa ,
quando fu fatta. II 195.
^-^ quando disfatta. Ivi 202.
BARGELLO, quando fatto in Fi-
renze, e chi fosse. II 194.
— quando abbattuto. Ivi 197.
BARI, il conte di, si rubella dal
re di Francia, e fa lega con
quel d'Inghilterra, n 24.
BARILE , Gianni , uno de' tre
ambasciadori mandati dal re
I N D I e B^
34 i
Ruberto al comune di FircD>
ze. Ili 372.
BARONCELLI, Salvestro, é fatto
prendere dairinquisitore, ed
è riscosso a suo dispetto. IV
95.
BARUCGI, dove abitavano. I
150.
RATINO, rubella Grosseto a'Sa-
nesi. IH 250.
— fa loro g^uerra , e corre le
loro terre, hi ivi.
— cede Grosseto per danari.
hi 251.
BATTAGLIA di Greci fra il re
Adoardo III d* Inghilterra e
il re Filippo di Francia. lY
110 e segg.
«^ del re di Francia vi mori*-
rono da ventimila uomini.
hi 113.
BATTIFOLLE , il conte Guido
da, viene in Firenze vicario
per il re Ruberto. U 196
*— racquista Fronzole per la
forza de' Fiorentini , e dono
che fa loro. IV 60-6 i.
BAVARO, è scomunicato da pa-
pa Giovanni. II 294.
— fa gran parlamento in Ala-
magna processando il papa.
hi 312.
^^ richiesto da'ghibellini giura
di venire in Italia, e dichiara
eretico Gio. XXII. Ili 20.
•'T^ si fa coronare in Milano.
Ivi 21.
^-^ depone dalla signoria di Mi-
lano Galeasso Visconti, e fa
prendere i suoi fratelli, hi
32.
w^ fa parlamento in Lombardia.
hi 32-33.
— viene in Toscana e si pone
a oste a Pisa con Castruccio
insieme, hi 34*
BA VARO, quando e come acqui- -
sta la signoria di Pisa. Ili
35 e segg.
— fa Castruccio duca di Luc-
ca, hi 89.
— ' si parte da Pisa> e passa
per la Marenuna con molto
affanno, hi 45.
— entra in Roma a grande
onore, hi 50.
— quando ^ 'coronato in Ro-
ma, hi 51.
— perchè perde l'aiuto di Ga*
strucclo, onde prolunga l'an-
dar nel Regno, hi 58.
— fa guerra a Orbivieto. hi
61.
— fa prendere Salvestro dei
Gatti , e gli ruba il denaro.
hi 61-62.
• — sue leggi. 7t?f 63.
^^ depone di nuovo Giovanni
XXn. hi 6465.
' — fa papa a sua* volontà Pie-
tro da Corvara, col nome di
Niccolò quinto. Ili 72.
— va a Tiboli. hi 70.
— si fa coronare da capo dal-
l'antipapa, hi 71.
— prende Mulara e Cisterna.
hi 72.
— non ardisce entrare nel re-
gno di Napoli, hi 72-73. .
— è costretto a partir di Ro-
ma, e va a Viterbo, hi 89.
— va ad oste a Orbivieto , e
quindi entra in Todi, hi 90.
— ordina di venire sopra Fi-
. renze. hi 91.
— perchè mula consiglio di
venire verso Firenze, hi 95.
— torna a Pisa, hi 96.
— va a Lucca, e la riforma a
sua signoria cacciandone i
figliuoli di Castruccio. hi
100.
342
INDICE
BAVARO9 ritorna in Lucca, m
100.
•— dà sentenza di privazione
contro papa Gioyanni XXII.
Ivi 107.
— è ingannato da' suoi bene-
ficiati, hi 110.
— ^ palesa a' Pisani di partirsi
da loro , cbe gli conveniva
andare in Lombardia. Ivi 114.
— va a Lucca , vi mette fuo-
co, e depone dalla signoria i
figliuoli di Gastruccio . Ivi
116.
— si parte di Pisa e di Tosca-
na. Ivi 118.
— ordina oste sopra Milano ,
perchè quel signore non la
corrispondeva bene. Ivi ivi.
•— lascia r impresa d' Italia^ e
torna in Alàmagna, sentita la
morte del dogio d'Osterich»
Ivi 134.
-*- s'allega col re d^Inghilterra
contro quello di Francia. IlL
276.
— viene a Colonia , dove ri-
ferma la lega contro il re di
Francia. Ivi 299.
^^ a nome de'coUegatl sfida il
re di Francia a voler com-
battere con lui. Ili 299.
— muore cadendo da cavallo,
e chi è dopo di lui eletto a
imperadore. IV 158.
BAVIERA, Lodovico di, sua bat-
taglia e vittoria sopra il re
Federigo d'Osterich. II 256.
^- fanno pace insieme. Ivi 267.
— F. Bavaro.
BECCHERIA , di Pavia , abate
di Yalembrosa , a grido di
popolo gli è tagliato il capo.
I 286.
BELFORTI, Ottaviano, si fa si-
gnore di Volterra. Ili 344.
BELISARIO, patrice de'Romani.
I 95.
— vince i Goti. Ivi ivi.
— muore. Ivi ivi»
BELLA, della, dove abitavano.
1 151.
BELLA, Giano della^y alente &-
mo. II 5.
— ordina statuti contro 1 gran-
di. Ivi 6.
— ' è cacciato di Firenze, hi
14-15.
— muore in esilio. Ivi 15.
BELLINCIONI Bonaccorso, e Si-
mone Donati , arabasciadorl
de' guelfi di Firenze a Cur-
radino. I 308.
BELSELVE , Guiglielmo di , è
maliscalca del re Carlo in
Toscana. I 349.
— è sconfitto dalla gente di
Curradino. hi 351.
BERLINGHIERI, signore d'Ita-
lia. I 131.
BERLINGHIERI, conte Ramondo
di Proenza, sua progenie. I
315.
— scrisse poesie. Ivi 315-316.
— sue figlie a chi maritate.
Ivi 316.
BENEDETTO XI, quando eletto^
e chi fosse. II 83.
— * muore avvelenato : e suo
carattere. Ivi 108.
BENEDETTO XII, quando fu
eletto al papato, e che inge-
nuamente disse: Avete detto
un asino. IH 239.
— determina l'opinione di pa-
pa Giovanni XXII, sopra Ta-
nime beate. Ili 263-264.
BENIVENTO , perchè fu della
Chiesa. I 189.
BERGOLINI, setta in Pisa con-
trarla ai Raspanti, cosa fosse.
IV 181.
INDICE
343
filANGin di Firenze^ quali fu-
rono. II 42.
— cacciati di Firenze quali fu-
rono. Ivi 54.
— usciti di Firenze , partono
in isconfìtta da Puliciano.
Ivi 74.
— • son cacciati di Firenze. Ivi
91.
— usciti di Firenze, col favo-
re del papa sorprendono la
città, hi 92.
— sono di nuovo cacciati. Ivi
94.
BIANCO, cardinale , sua profe-
zia. I 304.
•'— è eletto papa col nome di
Benedetto XII, chi fosse. V.
Benedetto, m 239.
BfSDOMINI^ dove abitavano. I
150.
BOCCANERA, Simone, fu il pri-
mo dogio de' Genovesi ; fd
franco e valente. Ili 334.
'— dog;e del popolo di Genova
rinunzia alla signoria. IV 66.
BOEBflA, il re di, sconfigge gli
Ungarl. I 291.
BOEMIA , Giovanni re di . V.
Giovanni re.
BOEZIO, è fatto morire da
Teodorico. I 94.
BOGOLESI. V. Fifanti.
BOLOGNA , si dà alla signoria
della Chiesa. HI 15.
— dovea esser tolta per tradi-
mento al legato per la Chie-
sa, e data al Bavaro. Ili 134.
•— sue discordie, e come fosse
pacificata da' FiorentinL m
229.
BOLOGNESI, sono sconfitti dal
conte da Montefeltro. I 378.
•— bianchi, cacciati di Bologna.
U 121.
— sono sconfitti alla SceUenna
da messer Passerino. II 348.
BOLOGNA , fanno pace con
messer Passerino. II 357.
— ^ guastano Modena intorno
intorno, m 148.
-— • si danno a perpetuo. senza
alcun patto alla Chiesa di
Roma ; e come siano ingan-
nati e delusi dal legato. Ivi
175.
— dà loro ad intendere il le-
gato , che il papa verrebbe
a stare in Bologna, e vi fab-
brica perciò un grosso ca-
stello. Ivi ivi.
— si ribellano dal legato. Ivi
227.
-^ essendo in male stato danno
la signoria a Taddeo de'Pep-
poli. Ivi 296.
BOMBARDE che saettavano pal-
lette di ferro con fuoco era-
no in uso presso gì' Inglesi.
IV 110.
BONACCORSI,. quando e perchè
fallirono. Ili 375.
BONCONTI , Banduccio , gli è
tagliata la testa da IJguccio-
ne della Faggiuola. II 193.
BONCONTI, Vnnni di Banduc-
cio, traditore di Pisa, m 36.
BONDELBfONTI, come si resero
obbligati al popolo di Firen-
ze. Ivi 163.
BONDELMONTI, Bondelmonte ,
sua storia. I 217-218.
BONDELMONTI Rosso, gli è ta-
gliato il capo contro al vo-
lere de'Fiorentìni. Ili 2S4.
BONIFAZIO VUI, eletto per suoi
intringhi. II 12.
— superbo e dispettoso , si fa
nimico del re di Francia. II
76-77.
*- è fatto prendere dal re. Ivi
79.
314
I!IDI CU
BOXIFAZK), muore arrabbiato
ki 80-81.
— * sao carattere. Iti 81.
BOiUKIM Bernardo e Chele ^
sono bandii! e condannali. II
3i7.
•ORDONI , Gherardo di Chele,
uno de*dieci ambasciadori al
re d'Ungheria. IV 162.
BORGO a Sansepoicfo, si rende
agli Aretini. Ili 115.
BOSnCHI, dove abitavano. I
15i.
BOSTOLI, sono cacciati d'Arez-
zo a romore di popolo. lY
it9.
BOVOLENTO, prego da* soldati
della lega ^ è la rovina di
qne' delta Scala. Ili 276.
BRABANTE , il daca di , com
' batte e sconfigge il conte di
Lnzimborgo* 1 463-464
•— guerreggiando il vescovo di
Legge, lo costringe a colle^
' garsi contro il rè di Francia,
in 305.
BRABANZONI , collegati col re
* d'Inghilterra, per danari del
nemico si partono da campo.
hi 341.
BRANCA, Currado della, è fat-
to da*reggenti bargello per l'
esecozioDe ìnFireiize. UI 352
BRE5X0, e Bellino. 1 4£.
BRESCIA, si rende alla lega
de*Florentini e Veneziani. Iti
301.
BRETTAGNA, Isola, cosi chia-
mata per Brolo figlinolo di
Silvio. I 44.
BRIGATE di festa , quando e
perché fatte in Firenze . I
421.
BRIGATE d'arìeficÌ4 ctnaddo à
fecero in Firenze, e cosa fos-
sero, m 192.
BROIS, Carlo di, è sconfitto in
Brettagna dal conte di Mon-
forte. rv 142.
— ' è preso, e mandato prigio*
ne a Londra con altri baro-
ni Ivi ivi.
BRUGGESI, si ribellano e ucci-
dono i Franceschi. II 59 e
- segg.
BRUNlBLLESCHl Betto, oratore
del comune. Iti 144.
— « perché ucciso da'Doaati. Ivi
154.
BUZZACCEtERINI , Benedetto ,
ammiraglio deTisani. I 423.
BUZZACCHER'Kl, Ugolino, am-
miras:lio pisano 1 240.
BUZZECCA , Saracino , famofio
giuocatore di scacchi. Ivi
337.
e
ALATAttlRONA, Gualtieri dì,
suo consiglio. I 404.
C AL AVRÀ, Carlo, duca di, va
con grande armata in Cicilia
e la devasta. II 323.
— giunge in Siena. Ivi 365.
— figliuolo primogenito del re
Ruberto, quando entrò in Fi-
renze e suo seguito. HI 5.
CALAVRA, Carlo duca di, do-
ve albergò. II 6.
— comincia guerra a Castruc-
cio. Ivi 9.
*— torna invano la 'sua prima
impresa. Ivi 11.
•r— ordina di ribellar Lucca a
Castruccio. Ivi 25..
— * é scoperto il trattato. Ivi 26.
in DICB
US
OALAVRA , Carlo , duca di, fa
grand' oste sopra Castruccio.
ir 28.
•— suoi progressi. Ivi 30.
— • ordina che 1' oste torni in
Firenze , sentendo la venula
dol Bavaro. Ivi 31.
— va nel Regno per centra-
dinre al Bavaro. Ivi 46
— quando si parte di Firenze.
hi 47.
— muore in Napoli. Ivi 102.
— suo carattere, hi 103.
C4ALESE, s'arrende al re Adoar-
do m d' marhilterra. IV 146.
GAL VOLI, Folcieri da, podestà
• di Fi ronzo, fa tagliar la lesta
a molli cittadini. Il 72-73.
CAMMILLA, vergine. I 43.
CAMPANA grande del popolo
di Firenze , quando si co-
minciò a sonare. II 2i8.
CAMPANA , quando inventata.
I 108.
CAMPANILE, di santa Repara-
ta , quando fallo e da chi.
ni 232.
CAMPIDOGLIO, da chÌfatto.I61.
— non è certo dove egli fosse.
Ivi.
CAMPOSAMPIERO , Giovanni
da, di Padova, capitano del-
l'oste de* marchesi da Ferra-
ra. IH 183.
i-^ è sconfitto e preso da Car-
lo figliuolo del re Giovanni
di Boemia, hi 184.
CANCELLIERI di Pistoia , co-
roinciatori di parte bianca
e nera. Il 40.
— introducono in Firenze il
veleno della discordia, hi 41.
CANTIBIERA , conte , zio d'A-
doardo III re d* Inghilterra,
gli <> da lui falla tagliare la
testa, m 138.
Gio, Villani T. IV,
CAPANA,donna Ciancia, è mes-
sa in prigione, come com-
plice della morte del re An-
dreasso. IV 89.
CAPIS Silvio. I 46.
CAPONSACCHI , dove abitava-
no. I 151.
CAPOSELVOLI, è preso da'Fìo-
rentini. II 252.
CAPPIARDI , dove abitavano, i
151.
CAPRONA, Guido da, è ucciso
da Corblno Lanfrancbi. II
24*.
CARACCIOLI,Maruccio,in com-
pagnia della regina Giovan<!>
na giunge a Nizza dove ò
preso. IV 176 e segg.
CARDINALI , loro gran scisma
per elegger papa. II 108 e
segg.
^-* sono incolpati della morte
di Benedetto XL hi 112.
— loro dissensioni per I' ele-
zione del re de' Romani. IV
100.
CARDONA , Ramondo di , suo
argomento per cacciare i Te-
deschi d'Italia. II 240
— é sconfitto sul Po da Marco
Visconti, hi 249.
— assedia Milano, e prende i
borghi. li 273.
— desiste dairimpresa. hi 277,
— è sconfino e preso da' ghi-
bellini di Milano, hi 293.
*— viene in Firenze per capi*
tano. hi 323.
— è preso da Castruccio. hi
334.
— quando è trailo di prigione
dal Bavaro. IH 100.
CARESTIA grande che fu in I-
talia dal 1328 al 1330. hi
111.
— che fu nel 1346^ e quanto
44
346
INDICE
costassero i diversi generi.
IV 119 e segg.
GARESTIA^provvisioni fatte dal
comune di Firenze perchè il
popolo non morisse di fame.
m 130-131.
CARLO d*Angid , eletto re di
Cicilia e di Paglia contra
Manfredi. I 313-314.
— ' sua famiglia. Ivi 319.
— suo carattere, hi 320.
— * s' imbarca a Marsilia per
venire a Roma , e V armata
per terra. Ivi 322.
— giunge a Roma. Ivi 323.
— è coronato re di Cicilia e
di Puglia. Ivi 325.
— vince Manfredi, che riman
morto sul campo. Ivi 332.
>— parte di Toscana per con-
traslare Gurradino. Ivi 349.
— suo piano e disposizione di
battaglia a Tagliacozzo. Ivi
352-353.
*— sua battaglia, in cui sconfig-
ge Curradino. Ivi 354 al 356.
-^ fa tagliar la testa a Curra-
dino Ivi 358.
•— riconquista la Cicilia che gli
s'era ribellata. Ivi 360.
— va a Tunisi a comandare il
passaggio dopo la morte dol
re Luis. Ivi 366.
• — fa pace col re di Tunisi.
Ivi 367.
— viene in Firenze. Ivi 372.
— dove abitò. Ivi 373.
*— sua potenza, e disegno del
passaggio d' oltremare. Ivi
388.
— si duole a papa Martino del-
la rubellazione di Cicilia, ed
ha soccorso dal re di Fran-
cia. Ivi 396.
•— assedia Messina per mare
e per terra. Ivi 398.
CARLO d'Angió rigetta i pat-
ti offerti da' Messinesi. I
400.
— sua lettera a Piero d'Arao-
na. Ivi 405-406.
-^ gli convien lasciare V asse-
dio di Messina. Ivi 407.
— va a corte di papa. Ivi 418.
— s'accorda di combattere in-
sieme a Bordello col re d'A-
ragona. Ivi ivi.
— va a Bordello. Ivi 420.
'— torna a Napoli, e vuol bru-
ciare la città; ma si conten-
ta di fare impiccare 150 per-
sone. Ivi 426-427.
^- va con grande stuolo in Ci-
cilia, ed è costretto a ritor-
nare in Puglia. Ivi 427.
«— muore a Foggia. Ivi 428.
— suo carattere. Ivi ivi.
CARLO, figliuolo del re Gio-
vanni di Boemia , sconfigge
Toste della lega di Lombar-
dia, m 184.
— va a Lucca , e poi ritorna
in Lombardia. Ivi 187.
-^ è eletto a forza dal papa a
re de'Romani. IV 101.
— è chiamato dai più l'impe-
ratore de' preti. Ivi 102.
— combattendo per il re di
Francia é sconfitto e ferito
dagl'lnghilesi. Ivi 113.
— si fa coronare con V aiuto
della Chiesa e del re di Fran*
eia a Bona. Ivi 127.
— perchè si ha gelosia in Fi-
renze della sua elezione. Iti
127-128.
— viene in Chiarentana, e con-
quista molte città. Ivi 134.
CARLO il Calvo, muore avvele^
nato, f 118.
CARLO Magno, discese^ da Pi-
pino. 1 38.
INDICE
347
CARLO Magno ^ Tiene in Italia
chiamato da papa Adriano. I
109.
— sue prodezze. Ivi 110-111.
•— sua progenia. Ivi 112.
— imperadore di Roma. Ivi
114.
— muore in Aquisgrana Ivi
115.
— quando dimorò in Firenze.
Ivi 129.
CARLO Martello , figliuolo di
Pipino, conquistò molli pae-
si. I 37.
CARLO prenze di Salerno, pas-
sa di Firenze per andare in
Puglia in aiuto al re Carlo-
I 418.
— è sconcilo in mare da Rug-
geri di Loria. Ivi 425.
•— è condannato a morte dai
Ciciliana Ivi 429.
»— è mandato in Catalogna a
prego della regina Costanza.
Ivi ivi,
— • esce dalla prigione del re
d*Araona^ e con quali patti.
Jtjf453.
— è coronato re di Puglia. Ivi
457.
CARLO re di Francia, repudia
la moglie , e prende la fi-
gliuola deir imperatore Arri-
go. H 255.
— ^ toglie per moglie una cu-
gina, vivendo la prima mo-
glie. Ivi 306.
•— comincia guerra in Guasco-
gna al re d'Inghilterra. Ivi
307.
-^ peggiora la moneta d' ar*-
genio quattordici per cento.
Ivi ivi,
— si crede d'essere eletto im-
peradore. Ivi 308.
— quando muore. Ili 58.
CARLO ré di Francia, fu nonio
di poco conto. HI 59.
CARLO II di Napoli , quando
mori. II 138.
CARLO Umberto,re d'Ungheria,
viene a Napoli col suo figlio
Andreasso , che sposa la fi-
gliuola maggiore del duca di
Calavra. HI 197.
— ritorna in suo paese. Ini ivi.
CASAGLIA , é fatto rifare dai
Fiorentini. II 255.
CASE nobili e popolane che
favorirono in sul principio
il duca d'Atene perchè aves-
se la signoria di Firenze.
IV 8.
CASSANO, sconfìgge i saracini,
e prende la terra santa. II
35.
— suo carattere. Ivi 36.
— in che modo diventasse cri-
stiano. Ivi ivi.
CASTELFOCOGNANO, forte ca-
stello, è preso per tradimen-
to dal Yescovo d'Arezzo. II
243.
CASTELFRANCO di sopra ,
quando fatto. II 22-23.
CASTELLANI, quando e perchè
fallirono. UI 375.
CASTRACANI, Francesco, ordi-
na col favor de' Pisani di
torre Lucca al Mastino. Ili
352.
CASTRtJCCIO , è fatto signore
di Lucca per un anno. II
196.
— per qual cagione comincia
guerra a' Fiorentini. Ivi 214-
215.
— ^ osteggia la Riviera di Ge-
nova Ivi 219.
— si leva dall' assedio di Ge-
nova per paura de'Fiorenti-
ni. Ivi 221.
348
INDICI
GASTAUCCIO , guasta il conta-
do di Firenze, e riprende la
Lunigiana. li 229.
— fa in Lucca un grandissimo
castello, hi 246.
— racquista le castella che gli
avean rubellate i Fiorentini.
hi 236.
— cerca tradimento con Iaco-
po da Fontnnabuona capita-
no di masnade al soldo dei
Fiorentini, ivt 273
— fa oste, e guasta il Valdar-
no. hi 274.
— fa oste a Prato, hi 278.
• — si ritrae salvamente, hi ivi.
— guasta il Valdarno di sotto.
hi 284.
"*- vuol pigliar Pisa per tradi-
mento, ed è discoperto, hi
288.
•— prende Fucecchio , e n' è
.cacciato da' Fiorentini, hi
290.
*— - prende la Sambuca, hi 31 8
«-«* manda assassini in Pisa per
uccidere il conte Nieri , e
sono scoperti, hi 320.
— ordina tradimento in Firen-
ze, ed è scoperto, hi 321.
— prende Pistoia per tradi-
mento, hi 322.
— è guerreggiato in Pistoia
da' Fiorentini, hi 327.
— suoi provvedimenti, hi ivi,
— rinnuova il trattato di tra-
dimento nell'oste de*Fioren-
tini. hi 328.
— è sconfìtta una parte di sua
oste, hi 329.
• — sconfìgge i Fiorentini ad
Allopascio. hi 330.
— entra in Signa, e guasta il
contado, hi 341.
•^ fa oste a Prato , e guasta
fino a Bifredi. hi 345.
GASTRUCGIO, fa battere mo«
neta piccola in Slgna. II 345-
346.
— torna in Lucca a gran trion-
fo hi 346.
— tormenta i Fiorentini suoi
prigionieri, hi ivi,
— fa continua guerra nel con-
tado di Firenze. /m 350-351.
— trattato f;itlo contro di lui
per ucciderlo ; è scoperto.
hi 355.
— fa nuove devastazioni al
contado fiorentino, hi 356.
— fa ardere Signa ^ e tagliare
il ponte, hi ivi,
— cerca invtino la maniera
d* alzare il corso dell' Arno
per allagare Firenze, hi 357.
— prende la Castellina, e di-
sfai Petroìo. hi 359.
•— cavalca in su quello di Pra-
to, e fa fare una nuova for-
tezza, hi 360.
— è guerreggiato dal duca di
Calàvra, e va a Pistoia a suo
incontro. Ili 9.
— come n'esce vittorioso. /otti.
— scuopre il trattato de'0"ar-
tigiani per rubellargli Luc-
ca, hi 26.
— - combattuto da' Fiorentini
sbigottisce per il loro valo-
re, hi 30.
— si pone ad oste a Pisa in-
sieme col Bavaro. hi 34.
•— è fatto dal medesimo duca
di Lucca , Luni , Pistoia e
Volterra, hi 39.
— si parte di Lucca , e segue
il Bavaro a Roma. Jvi 45.
— ^ sua rispósta agli ambascia-
dori del popolo di Roma.
hi 50.
— perchè è fatto conte di La-
terano. ivi 52.
tjM.
ì K D I e S
349
CA8TRUCCI0, sua divisa fatta
per grandezza. HI 57.
•^ sente la perdila dì Pistoia^
e si parie dal Bavaro. Ivi ivi.
— reca a se le gabelle de*PK
sani, hi 58.
'^-^ accorda insieme i Venezia*
ni con gli liscili di Genova.
Ivi 61.
•— fa rubellare MonUmassi ai
Sanesi. Ivi 73.
•— come schernisce i Sanesi.
Ivi 74.
— corre Pisa , e per forza se.
ne fa eleggere signore, con-
tro la volontà del Bavaro. hi.
75.
— si pone ad assedio a Pisto*
ia. hi 76.
»— prende a patti Pistoia, hi
77 o segg.
— si trovò allora signoro di
trecento caslella murate, hi
80.
' — muore per gli strapazzi del-
l' «assedio di Pistoia: suo ca-
ra ttcre. hi 81-82.
CARMIGNAKO, si rende a per-
petuo al comune di Firenze.
II 315.
•— è preso da' Fiorentini. IH
93.
CARPENTO Silvio. I 46.
CARRAIA , il ponte, quando é
fatto. I 221.
— - quando finito, hi ivi,
— quando rovinò. I 363.
— come cadde. II 89.
— quando fu rifallo e quanto
costasse. Ili 232.
CARRARA, Ubertino da, quan-
do muore, e lascia la signo-
ria di Padova a messer Mar-
silio. IV 73-74.
CARROCCIO , cosa egU era, •
suo uso. I 294-205.
CATALANI, corrono la riviera
di Genova devastando senza
contrasto. Ili 168.
CATALOGNA, è invasa da'Fran*
cesi. I 434.
<— ' la loro impresa fu folle, e
con gran danno di loro, hi
438.
CAT£LLlNA,8ua congiura 1 52.
— fa ribellar Fiesole. Ivi 53.
— è sconfitto, hi 54.
CATELLINI, dove abitavano. I
151.
CAVALCABO , marchese , ò
sconfìtto e morto da' que' di
Piacenza. II 230.
CAVALCANTI, perchè cacciati
di Firenze. Ivi 91.
•^ di nuovo cacciati di Firen-
ze, e perchè. Ivi 164.
— sono assaliti dal popolo e
vinti. IV 45.
CAVALCANTI Giannozzo, è ca-
pitano de' Fiorentini. III 10.
—è fatto podestà in Genova per
il re Ruberto. lU 242.
CAVALCANTI Guido, quando
mori II 47.
CAVALCANTI Paffiera , uccide
Pazzino de'Pazzi. II 164.
CAVICCIULI Boccaccio, uccide
Gherardo Bordoni. II 131.
CAVICCIULI, Talano degli Adi*
mari, condannato, è liberato
da'suoi consorti. II 96.
CECCANO, Annibàldo da, car-
dinale, ordina invano accor-
do fra i re di Francia e d'In-
ghilterra. IV 144-145.
(XLESTINO V , quando eletto.
U 10.
— rinunzia per semplicità II
papato, e torna eremita. Ivi
il.
— > messo in prigione dal suo
successore. Iti ivi*
350
INDICE
CELESTINO y, è canonizzato
da papa Giovanni XXII. Ili 86.
GELONA, Gianni di, è vicario
d'imperio in Toscana. U 17.
— ritorna in Borgogna, hi ivi.
CERCHI, loro battaglie co'Giu-
gni. II 90
CERCHI, Vieri de', capo di par-
te bianca. Ivi 42.
CERRETOGUIDI , si rubella ai
Fiorentini, ivi 192.
CESARE Giulio. I 50.
— edi6ca il parlagio. Ivi 58.
— edifica Firenze. Ivi 60
-*- consolo di Roma va contro
aTranceschi. Ivi 62.
-^ si fa imperadore. Ivi 63.
CESENA , frate Michelino di ,
sermona contro papa Giovane
ni XXIT. Ili 107.
CHERICATO, è aggravato d'im-
posizioni in Firenze. II 271.
— non vuol pagare le impo-
ste, e scomunica la città. Ili
106.
CHERICI, quello obe prendono
tardi sanno rendere. I 384.
— la cupidità di signoria gli
fa montare in superbia e in
ingratitudine. lU 227.
— legge fatta contro di loro
dai popolani reggenti Firen-
ze. IV 74.
CHIAVARI, guastato dagli usci-
ti di Genova. U 223.
CHIARAMONTE , cardinale di ,
- ordina invano accordo fra i
re di Francia e d'Inghilter-
ra. IV 144-145.
CHIARMONIESI, dove abitava-
no. I 150
CHIESA, fa in scisma dopo
Carlo Magno. I 133.
— conquista con Tarmi e de-
nari molte città di Romagna.
I 414.
CHIESA quando vacò due an-
ni. H 10.
— sue pretensioni sopra Tlta-
lia. Ivi 216.
— vi manda a far guerra Fi-
lippo di Valos, e per suo
legato 41 cardinale Beltramo
del Poggetlo. Ivi 217.
— - sue imprese di guerra in
Lombardia poco felici. Ivi
251.
— scandali commessi dalla sua
gente in Lombardia. Ivi 271.
— sua gente assedia Milano.
Ivi 275.
-^ lascia l'impresa. Ivi 276.
— spende moneta infinita per
conquistare stato. Ili 15.
-^ è in suo potere il Patrimo-
nio e la Marca. IH 133.
— suo tesoro che trovossi do-
pò la morte di papa Gio'Min-
ni XXU Ivi 237.
— pecuniosa e vendereccia ,
come i suoi pastori la svias-
sero dal suo umile e povero
stato. Ivi 334.
— suo esempio di voler fare
e disfare la signoria dello
imperio a suo utile e bene-
placito. IV 167.
CHILPERICO , settimo re di
Francia. I 36.
— è ucciso da Fredegonda.
Ivi ivi.
CHILPERICO, deèìmottavo re
di Francia. Ivi ivi.
CHIUSI, sua descrizione. I 76.
CIAPETTA Ugo, duca d'Orliens,
che poi fu re di Francia. I
38.
-^ sua condizione. Ivi. 140.
— discendenza de're di Fran-
cia di suo lignaggio. Ivi 141.
CICILIA , come si rubellò dal
re Carlo. I 394.
INDI ex
351
CICILIA^ rimane in (grande ru-
bellazione e sospetto dopo la
morte del re Federigo. HI
297.
CIGILIANI , sono sconfìtti da
gente del re Ruberto. HI
337.
CINI, Dettone^ gli è tagliata la
lingua per ordine del duca
d'Atene. IV 21.
CISTERNA, si rende al Bavaro.
HI 72.
CITTA' DI CASTELLO, è presa
dal vescovo d'Arezzo. II 226.
CITTA' guelfe, quali furono I
346.
CIVITA papale , quando e da
obi fatta. H 28.
CLEMENTE IV, quando eletto^
e sua nazione. I 317.
-— dà l'arme sua a'guelfl usci-
ti di Toscana. Ivi 321.
— scomunica Corradino. 1 349.
CLEMENTE V, sua elezione. II
112.
— ribenedice il re di Francia.
Ivi ivi.
— va a stare a Bordello. Ivi
113.
— fa concilio a Vienna. Ivi 160.
— si ritorna a Bordello. Ivi ivi,
— - muore; fu simoniaco e lus-
surioso, hi 182-183.
CLEMENTE VI, fa più cardina-
li , e fra gli altri Andrea
Gbini fiorentino vescovo di
Tornai. IV 14.
— ordina a Roma il giubbileo
per Tanno 1350. Ivi 24.
— - dispensa il parentado fra
Luigi di Taranto e la regina
Giovanna. Ivi 149.
CLODIUS, secondo re di Fran-
cia. I 35.
CLOVIS, quinto re di Francia.
I ivi.
GLOVIS, quinto re di Francia^
fu il primo re di Francia
cristiano. Ivi ivi.
CLOVIS, decimo re di Francia.
I 36.
CLOVIS , decimoquarto re di
Francia. 1 ivi.
COCCHE , in mare , quando si
cominciarono ad usare. II
101.
COCCHI, quando e perché fal-
lirono. HI 375.
COLLE, si dà al comune di Fi-
renze. Ili 161.
—^ quando si dà per quindici
anni al comune di Firenze.
Ivi 308.
COLLE, Coscetto da', capo di
popolo in Pisa. Il 195.
-^ viene verso Pisa per ucci-
dere il conte Nieri, e muta-
re stato alla città. Ivi 245.
— il trattato è scoperto da un
suo confidente, ed egli è ta-
gliato a pezzi e gettato in
Arno. Ivi ivi.
COLONNA di fuoco, quando ap-
parve sopra il palazzo del
papa in Avignone. IV 182.
COLONNA, Sciarra della, pren-
de papa Bonifazio. II 79.
— è cacciato d'Anagna. Ivi 80*
COLONNA, Stefano della, pub-
blica in Roma il processo del
papa contro il Bavaro. IH 66^
COLONNA , Stefanuccio della ,
uccide il conte dell' Anguil-
lara e Bertoldo Orsini. HI
193.
COLONNE di porfido donate ai
Fiorentini da'Pisani. I 178.
COLONNESI, privati del cardi-
nalato. H 27.
-— vien loro perdonato. Ivi 28^
— si rubellano di nDUOvo dal
papa. Ivi ivi.
352
I M> I C B
COLONNESIe Orsini, eospirano
contro la signoria del tribu-
no di Roma. IV 156.
COMBIATA, è|disfatto da^Fio-
rentini. I 211.
COMETA apparsa in cielo n50.
— quando di nuovo apparsa.
Ivi 186.
— quando apparsa nel segno
della Vergine. Ili 342.
— delta Nigra, quando appar-
ve in cielo, e clie siguiflcas-
se. IV 148.
COMETE due , quando appar-
vero, e cosa elleno siano.
m 295.
COMPAGNA di Romania, quan-
do e da chi ebbe orìgine. II
55-56.
CONCILIO fatto in Firenze nel
1059. I 156.
~ di Vienna per papa Cle-
mente V. II 16».
CONGIURA che si forma in Fi-
renze per abbattere i reg-
genti. Ili 346.
•— è rivelata a uno de'reggen-
ti da quello che n'era il ca-
po, hi 347.
— chi furono i congiurati che
furono condannati. Ivi 349.
CONGIURE ordinate contro il
duca d'Atene, e quali fosse-
ro i capi. IV 23.
COxNCLAVE , che si fece dopo
la morte di Giovanni XXK,
sue discordie tra' cardinali ,
e che n'avvenisse. Ili 239.
CONSERVADORE di pace, nuo-
vo ufìcio quando fatto in Fi-
renze. Ili 254.
— è disfatto per gli eccessi
che si commettevano, hi 256.
CONTADINI, quando giurarono
alla signoria del comune. I
221.
CONTADO di Firenze , quando
tolto da Federigo l. I 197.
^- riacquistato dopo qaattro
anni, hi 19S.
CONTI di Fiandra, loro lignag-
gio. II 68.
CORREGGIO, Ghiberto da , si-
gnore di Parma, n'è caccia-
to. II 127.
CORREGGIO, messer Azzo da ,
rubella Parma a messer Mi-
slino col favore de'Fiorenti-
ni. IH 354.
CORSICA, è tutta conquistala
da'Genovesi. IV 150.
CORSINI, quando e perchè fal-
lirono. Ili 375.
CORSINI, Tommiso, fir«wdice .
uno de'dieci ambiscladori ni
re d'Ungheria a Forlì. IV
162.
— - suo discorso, detto avanti il
re d'Ungheria, hi 163.
CORTONA, sua descrizione. 175.
— è presa e disfatta dagli A-
retini. I 237.
CORVARA, Pietro da, quando
creilo antipapa dal Bavaro.
Ili 68.
•*- fa sette cardinali, hi 70.
— corona il Bivaro. Ivi 71.
— - spoglia de*gioielIi san For-
tunato di Todi per bisogno
di denaro hi 9D.'
— entra in Pisa, e dà perdono
di colpa e pena a chi rin-
negasse papa Giovanni XXII.
Ivi 107.
— fa nuovi processi contro
papa Giovanni, scomunican-
dolo, hi 113.
— è preso a tradimento da*Pi-
sani , e mandato al papa ad
Avignone, hi 148.
^^ chiede , ed ottiene miseri-
cordia dal papa. Ili 149«
iK Dice
353
CORVARA Pietro da, mnore do-
po tre aniìK ed è sepolto ìq
Avìgrnohe. Ili 149.
COSTANTINO quando dotò la
Chiesa. I 80.
— andò in Costantinopoli. Ivi
81.
— regnò trentanni. Ivi ivi.
COSTANTINOPOLI, è preso dai
Franceschi e Viniziani. 1 208.
COSTANZA imperatrice è fatta
moglie d'Arrigo. 1 202.
— muore dopo poco. Ivi 203. •
COSTANZO, figRoolo di Costan-
tino, fu arrinno. I 81.
CREMONA, è presa da' ghibel-
lini. II 206.
— ripresa dai guelfi. Ivi 212.
— è presa da Gal easso Viscon-
ti per assalto, hi 231.
CRESCI S., suo martirio e dei
suoi compagni. I 79.
CRISTIANI, crociati , loro cru-
deltà neir espugnazione di
Smirne. IV 68.
CROCIATA. F. PASSAGGIO.
CRONICHE e libri persi in di-
verse arsioni in Firenze. 1177.
CDRRADINO, creduto avvelena-
to e morto. I 271.
— si muove d*AIamagna con-
tra il re Carlo. Ivi 349.
— giugno a Pisa. Ivi ivi.
— scomunicato da papa Cle-
mente IV. Ivi ivi.
— giunge in Roma, ed entra
nel Regno. Ivi 352.
— suo piano di battaglia a Ta-
gliacozzo. 1 353. '•
«— sua disavventurata battaglia
in cui è sconfìtto. Ivi 354
al 356.
— preso è consegnato a re
Carlo d' Angiò , gli è taglia-
ta la testa. Ivi 358.
CURRADO I assedia Mil«ìo. I
149.
CURRADO U quando eletto. I
181.
— muore. Ivi 152.
CURRADO III. eletto Imperado-
re. I 248.
— • viene in Puglia, e disfà le
mura e le fortezze di Napo-
li. Ivi 269.
— muore avvelenato* Ivi ivi.
D
D
'ALFINO, il, di Vienna, muo-
re air assedio della Periera
m 196.
' — quando è fatto capitano
de' crociati al soldo della
Chiesa, rv 70.
DAMIATA , è presa per i cri-
stiani e poi perduta. T 220.
DANGOBERTO, decimosesto re
di Francia. I 36.
BARDANO, quando fondò Dar-
dania. I 28.
DARIO, o sia Darete. I 31.
Gio, Villani T, IV.
DARTIVELLO, Giacomo, si fa
maestro della comune di
Canto. Ili 310.
DECIO, fa martirizzare S. Mi-
niato. I 78.
— fa martirizzare S. Cresci
e'suoi compagni. Ivi 79.
DESIDERIO , re longobardo , è
sconfitto da Carlo Magno. 1 109.
DIDO, accoglie Enea. I 40.
— - s'uccide. Ivi ivi.
DILUVIO grande che venne in
Firenze nel 1333. Ili 203.
45
354
INDICE
DILUVIO, questionato se venne
per giudicio di Dio o per
corso di natura. Ili 209*
— copiosissinio che fu in Fi-
renze e in Fiandra nel Di-
cembre del 1334. Ivi 240.
DIONIGIO, maestro, dal Borgo
a Sansepolcro , sua profezia
sopra la morte di Gastruc-
cio. Ili 82.
DISPENSIERE Ugo, cosa fosse
presso il re d'Inghilter. Ili 11.
— come fosse preso , e da chi
squartato e bruciato. Ivi 14.
DOLCINO frate , sue eresie , e
suo fine. II 116.
DONATI, delti anche Calfucci,
dove abitavano. I 151.
— quando sono assaliti dal po-
polo e vinti. IV 45.
DONATI Amerigo, capitano dei
Fiorentini. lU 10.
DONATI Corso, capo di parte
nera. II 42.
— sbandito /torna in Firenze,
e solleva la città. Ivi 52.
DONATI Corso, fa nuova setta.
Il 84.
— suo animo., e come muore.
Ivi 131.
— suo carattere. Ivi ivi.
DONNE di Firenze, quando fu-
rono loro tolti alcuni disor-
dinati ornamenti. Ili 138.
D0RL4. , Ottone , muore nella
battaglia di Greci in servìgio
. del re Filippo di Valos. IV
113.
DOVIZIA e grande abbondanza
di grano quando fu in Firen-
ze, m 295.
DURAZZO, Carlo duca di, è ca-
pitano in Cicilia per il re
Ruberto. lU 306.
~ sposa la seconda figliuola
del re Ruberto. IV 23.
— ^ é fatto morire barbaramen-
te dal re Lodovico d'Unghe-
ria. Ivi 171.
— - sua moglie fugge sconosciu-
ta da Napoli poveramente
con due bambine. Ivi ivi.
E
E
BOLE, Guiglielmo d', entra
in Roma a nome del re Ru-
berto dopo la partita del Ba»
varo. Ili 90.
— è cacciato da' Romani. Ivi
111.
ECLISSI della luna. H 142.
EGISTO Silvio. I 46.
ELDERIGO, quarto re di Fran-
cia. I 35.
ELDERIGO , decimoterzo re di
Francia. I 36.
ELDERIGO , vigesimo re di
Francia. I 37.
— deposto dal papa. Ivi ivi.
ELDERIGO, vigesimo re di
Francia, in lui falli il lignag-
gio de' re di Francia della
schiatta di Priamo. I 37.
ELENO va in Macedonia. I 32.
ELISEI, dove abitavano. I 151.
EMPOLI , sue mura quando e
perchè rifatte da' Fiorentini,
ni 270,
ENEA, parte da Troia con A^-
chise e Ascanio. I 38.
— suo carattere. 39.
— sue avventure. Ivi ivi,
— parte d'Afl*rica e giunge in
Cicilia, hi ivi.
INDICI
355
ENEA, prende per moglie^ La-
vinia. I 43.
— muore. Ivi ivi.
ENZO, lìgrliuolo di Federigo^
muore ^ ed è sepolto in Bo-
logna. I 271.
ERCOLE, distrusse Troia la pri->
ma volta. I 29.
ERMINIA , é corsa e guastata
dal soldano della Scria. 11242.
ERMINIA , il re d' , per quali
cagioni è ucciso da*8uoi ba-
roni. IV 70-71.
ESr40DI0 maestro di storie. 1 22.
ESTI,Azzo da, fa guerra a'Lom-
bardi, e muore in contraria
fortuna. II 120.
ESTIMO , quando fatto in Fi-
renze, e a quanto ammontò.
ni 19.
EUROPA, e suoi confini. I 20.
— fu prima abitata dai discen-
denti di Giafet. Ivi 22.
EVANGIER , greco di Rutina
viene in Italia. I 93.
-~ muore. Ivi 94.
F
AENZA è assediata da Fe-
derigo IL I 242.
FAGGIUOLA, Rinieri da, è fat-
to senatore di Roma dal Ba-
vero, in 71.
FAGGIUOLA, Uguccione da, ca-
pitano degli Aretini, è scon-
fìtto da'Fiorentini. II 143.
— è fatto loro signore da' Pi-
sani, n 180.
— fa guerra a'LucchesL Ivi
182.
— prende Lucca, e ruba il te-
soro della Chiesa. Ivi 184.
— > pone r asedio a Montecati-
ni. Ivi 189.
— • é assalito da'Fiorentini. Ivi
191.
— gli sconfigge. Ivi 192.
— • è cacciato dalla signoria di
Pisa e di Lucca , e va in
Lombardia. Ivi 196.
— tenta di rientrarvi. II 203.
■ — quando e dove muore. Ivi
225.
FALTERONA, quando ne rovi-
nò parte per terremoto ^ e
danni che produsse. Ili 243.
FAME e mortalità grande ol-
tremonti quando fosse . Il
198.
FAUNO, figliuolo di Pico. I 42.
FEBBRE, quando fu contagiosa,
in Italia. III 59.
FEDERIGO Barbarossa quando
fu eletto. I 185.
— si fa nemico della Chiesa.
Ivi 186.
•^ contro papa Alessandro ni
combatte , e f a fare quattro
antipapi. Ivi ivi.
— va in Francia contro Luis
perchè riteneva il papa. Ivi
187.
— distrugge Milano. I Ivi.
— > assedia Roma. Ivi 188.
*— si riconcilia col papa , ed
ei gli pone il piede sul col-
lo. Ivi 189.
— va al soccorso di TERRA
SANTA, e muore oltremare.
Ivi 190.
FEDERIGO, don, si fa coronare
a re di Cicilia, il 20.
— da cbi è sconfitto in mare.
Ivi 31.
356
INDICE
FEDERIGO , doD , scoùGg^e il
prence di Taranto. II 34.
— Tiene in Pisa, e perchè, hi
180.
— è g^oerreggiato dal re Ru-
berto. Ivi 203.
— è tradito dalla Chiesa. 7rt ti?*.
— inganna due re saracini, e
ne guadagna dugentomila do-
ble, hi 214.
*^ manda aiuto di galee agli
usciti di Genova, hi 219.
— per qual cagione è scomu-
nicato hi 233.
— corona suo figliuolo Piero
del reame di Cicilia. II 233.
— quando muore di sua mor-
te , e mutazioni che ne se-
guono nell'isola. III 297.
FEDERIGO il giovane , eletto
re de' Romani vivente Olto
IV. I 215.
FEDERIGO \h di Cicilia, quan-
do consacrato. I 223.
— nemico della Chiesa, hi
223 e 232.
•— uomo di gran valore e dot-
trina, hi 223.
— sconninicato. hi 233 e
2-5.
— si muove per andare oltre-
mare e ritorna in Puglia, hi
235.
— va oltremare, amico del pol-
dano, ed ha Gerusalem. hi
237.
— ritorna nel regno, già fatto
ribellare dal papa, hi 23S.
— fa prendere 1 passi in Italia
contro il papa, hi 240.
— fa prendere i prelati in
mare, hi ivi.
— assedia Milano e Brescia. I
242.
— è condannato e deposto, hi
246
FEDERIGO II, dì Cicilia, Indu-
ce gli liberti a cacciare i
guelfi di Firenze. I 253.
-^ vi manda il re Federigo suo
figliuolo con milleseicento
cavalieri, hi 254.
— assedia Parma , ed è scon-
fitto, hi 256-257.
— Tiene in Toscana, e prende
i guelfi in Capraia, hi 257.
^^ muore a Firenzuola, hi 266.
FEGGHINE, è preso da'Fioren-
tini. I 275.
FEI, Arrigo, consigliere del du-
ca d'Atene alle sue tirannie.
IV 18.
— è ucciso dal popolo , e dai
fanciulli trainato ignudo per
la città, hi 35.
FERRAMONTE , primo re di
Francia. I 35.
FERRARA , si rubella dalla
Chiesa. II 203.
— è assediata dal legato» e li-
berata da quei della lega. DI
190.
FIAMMINGHI; sconfìtti dal con-
te d'Artese. II 25.
— si ribellano da' Franceschi.
hi 62-63.
— gli sconfiggono totalmente.
hi 67.
— corrono il paese d* Artese.
hi 97.
— sono sconfitti da'Franceschj.
hi ivi,
— sono sconfitti in mare, hi
101.
— sono sconfitti da'Franceschi.
hi 105.
— loro grand* animo, hi 107.
— costringono i nemici alla
pace, hi ivi.
-—> quando conclusero la pace
col re di Francia, hi 226.
•— • loro discordie, hi 227.
INDICE
357
FIAMMINGHI, il loro popolo
minuto uccidono i grandi, e
molano stato in Bruggia a
loro volontà. II 289.
— son combattuti dal re Fili p«
pò di Francia , e loro ar-
gomenti per ìngannarlot III
84.
— sono completamente disfate
ti da* Franceschi morendone
più di dodicimila. Im 85.
— si rubellano dal re di Fran-
cia ^ e si collegano contro.
Ili 310.
— si collegano col re Adoar-
do III d' Inghilterra contro
il re di Francia, hi 337.
— s'uniscono dinuovo col re
Adoardo IH d'Inghilterra con-
tro il re di Francia. IV 108.
FIANDRA, perchè guerreggiata
dal re di Francia. II 24.
— presa tutta dal re di Fran-
cia. Ivi 33.
FIANDRA , conte di , si parte
dalla lega col re Adoardo III
d'Inghilterra. IV 115.
FIANDRA, Filippo di, viene di
Puglia in Fiandra per soc-
correre i fratelli. Il 98.
—• sue imprese. Ivi ivi.
— • assediato da' Franceschi a
Lilla. U 105.
FIANDRA, il conte Guido di, si
rubella dal re di Francia^ e
perchè. II 24.
— sue prodezze e valore per
la libertà della sua patria.
Ivi 63 e segg.
— gli s'arrendono molte città
di Fiandra. Ivi 70.
— è rilasciato di prigione dal
re di Francia. Ivi 99.
— vi ritorna, contento d' aver
visto libero il suo paese. Ivi
100.
FIANDRA, Guido di, (il giova-
ne ) ò sconfitto in mare,; e
menato pregione in Francia.
U 101.
FICO, Iacopo, fu il ceppo della
famiglia di que' della Scala.
m 327.
FIESCO, Prezzivalle dal, viene
in Toscana vicario d* impe-
rio, e se ne va con poco suo
onore. I 442.
FlESOLANl sconfitti da Metello
e Fiorino. I 55-56 .
— sconfiggono i Romani. Ivi 57.
FIESOLE , è assediata da Me-
tello. I 55-56.
— distrutta e guasta. Ivi 59
— presa da'Fiorentini. Ivi 144.
— sua rocca quando disfatta.
Ivi 179.
FIFANTI, dove abitavano. 1 151.
FILIPPI, dove abitavano. 1 151-
152.
FILIPPO re di Francia, fa pren-
dere i prestatori italiani* I
383.
— va sopra quel d'Araona. Ivi
433.
— sono sconfitte le sue galee.
Ivi 437.
— parte ammalato d'Araona.
Ivi ivi.
— muore. Ivi 438.
FilJPPO il Bello, e fatto re di
Francia. I 438.
FILIPPO di Francia fa prende-
re e ricomperare tutti gì' I-
talianL I 474.
— scomunicato da papa Boni-
fazio. Il 77.
— lo fa prendere da Sciarra
della Colonna. Ivi 79.
— quando muore. /t?t 186-187.
FILIPPO, di Valos, re di Fran-
cia, fa guerra a'Fiamminghi.
Ili 84.
358
INDICE
FILIPPO, di Vaio», re di Fran-
cia 9 è in pericolo d' essere
ucciso da loro. Ili 84.
— va da papa Giovanni^ e sta
otto giorni a segreto consi-
glio con lui. Ivi 147-148.
>— pubblica il passaggio oltre-
mare, e perchè si sdegni col
papa. Ivi 173.
-— per quali cagioni comincia
guerra col re Adoardo lU
d'Inghilterra. Ivi 276.
— ^ fa prendere tutti gritaliani,
e gli fa ricomprare per gros-
se somme. Ivi 298.
— peggiora la moneta in più
tempi. Ivi ivi.
— si prepara a battaglia es-
sendo sfidato dal Bavaro. Ili
299.
-— si pone a campo colla sua
oste a petto a quella del re
d'Inghilterra. Ivi 313.
— accetta la battaglia e pren-
de il guanto, e perchè non
segua Tatlacco. Ivi 313-314.
— sentito V assedio di Tornai,
vede di non lo poter toglie-
re, e cerca accordo e di tre-
gua. Ivi 340-341.
— la sua armata è sconfitta
in mare, che ve ne muoiono
diecimila, e altrettanti presi.
Ivi 339.
• — fa prendere tutti i Fioren-
tini di suo reame a petizione
del duca d'Atene. IV 94.
— sentito Tarrivo in Norman-
dia del re d'Inghilterra, va
a soccorrere Rueme. Ivi 106-
107.
-^ s' accampa fuori di Parigi
per contrastare la venuta del
re d'Inghilterra. IV 107.
— segue il re d'Inghilterra in
Ponti. Ivi 108.
FILIPPO, di Valos, re di Fran-
cia^ va contro il re d'inghil-
' terra credendo averlo sor-
preso. IV HO.
— sua grande sconfitta e per-
dita di gente ìn'finita. hi
111 e segg.
— fugge la notte ad Amiens
con pochi cavalieri, e fefito.
Ivi 112.
— si apparecchia a nuova guer-
ra contro Adoardo ili. Ivi
135.
— manda un naviJio per for-
nire Galese , ed è sconfitto
e preso dagl' Inghilesi. Ivi
143.
— va per affrontarsi col re
d* Inghilterra. Jvi 144.
— non potendo avere né pace
né battaglia si torna indie-
tro. Ivi 145.
— fa pace a suo danno con
Adoardo III^ mediante il pa-
pa. IV 147.
FILIPPO S. suo braccio quando
recato in Firenze. I 199.
FIOUENTINI, discesi da' Roma-
ni. I 65.
— prendono Fiesole. Ivi 144.
— • sconfiggono il vicario d'Ar-
rigo IV. Ivi 176.
— sconfitti da'conti Guidi. Ivi
182.
— loro prima guerra con i Sa-
nesi. Ivi 193.
— prendono la croce per il
passaggio. Ivi 198.
— sconfiggono i Sanesi. ivi
213.
— • loro guerra contro i Pisani
per qual causa. Ivi 225.
— gli sconfiggono. Ivi 227.
— loro guerra co* Sanesi. Ivi
228-229-230.
— fanno pace. Ivi 231.
INDICI
359
FIORENTINI , quando ebbero
fondaco e chiesa in Tunisi.
I 277.
— prendono Pistoia. Ivi ivi.
— sconfiggono i Volterrani.
Ivi 279.
— vanno sopra i Pisani , e
fanno pace. Ivi 280.
— • gli sconfìggono^ e fanno pa-
ce. Ivi 283.
•^— loro beata antica sobrietà.
Ivi 289.
— fanno oste generale sopra
Siena, hi 294.
•-^ fanno la niaraugurata oste
a Siena , e sono sconfìtti a
Montaperti. hi 299 300.
' — guelfi vanno a Lucca. Ivi
302-303.
— cacciati di Lucca. Ivi 309.
— danno la signoria per dieci
anni al re Carlo. Ivi 343.
— * sconfiggono i Sanesi a Col-
le, hi 361.
•— prendono Ostina. Ivi 362.
— vanno sopra Pisa. Ivi 363.
— ' vanno in aiuto in Puglia al
re Caiio. hi 397.
--« fanno guerra con gli Are-'
tini, hi 444.
— fanno grand' oste sopra A-
rezzo. Ivi 447.
— ^ cavalcano a Laterina. Ivi
448.
•— sconfiggono gli Aretini. Ivi
ivi.
•— fanno nuova oste sopra A-
rezzo. Ivi 449.
-^ fanno pace co'Pisani. Il 7.
•— vanno al soccorso di Mon-
tecatini. Ivi 67.
^^ prendono il Montale, e fan-
no oste a Pistoia co'Lucche-
si. Ivi 82.
-— si combattono insieme. Ivi
84.
FIORENTINI, son racqnetati da'
.Lucchesi. II 85.
— loro battaglie cittadine. Ivi
90 e ^egg.
— co'Lucchesi prendono Pisto-
ia. Ivi 114.
— raflbrtificano il popolo. Ivi
119.
-^ fanno grande imposta sopra
il chericalo. Ivi 122.
— fanno oste ad Arezzo, hi
143.
-— cercano sturbare la venuta
deir imperadore Arrigo, hi
149.
— chiudono di fossi e di mu-
ra la città. Ivi 152.
— - traggono di bando 1 guelfi
e fanno leghe per fortificarsi
contro r imperadore Arrigo.
hi 156.
•— cacciano gli ambasciadori
d'Arrigo , e spediscono ma-
snade in Lunigiana contro
di lui. Ivi 161.
— sconfiggono i Pisani, hi 168.
•— cavalcano contro rimperfi-
dore , e sono sconfitti, hi
172.
•— si danno per cinque anni
al re Ruberto, hi 181.
— fanno pace con gli Aretini
Ivi 186.
— sono sconfitti da Uguccione
della Faggiuola. /t)t 191-192.
— vogliono per loro capitano
Filippo di Valos. Ivi 194.
— ^ loro discordie tra'guelfi. Ivi
ivi.
— fanno pace co'Pisani, e qua-
li furono i patti, /ut 200.
— loro territorio guastato da
Castruccio. Ivi 215.
— costringono Castruccio a le-
varsi dall'assedio di Genova.
hi 221-222.
560
IKDICK
FIORENTINI , fanno lega col
marchese Spinetta Malispina.
II 228.
— guerreggiati da Castracelo.
hi 229.
— mandano in Frioli per ca-
valieri, hi 233.
' — rimangono fuori della si-
gnoria del re Ruberto, hi
235.
•— * armano gente segretamente
contro Gastruccio. hi 251.
-— son traditi da Gastruccio.
hi 273.
— s* armano in massa contro
Gastruccio. hi 278.
— loro confusione se debba o
no procedere l'oste, hi 27^.
— cacciano Gastruccio di Fu-
cecchio. Ivi 290.
— fanno nuovi ordini sopra gli
ornamenti delle donne. Ivi
296.
*— ordinano grande oste con-
tro Gastruccio. hi 325.
— potenza della loro armata.
hi ivi.
— - loro oste si pone a campo
presso a Pistoia, guastando.
Ivi 326.
— prendono il famoso passo
di Rosaiuolo. hi 327.
— prendono Gappiano e Mon-
tefalcone. hi 327-328.
— sconfiggono una parte del-
l'armata castruccina.7t?i 328-
329
— prendono Altopascio. hi
329.
— son discordi fra loro se deb-
ba o no procedere Toste; in-
fine prendono il peggio ,
d'andare infino a Lucca, hi
ivi.
— si levano da oste da Poz-
zevere. hi 332.
FIORENTINI, sono sconfitti pie-
namente a Altopascio. hi
333-334.
— sono spaventati della venu-
ta di Gastruccio a Firenze.
Ivi 341.
— non potendo resistere alla
forza di Gastruccio, chiedono
soccorso al re Ruberto. Ivi
343.
-^ loro providi argomenti per
resistere alla potenza di Ga-
struccio. /vt 347.
— danno la signoria di Firen-
ze al duca di Galavra. /ot
353.
— vanno in aiuto dell'oste del-
la Chiesa. Ivi 358.
— vanno a oste a Prato e Pi-
stoia contro Gastruccio, e se
ne tornano con vergogna. Ut
10.
•— vanno a oste sopra Gastruc-
cio. Ivi 28.
— prendono santa Maria a
Monte, hi 29.
— richiedono Gastruccio di bat
taglia. Ivi 30.
— prendono per forza Artimi-
no. hi 31.
— ritornano inFirenze, e quan-
to costò loro quest' oste. Iti
ivi.
— prendono Pistoia quando
Gastruccia era a Roma. Ivi
54-55.
-— rendono Mangone ai Salim-
beni di Siena. Ivi 75.
— questionano col loro capi-
tano di guerra , messer Fi-
lippo di Sangineto. Ivi 76.
— fanno grand 'oste contro Ga-
struccio pei^ levarlo dall'as-
sedio di Pistoia, hi 77 e seg^
•— se ne partono senza acqui-
star nulla, hi 80.
INDICE
S61
FIORENTINI, loro preparativi
sentendo l'intenzione del Ba-
varo di muovere loro guer-
ra. lU 91.
— prendono Garmignano. Ivi
98.
— come riformarono la città
di signorie dopo la morte del
duca di Calavra. Ivi 103-104.
*^ ricusano di comprar Lucca^
offerta loro dai Tedeschi dal
Cerruglio. Ivi 119-120.
— fanno pace co'Ptstolesi; qua-
li furono i patti , e le feste
che si fecero in quell* occa-
sione. Ivi 12Q-121.
— ricusano nuovi patti per
l'acquisto di Lucca. Ivi 124.
— fanno pace colle castella di
Valdinievole. Ivi 125.
— fanno pace ca' Pisani^ Ivi
126.
'—riprendono Ampinana la Mu-
gello. Ivi ivi:
^ — ricusano di nuova la com-
pra di Lucca, mentre alcuni
di loro ricchi cittadini s'era-
no offerti per sborsare, il de-^
naro. Ivi 129-130. •
— vanno in aiuto a Bologna
al legato per difenderlo. Ivi
135.
— prendono per fame Monte-^
catini Ivi 145,
— questionano se debbano o
no disfarlo, e risolvono d'af«
forzarlo. Ivi 146.
• — ordinano di faj^oste a Luc-
ca , e prendono per assalto
il Cerruglio. hi 151.
— ottengono Fucecchio , Ca-
stelfranco^ e Santacroce. Ivi
153.
' — stringono l'assedio di luc-^
ca. Ivi 155.
— richiesti dal re Giovanni di
Gio. Villani 1\ lY.
togliere l'assedio, rispondono
di non potere. Ivi 157-158.
FIORENTINI, si tolgono dairas-
sedio di Lucca.. Ili 158.
< — sono sconfitti a Buggiano da
genie delre Giovanni, /m 164.
^-* fanno lega co'Lombardi coa-
tro il Bavaro e '1 re Giovan-
ni. Ivi 179.
— • combattono lungamente Qon
i Lucchesi, e perdono Barga
vergognosamente. Ivi 180*.
181.
< — son richiesti dal legato che
si partissero dalla lega de'
Lombardi^ coH'intenzione di
sottomettere la loro repub-
blica, hi 188.
"^ ordinano d'aver jyer nemi-
co il legato di Bologna^ che
s'era collegato col re Gio-
vanni, hi 190.
^-^ acquistano per forza le ter-
re del Viscontado di Valdam-
bra sopra gli Aretini. Ivi 257.
^— ordinano, di dare per la
compra di Lucca trecento-
sessantamila fìorioi d'oro. Ivi
260.
"^ domandano a Mastino della
Scala che fossero loro atte-
nuti i patti , che rendesse
Lucca, hi 261.
•^- come siano delusi e traditi
da messer Mastino. Ivi ivi.
— * ordinano per comune di far
guerra al Mastino, hi 262.
— ricominciano apertamente
guerra agli Aretini, hi 264.
•■ — fanno lega col comune di
Venezia per far guerra a
que' della Scala. Ivi 265.
— perchè questa lega di Ve-
nezia fosse la più alta im-
presa che facesse il comune
di Firenze, Ivi 267.
• 46
W2
INDI GB
FIORENTINI^ mandano a Vene-
zia loro soldati per i patti
della lega, i quali comincia-
no guerra in Trevigiana. Ili
269.
-^ sconfiggono gente del Ma-
stino e prendono il suo ma-
rescalco. Ivi 272.
— • ricusano la signoria d*Arez-
zo per non dispiacere a* Pe-
rugini. Ivi 283.
— quali furono 1 patti per i
quali oltcnnero da'Tarlati la
signoria d'Arezzo, hi ivi.
"— fanno oste a Lucf a con po-
co onore. Ivi 289.
•^ son detti ciechi , che dopo
acquistata Brescia la danno
ad Azzo Visconti. Ivi 301.
->— sono ingannati da' Venezia-
ni, hi 317.
• — son costretti a far pace col
Mastino, hi 318.
«— partono tutti di Venezia per
le rappresaglie de'Veneziani.
Ivi 319.
: — mandano leggi e statuti ai
Romani , richiesti da loro.
hi 328.
*- fanno pace co' Perugini , e
con quai patti. Ivi 335.
-«— ordinano la compra di Luc-
ca, e fanno un uficio dì ven-
ti cittadini sopra ciò. hi
357.
•^ promettono e fermano di
dare al Mastino per la com-
pra di Lucca venticinque-
mila fiorini d' oro. hi 358.
«^ mandano cinquanta stadichi
a Ferrara per garanzia al
Mastino per la compra di
Lucca- hi ivi
— s'avveggono del tradimento
de* Pisani , e muovono loro
guerra, hi 362.
FIORENTINI , come prendono la
possessione di Lucca. Ili 365.
— vengono alle mani co' Pisa-
ni^ e sono da essi sconfitti
sotto Lucca. Ivi 366 e segg.
— loro scoraggimento sentita
la sconfitta avuta da'Pìsani.
hi 371.
— r chiedono al re Ruberto che
mandi un sno nipote per ca-
pitano dell'oste loro hi ivi,
— cedono la possessione di
Lucca al re Ruberto. Ivi
373.
— «- trattano di legarsi col Ba-
Yaro , per il che fallisce la
loro credenza mercantile. Ivi
374 e segg.
-^ fanno grand' oste sopra i
Pisani, per cacciarli da Lac-
ca, hi 376 e segg.
*— si stringono sopra Lacca
per fornirla, e non riuscen-
dovi, Lucca s' arrende a'Pi-
sani. Ivi 379 e s^gg.
«-^ eleggono per capitano e
conservadore del popolo mes-
ser Gualtieri duca d'Atene e
conte di Brenna. IV 5.
-r- come fosse il loro vestire,
e come lo cangiassero le
mode francesi, hi 12.
— ^ fanno pace co'Pisani vergo-
gnosamente, essendo guidati
dal duca d'Atene, hi 15.
— si levano a remore tatti
di concordia contro il duca
d'Atene, /y* 31.
-»- loro discordie fra 1 grandi
e il popolo, e come l'ultimo
prevalga, hi 41 e segg.
-*— fanno di nuovo pace coi
Pisani con loro vergogna. Ivi
52.
— s'accordano col Mastino per
i danari che rimanevano éeU
IIIBI €E
363
la compra di Lucca . hi
55.
FIORENTINI, fanno le^a con i
comuni di Perugia, Siena e
Arezzo. IV 55.
— fanno lega col vescovo d'A-
rezzo degli libertini per far
guerra a'Tarlali. Ivi 64.
-T- fanno aspra legge contro jl
clero. Ivi 74.
— fanno ordine cbe niun fo-
restiere possa avere ufìci di
comune. Ivi 118.
^— fanno nuovi decreti contro
la spenta signorìa del duca
d'Atene e de' ghibellini. Ivi
141.
— mandano ambasciadori al
re d' Ungheria a Forlì. Ivi
161-162.
FIORINI d* oro» son portati a-
vantì al re di Tunisi, e quel
cbe n'accadde. I 276-277.
FIORINO , muore sconfitto dai
Fiesolani. I 57.
FIORINO d'oro, quando battuta
da'Fiorentini sul ceppo d'un
pino alle mura di Pisa. I 283.
FIRENZE , edificata da Cesare.
I 60.
— perchè cosi chiamata e da
chi. Ivi ivi,
— da qual gente popolata. Ivi.
62.
-^ in qual anno fu fatta, ivi.
•— fu camera de'Romani./vì 64.
— si resse 350 anni sotto l'im-
perio di Roma. Ivi 80.
— distrutta da Totile, hi 89.
•--•quanto stette disfatta. ivi 120.
• — quando fu rifatta, hi 123
. e segg.
— di che forma e grandezza.
Ivi 126.
— fu partita in quartieri. Ivi
127.
FIRENZE , mie mura nuove
quando cominciate. I 146.
< — assediata dall' imperadore
Arrigo in. Ivi 171.
— suo contado quando accre*
scinto. Ivi 172.
— suo stalo e governo alla
tornata de' guelfi, hi 343-
344345.
— sue mura nuove quando
fondate. Ivi 431.
— assediata dall' impe ra or e
^4rrigo. n 173.
— sue mura del terzo cerchio
quando edificate. Ivi 300 al
304.
— é in pericolo d'esser tradi-.
ta, e di cadere in mano del
Bavaro. Ili 109.
— perchè è interdetta per di-
ciannove mesi. Ivi 163.
— danno grande che ricevette
nel diluvio del 1333. Ili 203
e segg.
— aggrandisce e monta molto
la sua magnificenza per l'ac-
quisto d'Arezzo. Ivi 286.
— in qua! tempi mostrasse
gran potenza. Ivi 288.
— entrata del suo comune dal-
l'anno 1336 al 1338, quan-
ta fosse, hi 319 e segg.
— • spese del comune in quei
tempi. Ivi 322,
— suo stato^ abitanti, forestie-
ri^ scuole, chiese, monasteri,
negozianti. Ivi 324 e segg.
-^ magnificenza del suo conta-
do sparso di palazzi e giar-
dini. Ivi 326.
— suo mal reggimento , per
difetto e tirannia de' reg-
genti , due per sesto. Ivi
345.
— si muove a remore contro
11 duca d' Atene , e ciò che
364
IN DICE
ìfì^accade fino alla saa parti-^
ta. IV 30 al 37.
FIRENZE, suo governo dopo la
cacciata del duca. lY 39.
— discordie fra il popolo e*
grandi , qual fine abbiano.
Ivi 40.
— suo governo è riformato in-
tera finente a signoria di po<«
polo. Ivi 4849*
— • suo reggimento popolare nel
1345, biasimato dall'autore.
Ivi 76 e segg.
-^sua grande carestia del 1346
e come vi si provvedesse. Ivi
119-133.
FIRENZUOLA, quando fosse fat-
ta da' Fiorentini, e perchè e
da chi fosse in tal guisa chia-
mata. HI 177.
FOLGORI , danneggiano Firen"*
ze. Iir 333.
FONDI, Conte di, sconfigge al-^
cuna gente della regina Gio-*
Vanna. IV 124.
FONTANABUONA, Iacopo, capi
tano in Firenze di Friolesi.
II 233.
— ^ tradisce ì Fiorentini in fa-»
vor di Gastruccio. Ivi 273.
FORLÌ' e Ravenna > quando si
danno alla Ghiesa a patti. Ili
U7.
— - è S^ssediatà dal legato di
Lonibardìa, e gli si rende a
patti. Ivi 169.
— ' Arimini e Cesena si rubel-
lano al legato di Bologna. Ivi
198.
FORZETTI. Berto, sua visione.
I 38».
FRANCESCHI, loro superbia. I
389.
— trucidati dal popolo di Brug-
gia. Il 60.
-^ loro sventure nella guerra
contro i Fiamminghi « I
67.
FRANCESCHI, sono totalmente
sconfitti. I 67.
»— ritornano in Fiandra, e ri-
partono con onta, /vi 71-72.
-^ ingannano i Fiamminghi.
Ivi 97.
*— per codardia fanno pace
co'Fiamminghi. Ivi 107.
-— vengono in Italia , e ritor-
nano con grand'onta in Fran-
cia, che eran condotti da Fi-
lippo di Valos. II 219.
•*— cavalieri , quando vennero
in- Firenze al soldo. Ivi 313-
314.
^^ disfanno completamente i
Fiamminghi. Ili 85-86.
— > loro viltà e del re Filippo
di non voler combattere Ivi
314.
^— introducono in Firenze nuo-
va strana foggia di vestire.
IV 12.
"^ sono sconfitti dagl' Inglesi ,
e presi molti di loro. Ivi Sì.
*-^ sono Sconfìtti da gì' Inglesi
presso AgUgliòne. hi 103.
Francia, ì1 re di , fa guerra
in Fiatìdfa« II 24.
— ritorna in Frància. Ivi 26.
— * bandisce fiuova oste sopra
i Fiamminghi. Ivi 70-71.
— fa triegua co* Fiamminghi.
Ivi 99.
— é in pericolo della vita. Ivi
104.
— * silo colloquio con Ramondo
del Gotto, per eleggerlo pa-
pa. Ivi 111.
— vuol fare eleggere impera-
dore suo fratello. Ivi 134.
— non vi riesce. Ivi 135.
FRANZESI, Musciatto, consiglie-
re di Carlo di Valos. /ri 51-
INDICI
365
FRANZESl , consiglia il re di
Francia a falsificar la mo-
neta. U 63-70.
FRATI godenti , loro abito. I
337-338.
•^ due di loro fatti venire in
Firenze per podestadi. hi
337.
— intenti al guadagnò, hi 338.
— cacciati dal popolo, hi 342.
FRATI minori, quando comin-
ciò la loro ordine. I 206.
— - tradiscono li comune di Fi»
renze. hi 297.
— predicano la povertà di Cri-
sto contro la Chiesa, n 247.
— decreto fatto dal papa in
loro punizione. Im ivi*
FRATI predicatori, quando co-
minciò Tordine loro. I 206.
FRESCOBALDI, son combattuti
e vìnti dal popolo* IV 46.
FRESONI, uccidono il marche-
Se di Giullieri e il conte d'A-
naldo. IV 91.
FRIERl dello spedale, loro cru-
deltà contro i Turchi. II 224.
FRONDIGLIANO, è disfatto dai
Fiorentini. I 243.
FRONTINO e Paolino, recarono
primi in Firenze la fede di
Cristo. I 80.
FUOCO appreso in Firenze nel
1115 e nel 1117. I 176.
— appreso in Firenze in più
luoghi^ e tempi, hi 195.
— appreso in Firenze, hi 230-
231.
— acceso in Firenze, hi 444.
— appreso in casa Cerchi, hi
446.
— appreso in casa i Pegoloiti.
hi 468.
FUOCO dove appreso in Firen-
ze. II 8.
— grande in Firenze, hi 90.
• — appreso due volte sul Pon-
te vecchio, hi 248.
— appreso in Parione. hi 337.
-— appreso in Firenze nel chias-
so tra'Bonciani e gli Accia-
inoli. Ili 27-28.
— appreso in Firenze sul Pon-
te vecchio, e altrove in più
luoghi, hi 165.
--* quando s' apprese da san
Martino, al palazzo Giugni «
da casa Bardi^ in borgo san
Lorenzo^ e altrove, hi 183.
— appreso in Firenze in Pa-
rione e da santa Maria Mag-
giore, hi 192.
— s' apprende in Parione , e
valica nella via di san Bran-
cazio , dov^ ardono 44 case.
hi 343.
— appreso in Firenze da saa
Simone, hi 232.
— appreso in Firenze da san
Gillo , e al corso degli Adi-
mari, hi 252.
— quando s' apprese in via
Quattro leoni e nel moniste-
ro della Trinità in campo
Corbolini hi 295.
— ' quando appreso in via Quat-
tro pagoni^ e alle case de'Cet-
retani. hi 308.
— s'appiglia in più luoghi nel
1343. IV 52.
— fa gran danno di diciotto
fra case e botteghe di fon-
dachi, hi 60.
— s' apprende in Porta rossa
e v'ardono più di venti case.
hi 140.
366
Ilf DI G K
G
G.
ABBRIELLl , Gontuccio di
inesser Bino de% è fallo dai
-Fiorentini loro capitano di
guerra alFimpresa di Lucca.
Ili 152.
GABBRIELLI, Iacopo, è U pri-
mo conservadore di pace e
di stato in Firenze. Hi 254.
— fa aspro uficio e rigido , e
dopo un anno torna ricco a
. casa sua. Ivi 255.
•— è fatto venire in Firenze
sotto titolo di capitano di
guerra. Ivi 303.
-^ si parte di Firenze ricco del
• sangue de*Fiorentini. Ivi 351.
GALLI , i , percbè poi furono
chiamati Franchi. I 33-34.
-*— dove abitavano. Ivi 151.
GALLIGARI, dove abitavano.
Ivi 150.
GALLURA, giudice di^ cacciato
con i guelfi di Pisa. I 376.
GAMBACORTI , Andrea , si fa
signore di Pisa con altri de-
gnaci. IV 181.
GARBO, Dino del, grandissimo
medico, quando muore in Fi-
renze. Ili 42.
GATTI, Sai vostro de' , assassi-
nato dal Bavaro. Ivi 61-62.
— è ucciso a tradimento. Ivi
133.
GENOVA, perchè ebbe arcive-
scovado. I 181.
-^ quando divisa in guerra cit-
tadina. II 21.
— assediata da' ghibellini. II
205-206.
— strettamente assediata per
mare e per terra. Ivi 219.
GENOVA, A Uberata dall'asse-
dio. II 222.
— suo cattivo stato dopo la
cacciata de'guelQ. Ili 242.
-^ suoi cittadini fanno popolo,
e chiamano doge a modo dei
Veneziam. Ivi 334.
— sue discordie, fra il popolo
e i grandi, col vantaggio del
primo. IV 66.
GENOVESI, dove e percbè co-
minciò la loro prima guerra
co'Veneziani. I 282.
— quando e perchè si comin-
ciò la loro guerra co'Pisani.
Ivi 416.
— ^ sconfiggono i Pisani. Ivi
422 al 424.
-^ sconfiggono in mare i Ve-
neziani. II 29.
— fanno pace. Ivi 30.
— fanno pace co'Pisani. Ivi 32.
*— danno la signoria di Geno-
va al re Ruberto. Ivi 208.
— in qual tempo fossero i pì»\
ricchi tra'crìstiani. Ivi 224.
— loro piraterie, e come male
avvenisse loro. Ivi 281.
— cominciano guerra co'Cata-
lani. Ili 160.
— • son guerreggiati da'Gatala-
ni, e fanno pace co' loro u-
sciti ghibellini. Ivi 168.
— « guastano le riviere di Ca-
talogna , e Maiolica e Mino-
rica. ivi 181.
— « fanno gran danno a'Calala-
ni per mare. Ivi 235.
— ghibellini, cacciano i guelfi
di Genova e la signoria dei
re Ruberto. Ivi 241-242.
I li DICK
367
GENOVESI , dkcci loro galee
sconfìggono allretlanti legni
de'Veneziani. HI 296.
« — sconfiggono centocinquanta
legni di Turchi armati, hi
345.
— e Veneziani sono rubati dai
saracini delle loro mercanzie
alla Tana. IV 54.
— fanno lega con messer Lu-
chino Visconti. Ivi 67.
»— prendono Sinopoli e Scio.
Ivi 117-118.
— sono fra loro in discordia ,
il popolo e* grandi , di dare
la signoria a Luchino Vi-
sconti. Ivi 136.
GHERARDESCHI , conte Gaddo
signore di Pisa , muore. II
226.
GHERARDESCHI, conte Meri ,
quando è fatto signore di
Pisa. Ivi ivi.
— è riconfermato signore di
Pisa. Ivi 245.
GHERARDINI^ perchè cacciati
di Firenze. II 91.
GHERARDINI, Cece, bravo cit-
tadino. I 298.
GHIBELLINI, quali furono. I
• 219.
— disfanno le torri dei guelfi.
Ivi 255.
• — quando cacciati di Firenze
la prima volta. Ivi 286.
— banditi di nuovo di Firenze.
Ivi 343.
' — escono di Firenze per tema.
Ivi ivi,
*r— molti di loro morti a San-
tellero. Ivi 346.
• — usciti di Pisa vanno sopra
quella città. Ivi 379.
— cacciati di Bologna. Ivi 375.
GHIBELLINI di Genova, si par-»
tono ialla città. 204.
GHIBELLINI tli Genova^ V asse-
diano. H 206.
— loro successi. Ivi 207-208-
209.
— sono sconfitti dalla gente
del re Ruberto, hi 210.
— ripongono V assedio a Ge-
nova. Ivi 211.
— riprendono i borghi. Ivi
213.
•— guastano Chiavari e pren-
dono Noti. Ivi 223.
— prendono Albingano. Ivi 254.
— sono sconfitti e cacciati, hi
263.
GHIBELLINI di Lombardia as-
sediano Cremona. II 205.
— assediano Genova. Ivi,
— prendono Cremona, hi 206
— sono sconfitti dal re Ruberto
presso Genova, e tornano in
Lombardia, hi 210.
— ripongono V assedio a Ge-
nova, hi 211.
-^ qual fosse la loro lega. Ivi
219.
GHIBELLINI d' Italia , vi fanno
venire Lodovico di Baviera.
Ili 19.
GHINI, Andrea, vescovo di Tor-
nai^ è fatto cardinale da Cle-
mente VL IV 14.
GIALLUCOLA, Fiammingo, co-
me per la sua patria si met-
ta a pericolo di morte. IH
84.
GIANDONATI, dove abitavano.
I 152.
GIARA, si rubella a' Veneziani
e si dà al re d'Ungheria. IV
83.
— • è assediata da'Veneziani, e
loro inutili battaglie. Ivi 98
e segg.
— s' arrende a' Veneziani per
carestia* Ivi 129.
368
INDICI
GIBILTERRA^ è presa da'Sara-
cini, che Don giunge a tem-
po il soccorso del re di Spa*
gna. Ili 194.
GIORDANO, conte, capitano ìa
Firenze di milleottocento ca-^
valieri tedeschi. I 256.
GIOTTO, sue lodi, e dove muo-*
re e quando. Ili 232.
GIOTTO, Rinieri di, da san Gi-
mignano , capitano de' fanti
de' priori , è fatto cavaliere
dal duca d'Atene* lY 10.
GIOVANNA, regina di Napoli,
sua adultera vita, IV 87,
• — ordina la morte del suo ma-i
rito Andreasso* Ivi ivi.
— sentendo la rubellazlone di
molte città del Regno in fa-
vore del re d'Ungheria, ra*
duna la sua forza a Capeva*
Ivi 155,
*— fa un fanciullo maschio , e
varie sono 1' opinioni sopra
la di lui provenienza. Ivi 90.
— prende per marito Luigi di
Taranto suo cugino carnale^
Ivi 149.
' — sentita la venuta del re
d' Ungheria fugge da Napoli
e va a Nizza^ Ivi 169.
• — è presa e messa in prigio-
ve nel castello Arnaldo dal
conte d'Avellino. Ivi 176.
•— è liberata, ed entra in Avi-
gnone in trionfo ricevuta dai
cardinali. Ivi 177.
GIOVANNI XU, papa di ree o.
pere. I 135.
GIOVANNI XVI , papa, gli son
tratti gli occhi da Otto III .
I 138.
GIOVANNI XXI, sua elezione, e
morte. I 380
GIOVANNI XXII, chi fosse , e
quando eletto. II 198^
GIOVANNI XXn , scomunica i
Visconti , e chiama i Tede-
schi in Italia. U 239.
»— ' fa battere il fiorino d' oro
simile a quello di Firenze.
hi 254.
*— scomunica Lodovico di Ba-
viera. Ivi 286.
^— scomunica nuovamente il
Bavaro. Ivi 294.
— dà l'ultima sentenza di sco-
munica al Bavaro. Ivi 307.
*^- scomunica chi contraffaces-
se il fiorino d'oro di Firenze,
mentre egli stesso lo contraf-
fa. Ivi 315,
*^^ dichiarata eretico dal Ba-
varo. m 2Q.
«-" per quali cagioni deposto
dal Bavarot Ivi 64*
^-4l scomunica il Bavaro,. e de-
pone Castruccia e Piero. Sac-
cone. Ivi 73..
*^ scomunica e depone il Ba-
varo. Ivi 107.
^-^ sua dissimulazione e del le-
gato intorno alla venula in
Italia del re Giovanni di Boe-
mia. Ivi 159-160.
«-" ricomunica i Milanesi e'Mar-
chi giani per rompere la lega
cominciata traXombardi. Ivi
165.
«-«^ promette agli ambasciadori
bolognesi che verrebbe a sta-
re a Bologna, e come gl'in-
ganni. Ivi 176.
«^ come dissimulando rimpro-
veri al re Giovanni l'impre-
sa di Lombardia e di Luc-
ca, e lunghe conferenze che
hanno insieme. Ivi 185.
<< — manifesta la sua opinione,
che l'anime beate non potea-
no vedere Iddio in fino al di
del giudicio, Ivi 200
iléJDii'É
3éd
fiiÒVAI^Jn XXH, perchè pi»n^>
io odio i FioreaUoi. lU 230.
^-^ muore in Avignone; ài dis-
se che revocasse la sua opi«
nione intorno all'anime bea-
le, hi 235.
— ' sua ultima dichiarazione ^
Ivi 236i
' — suo carattere^ è avidità che
aveva al danaro. Ivi 237-.
238.
GKiVÀNNI, di Yisprimiense, sual
risposta per il re d'Ungheria
agli ambasciadori di Firen-
ze. IV iùè,
Giovanni, re di Boemia, per^
che da prima passasse in I-
falia. Iti 153.
•=— prende la signoria di Luc-
ca , e dice a' Fiorentini che
né tolgano l'assedio. Ivi 157->
158-
*-^ sua gente viene sul conta-
do di Firenze, é ardono Cer-
reto Guidi. Ivi 159.
^-^ gli si dà la signoria di Par-
ma , Reggio i e Modena. Ivi
ivié
— ' ha lungo parlamento col le-»
gato di Lombardia , di cui
. preodon sospetto i Fiorenti-
ni. Ivi 162.
^— va in Francia al papa per
ordinare di sottomettere là
libertà degl' Italiani. Ivi 164.
— gli è mossa gran guerra dal-
le potenze alemanne. Ivi 172.
— gli si rubeliànO Brescia e
Bergamo, è si danno a mes-<
ser Mastino della Scala. Ivi
178.
*— va ad Avignone al papa à
parlamentare. Ivi 185.
•^-^ quali dissimulazioni politi-
che vi ebbero col pontefice.
Ivi ivi,
Gio. nitani T. /Fi
GIOVANNI 9 re di Boemia , ri-t
loraa In Lombardia ^ e sud
piccole imprese. HI 187.
"^ viene in Bologna al legato
: :>à grande festa; Ivi 18d.
— ^ va a Lucca a prender da-
ifóri e poi ritorna a Parma.
Ivi 191
-T* Vedendo che l'imprese d'I-
. talia non gli prosperano^ cer-
ca di vender Lucca. Ivi 199.
— ^' ìnit)egnà Lucca a' Rossi di
Parma per trentaéinquemila
fiorini d'Oro^ e pàrtéddosi di
Lombardia ritorna in Ala-
magna con poco onore. Ivi
ivu
-^^ dona simulatamente Lucca
al re di Francia , e che ne
accadesse. Ivi 234.
'— muore nella battaglia di
Greci. IV 113.
GIRONÀ, si rende al re di Fran-
cia. I 436.
GISULFd^ ré longobardo, hi
105.
GlIlBBILEÓ del 1300, e sue in-
finite indulgenze date da Bo-
nifazio vm. U 38.
(ÌIULIERI, Guiglielmo di, fatto
loro signore dai Fiamminghi.
Ivi 62.
^^ muore in battaglia. Ivi 104.
GIULIO^ figliuolo d'Ascanio. I
43.
GIUOCHI.dové abitavano. 1 151.
GODOBERTO nono re di Fran-
cia. I 36. ,
GONFALONE del popolo , co-
m'era^ II 6.
GOSTA, làj antica e bellissima
fortezza dei Colonnesi loro
disfatta dai Romàni dopo la
sconfitta che qoe'primi n'eb-
bero , e che dicési fece farO
Cesare Augusto. I 188,
47
370
tk.bt:CS
GOTI, sconfitU. I 84. ^
— al tutto cacciati d* Italia; I
95.
GOTTO, Ramondo del, Guàsce-
oe, cupido di ricchezze e del
papato. II 110.
-*. è eletto papa per gV intri-
ghi del Cardinale da Prato.
(Vedi Clemente V.) hi Hi.
GOVERNO di Firenze del 1207.
I 212.
GOZZADINI, Brandaligo, è cac-
ciato di Bologna. Ili 296.
GRANATA, il regno di, tenuto
dai Mori con vergogna ed
onta de'cristiani. Ili 332.
— è guerreggiato dal re di
Spagna sopra i saracini. rV58.
GRANDI di Firenze^ si solleva-^
no per rompere il popolo.
n 18.
— si appacificano. Ivi ivi.
-^ furono recati a èssere po«
polani , e di quali famiglie
essi furono. IV 50.
— recati a essere popolani, per
dieci anni non potevano a-
vere nessuno ufìcio. hi 51.
— • forti leggi quando furono
fatte contro loro, hi 61.
GRANO, carissimo nel 1310. II
154.
GRECI, dove abitavano. I 152.
GRECI, sono sconfìtti dai Tur-
chi, e devastate V isole del-
l'Arcipelago. III 137.
GREGORIO VI, caccia di Roma
papa Clemente, e con arma-
ta mano riconquista le pos-
sessioni della Chiesa^ contro
Arrigo n. I 154-155.
GREGORIO VII, scomunica Ar-
rigo III. I 169.
— è assediato da lui. hi 170.
GREGORIO IX , fa guerra col-
Fimperadore Federigo. 1 233.
GREGORIO IX, fa con lai paci!
perché andasse oltremare.
I 234.
-^ ordina il passaggio, hi 235.
-« fa rubellare il regno di Pu-
glia, hi 238.
•*^ ordina cofipcilio generale, hi
239.
— muore, hi 242.
GREGORIO X^ quando eletto.
I 368.
— ordina concilio a Leone, hi
372.
•— viene in Firenze, hi.
— fa pace tra' guelfi e^ghibel*
lini, hi ivi.
-* dove abitd. hi 373.
— va a soggiornare in Mogel*
lo dagli Ubaldini. Ivi ivi,
— lascia Firenze interdetta.
hi 374.
-— fa concilio a Leone , e ri-
concilia la Chiesa greca e
romana, hi ivi*
— ordina il passaggio , e fa
raccoglier le decime per la
cristianìté. hi 375.
— ' vieta l'usura e i frati men-
diòanti. hi.
— ' lascia l'interdetto con malo
animo sopra Firenze, hi 279.
— muore in Arezzo, hi 380.
GRESSA , preso e disfatto dai
Fiorentini. I 288.
GRIMALDI di Genova^ di parte
guelfa. II 21.
— • son cacciati, hi ivi.
GRIMALDI, Carlo , muore alla
battaglia di Crecl in servigio
del re Filippo di Valos.rV 113.
GRIMALDI, Rìnieri, ammiraglio
del re di Francia. IT 100.
— sconfigge i Fiamminghi. Ivi
101.
GROSSETO, è guerreggiato dal-
la gente del Bavaro. ni 95.
INDICE
371
GROS^TO ; é rubellato a' Sa-
nesi. UI 250.
— é ripreso da loro per da^
nari. Ivi 351.
GUALBfiRTI Oiovann^i, miraco*
Io accadutogli. I 157.
^^ si fa frate. Ivi 158,
«.r- muore. Ivi ivi.
GUALDRADA, moglie del conte
Guido vecchio. I 216.
•— t amata da Òtto IV. Ivi.
GUALTEROTTI, do^e abitava-
no. I 152.
GUATANI, Benedetto, eardina-^
le, induce Celestino Y, a ri-
nunziare il papato, n 11.
«i— si fa eleggere papa, ed im-
pri-giona Celestino, hi ivi
^— suoi intrighi col re Carlo
per essere inalzato al ponti^
ficaio. Ivi 12.
'r— suo carattere. M ivi.
GUATAM, Gianni, cardinale, è
eletto dal papa per legato e
paciario in Toscana. II 360>
«— giunge in Pisa, e poi in Fi-
renze. Il 364.
-r- legato in Toscana, pubblica
in Firenze processi contro il
Bavaro. HI 27.
GUAZZALOTTI di Prato , leva-
no a romore la terra, e cac-
ciano i Pugliesi e' Rinalde-
schi. HI 351.
GUELFI e ghibellini , quando
e perché cominciarono 1 217.
-r-^ d'onde ai' crede l'origine di
tal denominazione. Ivi 218.
GUELFI, quali furono. T 219.
— cacciati di Firenze da* Ghi-
bellini. I 255.
— rimessi in Firenze. Ivi 267.
<r— usciti di Toscana; sommuo-
vono Curradino centra Man-
fredi. Ivi 307.
usciti di Toscana cacciano
i ghibellini di Modena e di
Reggia hi. Zìi.
GUELFI, tornano in Firenze.
I 342.
-r- loro governa de'cento buoni
uomini. Ivi .343-344.
•r-* si combattono iàsieme. hi
386.
GUELFI di Genova, vi sono ri-
messi. II 49.
— bruciati a Spuleto. /«{213.
GUELFf, mò^neta buona fioren*
Una quando fatta. Ivi 202.
—^ nuovi, quando furono fa^ti
in Firenze o loro peso e va-
lore. IV 9a.
— altra moneta di questo no-
me , quando furono coniati ,
e loro bontà. Ivi 147..
GUERNIERI, tedesco, è capo
d*una gran compagnia di Te-
deschi che vivono di ratto in
Italia. IV 173.
GUERRA cittadina incominciata
in Firenze dagli Uberti. I 196.
— tra '1 re di Francia e quel-
lo ù* Inghilterra , quando e
perchè insorta. II 9.
•^ tra* Fiamnaihghi e* France-
schi qual fine ebbe. Ivi 107.
GUGLIELMO^ il giovane, di Pu-
glia , accecato e eastrato da
Arrigo. I 203.
-r- muore in prigióne, hi.
GUGLIELMO conte d' Olanda ,
eletto iuiperadore contro Fe^*
derigo. I 248.
-^ tenore, hi ivi.
GUIDI conti, quando fu. il loro
principio. I 136.
— d'onde nacquero. 1 136.
— dóve abitavano, hi i51.
— loro progenia, hi 216-217.
GUIDO vecchio, conte, quando
mori. I 216.
GUIDI, Guido de'coati, fe Uian^
372
INDICA
giare al messo del comune
di Firenze la lettera col sug-
gello. Ili 353.
GUISCARDO, Ruberto, viene in
Italia in favor della Chiesa^
I 158.
r-* fatto dal papa signor^ di
Cicilia e di Puglia. Ivi tvt.
'. — sua genealogia. Ivi 159.
: — sua curiosa avventura. Ivi
161-162.
-— suoi discendenti^ loro ^v-^
venture, e discordie, Jvi 163
al 165.
GULFO, impotente naarito deUat
contessa Matt^ld^. I 1.67.
— cacciato da lei. Ivi 163?
He
RTAIRE balio 41 T^d^rigQ*
I 36.
Iacopo, figliuolo di Glambe*?
ne giudice , quando muore ,
e sua curiosissima vita. IV
66.
IDELBERTO decimoqtiinto re
di Francia, I 36,
IESI, Tano da, signore di Iesi,
gli è tagliala la testa. Ili 114.
'. — sua confessione contro il
buono stato di Firenze. Ivi
115,
IMOLESI , perchè uccisi dalla
. gente della Chiesa. lU 40-41.
IMPERADORld'AlemagQa,quan-
do eletti due ad una volta ,
e chi fossero. II U7-188.
IMPERIO di Francia , quando
mancò. I 119.
IMPORTUNI, dov^ abitavano.' I
152.
INDIA, conquistata dai Tartari.
I 210.
INFANGATI, dove abitavano. I
152.
INFERNO contraffatto in Arno,
e di che fu cagione. II 89.
INGHILESf, sconfìggono gli Scot-
ti. III 253.
rrsr soffrono molte perdite in
guerra contro gli Scozzesi «i
1 Fiamminghi. II 250.
INGHILESI, sconfitti dagli Scot-
ti completamente. Ivi 259.
^— sono sconlìtti in mare dai
Veneziani. Ivi 285.
INGHILTERRA , progenie degli
antichi suoi re. I If 1-192-
193.
-— Adoardo , re d' , fa guerra
in Fiandra contro i France-!
si. U 25,
-— perchè ritorna in Inghil-;
terra. Ivi 26.
INNOCENZIO II combattuto da
un altro pnpa Anacleto. 1 180.
: — costretto a fuggire, hi.
•— : rimesso in sedia da Lotlieri
ìmperadore. luì 181.
INNOCENZIO IV , quando elet-
to. I 244.
-— amico, quand'era cardinale,
di Federigo , nemico da pa-.
pa. Ivi ivi.
— va a (iCone , fa concilio, e
scomunica Federigo, per piil^
molivi. Ivi 246-247.
— va a riconquistare il Regao,|
e muore. Ivi 269.
I K B I € 9
37a
JNNQCENZIO V v sua elezione ,
e morte. 1 380.
INQUISITORI^ leggi fatte con-
tro il loro potere da'Fioren-r
tini. IV ?S.
INSEGNE del popolo che usava
\ in guerra. I 264-265.
— ^ delle ^ette arti inaggiori,
Ivi 338,
*— delle cinque minori. Ivi 339,
INTERMINEI.LI, cacciati diLuc-r
ca. II 49.
INTERMINELLI, Francesco Ca-
stracane degli , è fatto dal
Bavaro suo vicario in {^ucca*
lU 116.
ISABELLA, regina d'Inghilter-
ra, perchè fa guerra al ma-
rito. lU 11.
^-^ la sua armata approda a
Giepsivi^ e il popolo di Lon-
dra 9i rubella al re, Ivi 13.
r-- giunge a Londra. Ivi ivi.
< — insegue il re e il Dispen-
siere 0no in Guales . Ivi
ivi,
ISGHU, risola d% quando gittò
fuoco. II 59,
ITALIANI, son presi dal re di
Francia e fatti rìcon^per^cQ
per danari. II 307,
L
AMBERTI, loro supposta p-
rigine. I 136.
— dove abitavano. Ivi 151.
LAMBORGO, ducato di, preteso
dal duca di Brabante, e dal
conte di Luzimborgo. I 463.
« — rimane per guerra al duca
di Brabante. hi 464,
LANCA STRO, conte di, nemico
d'AdoardQ re d'Inghilterra. I|
236,
— è decapitato. Ivi ivi.
LANDA, Vergiù di, rubella Pia-
cenza a Galeazzo Visconti. II
258.
• — capitano della Chiesa , co-
mincia guerra a Modena. Ivi
357-358.
LANFRANCHI , Retto Malepa
de', è scoperto il suo tradi-
mento di render Pisa a Ca-
struccio, e gli è tagliata la
testa, n 288.
LANZONA, conte , fratello del
re Filippo di Valos , muope
nella battaglia di Greci, IV
112.
LATERANO di. Roma, come ar-
se. II 131-132.
LATERINO, ripreso dagli Are-
tini sopra i Fiorentini. II 95.
— è fatto disfare dal vescovo
d'Arezzo. II 358.
LATINI Rrunetto, mandato am^
basciadore al re Alfonso di
Spagna. I 293.
— quando mori, suo carattere
e. sue opere. Il 17.
LATINO, figliuolo di Lavino^
I 42,
— re di Laurenzia. I ivi.
LATINO Silvio. I 46.
LATINO, frate cardinale, viene
in Firenze per paciaro. I 386.
• — fonda la prima pietra di
santa Maria Novellar Ivi 387.
— ordina pace fra i guelfi e*
ghibellini. Ivi ivi.
LAURENZIA , città etrusca. I
42.
374
mDlCB
LAURENZIA, moglie di Fausta-
lo. I 47.
LAVINO, figlinolo di Faimo e-
dificd Lavina. I 42.
IjEGA, de' tiranni ghibellini di
Lombardia co' Fiorentini ,
quando fu fatta e perchò. Ili
179.
«— sconfiggono Foste del legato
di Bologna a Ferrara, hi
190 e segg.
LEGA di Lombardia, hanno Cre-
mona. Ili 230.
LEGA de* Fiorentini co* Vene-
ziani , procedono vittoriosa-
mente per Trevigiana. Ili 275«
•— prendono Bovolenlo e V af-
forzano> che è cagione della
rovina di que* della Scala. Ili
276.
«^ vanno sopra Verona , e se
ne tornano con poco onore^
Ivi t90.
«— * hanno gran perdita per la
morte di Piero Rossi, hi 293.
— • prendono Montecchio , che
é la chiave tra Verona e Vi-
cenza, hi 304.
^- prendono per forza Soare e
si stringono sopra Verona.
hi %ì>i.
•^ fanno correre un palio di-
nanzi alle porte di Verona^
e se ne partono, hi ivi,
'^ come si sciolga con tradi-
mento de'Veneziani. hi 318.
LEGATO, di Lombardia, pren-
de Faenza. Hi 128.
-* è cacciato di Bologna, hi
228.
— i Fiorentini lo conducono
salvo in Firenze, hi ivi.
LEGATO di Bologna, dà ad in-
tendere a' Bolognesi che il
papa verrebbe a stare fra
loro, hi 175.
LEGATO dt Bologna , richiede
a inganno i Fiorentini che
si partissero dalla lega di
Lombardia. IR 187-188.
^-» assedia Ferrara. Ivi 190.
— « è sconfitto a Ferrara dalla
lega di Lombardia, /vi 190
e segg.
-— si sdegna col re Giovanni.
hi 193.
^^ perde Porli, Arimini e Ce-
sena, hi 198.
LEGGE, vescovo di, è guerreg-
giato dal duca di Brabante,
ed è costretto a collegarsi
contro il re di Francia. IH
305.
LENTINO^ Ruggero da,de'mag^
giori baroni di Cicilia, si ru-
bella al re Piero. HI 306.
LEONCELLI, quando nacquero
in Firenze, che fu tenula ma->
raviglia. IM 16&.
LEONE, imperadore di Costane
tinopoli, arriano. I 92.
LEONE ^ sua grande virtù. I
289.
«— morto in Firenze da un asi-
no. II 78.
LEONCINI, quando sei di essi
nacquero in Firenze» iV 294.
LILLA , presa dal re di Fran-
cia, n 24.
LODOVICO arcivescovo di To-
losa, quando canonizzato. II
160.
LODOVICO , figliuolo di Carlo
Umberto^ è coronato del rea-
me d'Ungheria. IV 14.
LODOVICO, re d'Ungheria, vie-
ne in Ischiavonia con gran-
de esercito per racquistarla.
IV 83.
— ritorna addietro per man-
canza di vittuaglia. hi ivi:
"^ chiede al papa d'esser eo^
• " - - ■— ^ .
INDI CB
275
' roDQto re di €iciUa e di Pa-
glia , e perché gli ò negato.
IV «8. /
LODOVICO, re d'Ungheria, tor-
oa in Ischiavonia per fioc-
correre Giara assediata dai
Venezianiv IV 99.
— ritorna in Ungheria depo^
Bendo il pensiero d' andare
in Puglia, hi 99-100.
•^ la sua gente prende Set-
mona e altre terre nel ^e-
gno. Ivi 154.
— • fa lega e compagnia col
popolo di Roma. Ivi 156.
-^ si parte da Boda per an*
dare in Puglia a far le ven-
dette d' Andreasso. Ivi 159.
^-^ descrizione del suo viaggio
e del ricevimento che ebbe
dai tiranni di Lombardia. Ivi
160-161.
•— sua altiera risposta contro
il supposto diritto del papa
sul regno di Napoli. Ivi 161.
— entra nel regno di Puglia,
e n'ha la signoria senza con-
trasto. /t?t 168-169.
— giunto ad Aversa fa barba-
ramente uccidere il duca di
Durazzo. Ivi 170.
•— entra in Napoli » e suo go-
verno in quel regno. Ivi ivi.
— - sua lettera al comune di tì^
renze , avvertendolo che si
guardi dalla compagnia di
Guernieri tedesco. Ivi 174.
LOMBARDI e Toscani* combat-
tono in Fiandra al soldo del
re di Francia. Il 98-99.
"— loro inganno. Ivi ivi,
— fanno lega co' Fiorentini
e '1 re Ruberto , contro il
Bavaro e '1 re Giovanni III
179.
LONGOBARDI, lorp abito, quan*
do vennero in ItaHa, e per-
chè cosi chiamati.! 96.
LONGOBARDI^ cacciati da Car-
lo Martello. ì 1<Ì7.
«-» quando fini la ìero signo'
ria. Ivi 110.
LORIA, Ruggeri di, valente. am^
miraglio. I 406.
— suoi successi. I 407-40B.
— sconfigge in mare Carlo dt
Salerno. Ivi 425.
'— sconfigge a Roses r armata
del re di Francia. Ivi 4^7^
-r- sconfigge in mare l'armata,
di Carlo Martello. Ivi 446.
— » qual fu la prima ed ultima
volta che fu vinto. Ivi 465.
— * fatto suo ammiraglio dal rd
Carlo. II 23.
LOTTIERI , sesto re di Fran-
cia. I 36.
LOTTIERI , ottavo re di Fran-
cia. I Ivi.
LOTTIERI , undecime re dt
Francia^ Iviivii
LOTTIERI, decimosettimo rd
di Francia, t ivi.
LOTTIERI , imperadore , viene
in Italia, e col papa fa guer-
ra a Ruggeri di Puglia. 1 181.
LUCCA, sua descrizione. I 73«
— « è offèrta da' Tedeschi ia
vendita a' Fiorentini, che la
ricusano. IH 119-120.
— è acquistata da roesser Ghe-
rardino Spinoli, venduta dai
Tedeschi dal Cerruglio. Ivi
131.
— è in procinto di rendersi
a'Fiorentini, e va a vuoto il
trattato. Ivi 156-157.
•— si dà al re Giovanni di Boe-
mia. Ivi 157.
— è corsa da' figliuoli di Ca-
struccio che ne son tosto cac-
ciati, /ti 199.
376
INDICE
LfJGGA, è lasciata in Ipoteca ai
Rosài di Parma per trenta-
ciDqtieniila fiorini d'oro dal
re Giovannf. Ili Ì99.
-^ è dobata sintulataìmente dal
re Giovanni al re di Fran^
eia. Ivi 234.
— diventa possessione di Ma-
stino della Scala. Ivi 256"
■ 257.
*— è assediata da'Pisani, men-
tre i Fiorentini n'avean con-
clusa la compra. Ivi 360.
— è offerta in vetìdita a* Fio-
rentini e a'Pisani da messer
' Mastino^ Ivi 354^
-^ quando e conte presa da'Fio-
' rentini per loro possessione.
Ivi 365.
' — è ceduta al re Ruberto dai
Fiorentini. Ivi 373.
•^ è présa da' Pisani dopo utì
lun^o ed ostinato assedio. Ivi
379-380.
LUCCHESI, chiamati dà'Fioren-
' tini^ signoreggiano la loro
città per sedici glcMrni. tf
85.
LUCINO/ Giovanni da ,■ podestà
di Firenze. II 14.
LUCREZIA, figliuola di Bruto ,
s'uccide. I 50.
LUIS di Francia, va in Egitto
ed è sconfitto. I 258-259.
— ' fa il passaggio a Tunisi nel
quale nìuore. Ivi 365-366.
-^ quando coronato re di Fran-^
eia. Il 18*.
LUI^, conte di Filandra, è scon-
' fitto é preso da ^ue'di Brng-
gia. il 337.
— > è tolto di prigione. Ivi 354
LUIS, il giovane, riprende Me-
lazzo in Cicilia. IV 116.
LUNA, geurò nel Dicembre del
1330. Ili Ì47.
LUNI, sua descrizione. I 74.
LUSIMBORGO , il conte di , è
sconfitto dal duca di Braban-
te. I 463-464.
— eletto imperadore. II 135.
— 'éconfermato dal papa./vtttju
M
AC RINO, fa il condotto del^
l'acque nella prima Firenze.
I 60.
MAIOLICA e presa da' Pisani.
I 177 178-
— • quando è presa dal re d'A-
raona. IV 26-
MAGIONE del tempio , quando
distrutta. Il 92.
MAGNO, imperadore de'Tarta-
ri, si fa cristiano. I 281.
MAGNOLI> il poggio de', rovi-
na per le piogge. I 430.
MALATESTI, di Rimine , loro
discordie e tradimenti. II 342.
Sf ALATEStr , di Rimine , pe^
quali cagioni si guasti e si
distrugga quella casa . II
163.
MALISPINA,marcbese Spinetta,
d' accordo Col duca di Cala-
vra vuol guerreggiare le ter-
re di Castruccio in Lunigia-
na. in 9.
— ' come lascia l' impresa , e
torna a Parma. Ivi 11.
— mtiore. IV 68.
MANFREDI, riprende il Regno
di Puglia che gli avea tolto
la Chiesa. I 270.
sAc<ù
u ^
I 11 9 1 G S
377
MANFREDI, crede arvelenare
Curradino. I 271.
— quando eletto re. Ivi ivi.
— ha guerra con Alessandro
IV, e da lui scomunicato. Ivi
ivi.
— * d'onde nato, e suo caratte-
re. Ivi 272.
— - perseguita roaggiorniente la
Chiesa dopo la sconfitta de'
guelfi a Montaperti. Ivi 312;
^~* fa grande armamento cen-
tra Carlo d'Angió. M 315.
— è sbigottito dai progressi
della gente del re Carlo. Ivi
323, .
— muore sul campo di batta-
glia, hi 332.
— gli. vien negata da Cariota
sepoltura. Ivi 333.
MANFREDI, Alberghetlino, to-
glie al padre la signoria di
Faenza. Ili 27.
MANGONA, preso e disfatto dai
Fiorentini. I 288.
— è reso da'Fiorentini ai Sa-
limbeni di Siena. lU 75.
— è comprato dal comune di
Firenze. Ivi 350.
MANGONA, conte Alberto da ,
muore, e rimane a'Fiorenti-
tini il suo contado. II 338.
MANNELLI, le loro case quan-
do arsero tutte. II 248.
MAOMETTO , quando nacque.
I 50
— sua condizione. Ivi 74.
— si fa profeta. Ivi 60.
— si unisce con Sergio. Ivi
477.
— è avvelenato. Ivi 98 99.
MARBASCIANO , soldano de'
Turchi, sconfigge i cristiani
sotto Smirne. IV 69.
Mare, Aringhino da, ammira-
glio del re Carlo. I 406.
Gio. YiUani T. IV.
MARE, Aringhino da, sconfitto
da Ruggeri di Loria. 1 446.
MARTELLO Carlo , è coronato
del regno d'Ungheria. I 466.
MARTI, quando fu fatto il tem-
pio a lui consac ato I 99.
— ^ua statua temuta dai Fio-
rentini. Ivi 100.
MARTINO , figliuolo del duca
di Calavra, nato, e dopo ot-
to giorni morto in Firenze,
e sepolto in santa Croce. Ili
24.
MARTINO IV, quando eletto. I
391.
— scomunica il Paglialoco. Ivi
> 392. . '
— manda in Rpmagna Giapni
de Pà. r+12.
— scomunica il re d'Araona e
lo priva del regno^ hi 420.
— muore. Ivi 439.
MARZIO, fece il Campidoglio
in Firenze. I 102.
MATTELDA , Contessa, d' onde
fu. I 165.
— adirata contro l* impotente
. ' Gulfo si dà ad opere di pie-
tà. itil67-168.
— fa guerra . in favor della
Chiesa. Ivi 168.
— quando mori. Ivi 169. .
MAZZINGHI, Tolto, impiccato,
e strascinato per Firenze, i
443.
MEDICI, loro casa fautrice de-
gli errori. della plebe IV 45.
MEDICI, Giovanni di Bernardi-
no de', gli é fatta tagliar la
testa dal duca d'Atene. IV 7.
MEDICI, Giovanni di Manno,
uno de' dieci ambasciadori
de'Fiorentini al re d'Unghe-
ria a Forlì. IV 162.
MELAZZO, in Cicilia , è preso
dal re Ruberto. UI 356.
48
^78
iNnf CE
MELLrNA^ nel Brabante; ardo-
no dae terzi della città. IH
381.
AlEftEIiaCI dell'oste deTìoren-
tini, corrono il palio sotto le
mura di Lucca. Ili 151-152.
MfiROYEO, terzo re di Francia.
I 103.
MESSINA, assediata dal re Car-
lo I 398.
— si difende. Ivi 401.
*— lasciata libera dall'assedio
del tiranno. Ivi 407.
— si rubeìla a quelli d*Arao-
na y e come la racquistaro*
no. IV 26.
MESSINESI , trattano accordo
col re Carlo. I 399-400.
— perchè rompono il trattato.
Ivi 401.
— loro valore. Ivi 402.
MIGLIO^ di quante braccia era.
I 179.
MIGLIORELLI» dove abitavano.
I 151.
MILANESI, sconfitti da Federi-
go II. I 241 242.
— sono rotti e sconfitti da*sol-
dati licenziati dalla lega dei
Veneziani co' Fiorentini. Ili
330.
— sconfiggono e distruggono
i detti soldati, hi ivi.
MILANO, quando e perchè di-
strutto da Federigo Barba-
rossa. I 187.
— quando rifatto. Ivi 188.
MINERBINO, conti di , chi fos-
sero; diserti e disfatti dal re
Ruberto, m 307.
MIRACOLI e ricchezze di S. Ma-
ria d'Orto S. Michele. I 479.
MIRACOLO a S. Ambrogio del
corpo di Cristo. I 229.
MIRACOLO accaduto in Ispa-
gna^ che dentro al vacuo
d'una pietra trovossi nn vo*
lume profetico in ire lingue. I
251.
MIRACOLO del corpo di Cristo
in Parigi. I 285.
MIRACOLO strepitoso seguito
oltremare, d'un monte am-
bulante. I 376-377.
MIRACOLO di Cristo messo in
una padella. I 470.
MIRACOLO d' uno spirito d'un
uomo che parla del purga-
torio. Il 290.
MIRANDOLA, Francesco della,
iicciso da messer Passerino,
come se ne vendicasse suo
figlio. Ul 93.
MODANA e Reggio si rubella-
no dal marchese Azzo da fi-
sti. Il 116.
MODANA , si ribella dalla si-
gnoria di messer Passerino.
Ili 25.
MODANESI, sconfiggono il ma-
liscalco della Chiesa e gente
del re Ruberto. Ili 142.
MONETA dì cuoio quando fat-
ta da Federigo. I 243.
MONETA d*oro, quando comin-
ciossi a coniare in Firenze.
I 276.
— otto fiorini pesavano un'on-
cia. Ivi ivi.
MONETA , falsificata dal re di
Francia. Il 63.
MONFERRATO , marchese di ,
prende Tortona in Piemonte.
Ili 171.
*--- toglie Asti al re Ruberto.
Ili 335.
MONTORTE , conte Guido di ,
passa la Lombardia e giun-
ge con la sua forza a Roma.
I 324.
— uccide in chiesa Arrigo d'In-
ghilterra. Ivi 368.
INDI Gli
379
MONFORTE , coDte. Guido di ,
storia di tale avvenimento.
I 269-270.
— è mandato dal re d'Inghil-
terra in Brettagna. IV 79 e
segg.
MONTACCIANICO, preso daTio-
rentini. II 118.
MONTAGLIARl, preso dai Fio-
rentini. II 59.
MONTAGUTO , preso dai Fio-
rentini. Ivi ivL
MONI AIA, preso da'Fiorentini.
I 273.
MONTALE, preso daTiorentini,
e disfatto. II 82.
MONTAPERTI.luogo della scon-
fitta de'Fiorentini. I 302.
MONTE a Sansavino,. quando
fu distrutto. U 339.
MONTEBUONO, quando e per-
ché disfatto dai Fiorentini. I
182.
MONTECALVI , preso dai Fio-
rentini. II 97.
MONTECATINI, si ribella dalla
lega de' Fiorentini. IH 127.
— è preso da' Fiorentini per
fame dopo lunghissimo asse-
dio. Ivi 144-145.
— il suo vero nome è Monte-
catellino. Ivi 147.
MONTEDICROCE , disfatto da'
Fiorentini. I 183.
MONTEFELTRO , il conte da ,
sconfìgge Gianni de Pà. 1 413.
— s'arrende alla Chiesa^ ed è
mandato in Piemonte a'con-
fini. I 440.
— quando fu fatto capitano
da'Pisani. Ivi 455.
— • per quali cagioni è scomu-
nicato dal papa, e trucidato
dal popolo d'Urbino. II 238.
MONTEFIORE, Gentile da, carr
dinale^ va in Ungheria a co-
ronare Carlo Umberto, il
159.
— deposita in Lucca il tesoro
della Chiesa. Ivi ivi.
MONTEGROSSOLI » preso dal
Fiorentini. I 197.
— comprato da*Fiorentini. hi
206.
MONTELUPO, disfatto dai Fio-
rentini, l 211.
MONTEMURLO, venduto da'con-
ti Guidi al comune di Firen-
ze. I 212
MONTERENA , Giovanni da , è
fatto doge dal popolo di Ge-
nova. IV 66.
AIONTESCHEGGIOSO, il conte
di, e d'Andri. V. Novello ,
conte.
MORE A, prence della , spoetilo
dal re Ruberto a guerreg-
giare le terre di Roma. Ili
23.
-^ entra in Roma per sorpre-
SB, e n'è costretto a uscirne
con danno e disonore. Ivi
23-24-
MORI, sono sconfitti dal re di
Spagna. I 66.
MOROZZO, Matteo di , attana-
glialo e strascinato per or-
dine del duca d'Atene ingiu-
stamente. IV 20.
MORRONE , Piero dal V. Cele-
stino V.
MORTALITÀ', incomincia in Fi-
renze dopo la grande care-
stia. IV 131.
— si moltiplica nell'anno 1 347,
e in quali luoghi fu maggio*
re. Ivi 131 e segg.
MORTENNANA , preso dai Fio-
rentini. I 278.
— ripreso da'Fiorentini. Ivi m.
MOZZI, in poco tempo diveciu*
ti ricchi. I 373.
380
MULA R A, s'arrende al Bavaro.
Ili 72.
MURA Duove quando comincia-
te. I 146.
— quando fondate in Firenze.
Ivi 431.
— vecchie, perchè venduteli 7.
— nuove , di Firenze quando
INDICE
cominciate II 32.
MURA quando se ne murarono
parte. Ivi 195.
— nuove del terzo cerchio,
quando e come ordinate in
Firenze. Ivi 300 a 304.
MUTRONE, preso per inganno.
I 34&
N
N.
ANFUS, figliuolo del re d'A-
raona, prende l'isola di Sar-
digna. II 274.
NAPOLETANI, essendo in mare
sopra galee, gridano alla fa-
me. Ivi 220.
— vengono in Firenze , e fu-
rono cattiva gente. Ivi 351.
— non smentiscono il loro ca-
rattere, e si partono vergo-
gnosamente dall'assedio del-
l'Aquila. IV 138.
NAPOLI , gran tempesta stata
in quell'acque nel 1343. IV54.
— si divide in due partiti do-
po la morte del re Andreas-
so. Ivi 89.
NARSl , Piero di , è fatto dai
* Fiorentini loro capitano dì
guerra. II 355.
— suo trattato di fare uccide-
re Gastruccio , è scoperto.
Ivi ivi.
;— è sconfitto^ preso, e taglia-
tagli la testa da Gastruccio.
Ivi 361.
NARSETE, patrice di Roma. I
96.
— in disgrazia deirimperatri-
ce Sofia. Ivi ivi,
NEMBROT, fu il primo raguna-
tore di congregazioni di gen-
ti. I 18.
NEMBROT , fu figliuolo di Gus.
I 18.
— fece la torre di Babel. Ivi tt?t\
— fu il primo ad adorare gli
idoli. Ivi 19.
NERI e bianchi, loro parte,
quando , e da chi cominciò.
II 41.
*— propagata in Firenze. Jw
ivi.
NERI di Firenze, quali furono.
II 42 e segg.
•— s*adunano a consiglio in S.
Trinità. II 46.
— alcuni loro caporali son
mandati a'confìnL hi 47.
— cacciati di Pistoia. Ivi 92.
• — citati avanti al papa. Ivi
82.
NERLI d'oltrarno, grandi intor-
no al marchese Ugo. I 152.
— son combattuti e vinti dal
popolo. IV 45-46.
NIGGOLA III , sua elezione. I
381.
— si fa creder vergine. I 383,
•— fu il primo papa che usas-
se palesemente simonia. Ivi
ivi.
— fa i palazzi del Laterano.
Ivi 384.
— perchè nemico del re Car-
lo. Ivi ivi.
IN D1€B
381
PICCOLA in, usurpa là* Ròma^
gna e Bologna. I 385.
'-^ s' accorda per danari alla
nibellazione di Cicilia , e
muore, hi 388 al 390.
MGGOLA IV , quando eletto, f
447.
• — fu ghibellino. Ivi xvù
— muore, hi ivi.
MCCOLA V. r. Corvara , Pie-
tro da.
NINO fece Ninìve. I 19.
NOLI, presa dagli usciti di Ge-
nova. II 223.
NORCIA , è in gran parte su-
bissata da'tremuoti. Ili 106.
NORCIA, Simone da, è taglia-
to a pezzi dal popolo di Fi-
renze. IV 35.
NOREN, Guiglielmo di, franco*
se al soldo dc'Fiorenlinì, che
gli tradisce, e va da Castruc-
cio. II 328.
NORBIANDI , si ribellano dal
re di Francia ^ e fanno co-
mune a modo de' Fiammin-
ghi. IV 82.
NORMANDIA , perchè cosi det-
ta. I 159.
NORMANNI , quando vennero
di Norvea in Francia. I ivi:
NOVELLO, conte Guido^ parte
di Firenze. I 341.
— fatto dal re Ruberto capi-
tano de'Fiorentini. II 193.
•— vien rimandato dopo un an-
no, hi 194.
— viene in Firenze per capi-
tano, hi 270
— ritorna a Napoli, hi 299.
— gli è commesso dal papa
di far giustizia di chi ebbe
parte alla morte del re An-
d reasso. IV 88.
NUMA Pompilio. I 48.
— suo carattere, hi ivi.
O
0,
'RIZZI, Alamanno degli, ca-
pitano de' Fiorentini all' im-
presa di Lucca. Ili 151.
*— perchè ne è rimosso, hi
152.
OLTRARNO, non v'avea gente
di rinomo al tempo dell'im-
peradore Currado primo. I
153.
OMERO. I 31.
ONORIO , venne in Italia con-
tro Rndagasio. I 84.
ONORIO IV , quando eletto. I
439.
• — • muore, hi 442.
ORBI, conte d% è mandato dal
re d' Inghilterra in Guasco-
gna. IV 81.
ORBI, conte d', pone 1' assedio
a Belchirago. hi ivi,
— scon (ìgge gente del re di
Francia , ed ha Belchirago.
hi ivi.
' — sconfigge i Franceschi ad
Albaroccia. IV ivi.
— nuovi acquisti che fa in
Guascogna dopo la sconfìtta
de* Franceschi a Crecl. hi
126.
ORBINO, perché si rubella alla
Chiesa. II 268.
ORBIVIETO, sua descrizione. I
75.
• — sue discordie: alla fine Man-
no de' Monaldeschi se ne fa
signore. Ili 231.
382
III 01CB
ORBIVIETQ, quando fa popolo,
e caccia la casa de'Monalde-
schi. m 303.
ORDILAFFI , Francesco , entra
in Forlì in un carro di Oeno^
e rubella la terra al legato.
UI 198.
ORICELLAI , Andrea , uno dei
dieci ambasciadori di Firen*
ze al re d' Ungheria a Forlì.
IV 162.
ORICELLAI, Guiglielmo^ pode-
stà di Samminiato » cosa gli
segue. IV 129.
ORI€£LLAI, Naddo di Cenni
degli, torna in Firenze con
sicurtà del duca d'Atene. IV
19.
— • é da esso impiccato con una
catena al collo, hi ivi.
~ chi fosse , e notizie di suo
padre. Ivi ivi,
GRU e Spinoli, case ghibelline
le più poderose in Italia^ van-
no fuori di Genova. Il 204.
— prendono Albingano. hi 206.
ORMANNI, dove abitavano. I
152.
ORNAMENTI delle donne, quan-
do furono tolti in Firenze.
m 139.
ORNAMENTO di trecce renduto
alle donne dal duca di Cala-
vra. IH 17.
ORSINI, sono sconfitti da'Colon-
nesì. II 142.
ORSINI , Bertoldo, é ucciso da
Slefanuccio della Colonna. Ili
193.
ORSINI, Gianni degli. V. Guatnni.
ORSINI, Napoleone, legato del
papa in Italia, vi è mal ri-
cevuto. II 117.
— viene in Toscana, hi 120.
«-- se ne parte con vergogna*
hi 122.
ORTINGHE, conte d\ è manda*
to dalla regina moglie del
Bavaro per suo vicario la
Pisa, e se ne torna con ver-
gogna. Ili 75 .
•— è mandato dal Bavaro per
suo conte in Romagna, hi
90.
OSIMO , si rende alla Chiesa.
II 239.
— is rubella alla Chiesa, hi
250.
OSTE de'Fiorentini , come mo-
veasi di Firenze. I 294.
OSTERICH , Arrigo dogio d' ,
viene in Italia a richiesta
del papa. II 239.
— per cupidigia di denaro ri-
torna indietro, hi 240.
OSTERICH, Federigo re d' ,
sconfitto e preso dal re Lo-
dovico di Baviera. Il 256.
<— fanno pace insieme, hi 267.
— è tratto di pregione dall'e-
letto duca di Baviera, hi
340.
OSTERICH , Lupoldro duca di,
muore avvelenato. Il 340.
OSTIA , è rubala e arsa dalla
gente del re Ruberto. Ili 72.
OTTAVIANO Augusto. 163-64.
OTTAVIANO papa, uomo di ma-
la vita. I 132.
— deposto, hi 133.
OTTO II, chiamato dalla Chic-
sa in Italia. I 133.
— richiamato dai cardinali. I
135.
•— abbatte la signoria italiana.
hi 136.
— fatto imperatore, hi ivi.
— muore, hi 137.
OTTO UI, assedia Roma. 1 138.
*^ rimette in sedia il suo Gre-
gorio, hi ivi.
— muore, hi ivi*
XTinltt
383
OTTO IV, étettò impcfadore;
Demicci della Chiesa. 1 204.
— quando coronato imperaAo-
re. Ivi ivi.
•— si fa nemico della Chiesa.
Ivi 205.
• — sconfitto da Filippo il Bor*
n!o. Ivi 214.
OTTO IV, va al'pnssagfi^io o1-
tremare^ e vi muore. r215«
OTTOBUONI Aldobrandino, suo
generoso atto. I 284.
— dove sepolto. Ivi iti.
-^ tratto di sepoltura e gittato
a'fossi. Ivi ivi.
OVIDIO. 131.
p
A Gianni de, mandato in Ro-
magna da Martino IV. 1412^
— è sconGtto a Porli. Ivi 413.
— ^ suo valore. Ivi 414.
PADOVA, fu fondata da Anti-
nòro. I 33.
— s'arrende a Piero Rossi^ III
292.
PADOVA, maestro Marsilio di,
• conducitore del Bayaro, muo-
re a Montalto. Ili 95
PADOVANI, son sconfltli a Vi^
cenza da messer Cane della
Scala. Il 186.
IPAGLIALOGO ; toglie Costanti»
nopoli a' Francescbi e a'Ve*
neziani. I 290.
PALADINO, conte d'AItemura
di Puglia, è sbandito del tri-
buno di Roma. IV 157.
PALAGIO del popolo , quando
è percbè si fondò. I 29. '
PALAZZI del Laterano da cM
fatti. I 384.
PALIO di sciamilo per la festa
di san Giovanni. I 82.
PALLAVICINO , marchese, vi-
cario in Piemonte per il re
Manfredi. I 315.
PANCIATICHI, Currado e Gio-
vanni, riformano Io stato d'A-
rezzo per parte del comune
di Firenze. Ili 284.
PANICO, Ettor de' conti da i è
capo in Bologna per toglier
la città al legato e darla al
Bavaro. Ili 134.
PAPATO, quando e perchè ri>-
tornò agli oltramontanL II
108 e sègg.
PAPI, seguono il contrario de-
gli ApostòK deir umiltà di
Cristo. IV 101.
PARLAGIO , ediGcato da Cesa-
re. I ÒSi • ;:
——sua descrizióne;. Ivi 59.
PARMA, si dà alla signoria del-
ia ChiesH. m 15.
PARMA, Reggio ci Modaoa, si
/.rendono alla Cbiesa. Ili 121-
122.
^-^ si rubellano alla Cbiesa, e
per quali cagióni. Ili 129.
PARMA , è ceduta da Azzo da
Correggio a'Maccbesi. IV 62
• al 64. ' •
PARMIGIANI, si ribellano dalla
Cbiesa. UI 88. .
PASSAGGIO primo d'oltremtare
quando fu.-I 171.
— cbi furono i condottieri. /vi
72.
— secondo d' oltremare quan-
do fo; Ivi 181.
— fatto dai re di Francia •
d'Ingbilterra. Ivi 190.
nsi
f HBICS
PASSAGGIO d*oltreniare qnan-*
dosi parU d'Italia. I 200.
— a Tunisi fatto dal re Lmé.
Ivi 365.
PASSERINO, messere , sig^nore
di Mantova sconflgge i Bo-
lognesi. II 348.
— va ad oste a Bologna, e ri-
torna poi a Modena. Ivi 349.
— é ucciso , e toltagli la si-
gnorìa da Luigi da Gonzaga.
Ili 92 93.
PAZZI, la casa de' , ha la di-
gnità del fuoco santo. I 82.
— >: son loro tolti i beni donati
in antico dal comune di Fi-
renze. lY 75 e segg
PAZZI, Aldobrandino^ valoroso
cittadino, i 360.
PAZZI, Pazzlno, ucciso da Paf-
fìera de'Cavalcanti. Il 163.
PELAGORGO, cardinale di, or-
dina la morte dfel re Andreas-
80. IV 98.
— è capo di un partito op-
posto al cardinale di Gomin-
gia. hi iOO.
PELAGRU', cardinale, sua cru-
deltà. II 149.
— manda a'Fiorentìni reliquie
di S. Barnaba. Ivi 154..
PERONDOLi, quando e percbè
fallirono. HI 375.
PERUGIA, sua descrizione. I 72.
PERUGIA, Oddo dà, capitano
di guerra de' Fiorentini . II
344.
PERUGINI^ prendono Asciesi.
II 237.
— prendono S^uìelo. Ivi 295.
— fanno pace con Città di Ca-
stello. III 48.
— fanno guerra a' Tarlati con
buon successo, hi 242.
• — sono sconfitti dagli Aretini.
Ivi 244.
PERUGINI , prendono la CifM
di Castello sopra i Tarlati
HI 252.
— sdegnansi contro i Fioren-
tini per la presa d'Arezzo.
Ivi 287.
— ottengono da'Fiorentioi che
potessero tenere io Arezzo
un giudice d' appello. 7ot 288.
PERUZZI, loro compagnia, for-
niscono il re d' Inghilterra .
Ili 324.
— quando falliscono di pagare.
Ivi 315.
r^ perché falliscono del tutto.
. Ivi 375.
PERUZZI» Bonifazio, é capitano
di guardia o conservadore ia
Arezzo per il comune di Fi-
renze. Ili 284.
PERUZZI, Simone, uno de'die-
ci ambasciadori de'Fiorenti-
ni al re d' Ungheria a Forlì.
IV 162,
PEPPOLI, Romeo, uomo ric-
. chìssimo , cacciato di Bolo-
gna II 232.
^^ vuol prender Bologna, e n'è
— sconfìtto, hi 244.
PEPPOLI, Taddeo, si fa signo-
re di Bologna. III 196.
PERA , della , dove abitavano,
l 152,
PESCI A, guastata da' Lucchesi.
I 409.
PESTILENZIA che fu in Firen-
ze nel 1340, che vi moriro-
no quindicimila persone. Ili
342.
PETRELLA, Guido dalla, capi-
tano delle masnade de' Fio-
rentini, suo valore. II 229.
PIANDIMEZZO, preso da' Fio-
rentini. 1 364.
PIANETI, loro congiunzioni , e
che significassero. IV 71.
■1.: -.
MANTREVIGNB , preso da'Fio-
rentini. II 58.
PICCIOLI, senza fioretti dentro
a'gigli, quando furon conia-
ti in Firenze. II 320.
PICO, figliuolo di Saturno. 1 42.
PIENA grande che fu in Firen-
ze nel 1333, descrizione dei
suoi danni. IO 203.
PIERO, fratello del re Ruberto,
tiene in Firenze come signo-
re. II 184.
PIERO, re di Cicilia, viene in
aiuto al Bavaro. Ili 94.
^-^ ritorna in Cicilia, e il suo
navilio rompe in mare. Ivi
96.
— dopo la presa di Melazzo
ammala e muore. Ivi 356.
PIETRAMALA, da, vescovo d'A-
rezzo, prende più castella. Il
243.
PIETRASANTA, è data dai Fio^
rentini al vescovo di Lunt ,
acciò guerreggiasse i Pisani.
IV 52.
PIGLI, dove abitavano. I lil.
PILASTRI della loggia del pa-
lagio d' Orto san Michele ,
quando furono fondati. Ili
294.
PIPINO , combatto contro il re
Federigo. I 36.
PIPINO secondo , figliuolo di
Carlo Martello, consacrato re,
I 38.
— quando passò in Italia. 1 109.
PIRRO signore di Macedonia
sposa Andromaca. I 32.
PISA, sua descrizione. I 73.
— ' perché assediata dal Bava-
ro e da Castruccio. Ili 34.
-^ si rende per tradimento di
due cittadini, hi 35.
•-^ quando si rende sotto la si-
gnoria di Castruccio. Ivi 74.
Gio. nUani T. IT.
I R D I e B 385
PISA, è riformata dal Bavaro
sotto la sua ^gooria. IQ 96.
— è in procinto di ritornare a
stato ghibellino, se non fos-
se l'aiuto de' Fiorentini. Ivi
174.
— muta stato e reggimento, e
come fosse retta per l' avan-
ti. IV 181.
PISANI , loro guerra contro 1
Fiorentini per qual cagione.
I 225.
— sono sconfitti. Ivi 226.
— fanno pace co' Fiorentini.
Ivi 280.
— la rompono. Ivi 283.
•— fanno la nuova pace, hi ivi.
— sconfitti da' Fiorentini. Ivi
381.
— sconfitti in mare da' Geno-
vesi. Ivi 422-423.
— sconfitti dinuovo alla Me-
loria. Ivi 423-424.
— si ribellano da Uguccione
della Faggiuola. II 195-196.
— loro discordie e risse. Ivi
245.
— rompono in parte la pace
co'Fiorentini. hi 252.
-<— prendono T isola di Sardi-
gna. Ivi 269 e 274.
— sono sconfìtti in Sardigna
dair infante d' Araona. Ivi
291-292.
— di nuovo sono sconfitti, e ri-
tornano a Pisa. Ivi 298.
— fanno pace coU'infanle d'A-
raona , cedendogli la Sardi-
gna. Ivi 305.
— ricominciana la guerra col
re d'Araona. Ivi 336.
— sono sconfitti in mare dal
re d'^Araona , e fanno pace
con lui. Ivi 352.
— loro sommossa sentita la co-
ronazione del Bavaro. Ili 25^
49
386
IIIDICB
PISANE , cacciano per forza il
vicario del Bavaro. Ili 122.
— - patteggiano co* Tedeschi la
compra di Locca; battati dai
Fiorentini fanno pace insie-
me. Ivi 125-126.
— sono riK>enedetti dal papa .
Ivi 132.
— danno preso l'antipapa Pie-
ro da Corvara a papa Gio»
vanni. Ivi 149.
< — fanno battaglia cittadina, e
per quali cagioni. Ivi 258.
— si provveggono d'armi e di
denari per assediar Locca ,
mentre 1 Fiorentini ne iraU
tano la compra. Ivi 359-360.
— loro infame tradimento so-
pra Francesco da Postierla
per farsi amici di messer
Luchino. Ivi ivi.
— pongono Tassedio a Lucca, e
prendono il Gerruglio. Ivi ivi.
— loro armata , vengono alle
mani co'Fiorentini e gli scon-
figgono. Ivi 365 e segg.
— dopo il lungo assedio pren-
dono Lucca a patti. Ivi 378
e segg.
— fanno pace co' Fiorentini ,
tenendo Lucca per quindici
anni. IV 15.
— sono sconfitti dalla gente di
Luchino Visconti. Ivi 56.
•— fanno lega con Mastino del-
la 3cala e con altri. Ivi 67.
^— fanno pace con messer Lu-
chino Visconti, e quali furo-
no i patti, hi 68.
PISTOIA , presa da' Fiorentini.
I 277.
— ribellata a'Fiorentini. n 57.
«— presa da' Fiorentini e* Luc-
chesi. Ivi 113.
è presa da' Fiorentini. Ili 54
^ segg.
PISTOU, ò eorsa dai Tedici e
da'figliuoli di CastruGcio, che
ne sono cacciati. DI 116.
— ù de a' Fiorentini per due
anni. Ivi 166.
— suo castello, quando fabbri-
cato. Ivi ivi.
PISTOLESI, sconfitti daTioren-
tini. I 267.
— fanno triegna con Casinic*
ciò contro il volere de' Fio-
rentini, n 241.
-— fanno pace con Castmccio
contro il volere de'Fiorenti-
ni. Ivi 241.
PODESTADE, quando fu eletta.
1212.
POGG£TTO , Beltramo del, le-,
gato della Chiesa in Lombar-
dia, n 216-217.
POGGIBONIZZI , quando e per-
chè fatto, e perchè cosi chia-
mato. 1 194.
— è il bilico d^Qa Toscana.
Jvi ivi.
— preso da'Fiorentini. Ivi 278.
— disfatto dai Fiorentini . Ivi
285.
— preso dal re Carlo e da'Fio-
rentini. Ivi 347.
— preso e disfatto da' Fioren-
tini. Ivi 364.
— era bellissimo. Ivi ivi.
FOGNA , preso da' Fiorentini
I 197.
POMPEO Gneo , fece le mura
alla nuova Firenze. I 61.
PONTADERA , castello disfatto
da'Pisani. n 7,
PONTE Gara di , Maffeo da, è
fatto da'Fiorentini loro capi-
tano di guerra. Ili 361.
PONTE vecchio^ quando cadde.
I 19.5.
— quando fu compito, che fu
rifattosopra l'antico. IV78-79.
INBTCE
387
PÓNTE vecchio, conteneva qua-
rantatre botteghe, e quanto
rendevano Tanno di pigione.
IV 79.
PONTORMO, sue mura quando
e perchè rifatte da'Fiorenti-
ni. Ili 270.
PONTREMOLI, è preso da gen-
te di Mastino della Scala. lU
2t8'à79.
POPOLO > quando fu fatto in
Virenze. I 261.
— rimette i guelfi. Ivi 267.
— secondo , quando e da chi
fatto in Firenze, n 5 e segg.
— è colpevole a {sostenere le
male operazioni decloro reg-
genti. Ili 352.
--^ superiore ai grandi tiene
tutti gli ufìzi della città. IV
42.
< — fa nuovi tumulti in città,
condotto da Andrea degli
Strozzi. Ivi 43.
— si fortifica contro i grandi.
Ivi 45.
— combatte gli Adimari, i qua**
li s'arrendono. Ivi ivi.
— • assediati e vinti i grandi
de' cinque sesti ^ va a com-
batter quelli d' oltrarno. Ivi
46.
— combatte e vince i Nerli ^
Rossi, Frescobaldi, e Bardi,
ardendo e rubando le case
' loro. Ivi ivi.
— monta in grande stato d'au-
torità dopo la sconfitta dei
grandi. Ivi 47-48.
PORCARO , è fatto per il Ba-
varo signore di Lucca. Ivi
100.
— cacciato dalla signoria va in
Lombardia. Ivi ivi.
PÒRTA che va a Siena quando^
edificata in Firenze. III 53.
PORTA di san Frediano, quan«
do si cominciò a fondare.
ni 192.
PORTE del primo cerchio, do*'
ve fossero. I 126 e segg.
PORTO pisano quando disfatto.
I 348.
— guastato. Ivi 469.
PORTOVENERI^ arse tutto, che
non vi rimase casa. Ili 351.
POSTIERLA, Francesco da, co-»
me sia tradito da' Pisani, e
tagliatogli la testa da messer
Luchino Ivi 359.
POZZO, castello del, quando è
preso e diroccato da'Fioreu-
tini. in 74.
PRATESI sconfitti a Carmignà-
no da'Pistolesi. I 183.
PRATO, disfatto da' Fiorentini.
I 173.
PRATO, Cardinale da, è invia-
to in Firenze dal papa per
pacificare 1 Fiorentini. II 86.
— si parte con onta. Ivi 88
— ' suo tradimento. Ivi 92.
— suoi intrighi per reiezione
del papà. Ivi 109.
•— scrive segretamente al re
di Francia che nomini papa
Ramondo del Gotto. Ivi ivi.
— sagace consiglio dato a Cle-
mente V, contro il re di Fran-*
eia. Ivi 123-124.
•— viene a Genova per incoro-
nare l^impéradore Arrigo. Ivi
159.
— l'incorona in Roma. Ivi 169.
PRESTATORI italiani fatti pren-
dere in Francia dal re. 1 383.
PRLAEilO, va in Sicambra. I 33.
PRIORI dentarti, quando eletti»
e perchè. I 410.
— loro governo, e quanto du*
ravano in esso. Ivi 410-
411.
j
388
INDICE
PRIORI dove si facevatìo Tele*
zioDi. 1411.
PRIORI , loro palagio , quando
fu fatto ia Firenze e dove.
II 29.
— ^ loro reggimento quando mu-
tato in Firenze. Ivi 310.
— loro u6cio, diventato nullo
sotto l'influenza del duca di
Galavra. lU 16.
— quando si fecero in Firen-
ze nuovi ordini per la loro
vu elezione. Ivi 336
— come siano avviliti sotto il
dominio tirannico del duca
d'Atene. IV 10-11.
PROCA Silvio. I 46.
PROGITA , messer tiianni , di,
valente cavaliere , va al Pa-
glialoco due volte. I 389.
PROCITA, messer Gianni di,
ordina la rubellazione di Ci-
cilia. I 389.
— ne sollecita il re Piero d'A-
raona. Ivi 392.
— suo consiglio contro il re
Carlo, hi 404.
PUGLIA , divisioni e discordie
fra' cittadini di molte città
di quel regno. Ili 306-307.
PUGLIESI, sono cacciati di Pra-
to da'Guazzalotti. Ili 351.
PUGLIESI, Ridolfo, crede d'aver
Prato; è preso , e fattagli a
torto tagliar la testa dai du-
ca d'Atene. IV 6.
PULCI, furon grandi intorno al
marcliese Ugo. I 152.
PUNTAGLI, Giliolo, quando ò
podestà di Firenze. II 96.
Q
VUARTIERI, quando furono
fatti in Firenze. IT 38-39.
QUARTIGIANI , ordinano di ri-
bellar Lucca a Castruccio.
Ili 26.
— è da lui scoperto il tratta-
to , e sono impiccati e cac-
ciati. Ivi ivi.
QUARTIGIANI, Pagano, é fatto
signore del contado di Luc-
ca^ e quindi cacciato da Ca-
struccio. II 196.
QUATTORDICI , loro confuso
governo $ sono aboliti. I
410.
— quando furono rieletti per
riformare la città di Firenze^
e chi fossero. IV 34-35.
— ' cassano ogni ordine e de-
creto fatto dal duca d'Atene.
Ivi 35.
QUERINI , di Vinegia , quando
cacciati con la loro parte
guelfa. II 148.
R
R,
.ADAGASIO, re de' Goti. I 84.
RASPANTI, setta di popolani
in Pisa, quando la governa-
rono. IV 181.
RE longobardi. I 105-106
REA. I 46.
RECANATI, si rende aUa Chie-
sa. II 239.
INDICE
389
RBGANATl^ è arsa e disfatta.
II 239.
REGGENTI, di Firenze, loro ti-
rannica signoria. DI 351-35^.
RfiGGL4NI , si ribellano dalla
Chiesa. IH 88.
REMO, ucciso da Romolo. 148.
RENZO, Niccola di, è fatto tri-
buno di Roma a grido di
popolo. IV 138.
•— manda una lettera al co-
mune di Firenze, e poi cin*
que solenni ambasdadori. lY
139.
— la sua impresa fu giudica-
ta fantastica e di corta du-
rata. Ivi 140.
^— vince i Colonnesi e altri
suoi nemici. Ivi 157.
*— come finisce la sua signo-
ria, hi 157-158.
REPARATA, la chiesa di santa,
quando si ricominciò a la-
vorare, che fu data in guar-
dia la fabbrica all'arte della
lana. IH 171-172.
RICCI, una delle maggiori case
di popolani al tempo del du-
ca d'Atene. IV 8.
RICCI, Bartolo de', uno dei
cittadini eletti per riformare
la città. IV 34.
RICCI, Rosso di Ricciardo de',
uno de' tre sindaci riceventi
' la città di Lucca per il co-
mune di Firenze. HI 365.
— è condannato dal duca d'A-
tene per baratteria. IV 7.
RIDOLFO re della Magna, scon-
figge il re di Boemia. I 385.
— suo carattere. Ivi ivi.
— quando e dove muore. Ivi
474.
RIETI, suoi ghibellini cacciati,
quando yì rientrano . II
228.
RISTRUCfilOLI, preso e disfat-
to da*Fiorentini. I 364.
RODI, presa dal maestro dello
spedale. II 137.
ROMA edificata. I 47.
^^ si resse a consoli e senato-
ri. Ivi 50.
-^ quando è occupata dal Ba-
varo contro la volontà della
Chiesa. UI 49.
ROMAGNA, la contea di, pri-
vilegiata alla Chiesa da«. Ri-
dolfo eletto re de' Romani.
I 375.
ROMANI, loro senno e valore.
I 50.
«^ loro sommossa sentita la
venuta del Bavaro loro re*.
Ili 21.
^-^ ti reggono a parte ghibelli-
na. Ivi 22.
— rompono i trattati col re
Ruberto. Ivi 23.
-*- si battono valorosamente
contro il legato della Chiesa
e il prence della Morea. Ivi
24.
— perché si sdegnano contro
il Bavaro. Ivi 62.
•^ ingrati contro il Bavaro.
Ivi 89.
^^ loro male state ; tolgono, la
signoria al re Ruberto e
fanno senatori Stefano Colon-
na e Poncello Orsini. Ivi 111.
— fanno pace tra loro, grandi
< e il popolo , e mandano a
Firenze per aver leggi e sta-
tuti. Ivi 328.
ROMOLO e Remo. I 47.
— edifican Roma. Ivi ivi,
ROSSI, di Parma, traditi e di-
sertati da messerMastino del-
la Scala, fanno lega e ami-
cizia col comune di Firenze,
m 271.
390
INDICE
ROSSI, di Parma, loro famiglie,
cacciate di Pontremoli dalla
forza del Mastino , vengono
in Firenze. TU 279.
ROSSI, di Firenze, son còmbat-
- tati e vinti dal popolo. IV
46.
ROSSi.Giovanni Pino de\ si tol-
gono dal comune di Firenze
i suoi beni. Muore ad Avi-
gnone. IV 76.
ROSSI, Marsilio, capitano del-
l'oste della lega. Ili 275.
— suo argomento per non aver
battaglia col Mastino. M ivi.
— va sopra Verona con i col-
legali, hi 290.
— ritorna a Bovolento . Ini
291.
-^ muore di soverchie fatiche
di guerra il mese stesso che
' mori il fratello Piero, hi
293.
ROSSI, Orlando de% uomo gros-
so e materiale, perchè fatto
loro capitano da* Fiorentini
all'oste di Lucca. HI 289.
-^ rimane signore di Parma.
II 253.
ROSSI, Piero , viene in Firen-
ze, che di nemico diviene a-
mico de' Fiorentini. HI 271.
— è fatto capitano da'Fioren-
tini, e vittoria che riporta a
Lucca sopra la gente del Ma-
stino, hi ivi.
— va a Venezia per capitano
deiroste della lega, hi 273.
— prende un borgo di Pado-
va , e suo strattagemma per
ingannare il nemico, hi 280.
— deve essere ucciso per or-
dine del Mastino, e va a vuo-
to il trattalo, hi 288.
— prende Padova , e messer
Alberto della Scala, hi 292.
ROSSI, Piero, muore ferito al-
l'assedio di Monselice. IH
293.
ROSSIA, stella cometa, quando
apparve in cielo. III 295.
ROVIGNANI^ dove abitavano. I
150
RUBACONTE, il ponte a, qnan^
do fatto. I S49.
RUBERTO , duca di Galavra «
capitano de*Fiorentini. II 113.
— quando fu coronato del re-
gno. Ivi 140.
— viene in Firenze , e dove
alberga. Ivi 150.
— contrasta la venuta dell'im-
peradore Arrigo a Roma, hi
166.
— fa guerra in Cicilia, hi 185.
RUBERTO, re di Napoli, fa far
pace tra molte città di To-
scana, n 200.
— fa gran guerra in Cicilia.
Ivi 202.
— chiamato in soccorso da'Ge-
novesi. hi 207.
— arriva in Genova, e n'ha la
signoria, hi 208.
— va a corte di papa in Proen-
za. hi 211.
— cattivo esito delle sue ga-
lee, hi 213.
— scampa da morte in Avi-
gnone. Ivi 255.
•—- si parte da corte di papa
e ritorna a Napoli. Ivi 297.
— come scampa da morte, hi
315-316.
— manda un*armata in Cicilia,
e poi in Maremma, e in Lu-
nigiana. /vi 362*363.
— richiede i Fiorentini di nuo-
vi patti, m 16
— sentita la venuta del Bava-
ro de'Romani, manda il pren -
ce della Morea a guerreg^
INDÌ CB<
391
g^are il territorio di Roma.
Ili 22.
RUBERTO, re di Napoli, man-
da settanta galee con cinque-
cento caYalieri contro don
Federigo di Cicilia. lU 23.
— - sua lettera mandata ai Fio-
rentini dopo il gran diluvio
del 1333. Ivi 217.
— rinnuova la guerra di Ci*
cilia. hi 246r
— fa grande armata in Cicilia,
sentendo il suo male stato
per il nuovo re Piero. Ivi
306.
— ritorna il suo grande stuolo
a Napoli con poco acquisto
ed onore. Ivi ivi.
*— sua gente, prendono Lipari,
e sconfiggono i Ciciliani. Ivi
337.
^- prende per assedio Melazzo
in Cicilia. Ivi 356.
RUBERTO, re di Napoli, rica-
sa per sua avarizia di man-
dar soccorso a' Fiorentini .
ni 372.
«— chiede ai medesimi la pos-
sessione di Lucca, e l'ottie-
ne. Ivi 373.
— sua lettera al duca d'Atene
quando seppe c^i'avea pfcsì
la signoria di Firenze . V
a
^-^ muore in Napoli di sqa ma-
lattia. Ivi 23.
•— suo carattere. Ivi 23-24.
RUGGERI, arcivescovo di Pisa,
fautore del conte Ugolino, Io
tradisce. I 451.
RUGGERI, frate, uomo dissolu-
to, capo della compagnia di
Romania. II 56.
RUSSI e Tartari , percorrono
e devastano la Grecia . Il
294.
s.
UBINE, rapite da' Romani. I
48.
SACCHETTI, dove abitavano.
I i52.
SACCONE , Delfo e Piero , da
Pietramala, fatti signori d'A-
rezzo per un anno. Ili 39.
SACCONI , Piero e Tarlato, e-
rano nati per madre della
casa de'Frescobaldi di Firen-
ze. Iir 264.
SALIMBENI, prestano a' Sauesi
ventimila fiorini d' oro . I
269.
SALYANI 9 Provenzano, grande
uomo. I 360.
^AMMINIATO, si dà per cinque
anni alla signoria e guardia
del comune di Firenze. IV
129.
SANESI, loro prima guerra coi
Fio entini. I 193.
— sconfitti daTlorentìni. 1 213.
— richiedono pace. Ivi ivi.
— ricominciano la guerra coi
Fiorentini. Ivi 228 al 231.
— fanno pace. Ivi 231.
*-^ vanno a oste a Colle, e so-,
no sconfitti. Ivi 260-261.
— sconfiggono i Pisani^ e cor-
rono la Valdera. Ili 186.
— fanno pace insieme co' Pi-
sani. Ivi 197.
— fanno grand' oste per con-
quistar Grosseto. Ivi 250.
— no sono cacciati. Ivi ivi.
392
IM P I6B
SANESI^ prendono per inganno
la città di Massa sopra i Fio-
rentini, m 251.
•— per danari che danno a Ba*
tino riprendono Grosseto: Ivi
ivi.
SANGINETO, Filippo di, lascia-
to dal duca di Galavra per
suo luogotenente in Firenze.
lU 46.
— prende Pistoia , ed è con-
dotto in trionfo da'Fiorenti-
ni. Ivi 54 e segg.
SANGIMIGNANO, perché ò con-
dannato dal comune di Fi»
renze a doverne esser arsi
centoquarantasette uomini, e
che ne segua. Ul 182.
SANGlNIEGiO, disfatto da'Sam-
miniatesi. I 208.
-^rifatto, e poi] disfatto. Ivi
252.
SAN GIOVANNI , (empio a lui
consacrato. I 66.
r— quando fu coperto di mar-
mi. Il 8-9.
' — quando gli furon tolti i mo-
numenti e arche d* attorno.
Ivi 9.
— quando è di nuovo ricoper-
to di marmi, perchè pativa-
no le pitture e il mosaico
interno IV T9.
3ANG10VANNI, castello, quan-
do fu fatto. U 22-23.
SAN miniato;, suo martirio. I
78.
— chiesa fuor di Firenze quan-
do fatta. Ivi 79.
SANNELLA, della, dove abita-
vano. I 152.
SANTA CROCE, quando fonda-
ta, n 13.
SANTA MARIA a Monte, presa
dopo un sanguinoso assalto
da'Fiorentini. in 28-29.
SANTA MARIA del Fiore. T.
S. Reparata.
SANTA REPARATA, quando
fondata, e con quali denari.
II 16.
SARAGINI, vengono in Italia. I
116-117.
— - distruggon Francia. Ivi 117.
-— ' passano in Italia. Ivi 130.
-- rubano Genova* Ivi 131-132.
-— prendono Galavra , e scon-
figgono e prendono Otto. Ivi
137.
*— passano in Ispagna e sono
sconfitti. Ivi 335.
•-loro vittorie contro 11 re di
Spagna, n 224.
— sono sconfìtti dal re di Spa-
gna. Ili 350.
SARDIGNA, r isola di, privile-
giata da papa Bonifazio Vili
al re d'Araona. II 268.
-* è presa dagli Araonesi. Ivi
274
SATURNO, re. I 41.
— civilizza i popoli d'Italia.
Ivi 42.
-— edifica Sutri. Ivi ivi.
•— regnò in Italia trentaquat-
tro anni. Ivi ivi.
SCALA» loro famiglia, d* onde
provenne, e storia de' primi
di quella casa. Ili 320.
SGALA, Alberto della, è man-
dato preso aVinegia da Pie-
ro Rossi. Ivi 292.
-— fa oste sul Mantovano, e ri-
torna in isconfìtta. Ivi 356.
SCALA, messer Cane della, fa
guerra aTadovani. II 205.
— prende i borghi di Padova.
Ivi 212.
— è sconfitto da* Padovani e
dal conte di Gorizia. Ivi 225.
— fa oste a Reggio , e se ne
parte subitamente. II 25au
INIIICv^
393
SCALA^.mesaei* Cane della^di^.
cesi che^facesse avveteoare
il conte di Gorizia. Il 270.
. — è gruerreggiatQ da'Tede^clii.
Ivi 300. j '
— gli fa partire. Iti ivi,
tr ricoBiio^cia guerra ai Pado*
vani, ni 42. .. »
-^.acquista a patti la signoria
di Padova. :it?« 96-97.
— i Bresciani sconfìggono par-
te di sua gente» hi 117.
— prende Trevigi, e vi muo-
re , ed è sepolto a Verona,
Fu il maggiore e più ricco
tiranno di Lombardia • Ivi
127-128.
— fu valente tiranno e sigQch»
re dabbene. M* 328.
SGALA, Currado della^ perché
decapitato dal Bavaro. Ili 37.
SGALA , Mastino , accpiista la
signoria di Brescia e di Ber^
gamo. m 178-179.
-*»- dovea esser preso e tradito
da' Tedeschi. IH 230.
— prende Golornio. Ivi 233.
' — viene in possesso di Parma.
Ivi 247.
— ha la signoria di Lucca da
Orlando de' Rossi. Ivi 256-
257.
' — fellone e traditore e dislea*-
le tiranno, hi 257.
— ordina tradimento in Pisa
per averne la signoria, e va
a vuoto /vt 258.
— come delude i Fiorentini
per la resa di Lucca. Ivi
260-261.
— dice a' Fiorentini di non
voler danari per la compra
di Lucca, ma che Talutasse-
ro a prendere Bologna', hi
261.
— sue masnade cavalcano sul
Gio. Villani 1\ IV.
. FiorepUno guastando » e ne
j. ispn cacciati. III 269.
SCALA, Mastino, ti*adisce ein-
: ganna i Bossi di Parnm , e
cosa ne avviene. «vi'27l»272.
-r^ per natura era vile: di met-
., tersi a fortuna dt battaglia.
Ivi 275.
1— richiede di battaglia i coN
legati^ e li vince. /t7t 290.
TT- si trova a mal partito , e
ritorna in Verona. Ivi 291.
rr* trovandosi a , mal partito
tratta in segreto co* Venezia -
Xd^ Ivi 301.
^- quanta fosse la sua potenza
. prima della guerra con la
lega. Ivi 304.
— - per resistere alla guerra
gli conviene impegnare la
corona e i gioielli, hi 305.
•'—va ad oste al castello di
Montecchio per racquistarlo,
e fallisce l'impresa. Ivi 308-
309.
r-^ come gli sia contraria la
fortuna in ogni sua impresa.
hi 309.
— - fa pace segretamente co'Ve-
. neziani. hi 316.
— va a Parma, e poi a Lucca
riformandole a suo stato. Ili
331.
r- perde Parma, ribellatagli
da messer Azzo da Correg-
gto. hi 354.
■ — non potendo. più tener Lue»
ca, cerca di venderla a'Fio-
reniini o a'Pisanl. Ivi ivi.
— manda a Ferrara suoi sla-
dichi per garanzia a' Fioren-
tini de'patti della vendita di
Lucca. /i?i 857,
— tratta ancora co' Pisani la
vendita di Lucca, i ingannan-
do i Fiorentini, hi 358.
50
394
INPICB
SCALA» Ma&tiDO, è pagato de-
finUivameDte da' Fiorentini
della compra di Lucca. IV ^•^
SCALI e Amieri , qaando falli-
scono e per ^anto. Ili 8.
SCALI, IJ^o degli, capitano dei
Fiorentini in Lombardia. Ili
233.
SCANACCI , Gaiglielmo , degli
Scannabecchi, è fatto dal Ma-
stino sao vicario in Lucca.
Ivi 331.
SCARPERIA , quando fu fetta.
II 118.
SCHIATTA reale de' Troiani. I
38.
SCIO, è presa da' Genovesi. IV
118.
r^ ivi nasce la mastica, eh' è
di gran frutto e rendita. Ivi
ivi.
SCOTTI, sono sconfitti a Ver-
vicche dal re Adoardo d'In-
ghilterra. Ili 194-195.
SCOZIA, il re dì, fa gran guer-^
ra al re d'Inghilterra. II 250.
SEGA, Giovanni del, da Carto-
ne, è capo di tradimento in
Firenze. HI 108.
< — scoperto , è attanagliato e
impalato. Ivi 109.
SEMIRAMIDE, fu dlssohita. 1 19.
SERRAGLINI , setta di cittadi-
ni rumorosi in Firenze. II
317.
SERRAVALLE, si rende a'Luc-
chesi. II 58.
— si dà in guardia per tre
anni a'Piorentini. Ili 136.
SERVIO Tullio. I 49
SIBILLA Erittea. I 41.
SIENA, sua descrizione. I 76.
^— osteggiata da' Fiorentini. I
277278.
«^ congiura e mutazione che
v'ebbe. II 209-210.
SIGNA , è arsa da Castrucclo*
Il 356.
^— quando murata, m 9.
SILCESTRI, il vescovo di, de-
capitato dal popolo di Lon-
dra. IH 13.
SILVIO POSTUMO, figliuolo di
Lavina. I 44.
SIMIFONTI, preso e disfelto dai
Fiorentini. I 211.
SINOPOLI, è preso da' Genove-
si, e rubato e guasto. IV tt7.
SOM, dov« abitavano. I 150.
SMIRNE , è presa da' cristiani,
e loro barbarie. IV 69-70.
SOLDANHSRI , dove abitavano.
I 151.
SOLE, quando scurò. I 205.
T— quando scurò. Ivi 249.
•«-* quando oscurò. U 231.
«*-• scurò nel Luglio del 1330.
IH 147.
-^ s'oscura il di 7 LugHo 1339.
HI 332.
SPEDITO di porte san Piero ,
uomo presuntuoso. H 298.
SPINI, Geri, patteggia la resa
di Montaccianico. U 118.
SPINOLI e Orli, capi in Geno-
va di parte ghibellina 1121.
-«^ son cacciati di Genova. Ivi
181.
SPINOLI, Gherardino , compra
Lucca per trentamila fiorini
d'oro. IH 131.
•^ è in pericolo di perdere la
signoria di Lucca. Ivi 136-
137.
— - va sopra Montecatini, e non
lo pifó fornire per la forza
de'Fiorentlni. Ivi 140.
*^ corre Lucca, e fa impicca-
re Pagano de' Quartigiani e
altri. Ivi 163.
— non polendo resìstere alla
for^a de' Fiorentini, offre la
tHO.l^GK
395
sVfnari{(. di. Lucca al re Gio-
vanni, che l'accetta. 111.157.
SPlNOLIv parte di Lucca doleii'*
dosi; del re Giovanili e dei
Lucchesi. Ivi 158.
SPINOLI VMuìno , è cacciato
di Gebova. n 140.
SPULEIJD^ sconfiggono que'di
Rieti. Ili 9H.
SPULETÒ, preso da' ghibellini.
W 215.
— sue dissensioni, alla fine i
guelfi sono cacciati. IV 182.
SPULETO, messer Piero 4i mes*
ser Cello di, ò cacciato di
Spulcio e condannato nell'a-
vere. IV 182.
STATUE delle arti situate a'pi-
lastri d'Orto san Michele,
quando furono ordinate. Ut
294.
STELLA cornata , quando ap-
parve, i 317,
STINCHE, castello in Valdigre-
ve, preso da'FiorentioL li 96.
-r-^; prigione fatta in Firenze .
hi 97.
STROZZI , Andrea degli , folle
cavaliere, popolano, si fa ca-
: pò. di popolo. IV 43.
STROZZI , Francesco , uUO dei
dieci ambasciadori de'Fioren^
tini al re d'Ungheria. IV 162.
SUGGELLO del comune di Fi-
renze perchè fu cambiato, e
a chi dato in guardia. II 128.
SUSINANA , Maghinardo da ,
prende Imola* II 22.
T
ARANTO, Luigi di, prende
per moglie la regina Giovan-
na sua cugina. IV 149.
' — fugge da Napoli con Nicco-
la Acciainoli e sbarca in Ma-
remma. Ivi 169.
*— * giunto a Firenze, gli è ne-
gato Tingresso, e va in Pro-
venza. Ivi 177.
TARLATI^ cacciati d'Arezzo. II
132.
— ritornano in Arezzo e cac-
ciano i guelfi. Ivi 138.
— ^ loro poderose come si comin-
ciasse ad abbassare. III 243.
— quando di buona voglia ri-
cusano alla signoria della
città^ rilasciandola a'Fioren-
tini. Ivi 283.
TARLATI, Guido, vescovo d'A-
. rezzo , è deposto dal papa ,
ma invano. II 359.
TARLATI, Guido, quando sco-»
municato. Ili 8.
— • corona il Bavaro in Milano*
Ivi 21.
— perchè abbandona il Bava-
ro. Ivi 38.
— ' muore a Montenero , ed ò
sepolto ad Arezzo. Ivi 38-39*
TARLATI, Ridolfo, perde Città
di Castello. HI 252.
TARQUINIO superbo. I 49.
TARTARI, conquistano l'India.
I 210.
— passano in Europa, Unghe*
ria, e Pollonia; son morti al
Danubio. Ivi 250.
— ^ sconfiggono i Turchi* Ivi
252.
— loro novità. Ivi 432.
^^ loro costumanze. D 37-38.
TEDERIGO , duodecimo re di
Francia. I 36.
396
t^UìC^
TEDERfGO, fii depibsCó é fat-
to frate. I 36.
— fa rifatto re dopo' dódici
anni, hi ivi. "
TEDERIGO , décimononó ' rè ^ iì:
Francia. I 37.
TEDESCHI, morti da' Fiorenti*
ni. I 296. '^-■
•^ loro poda fede. Il 289.
— veng^ono in Italid per far
gruerra a Mei^ger Catie. ^Jm
300.
— se ne partono, hi ivu
TEDESCHI, dal Cerruglio, han-
no per forza la signoria di
Lucca. Ili 119.
— n' offrono la vendita a'Fio-
rentini. hi ivi.
— offrono di miovo ai Fioren-
tini l'acquisto di Lucca, hi
129.
TEDESCHI, della bassa Alama-
gna, si partono dal Bavaro,
e si afforzano sul Cerruglio.
hi 100^101.
TEDICI , Filippo , toglie la si-
• gnoria di Pistoia all'abate da
Facciano suo zio. II 306.
— traditore de' Fiorentini, dà
Pistoia a Castruccio. hi 322.
^ è morto da' villani. Ili 170.
TELOFRE, re longobardo, arde
Roma. I iOS.
— vinto da Pipino, hi 109.
TEMPESTE di mare grandissi-
me , in ohe tempo , e dove
accadute. IV 54.
TEMPIERI , fatti prendere dal
' re di Francia. Il 124.
— ne fa bruciare cinquantasei.
hi 126.
TEODORICO, re de' Goti. I 92.
— prende tutta Italia. Ivi ivi.
— (suo figlio) viene in Italia.
Jvi 93.
— fa morire Boezio, hi 94.
teodorico, i«ide'0òii^ mno-
■ 'tè.iL94.' '■^'■■^^■'^ ■•<» i' ■
IDRBfE di' Pu0ia e^^di' Cicilia
r gi rubèttano dal' 'ré Carlo. I
349. •'•< -^ '"'• i- *».''■=
TI/IiRBMOtI 'grahdtfdiimi acca-
duti in pie Uiiógl^^ d'Europa
ii|i*t:4S48. IV 183 è'àégg.
TESORO della tìtiiesa \, perchè
dépràvtado'tn^I^ttt^a. II 1&9.
— quando rubato , e '^a ehi.
• JW.'184.- .' ••■■■• ■• '••■•■ ••••-•
TERZtfOLI ^ Filippo^ è abboc-
conato dal pòpolo di Firen*
ice. IV 35.
TIBERINO Silvio. I 46.
TIRANNI di Lombardia^ e^ser
loro utili le dissensioni dei
Toscani. IV 68.
— non si devono troppo glo-
riare della felicità mondana.
hi 124.
TOPINI, sonò sconfitti da'Pero-
gini. Il 149.
TOLENTINO, Àccorrìmbono da,
è il secondo conservadore di
pace stato in Firenze. III 55.
TOLOMEI^ fanno guerra al con*
tado di Siena. II 261.
TIZZANO, preso da- Fiorentini.
I 274.
TORNAI, città forte e possente,
ò la chiave del reame di
Francia. Ili 341.
TORNAQUINCI, Biagio capitano
de'Fiorentini. ffl 10.
TORNAQUINCI, Testa, capitano
de' Fiorentini , mandato in
aiuto a'Sanesi. IH 93-94.
TORNAQnNCI, Ugolino, orato-
re del comune di Firenze,
n 144.
TORRE di Babel, quando si co-
minciò. I 19.
TORRE del guardamorto, è ta-
gliata da'ghibellini. 1255-256
1}N)III:CB
397
TORRE , i signori della , sono
sconfitti e cacciati di Mila-
no. I 382.
— la casa più possente in Ita-
lia. Ivi ivu ' '
•^ si fannia signori di Milano.
II 75.
TORRE, 4ioidetto della^ signor
di Milano^ uomo dì gran i^ea-
no. Il 151i'
— ^ abbandona Milano dopo aVet
perduta la signoria. Ivi 153.
TÓRRI di Firenze qnanéo iatett
tagliate e ridotte a cinqùàn^
'4a braccia. I 264. - '5 -
TOSCANA, pèrcbè cosi cbiàma-
taf. I'42;- • ■• -
— suo sitò. Ivi 66. '
-^ sua utenza «vanti il do-
minio de'Romani. Ivi 69.
— ! éuói vèscò^ndi. /dì 71. ;
TOSA , Simone della , è fatto
capitano deTiorentini in Pi-
stoia. Ili' 54.
TOSA, Simone e Pino,'son tol-
' ti dal comune i beni ai loro
figliuoli, stati donati dal me-
desimo anticamente. IV 7^.
TOTILE, re de*Gòti; I 87
— guasta Italia.^' hi 87'88.'
— prende Firenze pei!^ Itigàn-
rio^; Ivi à8.
-
— rédifiea Fiesole. Ivi 90. ^
— muore, 'ivi 91.
TREMUOTI stdti in Italia. H 29;
«i— quando ftiroho nella Marca',
e subissarono Norcia. IH 106.
TftEMUOtO grandissinio quan«-
do si sentlin Firenze, n 324.
TRENTASEI buoni uomini ,
quando ordinati. I 337.
TRINCIAVELLI , dove abitava-
no. I 151.
TRINITÀ, ponte a santa, quan-
do fatto la prima volta. I 275>
-^ quandd? «ovino, /vt 363.
— quando si cominciò a rifon-
«dare eoa nuove pile, e quan-
do fu finito* IV 79.
TRIPOLI^ preso! da' Saràcini. 4
• 456..'. -.ì: • ' »
TROIA, perché distrutta la pri-4
ma volta. 1 29.
^-* fu rifondata di maggior si-
to è grandezza. Ivi ivi.
•^ distrutta. da'Greci. Ivi 30*S1.
TULLIO Ostilio. I 49.
— »* suo carattete. Ivi ivi. i
-— mori di folgore. Ivi ivi.
TUNISI^' il re di, come caccia-
to di sìgnotia la racquista.
II 243.
— è dinuovo cacciato dal re
''SUO nemico, /vt 246.
TClì^ISI , discordie fra i reali
di quél regno, cliie s'uccido-
no insieme. IV 150 e segg.
TURCHI, sconfitti dai f rieri del-
lo spedale. II 224. >
-J^ loro barbarie contro l Gre-
ci, che rimangono scòn^fitti.
in 137.
— * guastano di nuovo la Gréi-
cia, e danneggiano Gostaòti-
nopoli. itJt 178.
-^ sono iconfilti in Alare da
galee della Chiesa e del re
di Francia: Ivi 235.
TURNO, d'Ardea. 1 42.
— uccide Pallas. Ivi 43.
— muore per mano d' Enea.
Ivi ivi.
308
I N ìCTi
V
U BALDINI , sconfitti da' Fio-
rentiDì* I 273. ;
-^ quando tornarono: air ubbi-
diènza de'Fiorentini. n 133.
•4--. si danno alla signoria del
comune di Firenze. Ivi 257.
UBALDINI; Ugolino/ ordina tra-
dimento in Firenze, ma in-
vano. Ili 108.
UBALDINI, son condannati nel*
. r avere e nelle persone dal
comune di Firenze. IV 65.
UBRRTI, d'onde la lora origine.
I 136. ;
— • d'onde verniti, e dove abl-
. 'Stavano, hi 151.
— cominciarono guerra co'con-
'; solii Ivi 196. .
UBERTI , Azzolino , Neracozzo
e Gonticino sono loro taglia-
le le teste. I 363^64.
UBERTI, Farinata degli» sua sa-
• gacità. I 294.
— uno de due eletti per ingan-
nare i Fiorentini. /t?t 297-298,
-^ difende Firenze che non sia
disfatta. Ivi 306.
UBERTINI, Francesco di Guido
i Molle degli , rubella Casti-
glione a'Fiorentini^ e preso,
• gli è tagliata la testa dal du-
' ca d'Atene. IV 13.'
UFIGIO de'dodici buoni uomini
popolani , quando e perchè
fatto in Firenze. II 230.
UGHI, dove abitavano^ I 151«
UGO, marehese^ si stabilisce in
Firenze. I 138.
-^ stia curiosa visione, hi ivi.
-^ fa fare sette badie. Ivi 138.
— muore in Firenze, hi 139.
UGOLINO , conte ^ oaeciato di
Pisa. I 378. . .
t-^ tradisce il Giudice Nino, ed ò
fatto signore di Pisa, hi 4^0.
— fece avvelenare il conte An-
' selinfo da Capraia../iH m.
— messo in carcere coq i fi-
gliuoli e nipoti. Ivi 4$i.
— i è: fatto morir di làn»e. hi
455.
UNGARI, chiamati da Alberigo
'guastano Toscana e Roma. I
lai.
UNGHERIA, il re d% fa guerra
: a quello di Boemia. I 290.
UMBERTO , Carlo re , quando
muore , e come succede al
regno d' Ungheria il suo fi-
gliuolo Lodovico* IV 14.
URBANO quarto , come eletto.
1312.
— elegge Carlo d'Angiò re di
Cicilia e di Puglia vivente
Manfredi, hi 314.
-♦^ muore, /dì 3i7.
URLINBACCA) tedesco, è preso
. da Castruccio. II 331.
UZZANO , quando s' arrendè
. a' Fiorentini. UI 233.
V
AIOLO.sna corruzione quan-
do fu grande in Firenze, che
morirono più di duemila fan-
ciulli. UI 250.
INDfCE
a99
VALDAMBRA, disfatta da' Fio-
rentini. I 229.
VALLERI, Alardo di, ordina il
piano di battaglia contro Cur-
radino. I 352.
VALOS, Carlo conte di, privi-
legiato da Martino quarto del
reame d'Aragona. 1 420.
YALOS, Carlo di , fratello del
re di Francia^conquifita Fian-
dra. II 33.
— viene in Firenze chiamato da
papa Bonifazio Vili. Ivi 47.
— caccia con inganno la parte
bianca, hi 50.
-^ va in Cicilia, hi 54.
*-^ fa vergognosa pace con don
Federigo. Ivi 55.
— ritorna in Francia, hi ivi.
YALOS, Filippo di, viene in I-
talia per ordine della Chie-
sa, n 216.
«-^ ritorna vituperosamente in
Francia. Ivi 218.
— è coronato re di Francia,
ni 83.
— V. Filippo di Yalos re di
Francia.
YECCHIETTI, dove abitavano.
I 151.
YENEZL4N1 e Genovesi, dove e
perchè cominciò la loro pri-
ma guerra. I 282.
r— sconfitti da 'Genovesi, n 29.
* — fanno pace. Ivi 30.
— sono sconfitti a Ferrara. Ivi
141.
— danno alFimp. Arrigo mille
libbre di Yeneziani grossi.
hi 155.
«^ fanno guerra con gli usciti
di Genova, ma Castruccio ri-
duce loro a patti. Ili 60.
1 — per loro viltà e tema de'Ge-
novesi fanno pace con essi.
Ivi 160,
YENEZIANI e Genovesi , fònno'
lega col comune di Firenjse
per far guerra al Mastino. HI
266.
— prendono le saline al Ma-
stino, hi 279.
— ingannano e tradiscono i Fio-T-
rentini, facendo segreta pace
col Mastino, hi 316.
— - prendono Giara dopo lungo
assedio per carestia. lY 129 «
YENTl cittadini , loro uficio ,
ereato da'Fiorentini per trat-
tare la compra di Lucca. Ili
357.
•^ come fanno disordinate spe-
se e gravezze sopra 1 citta-
dini, hi 358.
— ^ loro uficio, quanti falli com-
messere per la compra di
Lucca. Ivi 364.
-*- quando céssa^ e che ne suc-
cede. lY 8-9.
YENTO pestilenziale quando
fosse in Europa. II 284.
YENTURINO, frate da Bergamo,
commuove molti Lombardi e
Toscani a penitenza. Ili 241.
— viene in Firenze, quindi va
a Roma, e di là ad Avignone,
e viene in disgrazia del pa-
pa, hi ivi.
YERNIA, preso e disfatto daVio^
rentini. I 288.
— e Mangone, per qual cagio-
ne doverono mandare in Fi-
renze un palio di drappo ad
oro per la festa di san Gio-
vanni. II 75-76.
-<— quando son comprati da'Bar-
di da Benuccio Salimbeni. hi
302.
*— s'arrende al comune di Fi<
renze, pagandone a Piero dei
Bardi quattromila novecento
sessanta fiorini d'oro, in 350.
300
INDICE
VERRE, Caruccio dei,. valente
popolano. II 8.
VESPRO siciliano. 1 394.
VIGO , di Mugello , quando fu
fatto da'Fiorentiaii U 312.
VlCCmO. V. Vico.
VIGNE, Piero dalle , muore in
prigione. I 244.
^- difende Federigo in an*epi-
stola. Jvi 248. < • -
VJLLAM, loro case^ erano 8i«
tuate da san Broeolo, dove
tenevano ragione i giudici
' del duca d'Atene. IV 18.
VILLANI, Giovanni, essendo in
Roma al giubbileo del 1300
disegna scrivere la sua cro-
nica, n 39.
•^ narra aver veduto il campo
de'Fiamminghi dopo la loro
sconfitta. Ivi 105.
-^ uno de'tre savi per adope-
rare contro la guerra de'Pi-
sanL Ivi 201.
-^ è uficiale a far fare le mu-
ra e torri dalla porta a san
Gallo a quella di sant'Am-
brogio. Ivi 235.
T- è uficiale a fare edificare
le mura del terzo cerchio.
Ivi 300.
~ fu de'priori nel 1328. Ili 97.
— é uficiale per il comune di
Firenze sopra la carestia del
1328. Ivi 112.
*— fu de'cittadini che offersero
la loro rata per la compra
di Locca. Ivi 130.
-^ é ambasciadore per il co-
mune di Firenze al legato
per la Chiesa nel 1329. Ivi
135.
— è deputato per il comune a
trattare la resa di Lucca. Ivi
157.
-T- é uficiale a far (are le por-
te di bronzo di san Giovan-
ni fatte da Andrea Pisano.
IH 161.
VILLANI^ Giovanni, fa inalzare
Il campanile di Badia ad i-
stanza di Giovanni degli Or*
. sini di Roma cardinale e le-
gato in Toscana. Ivi ivi.
-H dà egli il. nome alla nuova
> : terra di Firemsnolai hi ITI .
— <• è uno de'mercanti che pren-
dono l'Incarico di fornire di
danari il comune per la lega
di Venezia, Ivi 2&8.
« — è uno de'cinquanta stadichi
mandati a Ferrara per ga-
ranzia al Mastino della com-
pra di Lucca formala da'Fio-
rentini. Ivi 358.
— * sue riflessioni sulla cagione
della sconfitta de' Fiorentini
avuta da'Pisani. Ivi 92-93.
•— < accenna essere stalo anch'e-
gli compreso nel lallimeofo
de'Bardi. IV 93.
VILLANUOVA, Arnaldo da, sne
profezie. II 148.
VINCI, si rubella a* Fiorenthii.
Ivi 192.
VINEGIA , fu prima chiamata
Antinora. I 33.
VIRGILIO. I 31-32.
VISCONTI, loro arme, e di qual
dettato fosse cagione. II 218.
— sono scomunicati da papa
Giovanni. Ivi 239.
VISCONTI, Azzo, viene in aiu-
to a Caslruccio contro i Fio
rentini. n 330.
— gli è confermata dal Bavaro
la signoria di Milano. Ut HO.
— unito a' suoi zii , strangola
in Milano suo fratello Marco.
Ivi 124.
— è ricomunicato dalla Chie-
sa. Ivi 139.
IlfDICB
401
VISCONTI, Azzo, prende Pavia,
togliendola al re Giovanni,
m 1S4.
— muore, e succede alla si-
gnoria di Milano messer Ln-
chino, hi 333-334-
VISCONTI, Cìaleasso, prende
Piacenza. II 168.
— prende per assalto Cremo-
na. Ivi 231.
— dopo la morte di suo padre
Maffeo si fa signore di Mila-
no. Ivi 246.
— cacciato di Milano* va a Lo-
di. Ivi 260.
— - prende Mencia sopra la
Chiesa. Ini ivi.
— rientra in Milano, e n'è fat-
to signore col favore di quel-
li che l'aveano cacciato. Ivi
262.
— è deposto dal Bavaro della
signoria di Milano. IH 31.
— muore poveramente all' as-
sedio di Pistoia in servizio
di Castruccio. Ivi 81.
VISCONTI, Giovannino, è fatto
cardinale dall'antipapa Piero
da Corvara. Ili 110.
— fatto cardinale dal Bavaro,
rinunzia il cardinalato, ed è
ribenedetto e fatto vescovo
di Noara da papa Giovanni.
Ivi 132.
VISCONTI, Luchino, quando è
fatto signore di Milano. DI
334.
— » si collega co'Pisani, e man-
da loro mille cavalieri per
M'assedio di Lucca. Ivi 359.
-^ perchè si fa nemico de'Pi-
sani. IV 53.
— sua guerra co' Pisani, esito
poco felice. Ivi 56-57.
— fa pace co' Pisani , e con
quali condizioni. Ivi 68.
Gio. Viilani T. IV.
VISCONTI, Lochino, come ebbe
Parma, e descrizione del suo
potere. IV 123-124.
VISCONTI, Maffeo, cacciato di
Milano. II 74.
— sue argute risposte. Ivi 75-
76.
— ritorna in Milano. Ivi 153.
— tradisce Guidetto della Tor-
re. Ivi ivi.
— muore a Chiaravalle./m 246.
VISCONTI, Marco , si pone al-
l'assedio a Genova co'ghibel-
lini usciti di quella. II 206.
— richiede il re Ruberto di
combattere corpo a corpo.
Ivi 209.
— sconfigge e uccide Cfgo dal
Balzo. Ivi 212.
— * è sconfitto dalla gente della
Chiesa. /t)t 269.
.-T- perchè, viene in Firenze, m
123.
— parte , e va a Milano. Ivi
124.
— è strangolato da'suoi fratel-
li. Ivi ivi.
VISDOMINI , Cerrettieri de* , è
fatto cavaliere dal duca d*A-
tene. IV 10.
— ' consigliere della tirannide
del duca d'Atene. Ivi 19.
VISPIGNANO , Giovanni da ,
santo uomo , quando morto
in Firenze. Ili 162.
VITERBO, sua descrizione. 1 75
— si rende alla Chiesa. Ivi
133.
VITTORI, Pagolo di Beccuccio,
uno de' dieci ambasciadori
de'Fiorentini al re d'Unghe-
ria. IV 162.
VITTDAGLIA , sua carestia in
Italia. I 441.
VOLTERRA, sua descrizione. I
76.
51
302 iVDici
VOLTERRA, si leva ad arme e
a remore, e se ne fa signo-
re Ottaviano de' Belforti. IH
344.
VOLTERRANI, sconfitti da'Fio-
rentini. I 279.
•^ loro guerra con Sangimi-
gnano. 142.
z.
lENOBIO , santo, vescovo di
Firenze. I 85.
-*- suo corpo quando fosse ri-
trovato, e dove, m 155.
FINE DEL TOMO QUARTO ED ULTIMO
DELLA CRONICA DI Già VILLANI.
INDICE
Dita <i^oiiiav(D T4)&iims
LIBRO DVODEGIMO
GAP. I. ^ui eomincia il dnodeeimo libro; eome il daoa d'Atene
e ooDte di Brenna di Francia occupò la signoria di Firenze ,
e quello ohe ne segai* ••••••••••• Pag* S
CAP. IL Di certe giustiiie che *\ duca fece in Firenze per esseme
signore •••••» S
GAP. IIL Come il duca d'Atene ingannò e prese e tradì i priori^ e
feeesi signore di Firenze, ovvero tiranno » S
GAP. IV. La copia della lettera che il re Ruberto mandò al daca
d'Atene, quando seppe ch'egli ayea presa la signoria della città
di Firenze • .••• »ii
GAP. V. Come i ghibellini d'Arezzo entrarono per furto nella terra,
e furono cacciati poi •••»i3
GAP. VI. Quando mori Carlo Umberto re d'Ungheria • • . • » i4
GAP. VII. Come papa Clemente sesto fece piò cardinali, infra' quali
fece cardinale messer Andrea Ghini di Firenze yesoovo di
Tomai » ivi
GAP. Vili. Quello che il duca d'Atene fece in Firenze mentre che
ne fu signore, ovvero tiranno » i5
GAP. IX. J^noa compagnia di gente d'arme che feciono i soldati de'Pi-
sani •••••••••• ••••» 39
GAP. X. Quando mori il re Ruberto re di Cicilia e di Gemsalem. » a3
C4^P. Xl. Come papa Clemente sesto ordinò il gìubbileo a Roma
nel t35o . . » a4
GAP. XII. D'uno grande fuoco che fu in Pietrasanta . ...» ivi
GAP. XIII. D'alcuna novità stata in Firenze in questo anno . . » 95
GAP. XIV. Come Messina si rubeDÒ a quelli di Raona che li si^uo
reggia vano, e come la racquisiarono «ivi
404
GAP. XV. Come il re d'Araona tolse Maìoliea al re di quella suo
cugino 9 a6
GAP. XVI. DI certe congiuraci oni che furono fatte in Firenze contro
al duca d'Atene che n'era signore, ovvero tiranno. • • • » 27
GAP. XVII. Gome la città di Firenze si levò ■ romore, e cacciò il
dùca d'Atene che n'era signore • • » 3o
GAP. XVIII. Gome la città di Firenze si recò ■ quartieri, e si rac-
comunarono gli ofici, ma poco durò » ^7
GAP. XlXf Gome il popolo di Firenze trasse i grandi del palagio e
riformarono la terra a popolare stato • • • 9 4<^
GAP. XX. Di quello trattato medesimo, e d'altre novitadi che ne se*
goirono in questi tempi alla città di Firenze ...*•» 4^
GAP. XXI. Gome il popolo di Firenze assalirono e combatterono i
grandi , e rubarono i Bardi e misono fuoco in casa loro • » 44
GAP. XXII. Gome si fece nuovo squitti no de'priori e deModioi, e'gon-
falonieri tutti popolani per piò tempo » 4^
GAP. XXIIJ. Come si riformarono gli ordini della giustizia aopra i
grandi, e si rìcorressono in alcuna parte; e piò schiatte de'gran-
di tutte e in parte furono recate a essere del popolo • • » 49
GAP. XXIV. Alquante cose fatte di nuovo in Firenze in questi tempi ». 53
GAP. XXV. Gome i Fiorentini feciono di nuovo pace co' Pi sani. » ivi
GAP. XXVI. Gome messer Luchino Visconti di Milano si fece nimi-
co di nuovo de'Pisani, e quello ne segui » 53
GAP. XXVII. Di grandi tempeste che furono in mare, e della rotta
della Tana. . » 54
GAP. XXVIII. Della novità fatta in Firenze per quegli che reggevano
la città » 55
GAP. XXIX. Ancora della guerra della gente di messer Luchino Vi-
sconti co'Pisani ..•.••••••••••• »55
GAP. XXX. Come quelli di Castel franao di Valdarno presono Campo-
giallo, e uccisone certi de' Pazzi di Valdarno ...••» 57
GAP. XXXI. Come il re di Spagna ebbe per forza la forte terni di
Azizera in Granata .«vifi
GAP. XXXII. Di certe novità state in Firenze in questi tempi • » 59
GAP. XXXIII. Come il conte da BattifoUe racquistò Fronsole eolla
forza del comune di Firenze ...... ....•» 60
GAP. XXXIV. Ancora di novità fatte in Firenze per gli rettori e
governatori di quella città »6i
GAP: XXXV. Come il marchese da Ferrara ebbe la città di Parma. 9 62
GAP. XXXVI. Di certe novità state nella eittà di Firenze ne' detti
tempi !•• ••.»64
GAP. XXXVII. Di novità state nella città di Genova in questi
tempi ,...,.» 66
/ «
405
GAP. XXXVni. Ànèòra della giiam di messer Lnehino Visoontl
eo' Pisani , • . • • w • •' » 67
GAP. XXXIX. Come i cristiani presono la oittà delle Smirne sopra
a'Turchi • • • • •'• •-•• w •'»(68
GAP. XL. Come fa morto il re d'Erminia* ;••••• • » 70
GAP. XLI. Della congiunzione dì Saturno e di Giove e di Marte nel
segno d'Aquario ••.••••;••••»••» 71
GAP. XLII. Quando mori messer Ubertino da Carrara signore di Pa-
doTa, e quello ohe segui della sua morte. ••••••» 73
GAP, XLIir, D' una aspra legge che feee il cornane di Firenxe con«
tro a* cherioi ••••••••••» 74
GAP. XL1V* Come il popolo di Firenze' tolse eerte possessioni e be-
ni a certi grandi gentili uomini donati loro per lo comune di
Firenze •••. '»75
GAP. X'LV. Come volle essere tolto 11 castello di Fucecehio al Co.
mune di Firenze* • • • . • . • . . . • • • • • » 77
GAP. XLVI. Di certi lavori e altre cose fatte per lo comune di Fi-
renze in questi tempi ; • . • • • • • ' • • • • • » 7S
GAP. XLVII. Come il re Adoardo terzo d'Inghilterra venne in Fian-
dra, e mandò sua ostò in Guascogna e in Brabante centra il re
di Francia . • • • • .» • •• . •• • • r«» 79
GAP. XLVIII. Còme il re d'Ungheria venne in Ischiavonia^ e come
fu morto il re di Pollonia . • . » 83
GAP. XLIX. Come i Fiorentini s' accordarono con messer Mastino
de* danari gli restavano a dare per la compra di Lucca • i » 84
GAP. L. Di più novità fatte e occorse in Firenze in questo medesimo
anno . • . • . ^ ...••....•..•» 85
GAP. LI. Come e perchè modo fu morto Andreasso, che dovea esse-
re re di Gerusalemme, di Ciciglia e di Puglia » 86
GAP. LII. Di quello che segui poi della morte di Amlreasso • • » 88
GAP. LUI Come in Firenze si fece nuova moneta d'argento. • » 90
GAP. LIV. Come furono morti il conte d'Analdo e '1 marchese di
Giullieri da'Fresoni • • • ; • • • . , . • • • . » 91
GAP. LV. Del fallimento della grande e possente compagnia de'Bardi
di Firenze. ••.,.• »99
GAP. L VI. Di novità state in Firenze in questi tempi. • • • » 93
GAP. LVII. Come il re di Francia diede rappresaglia sopra i Fio*
rentini per tutto suo reame a petizione del duca d*Atene • .» 94
GAP. LVIII. D'una grande dissensione che fu in Firenze dal coma- '
ne allo inquisitore de'paterini .•••.•••..« 95
GAP. LIX. Come il re d'Ungheria seppe la morte d'Andreasso, e ven-
ne in Ischiavonia uon grande esercito per soccorrere Giara , e
passare in Puglia per fare la sua vendetta • » t)7
/
CAP. LX^ Come Carlo Bgliuolo di Giommi re di Boemia fb eletto
' ^ re de' Roliiam • • » loo
CAP. LXI. Di eerU rotta che la gente del re di Franeia rieefette
d«lla gente del re d'Inghilterra in Guaseogna • • • • • » loa
CAP. LXII. Come il vescoTO di Liegge eon sna gente fo seonOtto da
quelli di Liegge « io5
CAP. LXIIL Come il re d'Inghilterra passò oon saa oste in Noman-
dia sopra il re di Francia, e quello che vi fece • • • • » io4
CAP. LXIV. Come il re d'Inghilterra §i parti di Normandia e f enne
presso a Parigi, ardendo e guastando il paese •••••»io6
CAP. LXV. Come il re d'Inghilterra si parli di Pasci per andare
in Picoardia per accozzarsi co'Fiamminghi 9107
CAP. LXVI. Come il re di Francia eon sua oste segoiva il red'In«
ghilterra ••• • « 108
CAP. LXVII. D' una grande e sventurata sconfitta ch'ebbe il re Fi-
lippo di Francia da Adoardo terso re d' Inghilterra a Creai in
Piecardia ••.•»II0
CAP. LXVIII. Quello che il re d'Inghilterra oon ana oste feee dopo
la detta viltoria avuta a CrecI ••»ii5
CAP. LXIX. Come Luigi il giovane, ohe tiene la Cicilia, riebbe Me-
lasso, e trattò di fare parentado col re d'Ungheria. • • • » 116
CAP. LXX. Come certe galee de' Genovesi passarono nel mare Bfag-
giore, e presono Sinopolì e l'isola di Scio • • • . • • »ii7
CAP. LXXI. Dì certe novità che furono in questi tempi nel regno di
Puglia •••••» 118
CAP. LXXII. Di certi ordini che si feciono in Firenze j che ninno
forestiere potesse avere ofici di comune , e come si eompiè il
ponte a Santa Trinità .••#••••» ivi
CÀP. LXXIII. D'una grande carestia che fu in Firense e d'intorno in
più parti ...••.•• »II9
CAP. LXXIV. Come messer Luchino Visconti ebbe la cittì di
Parma 9 133
CAP. LXXV. Come il conte di Fondi sconfisse la gente della reina
moglie che fu del re Andreasso ..•••....•» 1^4
CAP. LXXVI. Come fu sconfìtto il re David di Scozia dagl'Inghilesi,
a preso. •.•••»I35
CAP. LXXVII. Ancora della guerra di Guascogna dalla gente del
conte d'Orbi a'Franceschi. ............i^G
CAP. LXXVIII. Come Carlo re di Boemia fu confermato per lo papa e
per la Chiesa a essere imperad. , e come prese la prima corona» ivi
CAP. LXXIX. Di novità fatte in Firenze per cagione degli ufici del
comune. •• »ia7
CAP. LXXX. Di novità che furono in Arezzo per simile cagione . » ia8
407
GAP. LXXXL Come la ettU dt Giara io Ischiavonia s'arrendè a'Ve-
oeziani .•••#.. ••.••......ii 1^9
GAP. LXXXII. Di eerte novità ebe furono nel castello dì Sarami-
niato del Tedesco , e come si dierono alla signoria e guardia
del comune di Firenxe per cinque anni ••.••..» ìtì
GAP. LXXXIIi. Dì certe novità e ordini che si feeiooo io Firenae
per. la caro ch'era, e per la nortalità che fu » i3o
GAP. LXXXIV. Dì grande mortalità che fu in Fìrense In questi teon*
pi, ma più grande altrove, come direno appresso. • . • » i3l
GAP. LXXXV. G<»me Garlo di Boemia eletto nuovo imperadore ven.
ne in Chiarentana ••.• •••... ni 34
GAP. LXXXVI. Di certo parlamento che fece il re di Francia per
andare contro al re d'Inghilierra • • • •• • • • .»i35
GAP. LXXXVII. Del psriamento ohe fece il re d'Inghilterra ce'FUro.
minghi e col duca di- Brabante ••»!▼!
GAP. LXXXVIII. Di novità e discordia che furono in Genova . i» i36
GAP. LXXXIX. Come l'Aquila e l'altre terre d' Abrusal ai l-ubella.
rono a'reali di Puglia .•.•••.•••••••»i37
GAP. XG* Di grandi novità che furono in Roma, e come 1 Romani
feoiono tribuno del popolo ^. •••• »i38
GAP. XGL Di eerte tempeste e fuochi ehe furono in Firemce. . » i4b
GAP. XCII. Ancora di novità che furono in Firenie, e di eerti or-
dini che si feoiono contro a'ghibellini ' •• • • • • • iii4i
GAP. XCIII. Gome messer Garlo di Broisfn isconfitto In Brettagna.» i4s
GAP. XCIV. Gome quegli della città di Liegge • furono sconfitti dal
loro vescovo e dal duca di Brabante .•.•••••» ivi
GAP» XCV. Gome il navtlio che il re di Francia mandava per for*
nire Galese, fu aconfitto dalla gente del re d'Inghilterrj • » i43
GAP. XGVl. Come il re di Francia a'aflrontò con sua oste per eom
battere col re d'Inghilterra ••••.•.•..•«i44
GAP. XGVII. Gome In Firenae al fece nuova moneta , peggiorando
la prima ,...iii47
GAP. XCVIII. Gome in cielo apparve una cometa » t43
GAP. XCIX. Come messer Luigi prenxe di Taranto prese per moglie
la regina di Puglia sna cugina carnale » >49
GAP. C. Di certe battaglie che feciono i Genovesi «o' Catalani in
Sardigna e in Corsica » ivi
GAP. CI. Come volle essere tolto per trailiroento il castrilo di La-
terino a' Fiorentini .*......• » i5o
GAP. Cn. Come i reali del regno di Tunisi in Barbarla per loro di-
scordie .8* uccisone insieme. ... ........ ivi
GAP. CUI. Gome la città di Sermona e altre terre s' arrenderono al
re d'Ungheria. • » i54
■
f
409
GAP. GIV. Gome i reali di Puglia li raunarono con loro isforto alla
' eittà di Gapova •••.••.■ » 1 54
GAP. CV* Di novità e battaglie che furono in Roma: come i Gol od-
neai furono sconfitti , e poi come il tribuno fu cacciato della
signoria ... «.• ..« • • • • , •• • • • •• )*i56
GAP. GVI. Gome mori Lodovico di Baviera che si chiamtfva impera-
dore, e fu eletto imperadore il re d'Inghilterra. • • • • » i58
GAP. GVII* Gome il re d'Ungheria passò in Italia per andare in Pu-
M . glia a fare la vendetta del- auo firatello Andreasso • . • • >» 109
GAP. GVIII. Gome il comune di Firemie mandò una ricca ambasciata
al re d'Ungheria. . • . •■• . • viGi
GAP.. GIX. Gome fu isposta l'ambasciata al re d'Ungheria a Rimino
per measer Tommaso Gorsini dottore di legge • • . . - . » i63
GAP» GX. Risposta fatta in presenaia del re d'Ungheria a'nostri am* .^' ^^
basoiadori per Io venerabile uomo mesaer Giovanni cherico di
Visprimlense, a «ni il re la commise. .••...• » 166
GAP. GXI. Gome >il re d'Ungheria entrò nel regùo di Puglia, ed ebbe
la signoria cheto e sansa, contaste • . ■ •• ^ • • • . . » t68
GAP. GXIL Gome il re d'Ungheria fece morire il duoa di Doraako,
e fece pigliare gli altri reali. •.•.••«•«•» 170
CAP. GXIIL Gome de'soldaii sUti atl soldo del re d'Uogherk, e di
quelli stati con. roesser Luigi di Taranto , si feee una gran com-*
. pagaia per partirsi. del Regna.. • . • « » 173
GAP.,CXIV. La lettera, che mandò il re d'Ungheria al comune di
Firenze. •.....••■••••••.••• »i74
GAP. CXV..Gonie messer Luigi di Taranto e la regina Giovanna ar-
rivarono <in Provenxa. ... . .. . • • «176
GAP. GXVL Di. certi signori e donne che passarono per Firenze. » 178
GAP. CXVII. Quanda si coasiiiafò af-fondare il muro di san Gregorio
in Arno che richiude due pile del ponte Rubaeonte ... » ivi
GAP. CXVIII. Geme i Bostoli furono cacciati d'Arezzo e il perchè.» 179
GAP. CXIX. Di certe novità che furono in Firenze in questi tempi*» 180
GAP. GXX. Gome la città di Pisa mutò stato e reggimento • • » 181
CAP. GXXI. D'uno grande miracolo ch'apparve in Vignone in Pro-
venza •...••••..» i8a
GAP. CXXJI. Gome i guel6 furono caceiati di Spuleto. • • . » ivi
GAP. CXXIII. Di grandi tremoti che furono in Vinegia, in Padora ,
in Bologna e altrove ••.••••*••••• »i83
GAP. CXXIV. Di grandi tremoti che furono in Friall t te Baviera»
e in Chiarentana e nella Magna e in più <éfMlMAM-.,jy^* • .-» ^^
Elogio di Giovanni Villani, Documenti ed." "^ '" "••* ^ ■*"
Appendice di Documenti e Note di Frr ^'^'
■■■
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